Quel che resta del giorno

Un film frigido del frigidissimo Ivory, ma uno dei meno fastidiosi, uno di quelli in cui l’analisi di una classe riesce a soverchiare il fascino dei drappeggi e delle cerimonie. Da un romanzo di Kazuo Ishiguro, la storia del maggiordomo di un politico inglese attraverso i decenni. La riuscita dell’operazione (che comunque non è davvero all’altezza di un Pinter-Losey) sta nell’aderenza tra lo stile ingessato del regista e quello ancor più ingessato del personaggio. Ma, soprattutto, in quella che rimane tra le più belle interpretazioni di Anthony Hopkins, tutta minimi lampi inquieti sotto una superficie quasi metallica. Certo, il film è molto monotono nella sua unica scelta di regia, è cupo e opprimente, ma la tensione e il disagio che trasmette sono avvertibili. Anche se – magari – il cinema è un’altra cosa. Ben otto, comunque, le nomination da parte dell’Academy. (emiliano morreale)

Viaggio in Inghilterra

L’avvincente storia dello scrittore C.S. Lewis (Il leone, la strega e l’armadio. Le cronache di Narnia) la cui comoda anche se rigida vita da professore a Oxford negli anni Cinquanta è sconvolta dall’incontro con una schietta poetessa americana, Joy Gresham. Intelligente e commovente, con Hopkins in grandissima forma e altrettanto la Winger; molto bravi anche gli attori di supporto. Girato a Oxford. Adattato da William Nicholson dalla sua sceneggiatura televisiva del 1985 (Shadowlands) e dalla successiva opera teatrale.

Dracula di Bram Stoker

Uno dei migliori lavori recenti di Coppola, regista che da una ventina d’anni è in crisi economica e soprattutto creativa. Ormai divenuto retorico narratore di fiabe, si rivolge qui a uno dei miti più «neri» della letteratura e del cinema, realizzando un film fascinoso e roboante. Certo, il lato metacinematografico è fin troppo esibito, con l’equazione vampirismo-cinema alla quale, per sicurezza, si aggiunge la metafora di riserva vampirismo-Aids. Pur discontinuo e progettato a tavolino, Dracula esibisce però un kitsch tutt’altro che incongruo, che quando riesce a trasformarsi in immagine e in racconto regala alcuni passaggi notevoli. L’inseguimento finale è un delizioso Méliès western, ma tutto il film è disseminato di soluzioni efficaci e di sincera e megalomane passione per il cinema. Quasi invisibile una strombazzata partecipazione di Monica Bellucci. (emiliano morreale)

Indian – La grande sfida

Film basato su una storia vera. Sul finire degli anni Sessanta, Burt Munro, anziano appassionato di meccanica e motociclette neozelandese, decide di investire tutta la sua liquidazione per inseguire un sogno: battere il record di velocità in motocicletta. La sua sembra un’utopia, sia per l’età avanzata, sia perché si è messo in testa di compiere l’impresa rimettendo in sesto una vecchia Indian degli anni Venti. Ci riesce, e decide di prendere parte a un raduno nel deserto di sale dello Utah, negli Stati Uniti. Contro ogni previsione, l’anziano centauro riesce a battere il record precedente, stabilendo un nuovo limite che da allora non è mai più stato

Il silenzio degli innocenti

Un maniaco terrorizza gli Stati Uniti uccidendo e scuoiando alcune giovani donne. Il sergente dell’FBI Jack Crawford sceglie come assistente la giovane recluta Clarice Starling, convinto che la ragazza possa convincere lo psichiatra Hannibal Lecter, rinchiuso in un manicomio criminale in seguito a episodi di cannibalismo, ad aiutarlo nelle indagini. Dal romanzo di Thomas Harris, un geniale thriller, originalissimo, crudo e violento: in alcune parti quasi insostenibile, in altre terribilmente affascinante. Per tecnica, costruzione narrativa e atmosfera, il migliore mai realizzato. Cinque Oscar: film, regia, sceneggiatura (di Ted Tally), attore e attrice protagonista (Hopkins e la Foster, entrambi straordinari). (andrea tagliacozzo )

Charlot (Chaplin)

Riverente e amorevole biografia di Charlie Chaplin: dalla squallida infanzia a Londra ai primi passi da regista con Mack Sennett, alla fama e al successo internazionale e agli scandali. Downey è incredibilmente bravo nei panni del protagonista; il film inizia alla grande, ma scende di livello verso la metà e cerca di mettere troppa carne al fuoco. Geraldine Chaplin interpreta la propria nonna, la nevrotica e dispotica madre di Charlie.

Ore disperate

Rifacimento, con alcuni variazioni, del classico diretto da William Wyler nel ’55. Mickey Rourke e Anthony Hopkins interpretano i ruoli che furono a suo tempo di Humphrey Bogart e Fredric March. Un evaso e due complici si rifugiano nella casa di uno stimato professionista prendendo in ostaggio l’intera famiglia. Le intuizioni straordinarie di regia non sono poche, anche se il film, complice una sceneggiatura piuttosto prevedibile, non convince fino in fondo. Bravi gli interpreti, compreso un Mickey Rourke insolitamente misurato. (andrea tagliacozzo)

Mission Impossible 2

Un agente segreto deve recuperare un virus mortale: e per questo assolda l’ex amante dell’uomo che ha trafugato il virus. Ancora le colombe? Eh sì. E pare che John Woo se le porti da un film sperimentale gay da lui scritto e interpretato nel 1969, The Knot , riscoperto quest’anno a Hong Kong. Ci sono anche i giochini sul doppio resi popolari da Face/Off : va bene che in Mission: Impossible le maschere si sono viste sempre, ma adoperarle con tanta insistenza significa rivendicare l’autorialità («Avete visto come proseguo il discorso sulle apparenze che avevo iniziato in Face/Off? ») dove c’è solo una modesta trovatina, giocata troppe volte. Pennuti e ralenti a parte, il guaio di M:I-2 è che non c’è più pathos. E che c’è Tom Cruise. Lo stile romantico e barocco di John Woo funzionava, a Hong Kong, nel contesto di un cinema che, dai tempi di Zhang Che ( Blood Brothers : assistente alla regia, Wu Yusen), ha codificato l’intensificazione melodrammatica e la ridondanza spettacolare della messa in scena. Gli eroi versano lacrime e sangue: se hanno la faccia nobile di Ti Lung o quella espressiva e infantile di Chow Yun-fat possiamo crederci. Ma che cosa succede a questi codici, tolti dal loro contesto, e con facce come quella di Tom Cruise? Semplice: non funzionano più. Con Chow Yun-fat posso identificarmi e soffrire, anche perché so che non è invulnerabile, e in un film hongkonghese può sempre morire. Con Tom Cruise non mi identifico (così come lui non si identifica col personaggio: è Tom Cruise dall’inizio alla fine, un fighetto 38enne strapagato che cerca di dimostrare 15 anni di meno), e non soffro per lui. Anche perché so che è impossibile che muoia alla fine del film.
Woo non è uno stupido, anche se adesso va in giro a dire che girerebbe di corsa M: I-3 . E appena può la butta sul mélo. Con l’eroina che si sacrifica. Addirittura con i flashback rapidissimi e strazianti nel momenti clou. Ma rimane solo la forma, senza più anima. E a dire il vero comincia a dare segni di americanizzazione preoccupante, dopo un film complicato e coraggioso come Face/Off , che deve avere fatto impazzire più di un mangiatore di pop-corn. Prendiamo il già celebrato inseguimento in macchina/corteggiamento. Che bello, sembra un balletto. E che bisogno c’era di mettere in montaggio alternato le scene del flamenco? Non l’avevamo già capito? Delle due l’una: o prende lo spettatore per scemo, o non si fida più di quello che fa.
Fosse diretto da Stephen Hopkins, sarebbe un passabile polpettone. Ma in omaggio alla politique des auteurs, e per rispetto ai capolavori che Woo ha diretto in passato, ci vuole un po’ di severità. I primi della classe vanno sempre bacchettati. (alberto pezzotta)

La maschera di Zorro

Uno Zorro anziano passa il mantello di pubblico tutore a un uomo più giovane, riluttante in principio ma poi contento della segreta identità di cappa e spada. Squisito, avvincente, con grandi duelli e azione a cavallo, ma con troppo di tutto, quasi che gli autori vogliano sfiancare il pubblico. Banderas è uno Zorro perfetto, Hopkins sorprendentemente affascinante, la Zeta-Jones un’eroina bella e sensuale. Due nomination agli Oscar. Con un sequel: The Legend of Zorro. Panavision.

Tutti gli uomini del re

Nella Louisiana degli anni Cinquanta, Willie Stark (Sean Penn), uomo di umili origini, si fa strada nel mondo della politica grazie alle sue doti di oratore che gli permettono di conquistare i cuori della povera gente (gli “zotici”, come li definisce lui) e di diventare Governatore dello Stato, a discapito di un establishment che ne vorrebbe fare il proprio uomo di paglia da sacrificare in nome degli interessi delle potenti famiglie di petrolieri. Testimone di questa ascesa è il giornalista Jack Burden (Jude Law), che pur appartenendo a un ambiente aristocratico è attratto da questo personaggio animato da un populismo, almeno inizialmente, sincero e carico di promesse. Ben presto però, Burden si renderà conto di essere diventato il passepartout utilizzato da Stark per farsi strada nei “salotti buoni” e alimentare così un’ambizione che non si fa scrupoli a servirsi di corruzione e intimidazioni per raggiungere i propri scopi, finendo così per assomigliare a quella dei “professionisti della politica”. La logica di questo esercizio del potere che non si ferma davanti a niente sarà tuttavia inevitabilmente destinata a lasciare dietro di sé un tragico sfaldamento di ideali e affetti personali dal quale non si salverà nessuno dei protagonisti.

Il Bounty

Terza ricostruzione cinematografica del famoso ammutinamento avvenuto nel 1789, quando gli uomini della nave inglese Bounty si ribellarono ai soprusi del loro comandante. Di grande impatto spettacolare, il film è reso interessante soprattutto dall’interpretazione di Anthony Hopkins. La sceneggiatura di Robert Bolt è basata sul romanzo di Richard Hough Captain Bligh and Mister Christian e non sulle novelle di Nordhoff e Hall che avevano ispirato le precedenti versioni del ’35 (di Frank Lloyd) e del ’62 (di Lewis Milestone).
(andrea tagliacozzo)

Hannibal

Il miliardario Mason Verger, unica vittima sopravvissuta alla furia omicida del dottor Lecter, sta cercando in tutto il mondo reliquie del suo antagonista e indizi per acciuffarlo. Nel frattempo Hannibal Lecter vive sotto mentite spoglie a Firenze, preparandosi a rivestire la funzione di bibliotecario nella prestigiosa Biblioteca Capponi. Clarice Starling, divenuta un veterano dell’Fbi, a dieci anni esatti dalle vicende che la legarono al serial killer cannibale si trova nei guai a causa di un’operazione di polizia risoltasi in un’inutile strage. Questi tre destini tornano a incrociarsi quando Rinaldo Pazzi, frustrato ispettore di polizia, scopre la vera identità del bibliotecario e cerca di venderlo a Verger.

Un qualsiasi confronto tra
Il silenzio degli innocenti
di Jonathan Demme e il suo sequel
Hannibal
sarebbe inutile, fuorviante e controproducente. Per
Hannibal
, s’intende. È chiaro che il capolavoro di Demme costituisce uno di quei casi – più unici che rari nella storia del cinema – destinati a non incoraggiare paragoni. Di
Il silenzio degli innocenti
, come di
Psycho
, ne esiste uno solo, unico e inimitabile. Del resto, nel caso di
Hannibal
era chiara sin dal principio l’operazione commerciale impiantata da Dino De Laurentiis. Il mediocre romanzo di Thomas Harris nasce già in funzione del progetto cinematografico e i vari contributi artistici (Ridley Scott alla regia, David Mamet e Steven Zaillian alla sceneggiatura, Pietro Scalia al montaggio) sono garanzie per quella che resta una speculazione commerciale sulle spalle di un classico. Budget alle stelle, con trenta degli ottanta milioni di dollari investiti finiti delle tasche di Anthony Hopkins, la ragion d’essere stessa del film.

Ed eccoci arrivati al risultato finale: com’è
Hannibal
? Cos’è l’annunciato evento cinematografico di una stagione asfittica come questa? È uno splatter nobilitato da interpretazioni magistrali e da un dispiego di mezzi che, durante i gloriosi anni Settanta, Tobe Hooper e Wes Craven potevano solo sognarsi. Tutti storcerebbero il naso di fronte a budella penzolanti, cervellini fritti impanati, carotidi recise, crani addentati da cinghiali. Qui è diverso: portati in serie A, questi materiali diventano grand guignol, fanno parte dello spettacolo colto, si armonizzano con le dissertazioni su Dante, i poeti stilnovisti, la Firenze rinascimentale e medicea, la psicanalisi e le grandi firme della moda italiana. Occorre dire comunque che i singoli raccapriccianti numeri sono la cosa migliore del film, lasciati galleggiare in un mare narrativo tremendamente farraginoso e noioso. Sembra quasi di vedere tre o quattro pellicole cucite l’una dopo l’altra per rinvigorire la suspense con iniezioni macabre ad hoc. E la parte fiorentina, che dovrebbe essere la più originale e caratteristica, si risolve in un lungo episodio frigido e supponente, suggestivo solo a livello scenografico.

Ma la differenza più macroscopica rispetto al
Il silenzio degli innocenti
la si trova nella caratura del protagonista. Il doctor Lecter di Demme era il Male assoluto incarnato, immobile e inquietante, al limite dell’astrazione iconica. Qui Hopkins diventa un eroe a suo modo positivo: uccide i cattivi, protegge e flirta spudoratamente con la giovane agente dell’Fbi. Ma la sua onnipotenza è ridotta alla capacità di agire incontrastato, come un qualsiasi criminale di talento. Stavolta fa molta più paura il suo antagonista, Verger, interpretato – dietro una maschera mostruosa – da Gary Oldman. In assenza di spessore filosofico e concettuale, rimangono l’ostentazione dell’orrore, la narrazione diluita, le ambiguità svelate e sottolineate. E tante immagini patinate e frenetiche: il tutto nella migliore e peggiore tradizione di un ex pubblicitario quale Ridley Scott, ormai lontano dagli esiti di
Alien
e
Blade Runner
.

Freddo, accademico, formalista. Tutt’altro che un film cattivo e spiazzante. Al più un po’ cinico e dissacrante.
(anton giulio mancino)

Il rito

La figura del diavolo è solo un’arcaica visione della fede per Padre Gary Thomas, un giovane parroco californiano. Rimarrà però sbalordito quando, giunto a Roma su invito del suo vescovo a seguire un corso di esorcismo nella Città Eterna, avrà modo di ricredersi e di constatare che il “Male” é molto più diffuso di quanto lui potesse mai immaginare.

Bobby

Il 4 giugno 1968 all’Ambassador Hotel di Los Angeles c’è una trepidante attesa per l’arrivo del senatore Robert Kennedy, il probabile futuro presidente degli Stati Uniti. La vita delle persone dell’albergo è condizionata dall’evento. I preparativi degli addetti, i clienti, gli attivisti del Partito Democratico, gli invitati, i giornalisti: tutto ruota attorno al discorso che si terrà quella notte, pronunciato il quale Kennedy verrà ucciso. 

Alexander

Esce in Italia il kolossal-peplo che Oliver Stone ha dedicato a un grande e mitico personaggio,
Alexander,
ovverosia quell’Alessandro Magno sulle cui scarse fonti storiche e tutte di seconda mano (come I vangeli) si è costruita una secolare esaltante mitologia.

Trattandosi di Oliver Stone, un regista che ha sempre affrontato tematiche politiche contemporanee con grande coraggio e passione, da
Platoon
a
JKF,
mi aspettavo qualcosa di diverso da Cecil De Mille o dal recente
Troy,
e in qualche modo non sono stato deluso dalle quasi tre ore di frenetica visione di sterminate e sanguinose battaglie, serpenti, grida e furori, intrighi familiari e di corte, balletti bizantini-tardo-romantici alla Massenet e amori gay dolcissimi, con annessa scopata etero molto animalesca; e includo anche un sospetto, un accenno di incesto tra la madre Olimpia e il figlio Alessandro.

Si capisce che Stone ci ha messo l’anima, crede a questo suo visionario e outrèe eroe, come se fosse un archetipo molto lontano di altri eponimi di storia americana, altrettanto mitizzata. Intanto la presenza sul set di un importante studioso, Robin Lane Fox – la sua estesa biografia è stata pubblicata da Einaudi, venticinque anni fa ma chi vuole qualcosa di più agile e più vicino a Stone consiglio Pietro Citati – garantisce una ricostruzione più scrupolosa del periodo, per lo meno per quanto concerne scenografie, costumi e annessi vari, e poi perché qualcosa di un’intenzione diversa, più profonda dell’esigenza spettacolare, traspare in questa congestionata e onirica follia del regista. Ed è appunto la sua follia, simile a quella del grande Michael Cimino: Stone ha costruito un’operona, costosa e rischiosa, che rischia di scontentare ogni tipo di pubblico: quello più «ricreativo» e meno «intellettuale», perché si annoia, si sperde nelle troppe ellissi, nelle sparate dittatoriali di Alexander, nei filosofemi di Tolomeo e dell’inserpentata Olimpia, e poi perché forse non gradisce «ancora» un eroe omo o bisex che sia, comunque sempre accompagnato dall’amichetto Efestione.

Ma rischia anche di scontentare l’altro pubblico, «intellettuale o intellettualoide», per una sceneggiatura che, a causa delle troppo scarse notizie storiche, si carica di melodramma verista e certe scene ricordano più
La cena delle beffe
di Sem Benelli che non tragedie elisabettiane. Dunque il meglio del film è tutto sommato nel suo empito visionario epico, dalle due battaglie strabilianti, quella di Gaugamela, in cui viene sconfitto l’esercito persiano e quella disastrosa in India prima del ritorno in Macedonia, a tutte le sequenze di massa, dagli spostamenti dell’esercito alle ricostruzioni ambientali.

Qui Oliver Stone è bravissimo nel suo inquieto inarrestabile muoversi tra primi piani e piani lunghi. Ma bellissimi sono anche alcuni momenti dell’educazione guerresca del fanciullo Alexander e alcune soluzioni finali, come la morte e ciò che precede gli ultimi istanti del protagonista, in cui Stone sembra quasi emulare (forse inconsciamente) Jarry o Vitrac, quindi l’eccesso del teatro dell’assurdo. E questa visionarietà «assurda», a metà strada tra il ciarpame sembenelliano e la genialità surreale, che salva il kolossal dalla sua destinazione irrimediabilmente kolossale. Forse ci voleva un po’ di coraggio in più. Per esempio, altri attori: Colin Farrel, Alexander, inclina il collo a sinistra come raccontano le cronache, ma con un fare troppo vezzoso su una faccia immancabilmente da bamboccio Wasp; idem per l’amico Efestione, ovvero Jared Leto: entrambi sembrano più adatti a una discoteca gay che a epiche imprese; la madre Olimpia, alias Angelina Jolie con labbra rifattissime e quindi molto barbare, sembra piuttosto un’artista da circo pronta per il suo numero di serpenti.

Nella sua volgarità guerresca Val Kilmer, Filippo, padre dell’eroe, mi sembra quello più in parte; irriconoscibile Anthony Hopkins, nel ruolo del vecchio rincoglionito Tolomeo, colui che nella biblioteca di Alessandria racconta la storia a cui ha preso parte da giovane: a lui viene affidato il messaggio ambiguo della leggenda vivente, erede di Achille o fanatico sterminatore e conquistatore, o tutte e due. Meglio lasciar perdere. Del resto le memorie di Tolomeo sono bruciate insieme alle biblioteca.
(piero gelli)

Surviving Picasso

Pablo Picasso usa le donne e poi le getta via, ma una giovane artista azzarda lo stesso una relazione con lui, sicura che questa volta sarà diverso. La McElhone al suo esordio è molto brava nella parte della “vittima” compiacente, ma è la prova carismatica di Hopkins nel ruolo dell’egocentrico artista che ne fa un film da vedere. Bisogna però essere disposti ad accettare la mancanza di accenti europei, nonché l’assenza di vere opere di Picasso.

Quella sera dorata

Omar Razaghi studia all’Università del Colorado e la sua borsa di studio dipende dalla stesura della biografia di Jules Gund, scrittore sudamericano autore di un unico, venerato romanzo. Poichè gli eredi di Gund sono contrari al progetto, Omar viene convinto dalla compagna a raggiungerli nella loro tenuta in Uruguay, per tentare di ottenerne l’approvazione.

Al suo arrivo, tuttavia, troverà una serie di situazioni bizzarre e imprevedibili, ordite dagli stravaganti famigliari dello scrittore: Adam, il fratello cinico e raffinato, Caroline, la vedova orgogliosa, e Arden, la giovane amante che da Gund ha avuto una figlia. La presenza del ragazzo finisce per alterare il precario equilibrio della famiglia, facendo riemergere un passato di intrighi e segreti, ma è lo stesso Omar a dover ripensare la propria vita quando nasce l’amore con la bella Arden.

Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni

Passioni, tradimenti, nevrosi e crisi esistenziali nella quarta pellicola “inglese” del regista (dopo Match Point, Scoop e Sogni e delitti) e forse la più affine alla sua produzione più nota e riuscita.
Allen racconta, come in passato, le vicende di diversi personaggi in preda all’ansia di dare un senso alla propria vita: Alfie, gentiluomo attempato che travolto dalla vicinanza della morte decide di vivere una seconda giovinezza lasciando la moglie Helena per Charmaine, squillo ventenne tutta palestra e poco cervello; nel frattempo Helena cerca risposte alle sue illusioni da una cartomante ciarlatana – da qui il titolo del film – e Sally, figlia di Alfie ed Helena, fa i conti con i problemi del suo matrimonio con Roy, scrittore in crisi dopo il primo successo letterario. Entrambi finiranno per cercare comprensione e amore al di fuori del matrimonio: Sally con il suo avvenente datore di lavoro, il gallerista Greg e Roy con l’esotica bellezza della finestra di fronte, la donna che veste solo di rosso, Dia. 
In pieno stile Allen, i personaggi discutono, bevono e prendono decisioni assolutamente avventate perché in fondo – come tiene a ricordarci costantemente il regista – non esiste alcun modo per controllare quello che il destino ci riserva. Piacevole, ma non memorabile. Timbrato il cartellino annuale Allen è da rimandare – non senza qualche sorriso – al prossimo anno con Midnight in Paris.

Vi presento Joe Black

La morte viene a reclamare un industriale miliardario (Hopkins), e decide di prendere fattezze umane (Pitt), che compare come un misterioso straniero dai modi fanciulleschi e con una passione per il burro d’arachidi. Questa originale riscrittura di La morte in vacanza aggiunge sottotrame che fanno andare avanti il film per giorni, verso una conclusione assurda e insoddisfacente. Hopkins è meraviglioso, ma il personaggio della Morte semplicemente non ha alcun senso. Una produzione scenografica sontuosa.

Quell’ultimo ponte

Versione insipida e iperprodotta dell’ottimo libro di Cornelius Ryan, incentrata sui disastrosi bombardamenti degli alleati dietro le linee tedesche in Olanda nel 1944. Esistono copie da 158 minuti. Vincitore di  3 BAFTA Film Award.

Gli anni dell’avventura

Interessante resoconto dei primi anni della vita di Winston Churchill: dai giorni della scuola, passando per l’esperienza giornalistica in Africa, fino alla prima elezione al Parlamento. Una bella produzione, buone interpretazioni e stimolanti scene di battaglia. Sceneggiato e prodotto da Carl Foreman. Panavision.

La macchia umana

Coleman Silk è un insigne professore, nonché ex preside del New York England College. Un giorno viene accusato ingiustamente di razzismo e si dimette. Sua moglie non regge alla notizia e muore per un’embolia al cervello. La sua reputazione, la sua carriera e la sua vita cadono in frantumi. Ma la resurrezione è dietro l’angolo. Incontra Nathan Zuckerman, uno scrittore cui affida il compito di raccontare la sua storia e con cui instaura un profondo rapporto di amicizia. E soprattutto incontra Faunia Farley, una donna delle pulizie molto più giovane di lui, con cui intreccia una relazione sessuale. Ma la vera macchia di Coleman Silk è nel passato: una colpa che non è mai stato in grado di confessare.

L’adattamento cinematografico di un romanzo è un operazione che nasconde difficoltà e possibili scivoloni. Difficoltà che il regista Robert Benton doveva avere ben presenti, avendo deciso di portare sul grande schermo La Macchia Umana (ultimo capitolo della trilogia iniziata con Pastorale Americana e proseguita con Ho sposato un Comunista), opera di uno dei maggiori scrittori americani di origine ebraica, Philiph Roth, un letterato di grande potenza narrativa e impatto sociale. La macchina realizzativa è delle migliori. Benton ha vinto due Oscar (Kramer contro Kramer, Le stagioni del cuore) e ha ottenuto numerose candidature per le sue sceneggiature (L’occhio privato, La vita a modo mio, Bonnie and Clyde). Sir Anthony Hopkins ha dimostrato ampiamente la sua capacità di calarsi nei personaggi letterari: Il silenzio degli innocenti, Quel che resta del giorno, Casa Howard, Il Bounty. Nicole Kidman è l’attrice più ricercata del momento. Un tris d’assi che però non riesce a vincere la partita. L’ex moglie di Tom Cruise non convince del tutto. I suoi occhi di ghiaccio, i capelli scuri e scompigliati, l’aspetto non curato non riescono a toglierle quella patina di dolcezza hollywoodiana che ormai la contraddistingue. In questo film la Kidman è una copertina di Vogue che tenta di fare la donna delle pulizie. Estremamente bella e sexy quando si spoglia, non credibile quando si lancia in tranche drammatiche. La potenza di questo film è l’idea narrativa, ossia Philiph Roth. Al romanzo, che merita di essere letto, aggiunge poco, forse toglie qualcosa, specie nella caratterizzazione dei personaggi. E il sesso? Questo universo, da sempre protagonista dei romanzi dello scrittore, viene affrontato con troppa pulizia, a parte qualche inquadratura della Kidman nuda. Si sarebbe potuto confrontare la donna giovane e il vecchio maturo calandosi un piano più materialistico, che avrebbe giovato alla veridicità dei protagonisti. La Macchia Umana è la storia di un uomo che reinventa se stesso. Coleman Silk, afro-americano dalla pelle chiarissima, si fa passare per bianco e diventa il prototipo dell’ebreo acculturato, del self-made man americano. La frase farsi passare per bianco è stata usata per indicare le persone che hanno cercato di cancellare la loro identità afro-americana. Nel XIX secolo era considerata una tecnica di sopravvivenza degli schiavi che cercavano così di sfuggire alle umiliazioni ma il fenomeno è continuato anche in epoca moderna. «Bisogna ricordare gli anni di cui parliamo – spiega Philiph Roth – prima del 1945 l’America era un paese segregazionista. Coleman ha preso la sua decisione in un periodo precedente a quello dei diritti civili, e sospetto che molti abbiano preso allora decisioni simili. Coleman si sente spinto a farlo perché vuole essere quello che pensa sia un uomo libero». (francesco marchetti)

Casa Howard

Sontuoso ed emozionante adattamento di un romanzo di E.M. Forster sulle distinzioni di classe e su ciò che avviene quando i membri di differenti strati sociali si scontrano nell’Inghilterra del 1910. La Thompson ha vinto un Oscar per la sua eccellente interpretazione di una giovane donna coraggiosa e indipendente, sedotta con delicatezza da Hopkins, un uomo di successo la cui parvenza sociale nasconde una natura ricca di insidie e persino crudele. Straordinario sotto ogni aspetto: altri Oscar alla sceneggiatura (di Ruth Prawer Jhabvala), alla scenografia e ai costumi. Nomination anche alla regia e come miglior film. Simon Callow compare non accreditato nel ruolo di un docente universitario. 

Vento di passioni

Saga famigliare di tre fratelli cresciuti nel Montana e del loro padre, un ufficiale che ha lasciato l’esercito a causa dei massacri degli indiani. Storia appesantita da rivalità, sguardi carichi di sentimenti e di contrasti appassionati. Gli attori non sono al massimo delle loro capacità, tranne Thomas nel ruolo del fratello minore. Tratto da un racconto di Jim Harrison. Oscar alla fotografia di John Toll.

Il caso Thomas Crawford

Tradito dalla moglie, un ricchissimo e stimato ingegnere di Los Angeles ne organizza l’omicidio. La polizia circonda la casa, nessuno esce, il negoziatore di ostaggi entra nella villa e assiste all’imprevedibile: la vittima è la donna con cui lui ha una relazione. Tutto sembra chiaro al procuratore che gestisce il caso, un affare da sbrigare in poco tempo dato che egli è in procinto di abbandonare l’incarico statale per un ben più remunerato posto in uno studio legale prestigiosissimo. Ma paradossalmente l’arma del delitto è sparita e il perverso sistema giuridico americano non può condannare un presunto innocente se tutti i quadretti del mosaico non sono al proprio posto.