L’eclisse

Una delusa donna borghese ha un rapporto inquieto con un cinico agente di borsa. All’appuntamento risolutore non si recherà nessuno dei due.
Antonioni-Antonioni, nel bene e nel male. Oggi, innegabilmente, datatissimo. Tutta l’impostazione di fondo, la sociologia e la psicologia dei suoi film sono insostenibili, e spesso il suo progetto sconfina nel kitsch. Ma l’Antonioni dell’incomunicabilità rimane un maestro di stile: in fondo un gran manierista, inventore di momenti-clou ed esploratore di set.
E dunque L’eclisse , documento d’epoca un po’ indigesto, si salva oggi per la levigatezza delle immagini e per alcuni picchi: la borsa di Milano, le albe lividissime… E soprattutto per la canzone dei titoli («Eclisse Twist»), scritta da Antonioni e Fusco per Mina: un capolavoro. (emiliano morreale)

La febbre del gioco

L’ultimo film di Richard Brooks, che negli anni Cinquanta fu una delle vittime più illustri del maccartismo. Ryan O’Neal veste i panni un giornalista sportivo con la mania delle carte e del tavolo verde. Il vizio, che gli ha già procurato parecchi dispiaceri (inclusa la morte della moglie), rischia di metterlo nei guai. Un film poco incisivo, decisamente non all’altezza delle precedenti opere del regista. (andrea tagliacozzo)

Il figlio più piccolo

Un imprenditore truffaldino, mosso dal suo attaccamento al denaro, porta la sua holding verso il fallimento. Nel tentativo di salvare il salvabile, segue il consiglio del suo disonesto commercialista intestando al figlio la proprietà delle società in pericolo.

Avati vorrebbe sferzare l’Italia della corruzione e dei “furbetti” alla Ricucci, e al tempostesso riflettere su ciò che resta della famiglia in una società dominata dal culto del denaro. Ma tutti i personaggi sono caricature sopra le righe, privi di agganci con la realtà: il padre mostruosamente cinico, la madre ex-sessantottina suonata, e soprattutto lo sprovveduto Baldo, ennesima incarnazione del ‘fanciullino’ inetto alla vita tanto cara al regista. Molta pubblicità per l’esordio di De Sica in un ruolo drammatico: non strafà, ma è mal servito da una sceneggiatura sbrigativa e piena di buchi.

La voltapagine

Melanie, figlia di una coppia di macellai, fin da bambina mostra un talento indiscutibile per il pianoforte. Incitata dai suoi genitori e grazie a una grande passione partecipa a un famoso concorso dove, nonostante si sia allenata notte e giorno, non riesce a portare a termine il suo pezzo perché viene più volte disturbata da una delle esaminatrici, una nota concertista, che piuttosto che ascoltarla firma un autografo a una sua ammiratrice. Melanie decide allora di abbandonare lo studio e, crescendo, sceglie un’altra strada. Divenuta adolescente trova lavoro in uno studio legale e per caso uno degli avvocati, in cerca di una baby-sitter per il figlio, la ospita per un breve periodo. La moglie è la concertista che la esaminò, la causa della sua rinuncia alla musica. Saputo che la baby-sitter suonava il pianoforte e sentendosi subito attratta da questa strana coincidenza, la sceglie come voltapagine per i suoi concerti. Tra la donna e la ragazza s’instaura un ambiguo rapporto che renderà la prima sempre più dipendente dalle attenzioni della seconda, fino alla dolorosa separazione che segnerà la fine della tranquillità nella vita della concertista.

Pixote – La legge del più debole

Raggelante dramma su un criminale di strada di 10 anni che fa il pappone, sniffa colla e uccide tre persone prima del finale. Ammaliante la performance dell’attore con la faccia da bambino da Silva; altrettanto superba Marilia Pera nel ruolo di una prostituta. Questo film insolitamente grafico non è per gli schizzinosi.

Delitto in pieno sole

Film di suspense con una meravigliosa fotografia (dell’Italia meridionale, di Henry DecaÍ) e una regia tesa: un uomo (Delon) che invidia un amico playboy (Ronet) trama di ucciderlo e di assumerne l’identità. Basato sul romanzo Il talento di Mr. Ripley di Patricia Highsmith. È proprio Romy Schneider tra gli amici che si fermano a un bar nella scena d’apertura. Con un remake: Il talento di Mr. Ripley. Vedi anche L’amico americano e Ripley’s Game — Il gioco di Ripley.

4 giorni a settembre

Il racconto, carico di emozioni e basato sui fatti, di quanto è accaduto nel 1969 durante il rapimento dell’ambasciatore americano (Arkin) da parte di un variegato gruppo di giovani idealisti rivoluzionari brasiliani. A tutte le parti coinvolte viene data voce in questo dramma politico coinvolgente e rappresentato con precisione. Conosciuto anche con il titolo internazionale Four Days in September, nominato agli Oscar come miglior film straniero.

Lo Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti

Affetto da una grave forma di insufficienza renale, lo zio Boonmee, decide di farsi portare via dall’ospedale dai suoi familiari, per andare a trascorrere i suoi ultimi giorni in campagna insieme ai suoi affetti più cari. Appena arrivato, lo spirito di sua moglie defunta lo accoglierà e lo accompagnerà nelle sue ultime ore di vita… Palma d’Oro a Cannes.

Alla scoperta di Charlie

Abbandonata dalla madre e senza il padre, ricoverato per cure psichiatriche, la sedicenne Miranda ha lasciato la scuola e lavora in un fast food. Autonoma e determinata, riesce a cavarsela da sola fino a quando il suo equilibrio viene ribaltato dal ritorno a casa del padre, per niente guarito dalle sue fissazioni e anzi con un progetto ben chiaro in mente: recuperare un tesoro di dobloni spagnoli sepolti, secondo una vecchia mappa, sotto un centro commerciale. Ma forse il vecchio Charlie non è così matto come sembra e la ricerca del forziere è solo un mezzo per recuperare il rapporto con la figlia e fare per lei, finalmente, per una volta almeno, qualcosa di importante. (gerardo nobile)

I parenti terribili

Avvincente dramma su una problematica famiglia borghese, con il giovane e inesperto Marais che si innamora della Day senza sapere che è stata l’amante del padre. La de Bray, nei panni della madre nevrotica di Marais, è eccezionale nell’esprimere sottilmente sentimenti incestuosi nei confronti del figlio. La sceneggiatura di Cocteau è tratta da una sua commedia (messa in scena con gli stessi attori). Rifatto in Inghilterra con il titolo Intimate Relations.

Lancillotto e Ginevra

Mentre la sfiducia e i risentimenti serpeggiano tra i Cavalieri della Tavola Rotonda, dopo anni di inutili ricerche del Santo Graal, Lancillotto è dilaniato dai rimorsi per l’amore che prova per Ginevra, moglie di re Artù: per proteggerla ucciderà in duello anche l’amico Gauvin ma poi morirà per difendere il suo re dagli attacchi di un traditore. Lontano da ogni tentazione romantica, Bresson non fa opera di ricostruzione storica, né di attualizzazionema racconta una parabola sulla tragiciità della vita e della morte, sull’impossibilità dell’amore e il silenzio di Dio. Spogliato della sua aura mistica, il mondo bretone rivela il suo smacco totale, dove i protagonisti finiscono per essere soffocati dalla fedeltà alle loro stesse leggi. Il rischio è che questa coerentissima  ricerca di stile finisca per sconcertare lo spettatore troppo abituato a un’immagine troppo tradizionale.

Lo stato delle cose

Un giallo affascinante anche se discontinuo per Wenders, incentrato su quello che accade mentre una troupe cinematografica in Portogallo tenta di completare un remake di Il mostro del pianeta perduto di Corman. Interessante come sbirciatina dietro le quinte della realizzazione di un film, e come omaggio a Corman.

La signora Miniver

La signora Miniver (Greer Garson) è una bella signora con una bella famiglia inglese, ragazzo al college, due bambini e un fascinoso marito (Walter Pidgeon). Una vita tranquilla e agiata, fino a quando scoppia la guerra. Il giovane va al fronte, il marito a Dunkirk, lei deve fronteggiare un nazista in cucina e affrontare la morte della giovane nuora vittima di un bombardamento mentre è in auto con lei. E un concorso per il fiore più bello, quello che il capostazione della cittadina dei Miniver, Mr Ballard (Henry Travers, l’angelo Clarence che deve mettere le ali ne La vita è meravigliosa ) vincerà con una rosa battezzata, appunto, «Signora Miniver», quando i tedeschi stanno per attaccare. Un dramma bellico. Per Churchill il messaggio propagandistico pro Gran Bretagna lanciato da questo film valse più di una dozzina di vittorie della marina inglese… Da manuale (propagandistico) il discorso del sacerdote dal pulpito della chiesa sventrata dalle bombe. E il comportamento di questa mamma coraggiosa che fa di tutto per proteggere se stessa, la sua famiglia e i suoi fiori dai nazisti. Gli Stati Uniti premiarono il film con sei statuette: miglior attrice, fotografia, regia, film, sceneggiatura e attrice non protagonista (la moglie del figlio). È passato alla storia il discorso che l’attrice fece all’Academy Awards quando ricevette la statuina: durò qualcosa come 45 minuti. Nonostante il film sia chiaramente datato – e accusato di artificiosità -, si vede ancora con piacere. Greer Garson sposò negli anni seguenti Richard Ney, che nel film interpretava il ruolo del figlio. Nel 1951, fu realizzato il seguito: Addio, signora Miniver , che non ebbe gran successo.

Il profeta

Condannato a sei anni di carcere, il 19enne Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. In prigione, preso di mira dal leader della gang corsa del carcere, Malik è costretto a svolgere numerose ‘missioni’, che gli meriteranno la fiducia del boss. Il giovane è coraggioso e impara alla svelta, ma non esiterà a mettere a punto un suo piano segreto.

Partendo dalle convenzioni del cinema carcerario e ampliandole fino a trasformarlo in un vero “romanzo di formazione”, Audiard ci offre il ritratto senza speranza e senza concessioni dell’iniziazione alla malavita di un paria della società. Girato con uno stile nervoso e minimalista, il film illustra l’universo disperato della prigione, dove vige solo la legge del più forte. Al suo interno Malik cerca di barcamenarsi, ogni volta facendo un passo avanti nella comprensione  del potere e delle regole che lo guidano, e contemporaneamente cancellando i sensi di colpa che lo rincorrono in una serie di scene troppo programmaticamente “fantastiche” (in cui si trova a dialogare con l’uomo che ha ucciso e che ha dato il via alla sua carriera criminale in carcere). Da vedere assolutamente in originale, dove si mescolano corso, francese e arabo e non nella versione doppiata che appiattisce tutto. Gran Premio della giuria a Cannes, nove César su tredici nomination.

Chi lavora è perduto

Bonifacio è atteso a un colloquio di lavoro ma preferisce girovagare per Venezia, dando libero sfogo ai suoi pensieri. Tinto Brass (foto) agli esordi è corrosivo e arrabbiato come pochi. In più alla Cinémathèque di Parigi ha respirato l’aria della Nouvelle Vague e si è sprovincializzato. Al centro dei suoi pensieri c’è già la «mona», ma attraverso l’erotismo scorre una vena di vitalistico anarchismo decisamente inconsueta. Tornato in Italia mette insieme un film scanzonato e irresistibile, che in un colpo solo riesce a mettere alla berlina le ipocrisie dei bigotti e le speranze dei modernisti del boom. Quando il film è rifiutato dalla censura, Brass lo ripresenta tal quale sotto l’anodino titolo In capo al mondo. Ha ragione lui, perché inspiegabilmente (?) il film ripassa indenne. (luca mosso)

Tristana

Una giovane donna (Deneuve) va a vivere con il suo tutore (Rey) dopo la morte della madre. Lui si innamora di lei, ma ha un rivale (Nero). Uno degli studi più sereni, seri eppure perversi di Bunuel sul cattolicesimo, la vecchiaia, il desiderio e la deformità. Girato splendidamente a Toledo. Distribuito in Europa in una versione di 105 minuti. Nomination agli Oscar come Miglior Film Straniero.

La promessa dell’assassino

Nikolai Luzhin (Viggo Mortensen), è l’autista di una delle famiglie della fratellanza criminale nota come Vory V Zakone. La famiglia è capeggiata da Semyon (Armin Mueller-Stahl, attore nominato all’Oscar), l’impeccabile proprietario di un’elegante ristorante transiberiano, la cui cortesia nasconde in realtà una natura fredda e sanguinaria: le sue fortune sono amministrate dal figlio Kirill (Vincent Cassel), uomo capriccioso e instabile ancora in contrasto con l’invadente personalità del padre che non lo apprezza. La routine di Nikolai viene scossa quando, il giorno di Natale, incontra per caso Anna Khitrova (Naomi Watts), un’ostetrica di un ospedale a nord di Londra. Anna è molto turbata dalla tragica vicenda di un’adolescente morta dando alla luce il suo bambino, e intende rintracciare la famiglia d’origine della ragazza affinché si prenda cura del piccolo orfano. Il diario personale della ragazza potrebbe aiutare Anna nella sua ricerca della verità ma in realtà la proietterà in una difficile realtà criminale…

La banda Baader Meinhof

I dieci anni di vita della banda Baader Meinhof, la Rote Armee Fraktion (Raf), il collettivo terrorista di sinistra che dal 1967 al 1977 insanguinò la Germania in nome della lotta contro l’imperialismo americano sostenuto dalle istituzioni tedesche. Dalle proteste contro la visita di Stato dello Scià di Persia al rapimento e all’uccisione di Hanns Martin Schleyer, il presidente degli industriali della Germania, fino ai suicidi di Andreas Baader, Gudrun Ennslin, Jan-Carl Raspe e Ulrike Meinhof, avvenuti nel carcere di Stoccarda in circostanze non ancora del tutto chiarite. Nomination agli Oscar come Miglior Film Straniero nel 2009.

Wargames – Giochi di guerra

Una sorta di A prova di errore per la generazione “Pac-Man”: un film “pop” su un genietto del computer che si inserisce nel sistema di preallarme del governo e per poco non fa scoppiare la terza guerra mondiale. Divertente fino a un certo punto ma sempre più artefatto via via che procede, per poi concludersi come un conciliante vecchio B-movie. Per inciso, è semplice capire perché ha avuto così tanto successo tra i ragazzi: quasi tutti gli adulti del film sono stupidi. Tre nomination agli Oscar (fotografia, sonoro e sceneggiatura).

A Dangerous Method

Alla vigilia della prima guerra mondiale, Zurigo e Vienna fanno da sfondo a una complicata storia di scoperte intellettuali e sessuali. Basato su eventi reali, il film osserva le relazioni burrascose tra Carl Jung, psichiatra alle prime armi, il suo maestro Sigmund Freud e Sabina Spielrein, la bella giovane paziente che si frappone tra i due. Nel triangolo si inserisce anche Otto Gross, un paziente sedizioso, determinato ad allargare il più possibile i propri orizzonti. La loro personale esplorazione della sensualità, dell’ambizione e dell’inganno spinge Jung, Freud e Sabina a mettere in discussione e cambiare per sempre la natura del pensiero moderno.

Stage Beauty

Siamo a Londra, all’epoca di Carlo II Stuart, che fu re in Inghilterra dal 1660 al 1685, dopo che suo padre era stato decapitato (Carlo I) e dopo che Cromwell e suo figlio ebbero regnato repubblicanamente per un decennio. Durante il suo regno successero molte cose, politicamente assai rilevanti, che al film non interessano: l’editto puritano che vietava alle donne di salire sul palcoscenico fu dal re stesso abrogato. Naturalmente, come successe nel cinema al passaggio dal muto al sonoro, molti attori persero il lavoro, tra i quali coloro che si erano specializzati in ruoli femminili. Il film racconta la storia – su un traliccio di verità rintracciabile anche in quel meraviglioso documento dell’epoca che è il Diario di Samuel Pepys – dell’ultimo interprete di ruoli femminili, Ned Kynaston, interpretato da Billy Crudup, intrecciando una vicenda poco credibile, da Eva contro Eva, condita da ambiguità sessual-sentimentale e con scontato lieto-fine.
Il film, che in realtà si salva proprio per la caratterizzazione secondaria, vorrebbe proporsi come genere storico-di costume, costume come marginalia historica di rilevante sociologia, ma con discutibili attualizzazioni, che il regista Richard Eyre pratica con molta nonchalance. Per esempio la ipernaturalistica interpretazione finale dell’uccisione di Desdemona è del tutto improbabile, e qualsiasi storico del teatro ne riderebbe; il duca di Buckingham (Ben Chaplin) che ascolta il derelitto amante in un Hammam simile a quelli di oggi, con tanto di asciugamanino in vita come in un gay-film preAids, lascia molto sconcertati sull’anticipazione dei costumi orientali al XVII secolo (ricordo che le Lettere persiane di Montesquieu risalgono al 1721). Ma sono quisquiglie di fronte alle grossolanità psicologiche delle inclinazioni sessuali del protagonista, incarcerato femmina in corpo maschile per educazione artistica: cioè siamo ancora alle volgarizzazioni più corrive della psicanalisi ad usum delphini, cioè Hollywood anni Quaranta-Cinquanta.
Insomma, un guazzabuglio storicamente e psicologicamente insensato, ma visibilmente molto accattivante e divertente. Tutto ricorda, in bene e in male, nella piacevolezza come nella cialtroneria Shakespeare in Love. Lo si vede e ci si diverte grazie alle interpretazioni di Crudup e di Claire Danes (Maria), al cammeo caricaturale di Carlo II di Rupert Everett, alla simpatica caratterizzazione di Samuel Pepys (interpretato da Hugh Bonneville), alla ricostruzione scenica della Londra e dei teatri dell’epoca. Quanto basta per andare a vederlo. (piero gelli)

La notte

In questo studio sull’incomunicabilità, la Moreau è annoiata e in crisi con lo spento marito Mastroianni. Suggestivo, introverso, astratto, tutto in superficie, pieno di “immagini vuote, senza speranza”. Secondo capitolo della cosiddetta “trilogia esistenziale”, preceduto da L’avventura e seguito da L’eclisse, il film cerca di definire alcune costanti delle usanze, in cui il lento disfarsi dei rapporti coniugali vuole essere il segno di altre crisi: Antonioni descrive una condizione di disagio esistenziale e l’ambienta dentro uno spazio che schiaccia l’individuo con il suo caso tecnologico e neocapitalistico, finendo solo per raccontare le vaghezze e le ambiguità di uno sconcerto esistenziale incapace di trasformarsi in una vera coscienza critica. Orso d’oro a Berlino.

Il Padrino

Tre Oscar, e Coppola entra nell’Olimpo di Hollywood. Da dove verrà scacciato dopo Apocalypse Now. E non era neanche il film a cui, come autore, tenesse di più. Ma l’America bianca si è rispecchiata nella saga degli italoamericani che riscrivono il mito del self made man e del successo. Ambiguo nei confronti dei mafiosi, come A Better Tomorrow di John Woo lo è verso le triadi, ha insegnato molto al cinema di tutto il mondo: a Woo per primo, con quel montaggio alternato finale, massacro + battesimo. Il cattolico Coppola è una mente cinematografica smisurata che ha bisogno di tempi lunghi, di attori da melodramma. Discussioni da Scream 2: è meglio questo o il sequel? Il racconto lineare o i flashback? (alberto pezzotta)

Private

Vincitore del Pardo d’Oro e del riconoscimento per il miglior attore – andato all’attore palestinese Mohammad Bakri – al 57° Festival del Cinema di Locarno, il primo lungometraggio di Saverio Costanzo, figlio del presentatore coi baffi, racconta una storia vera. Ne è protagonista una famiglia palestinese di condizione agiata – per la media locale – formata da un padre preside di scuola innamorato della letteratura inglese (Bakri), una madre casalinga (Areen Omari) e i loro cinque figli, tutti in età scolare o prescolare. Abitano in una casa di due piani che si adagia isolata ai piedi di una brulla collina – dominata da una colonia israeliana inserita nei territori occupati. La loro esistenza è improvvisamente sconvolta dall’irruzione di una pattuglia dell’esercito di David, che li confina in salotto, occupando per intero il piano alto che controlla i fianchi della collina. L’obiettivo degli occupanti è quello di costringere la famiglia ad abbandonare per sempre l’abitazione, ma il padre – pacifista ma anche intransigente sostenitore della causa palestinese – decide di rimanere. A ogni costo.
Non c’è che dire, per essere un’opera prima, il film di Costanzo, che la scorsa estate si è aggiudicato a sorpresa il festival di Locarno, è davvero ben girato. Equilibrato quanto può essere un film sul dramma dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi, Private mostra i suoi meriti anche nel tentativo di guardare oltre le rivalità e far recitare sullo stesso set per più di un mese attori israeliani e palestinesi che hanno alle spalle un vissuto molto simile a quello dei personaggi che interpretano. Non per caso, la «gestione» delle loro interazioni durante le scene più coinvolgenti ha impegnato profondamente il regista e il resto della troupe – italiani -.
Proprio la «distanza» da quel dramma, che Costanzo non ha cercato di assorbire ma di interpretare, puntando tutto sul linguaggio universale delle emozioni, unito a una tecnica di ripresa «sporca» e veloce, gli ha consentito di realizzare un film di bella intensità, che fa tesoro delle sue precedenti esperienze di documentarista e che soprattutto non nega l’innegabile – l’evidenza del torto in corso di patimento da parte del popolo palestinese – mostrando al contempo come i giovani soldati israeliani non siano tutti obnubilati dall’odio e come i giovani palestinesi possano, dal canto loro, facilissimamente cadere preda delle sirene integraliste.
Girato in Calabria – a Riace – dopo un tentativo fatto in loco – poi abbandonato per la rischiosità delle condizioni ambientali – in Private recitano attori ben noti in patria: Bakri è oggi il più conosciuto interprete palestinese, con alle spalle produzioni internazionali di livello; Tomer Russo – che interpreta la parte del «soldato buono» – ha lavorato con Amos Gitai ed è molto noto in patria, come pure Lior Miller, idolo televisivo delle teenager israeliane. Entrambi hanno servito nelle forze speciali dell’esercito israeliano. L’uscita della pellicola era molto attesa, tanto che i diritti sono già stati venduto in 35 Paesi. Purtroppo, dieci in più delle sale cinematografiche – 25 in tutto, davvero pochine – nelle quali sarà proiettato nel nostro Paese. Speriamo che la Rai (che ha coprodotto l’opera) gli garantisca almeno un’esposizione televisiva adeguata.
(enzo fragassi)

The Golden Bowl

Ivory, Ivory, Ivory… repetita iuvant? Non sempre. O almeno non per l’ultima fatica del regista americano naturalizzato inglese, che subito dopo La figlia di un soldato non piange mai – e per l’ennesima volta – porta sullo schermo l’ossessione delle sue origini: il rapporto tra raffinatezza europea e pragmatismo americano, tra scaltrezza dei primi e innocenza dei secondi. Il film racconta l’intricata storia di due matrimoni intrecciati tra loro in maniera complessa e quasi incestuosa, il primo dei quali «animato» dalla figura enigmatica di Adam Verve, miliardario americano, raffinato mecenate che cerca di costruire un museo in una qualunque American City. Film di maniera, stilisticamente perfetto, formalmente ineccepibile, interpretato divinamente: ma senza vita, morto (appunto) come un pezzo da museo. E tutto il meglio viene dal romanzo dell’intramontabile Henry James da cui è tratto. (dario zonta)

Un anno vissuto pericolosamente

Nel 1965, un giornalista australiano è inviato a Giakarta, in Indonesia. Rovesciato il governo del presidente Sukarno, il potere cade nelle mani di Suharto, rappresentante dei generali di destra e il giornalista, pur di conoscere la travagliata realtà sociale e politica del Paese, mette più volte in pericolo la propria vita. Vigoroso dramma politico, ricco di ritmo e di tensione. Peter Weir riesce a ricreare il periodo e gli eventi con incredibile meticolosità, con un occhio allo spettacolo e un altro al punto di vista personale dei suoi protagonisti. Linda Hunt, che nel film interpreta i panni maschili di un fotografo nano, vinse un meritato Oscar come miglior attrice non protagonista. (andrea tagliacozzo)

Buongiorno, notte

Il 16 marzo del 1978 i terroristi delle Brigate Rosse rapiscono il Presidente della Democristiana Cristiana, Aldo Moro. Sono tre uomini e una donna: Mariano, Enzo, Ernesto e Chiara. Affittano un appartamento, lo arredano, preparano la stanza dove terranno segregato Moro. Lo trasportano dentro una cassa. Lo Stato italiano e le sue istituzioni vengono colpite al cuore. I cinque trascorrono insieme 55 giorni. Mangiano le stesse cose. Chiara esce ogni giorno per andare al suo lavoro, torna con la spesa e i giornali. Sembra che tutto debba andare avanti all’infinito ma poi le Brigate Rosse votano per la condanna a morte del leader democristiano.
Ispirato a Il prigioniero, il libro di Anna Laura Braghetti, una dei carcerieri di Moro, Buongiorno, notte ripercorre uno dei periodi più drammatici del dopoguerra. Chiara è l’occhio dei terroristi sul mondo. Annusa le reazioni della gente, porta dentro casa l’odio, l’incomprensione, l’indifferenza. Si commuove per le lettere di Moro che le ricordano quelle del padre, partigiano giustiziato dai fascisti. Non condivide la decisione di ucciderlo. Bellocchio immagina per la brigatista una conversione finale, un risveglio. Così Chiara sogna Moro libero per la città. Un finale diverso, surreale. Nel film gli uomini e le donne fanno la storia, mentre piegano le calze, cucinano la minestra e guardano la televisione. È stato detto che il pregio del film è quello di non cercare a tutti i costi la teoria del complotto politico. La delicatezza della scelta stilistica non salva però nessuno. Le immagini del funerale di Moro con la sfilata dei politici, il papa sulla portantina, vale molto di più di ogni parola. Buongiorno, notte merita di essere visto: ottimi gli interpreti tra cui Maya Sansa (Chiara), Luigi Lo Cascio (Mario Moretti) e Roberto Herlitzka (Moro). Una pellicola che tiene bassi i toni e lascia nello spettatore la voglia di approfondimento, di ricerca storica. Bellocchio ha dichiarato: «l’oggetto del mio film non è la verità storica. Non mi ha interessato, pur essendo argomento di fondamentale importanza, capire chi c’era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ci siamo portati dietro. Da lì l’invenzione, che a un certo punto reagisce, non ci sta, come invece non è avvenuto nella realtà». (francesco marchetti)

Diavolo in corpo

Bellocchio rigira e aggiorna il classico francese del 1946 nel suo percorso di studio della pazzia. L’olandese Detmers buca lo schermo con la sua straordinaria bellezza, divisa fra il fidanzato terrorista (De Torrebruna) e un bel giovanotto (Pitzalis). A quanto pare, si tratta del primo film destinato alla grande distribuzione in cui una rispettabile attrice è stata coinvolta in una scena di sesso esplicitamente pornografica. Disponibile in diverse versioni, più o meno censurate.

Il conformista

Inquietante connubio di analisi dei personaggi e del contesto storico degli anni Trenta: l’omosessualità repressa indurrà Marcello Clerici (Trintignant) a cercare di condurre una “vita accettabile” come membro dei servizi segreti fascisti e a trovarsi una fidanzata borghese, finché una serie di eventi lo porterà a commettere un omicidio. Un film di straordinaria tensione e intensità. Da uno scritto di Moravia.

Otello

Versione cinematografica splendidamente girata dell’opera di Verdi, con Domingo in perfetta forma vocale nel ruolo del protagonista; affiancato in modo più che abile dalla Ricciarelli nella parte di Desdemona e da Diaz in quella del malvagio manipolatore Iago. Praticamente privo di difetti sotto tutti i punti di vista; un “must” per gli appassionati di lirica. Una nomination agli Oscar per i costumi.

L’uomo e il diavolo

Dramma storico ben recitato e prodotto con cura, tratto dal romanzo di Stendhal, su un uomo di umili origini (Philipe) e sulla sua ossessione di emergere nella società della Francia del 1830. La Darrieux e la Lualdi sono le donne della sua vita. Rifatto per la tv francese nel 1997. Conosciuto anche con il titolo Il rosso e il nero.

Piove sul nostro amore

Maggi, in attesa di un bambino di cui non conosce il padre, va a vivere in una baracca con David, appena uscito di prigione. Insieme affronteranno i pregiudizi dei benpensanti. Secondo film dell’allora ventottenne Bergman: l’eredità espressionista è evidente nel taglio della fotografia; ancora più evidenti sono le ambizioni allegoriche, con un personaggio di narratore-angelo-deus ex machina che accompagna l’azione. Impensabile che un film del genere potesse essere distribuito in Italia all’epoca. Da noi in dvd.

Briganti

Il georgiano Ioseliani, come il persiano di Montesquieu, guarda all’Occidente e alle sue dinamiche con occhio stranito, svagato, finto-ingenuo, individuandone con precisione le aporie, le assurdità, i paradossi e raccontando tutto con uno humour unico. Briganti ha la stessa volontà onnicomprensiva – da parabola globale e risolutiva, pur nella levità – che era dei Favoriti della luna . Là si parlava di denaro, qui del potere violento della politica. Gli stessi attori interpretano personaggi di tre epoche, dal Medioevo allo stalinismo al caos dell’oggi, a mostrare una lotta metastorica e metapolitica. Il simpatico anarchismo del georgiano è forse dispersivo e sacrifica la limpidezza dell’apologo, ma non sono pochi i momenti di grandissimo cinema. Memorabile la scena della tortura, lasciata buñuelianamente fuori campo: il potere si mostra nudo, e in un momento la leggerezza si fa feroce. (emiliano morreale)

Otello

Avvincente versione cinematografica magistralmente diretta della tragedia di Shakespeare, con Welles nei panni del protagonista, indotto per inganno da Iago (MacLiammoir) a credere che la moglie Desdemona (Cloutier) gli è stata infedele. Girato — da non credersi! — tra il 1949 e il 1952 per problemi di budget: uno dei più affascinanti (e sottovalutati) adattamentti da Shakespeare mai girati. Joseph Cotten compare nel ruolo di un senatore, Joan Fontaine in quello di un’attendente. Restaurato (e con la colonna sonora reincisa) per la riedizione del 1992.