Kick Ass

Dave Lizewski è uno studente del liceo che vuole diventare un supereroe, come quello dei fumetti. Deriso dagli amici e snobbato dalla ragazza che ama, decide di trasformarsi in Kick Ass, un giustiziere in tuta verde e boots gialli con la missione di ripulire le strade di New York dal crimine. Non sarà così facile però e il giovane dovrà faticare non poco per mettere i bastoni tra le ruote al boss Frank D’Amico: in suo aiuto arriveranno due insospettabili esperti del “kick assing”, Hit Girl e Big Daddy.

Kind Lady

Raccappricciante filmino giallo su una gentile signora anziana (Barrymore) che è truffata da un fascinoso (Evans), che le prende la casa, e la vita. Wynn è particolarmente efficace come maggiordomo/delinquente. Scritto da Edward Chodorov e tratto da una sua pièce. Il soggetto era già stato portato sullo schermo nel 1936.

Kimberley Jim

Musical trascurabile di due giocatori d’azzardo spensierati che vincono una miniera di diamanti in una partita di poker e poi cambiano il loro modo di sentire. Rara apparizione sullo schermo dell’ex cantante country Reeves. Scanoscope.

Koda, fratello orso

Tre fratelli, Sitka, Denahi e Kenai, vivono nell’era glaciale al tempo dei mammuth. Kenai, il più piccolo, sta per ricevere il totem: la sciamana del suo villaggio gli dona un amuleto simbolo dell’amore… Non che il ragazzo gradisca. È uno spirito un po’ prepotente e ribelle, più che amorevole. E anche spavaldo e incosciente. Quando scopre che un orso gli ha rubato la cesta con i pesci, si getta all’inseguimento per ucciderlo. I fratelli gli vanno in soccorso. E Sitka sacrifica la sua vita per salvare quella del fratellino. Che ucciderà l’animale e, come lezione degli spiriti divini, sarà trasformato in orso. E qui cominciano le avventure di Kenai-orso, del suo giovane amico Koda e dei due alci svitati, Fiocco e Rocco…
Arriva da casa Disney puntuale ogni anno un nuovo cartone animato (capolavori Pixar a parte). E Koda, fratello orso è un cartone molto, molto tradizionale, un po’ Tarzan, un po’ Bambi, un po’ Libro della giungla, figlio degli stessi animatori di Lilo&Stich e Mulan. Una storia di uomini e di animali, ma soprattutto di animali, che ne escono, come nella migliore tradizione di Zio Walt, superiori e vincenti. Il film si divide in due parti nette. La prima, più fosca, quando Kenai è ancora un ragazzo. Venti minuti di autentico terrore per i più piccini che devono vedersela con un fratello morto precipitando da un crepaccio, inseguimenti, minacce, urla, oltre alla povera mamma orsa colpita a morte. E non si capisce perché non si possa più rinunciare al terrore (certo si piangeva anche con Bambi, ma c’era solo il colpo di fucile, e ci si spaventava con la strega di Biancaneve…) e a certi toni cupi giustificati dai fini educativi… Decisamente più distesa e più divertente la seconda parte, quando Kenai si trasforma in orso, quando incontra il simpatico Koda e i due alci imbranati. I prati si colorano di fiori, il bosco si popola di animaletti deliziosi (scoiattoli, leprotti, tartarughe, cerbiatti…), si ride alle battute dei personaggi. E anche il tratto del disegno si fa più dolce e accattivante. Molto belli – di sapore quasi antico e per questo molto graditi – gli sfondi (800 realizzati da 18 artisti), simpatici gli orsi, splendide le alci, più spigolosi gli umani: per questo film la Disney ha risfoderato la vecchia arma del disegno a mano, unito alla computer graphic in 2D (forse l’ultima realizzazione bidimensionale della storia Disney). Insomma, un filmetto piacevole. Di buoni sentimenti, molto prevedibile, naturalista, animalista, senza grandi emozioni (paura iniziale a parte), didascalico al punto giusto, disneyanamente corretto (cadaveri a parte) e però senza una grande presa sullo spettatore. Francamente poco emozionante quello sconvolgimento delle Luci del Nord quando gli Spiriti Superiori trasformano Kenai nell’essere che odia di più, l’orso. L’autore delle canzoni dell’edizione americana è Phil Collins che canta anche nella versione italiana una colonna sonora non proprio memorabile… Da non perdere, invece, i titoli di coda. (d.c.i.)

Kate & Leopold

Un geniale eccentrico (Schreiber) riesce a trovare un ingresso nel tempo e trasporta un gentleman del XIX secolo nella New York del XXI secolo, dove conosce una donna interessata a far carriera che è tanto estranea al suo conoscente come lui lo è per lei. Commedia intelligente, buffamente romantica che va oltre, dato che il finale è una conclusione prevista. Jackman è affascinante, e Meyer è molto comico nella parte del fratello attore di Ryan.

Kipps

Meticoloso adattamento del racconto di H.G. Wells su un negoziante che eredita dei soldi e cerca di intrufolarsi nella società. Sceneggiato fedelmente da Sidney Gilliat, ma nel complesso un po’ noioso. Base per il musical Half a Sixpence. La versione americana, uscita con il titolo The Remarkable Mr Kipps, dura 82 minuti.

Killer Machine

Lo spirito di un serial killer in punto di morte viene risucchiato dentro l’unità centrale di un computer a Cleveland. Da qui egli continuerà a perseguitare il suo ultimo bersaglio, una madre single (Allen), uccidendole gli amici e rovinandole la reputazione. Prevedibile e ridicolo.

Kippur

Il 6 ottobre 1973 la guerra irrompe in Israele: i siriani, decisi a riprendersi i territori loro sottratti con la Guerra dei sei giorni, scelgono di attaccare in occasione dello Yom Kippur, il giorno dell’espiazione. Weinraub e Russo cercano invano di raggiungere la propria unità a bordo della scassata 124 del primo. Dopo aver accompagnato un medico militare alla base aerea di Ramat David, decidono di unirsi alle squadre di soccorso aereo. La loro guerra del Kippur, per usare le parole di Amos Gitai che con il film ha raccontato la propria esperienza diretta, consiste «nell’atterrare sui campi di battaglia, raccogliere i feriti cercando di non farsi colpire e riportarli alla base con l’elicottero cercando di non farsi abbattere». Questa semplicità non è una posa: Gitai la assume anzi a principio-guida del film, che per quasi due ore non fa altro che allineare una serie di operazioni tutte uguali e rischiose, in cui l’unica cosa che eccepisce all’orizzontalità dello svolgimento è l’orrore negli occhi dei soldati. Gitai si pone al di qua degli schieramenti, sceglie di non mostrare il nemico e non mette in discussione la giustezza della guerra (anche se non mistifica nulla: come nota Barisone su «Cineforum», «le case che si intravvedono sono chiaramente musulmane»). La guerra non è mai giusta o ingiusta: è orribile, indicibilmente orribile. Ed è proprio a partire dall’insufficienza della parola, dall’inadeguatezza della retorica che il film trova la sua chiave.
Kippur
dà un’idea di come il cinema può essere. Gli interminabili piani-sequenza ci portano immagini insostenibili eppure indispensabili. Immagini che ci costringono a confrontarci con l’orrore senza concederci consolazione alcuna, neppure quella delle idee o, peggio, delle ideologie. Weinraub che cita Marcuse suona ridicolo quanto l’entusiasta Russo che non vede l’ora di dare il proprio eroico contributo alla causa sionista. L’unica cosa che gli uomini possono opporre all’orrore estremo è la stretta di un abbraccio. Gitai, per quanto disperato possa sembrare il suo film, non è un apocalittico, ma un umanista che sa mostrarci il valore dell’abbraccio fra due uomini. Dopo
Dancer in the Dark
, ma sul fronte opposto, un altro film a partire dal quale è obbligatorio prendere una posizione e ha senso dividersi. Capolavoro.
(luca mosso)

Kamasutra

Apertamente erotica e vigorosamente femminista questa saga del sesso e della politica sessuale nell’India feudale del XVI secolo narra la storia di Maya (Varma), una domestica di mentalità indipendente, che seduce un giovane re. Lui ne è ossessionato, ma sposa una principessa che non ama. Un ritratto arguto di una donna che non è disposta ad accettare il “destino” di essere un giorno proprietà del padre e il successivo proprietà del marito.

K-19

Nel 1961, un patriottico ufficiale della marina russa (Ford) porta fuori un sottomarino nucleare nel suo viaggio inaugurale, dopo aver usurpato il comando a un simpatico capitano (Neeson) che rimane come funzionario esecutivo. Ma il sottomarino, e il suo equipaggio, sono mal addestrati per le sfide che si troveranno ad affrontare. Ricco di tensione e di emozione in alcuni momenti, ma le motivazioni principali dei protagonisti non sono sempre comprensibili, ancora meno dopo lo scontro culminante. Molto “Sturm und Drang” in questo film lunghissimo, ma dal significato non abbastanza chiaro. Basato su un fatto reale. Ford è anche produttore esecutivo. Super 35.

Kamikaze ’89

Il sottotenente della polizia Fassbinder (nel suo ultimo ruolo sullo schermo) tenta di sventare un presunto complotto terroristico ambientato in una Germania futuristica. Thriller emozionante se pure a volte confuso, dal romanzo di Per Wahlöö.

Kid Blue

Commedia western pseudo-hip sui tentativi vacillanti dello sfigato Hopper di trovare un’esistenza in una cittadina del Texas agli inizi del XX secolo. Risate, eccitazione, e interesse sono al minimo qui, malgrado il cast: Hopper è troppo vecchio per la parte. Panavision.

Killer — Diario di un assassino

Nel 1929, nella prigione di Leavenworth, una giovane guardia carceraria ebrea (Leonard) fa amicizia con il condannato Carl Panzram (Woods), portandogli di nascosto del materiale proibito per scrivere. Panzram, un killer abituale, scrive la sua storia, che noi vediamo in flashback. Woods è brillante, ma il punto di vista è trito e antiquato. Scritto e diretto male.

Koyaanisqatsi

Un film incantevole e impressionante, senza parti narrative, che veleggia sugli Stati Uniti in cerca di immagini sia naturali che costruite dall’uomo. Molta delle fotografia è in “slow-motion” (il titolo è in indiano Hopi e sta per “vita priva del senso dell’equilibrio”), il tutto contrappuntato da un’ipnotica colonna sonora di Philip Glass. Così ricco di bellezza e di particolari che ogni volta che lo si guarda diventa un film nuovo e diverso. Dovrebbe essere visto in una sala cinematografica per riceverne il massimo impatto. Seguito da Powaqqatsi e Naqoyqatsi.

Krays, The — I corvi

Biografia, brutale ma stilizzata, di due gemelli realmente vissuti (uno omosessuale, l’altro etero) che governarono il mondo del crimine londinese negli anni Sessanta. Il film è aiutato enormemente dal casting, nei ruoli del titolo, dei due fratelli (non gemelli) Kemp, membri del gruppo pop britannico Spandau Ballet. Dopo un inizio incerto, la vicenda si riprende quando i Kemp emergono da un assortimento di giovani attori; sarebbe stata anche più efficace se fosse andata al di là dello studio di caratteri e avesse approfondito maggiormente la vita del milieu mod. La Whitelaw è brava, come al solito, nel ruolo della possessiva madre dei ragazzi.

Kill Me Later

Una giovane donna stanca della vita sta per mettere fine a tutto quanto quando è presa come ostaggio da un rapinatore di banca pasticcione che la porta con sè in fuga: col tempo (naturalmente) lasciano cadere le loro difese e tirano fuori veramente le migliori qualità l’uno dall’altra, anche quando la polizia è ormai vicina. Modesto ma piacevole mix di commedia black e storia sentimentale con buone interpretazioni da parte dei due protagonisti. La regista Lusting appare come ex moglie di Beesley.

Knute Rockne All American

Biografia romanzata ma divertente del famoso allenatore di football di Notre Dame (“O’Brien, in un’interpretazione notevole), con Reagan nel ruolo del suo giocatore più celebre, George Gipp. Numerose scene tirate via, incluso il famoso discorso tutto pepe di “O’Brien nello spogliatoio e il discorso di Reagan, “Vincetene una per il Gipper”, sono ora state restaurate per la maggior parte delle stampe. Anche in versione colorizzata al computer.

Kinsey

Se di sesso oggi si parla con una certa disinvoltura, se vi sono buone conoscenze in materia a portata di mano, se possiamo rilevare una certa liberalizzazione dei costumi, lo dobbiamo in misura non trascurabile ad Alfred Kinsey. Uno scienziato americano, che nel film seguiamo a partire dall’infanzia, segnata da un padre chiuso e bigotto, sin verso la fine della sua vita, arricchita dalla forza e dal senso critico della compagna Clara McMillen. Kinsey, che si dedicò; per vent’anni allo studio delle vespe, finì per scoprire che l’uomo non era tanto diverso da queste ultime, ma era decisamente più interessante. Dopo aver rilevato (e sperimentato personalmente) che le conoscenze in materia sessuale erano alla sua epoca assai deficitarie, dedicò la sua vita a imponenti e controversi studi che consentissero all’uomo della strada una sessualità più consapevole e gratificante. Kinsey ha segnato la società almeno quanto ha lasciato che le ardite ricerche che svolgeva segnassero la sua vita. Un pioniere che ha rivoluzionato conoscenze e costumi sessuali e spaccato l’opinione pubblica.
Uno dei migliori tra i numerosi film di argomento biografico usciti quest’anno. Girarlo presentava problematiche non indifferenti: prima fra tutte quella dell’accoglienza negli Stati Uniti. Lo «scienziato del sesso» è un personaggio controverso e comunque inviso alla vasta componente puritana della popolazione, quella che non riesce a fare pace con le manifestazioni gay di San Francisco e le pubblicità ammiccanti. E in un periodo di forte fermento su questioni di natura sessuale, come l’aborto, i diritti degli omosessuali e l’educazione sessuale, la produzione del film ha dovuto fare fronte ad alcune opposizioni materiali oltre che ideologiche alla realizzazione della pellicola. La quale, introdotta nelle sale statunitensi poco dopo il voto per la presidenza, ha avuto un successo limitato, non riuscendo neanche a rientrare delle spese di produzione.
Il film ha spessore: non dipinge Kinsey come un santo, non è un’agiografia. Il problema di fondo è quello dei confini. Morali, psicologici, culturali. Sociali e individuali. E Kinsey comincia a spostarli, pur non conoscendo bene nemmeno i suoi. La sua influenza sulla cultura sessuale e psicologica contemporanea è notevole: può essere considerato un pioniere che ha aperto la strada, negli anni Quaranta, alla rivoluzione sessuale. Un personaggio importante quanto Masters e Johnson per gli studi sulla sessualità, ma anche una figura controversa. Liam Neeson lo interpreta con devozione e passione, restituendo le diverse sfumature caratteriali dell’uomo. Al suo fianco la figura della moglie, Clara McMillen, è interpretata da una notevole Laura Linney che ha il volto tirato e amorevole della compagna indispensabile.
Pregio di Kinsey è essere un entomologo e considerare l’essere umano da un punto di vista puramente naturale, biologico, astraendolo dalle sovrastrutture sociali e culturali. Ma lo sguardo dell’entomologo è anche il suo difetto: Kinsey spesso non sa valutare le risonanze psicologiche dei propri esperimenti e convinzioni. E il film lo dice. Così come dice che all’origine dell’interesse di Kinsey per la materia vi era la repressione ideologica degli istinti sessuali operata dal padre. E l’uomo-scienziato finisce forse con lo sviluppare un’ossessione opposta. Tanto è un acuto entomologo e sociologo nel valorizzare le differenze fra ogni individuo, quanto uno scarso psicologo, anche di se stesso.
Si trattava di rendere interessante e godibile la vita di uno scienziato, un’operazione non banale. Dalla sua Bill Condon (Demoni e dei), autore oltre che regista, aveva però l’argomento centrale delle ricerche di Kinsey: il sesso. Il risultato è intelligente: vita e opere dello scienziato sono raccontate in modo strettamente intrecciato, mostrandone i reciproci rapporti di influenza e garantendo il continuo rilancio dell’interesse. Nel contempo l’argomento del sesso è trattato in modo abbastanza schietto ma spesso anche ironico, sfruttando con garbo e simpatia il potenziale comico della tematica. Questo, insieme ad alcuni aspetti della messa in scena e a uno stile registico piuttosto classico, contribuisce a dare la percezione di una scrittura un po’ romanzata. Ma il film resta più che interessante e, anzi, evita con buon distacco il rischio dell’esclusiva celebrazione, raccontando, di un uomo così particolare, il dritto e il rovescio. (stefano plateo)

Keane

Straziante ritratto di un uomo disperato che (come apprendiamo dal film) va in pezzi dopo aver perso, mesi prima, la figlia di sei anni alla stazione degli autobus di Port Authority, a Manhattan. L’incontro con una mamma single e la sua giovane figlia gli offre un primo appiglio con la realtà, e un primo segno di stabilità dopo molto tempo. L’interpretazione di Lewis, un vero e proprio tour de force, sospinge questo dramma asciutto, intenso e sicuramente apprezzabile, completamente girato con una cinepresa portatile. Scritto dal regista.

Kidco

Mediocre commedia sui problemi dell’imprenditore minorenne Schwartz e la sua corte, tutti yuppie in addestramento. Un prodotto per gli anni Ottanta, ossessionati dal denaro, tuttavia uscito a malapena nelle sale. Basato su una storia vera e girato nel 1982.

Konga

Lo scienziato davvero pazzo Gough, intento a creare un ibrido animale-pianta, ingrandisce occasionalmente il suo amico scimpanzé alle dimensioni di un gorilla, poi lo invia a uccidere i suoi nemici. Un’overdose cruciale rende Konga di dimensioni molto più grandi del normale, con una furia davvero ottusa. Questa sfacciata e sciocca copia di King Kong, prodotta da Herman Cohen, può essere raccomandata soltanto per la succosa e gigionesca interpretazione di Gough.

Kika – Un corpo in prestito

Storia stravagante, molto adulta, sull’artista del trucco Kika, spirito libero (Forqué, la cui interpretazione è positivamente contagiosa) e gli uomini della sua vita, tra i quali uno scrittore americano espatriato (Coyote) e un evaso psicotico. Almodovar ha dato alla sua attrice preferita, Abril, il ruolo di una vita: quello di una reporter di un tabloid televisivo che perlustra Madrid con una telecamera fissata sulla testa, cercando di catturare atti criminali su videotape. Film molto divertente, esplicitamente sessuale, non tiene il tono elevato fino alla fine, ma rimane fresco e certamente diverso. Sicuramente scioccherà chi non ha familiarità con Almodovar.

Kozure ßkami: Oya no kokoro ko no kokoro

Questa volta Ogami è assunto per uccidere una donna tatuata, abile con una spada corta, che sta facendo a pezzetti quelli legati all’uomo che l’ha violentata. Nel frattempo altri assassini Yagyu cercano di uccidere il nostro eroe dalla faccia di pietra. Stile pomposo, con flashback, narrazione, e voce over in quantità. Lento ma con un grande combattimento finanale. Tohoscope.

Kung Fusion

Nella Shangai anni’40 la vita è sconvolta dalle scorribande delle gang che si scontrano continuamente per il controllo del territorio. Tra le più temute c’è la Gang delle Asce che intimidisce i malcapitati che la incontrano con le lame affilate delle proprie mannaie. Due balordi, giunti in uno dei quartieri più poveri della città, il Vicolo dei Porci si spacciano per componenti della banda e ricattano un commerciante. La gente del quartiere si ribella al tentativo di estorsione dei due che cercano di impressionarli lanciando un segnale di richiamo per le Asce. Ol’inizio di infiniti scontri tra gli abitanti della zona e i membri della gang. Ma solo uno dei due impostori riuscirà a risolvere la situazione scoprendo in sé l’arte del Kung-Fu.

King of New York

L’irrequieto Walken interpreta l’ex galeotto signore di una banda di spacciatori di droga di colore che regolarmente annientano i loro rivali colombiani, italiani e cinesi. Il regista di culto Ferrara offre stile e poco più in questo prodotto ultraviolento. Un’estesa sparatoria monsonica rende questo sforzo presumibilmente ironico degno di un’occhiata in una notte molto barbosa. L’improbabile quartier generale di Walken, il Plaza Hotel, invoca una scena tra i suoi sudditi a basso reddito e Ivana Trump nell’ascensore di servizio.

Karate Kid II

Dopo aver appreso l’arte del karate dall’anziano Miyagi – come descritto nel precedente Per vincere domani , girato nell’84 dallo stesso regista e con gli stessi interpreti – Daniel accompagna il maestro giapponese nel Paese del Sol Levante. Miyagi ritrova Sato, un vecchio compagno d’infanzia con il quale ha un conto in sospeso. Se il primo film, furbo ma ben congegnato, poteva dirsi riuscito, altrettanto non può dirsi di questo seguito, stanco e a corto d’idee. Ma il peggio deve ancora venire: il film avrà infatti l’onore di altri 2 sequel ( Karate Kid III – La sfida finale dell’89 e Karate Kid 4 del ’94, interpretato da Hilary Swank invece che dall’ormai stagionato Macchio). (andrea tagliacozzo)

Kitty

In Inghilterra, nel diciottesimo secolo, Kitty (Paulette Goddard), ragazza dei bassifondi, viene ritratta nelle vesti di nobildonna dal celebre pittore inglese Thomas Gainsborough. Una serie di equivoci favoriscono l’entrata della giovane nei salotti dell’alta aristocrazia britannica, dove viene educata alle buone maniere da un simpatico giovanotto (Ray Milland). Commedia sofisticata diretta da un piccolo maestro del genere che offrì a Paulette Goddard uno dei ruoli migliori della sua carriera.
(andrea tagliacozzo)

Ken il guerriero – La leggenda di Raoul

Reina attende fiduciosa Raoul per fare ritorno nella Terra di Shura, da dove proviene, insieme al pirata Akashachi. Contemporaneamente, Raoul continua a procedere lungo la via verso l’egemonia totale. Tuttavia, l’avanzata del Re di Hokuto viene rallentata dall’apparizione del misterioso “ultimo generale di Nanto”, che cela il suo volto dietro una maschera di ferro, e dal suo Esercito Volontario. Shuren delle Fiamme, Fudo della Montagna e Rihaku del Mare delle Cinque Forze di Nanto, che hanno il compito di proteggere l’Ultimo Generale di Nanto, comprendono che è giunto il momento di unirsi a Kenshiro il salvatore, colui che si è impadronito del sentimento dell’amore e della tristezza, continuando a lottare dalla parte degli oppressi, per sfidare coraggiosamente l’esercito del Re di Hokuto. Kenshiro, incontrando Fudo della Montagna, decide a sua volta di combattere a fianco dell’Esercito Volontario.

Contemporaneamente, Raoul viene perseguitato dal fantasma di suo padre e maestro Ryuken. Ryuken spiega a Raoul che gli sarà impossibile sconfiggere Kenshiro, e gli fa notare la fragilità dell’egemonia conquistata. Tuttavia Raoul è fermamente convinto che la conquista dell’egemonia sia la grande impresa della sua vita e compie il passo decisivo: attaccare col suo esercito la fortezza in cui si trova l’Ultimo Generale di Nanto: Raoul scopre che sotto l’armatura si cela la sua amata Julia. Allo stesso tempo anche Kenshiro, messo al corrente dell’identità dell’Ultimo Generale di Nanto, si precipita dalla fidanzata che credeva morta con l’intento di salvarla! In questo modo le strade dei due fratelli di Hokuto si incroceranno dando vita a un inevitabile scontro.

Kronos conquistatore dell’universo

Divertente lavoro fantascientifico con un mostro unico: un’enorme macchina metallica mobile in grado di assorbire l’energia della Terra. Effetti speciali occasionalmente traballanti vengono compensati dal tocco gentile di prestazioni convincenti e piene di mistero, in particolare da parte di Emery come strumento dell’alieno. Regalscope.

Kiss Kiss Bang Bang

Harry Lockhart è un ladro professionista. Un giorno, scappando dalla polizia, si ritrova in mezzo a dei provini per un film poliziesco. Per non essere catturato si finge un aspirante attore. Aiutato da un investigatore privato e da un’attrice, cercherà di lanciare la sua nuova carriera, ma i tre, loro malgrado, si troveranno coinvolti in uno misterioso omicidio.

Kagemusha, l’ombra del guerriero

A un ladro del XVI secolo verrà risparmiata l’esecuzione se fingerà di essere un signore della guerra il cui decesso è tenuto segreto e il cui trono è bramato da altri. Grande combinazione di umanità e spettacolo da parte di un grande regista al tramonto della carriera. Ne esiste anche una versione da 179 minuti.

Krámpack

Estate. Dani, sedici anni, ospita l’amico Nico nella sua casa al mare. Sono soli e sono liberi: niente scuola, niente genitori, solo una (provvidenziale) governante che prepara il pranzo. Passano la giornata in spiaggia e nei bar, puntando due ragazzine disponibili. La notte, invece, continuano a «giocare» tra loro, masturbandosi. Il problema è che Dani si prende una clamorosa sbandata per Nico e vorrebbe tenerselo tutto per sé, mentre Nico inizia a respingerlo per dedicarsi solo alle ragazze…

Che cosa sia esattamente un «krámpack» non si riesce a capirlo: a tratti sembra una masturbazione canonica, a tratti una fatta in coppia. E ambiguità simili percorrono anche il sistema nervoso del film: diretto da un etero ma incentrato su tematiche gay, con un protagonista (Ramallo/Dani) star della tv dei ragazzi e l’altro (Vilches/Nico) esordiente… La vera forza di
Krámpack
sta però nell’uscire dai limiti di un discorso unidirezionale e nel pescare da sottogeneri diversi (commedia balneare, coming-of-age, teen drama) per costruire un incisivo quadro d’ambiente. Il piccolo paese sul mare è di fatto un mondo chiuso, popolato solo da ragazzini, soggetto alle proprie leggi (o meglio, alla mancanza di esse), in cui l’unico punto di vista è quello dei protagonisti: grezzo sì, ma non volgare. Un mondo che gli adulti, quando non vengono relegati fuori scena, sbirciano con curiosità più o meno interessata. Un mondo in cui tutto è un fattore di crisi, ma nulla porta a una rottura irreparabile (anche là dove Dani, man mano che la sua identità omosessuale si va precisando, fa e dice cose sgradevoli). E
Krámpack
si rivela – quasi a sorpresa – un film adatto ai minorenni allorché le tante ambiguità di base danno vita a un doppio percorso di formazione: non tanto e non solo accettare l’omosessualità dell’altro, quanto accettarne l’eterosessualità. Merito, soprattutto, di una coppia di attori ben assortiti e speculari ai loro personaggi: smunti, spavaldi, un po’ spaventati. Ma solo un po’.
(violetta bellocchio)

Kinski — Il mio nemico più caro

Klaus Kinski ha recitato in molti dei più celebri film di Herzog, ma la sua intensità, il suo ego e il suo comportamento eccentrico rendevano spesso la realizzazione delle pellicole difficoltosa per tutti. A volte il regista e la star arrivavano addirittura a minacciarsi reciprocamente di morte. In questo documentario unico, Herzog ritorna nei luoghi dove ha girato i film con Kinski e ripensa al suo comportamento bizzarro. Divertente, profondo, toccante ed estremamente coinvolgente, non può naturalmente spiegare tutto il personaggio di Kinski, ma resta comunque un grande viaggio. Claudia Cardinale ed Eva Mattes compaiono tra gli intervistati.

Kozure ßkami: Meifumando

Uno a uno, cinque samurai affrontano Ogami per mettere alla prova la sua abilità prima di assumerlo. Muorendo, ciascuno da una parte delle istruzioni a Ogami: uccidere il loro padrone, la di lui concubina e la loro figlia di cinque anni. Il più spietato episodio fra i molti, ma anche graziato da un’ottima fotografia e da un’intenso episodio intorno a Daigoro, il giovane figlio di Ogami. Tohoscope.

Kidnapped — Il rapimento

Bell è bravissimo nella parte di un disadattato che si rinchiude ancor più in se stesso quando un suo amico si suicida. Analisi monocorde sulla vita nella ricca periferia, dove gli adolescenti sono alienati e stracurati da genitori incompetenti ed egocentrici. Buon lavoro degli attori adulti: spicca Fiennes nei panni del fidanzato della Wilson, che sperimenta un’epifania che nessuno può condividere né comprendere. Super 35.

Ken Park

Ken Park è un adolescente di Visalia, cittadina di provincia della California. Un giorno si riprende con la telecamera mentre si spara un colpo di pistola alla testa. È l’inizio shock del film. Da qui quattro ritratti di adolescenti amanti del punk e dello skate. Quattro amici di Ken Park. Shawn, un ragazzo che va a letto con la madre della sua fidanzata, una bionda californiana che sembra uscita da Playboy. Tate che vive con i nonni e si masturba ascoltando gli spasmi delle giocatrici di tennis. Claude che deve combattere contro le prepotenze del padre che lo accusa di essere un fallito e un effeminato. E infine la bella Peaches, una ragazza disinibita che vive con il padre, mormone e schiavo del ricordo della moglie morta. Quattro casi al limite che si sviluppano e si intrecciano fino alla fine. Fino a quando si scoprirà perché un ragazzo come Ken Park si è suicidato.
L’ex fotografo erotico Larry Clark è giunto al suo quarto film. Il regista del chiacchieratissimo Kids (1995) prova a far discutere ancora. Pornografia: la telecamera va dappertutto, non ci sono tagli. Spinge sull’acceleratore per cercare di essere «controcorrente» (sezione nella quale il film è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia) ma finisce per risultare estetizzante. Non a caso la regia è firmata anche da un altro ex fotografo, Ed Lachman, che nel 2000 ricevette la nomination all’Oscar per Erin Brockovich di Steven Soderberg. Buona tecnica ma la macchina da presa di Clark non regala il minimo spazio all’immaginazione dello spettatore. Società: qui rispetto a Kids la telecamera allarga il suo obiettivo e include anche gli adulti. La morbosità dei genitori, nella provincia americana di oggi (American Beauty ha fatto scuola), finisce quasi per candeggiare i vizi dei figli. Ma forse, non li salva. Ci si chiede se sia veramente questa la società di oggi, o se il cineasta proietti le sue fantasie morbose sullo schermo. Davanti al quale, a volte, ci si sente di troppo. Un unico momento di poesia si stacca dallo sgorgo di immagini crude che riempie il film: nella scena finale dell’orgia a tre, Shawn, Claude e Tate sognano un’isola del paradiso dove il sesso li liberi dal peccato. Il film viene distribuito nelle sale italiane con il divieto ai minori di 18 anni. (francesco marchetti)

Kingdom, The — Il Regno

Questo film di quattro ore e mezza è in realtà composto dall’assemblaggio di quattro episodi prodotti per la tv danese, ambientati e girati nel vero Ospedale Nazionale di Stato di Copenhagen (noto come “Riget”, cioè “Il regno”). Come praticamente ogni critico ha fatto notare, si tratta di un incontro tra E.R. e Twin Peaks, con dottori stravaganti, fatti paranormali, sesso, umorismo nero, ecc. Un “must” per chi è convinto di aver visto tutto. Da notare come l’insolito look del film (virato in un marroncino dall’aria sporca) sia stato ottenuto girando a 16mm, trasferendo il tutto in video, montando in video, riversando di nuovo in 16mm e infine gonfiando a 35mm! Una versione alternativa dura 291 minuti. Rifatto come miniserie per la tv nel 2004. Seguito da The Kingdom 2.

Kicking & Screaming — Scalciando e strillando

Indovinate cosa? Un altro film della serie “ci-siamo-appena-diplomati-dalla-scuola-superiore-e-ora-cosa-facciamo?”. Questo è centrato su un gruppo di giovani e le loro crisi di vita-o-di-morte riguardanti i rapporti, lavori, genitori, ecc. Punti positivi, ma sarebbe potuto essere migliore. Le scene più divertenti sono all’inizio, un party notturno sull’erba per festeggiare il diploma. Eigeman virtualmente riprende i ruoli che aveva avuto nei film Metropolitan e Barcelona di Whit Stillman. Domanda: ci sono dei film americani alla moda e di basso budget che non vantano Eric Stoltz?

King Arthur

Basato sulla leggenda cavalleresca di Re Artù e i cavalieri della tavola rotonda ma predatato di molti secoli,
King Arthur
narra le gesta di un prefetto romano mezzosangue, Lucius Artorius Castus
(Clive Owen)
che guida una temuta banda di cavalieri
sarmati
provenienti dalle steppe dell’est ma sottomessi a Roma. Per affrancarsi da oltre quindici anni di servizio militare presso il Vallo di Adriano – il muro che marca il confine settentrionale dell’impero romano in terra britannica – i valorosi cavalieri vengono incaricati dal vescovo Germanius (il nostro
Ivano Marescotti)
di compiere un’ultima rischiosissima azione per conto del pontefice: penetrare oltre le linee dei barbari
Woad
– guidati da Merlino
(Stephen Dillane)
– e trarre in salvo il figlio di un notabile romano, prima che cada nelle mani dei
Sassoni,
i barbari invasori che avanzano seminando morte e distruzione. L’azione riesce, anche se a caro prezzo. In Artusius/Artù prevale infine il legame con la terra materna. Decide perciò di rimanere, da uomo libero, per combattere al fianco dei
Britanni
contro gli invasori, grazie all’aiuto dei suoi amici e di Ginevra
(Keira Knightley),
la bella Woad che ha salvato dalla morte e di cui è però segretamente innamorato anche Lancillotto
(Ioan Grufudd).
Il fedele braccio destro di Artù troverà tuttavia un’eroica morte in battaglia prima di poter esternare i suoi sentimenti.

Patiti dei giochi di ruolo e fan delle antiche leggende, occhio. Questo film è per voi. A dispetto delle compite disquisizioni storiche che pervadono la cartella stampa che accompagna il film, sulla presunta esistenza di Artù e della sua democratica tavola rotonda, non nel cuore del Medioevo, bensì nel V secolo d.C., quando l’impero romano già cominciava a perdere i pezzi, questo
King Arthur
ci sembra meritare attenzione. Per il suo forte impianto epico, per il prevalere di temi come l’amicizia virile, il senso dell’onore, l’amore per la libertà… Temi che ritroviamo più facilmente nel cinema western di Peckinpah o di Sturges (o in Kurosawa, che ispirò
I magnifici sette
del secondo). Non ci appassiona infatti il dibattito sul se e sul quando dell’effettiva esistenza di Artù e dei suoi valorosi cavalieri, né se Ginevra fosse o meno la sensualissima
erinni
che manda al creatore nerboruti Sassoni come fossero bacherozzi.

Bravo è stato il regista
Antoine Fuqua
(Training Day
– che è valso l’Oscar al protagonista Denzel Washington -,
Bait, L’ultima alba)
a cavalcare con semplicità e immediatezza gli ideali del film prima ancora della materia storico-leggendaria, traducendo il tutto in un genere che potremmo forse definire
fantastorico,
tributario, come si diceva, tanto dei western alla
Mucchio selvaggio,
quanto delle gotiche rievocazioni
fantasy,
da
Excalibur
di Boorman alle saghe nordiche di
Conan.
L’impianto spettacolare è però inferiore a quello di un
Troy
o di un
Gladiatore,
come pure il cast, che però si spalleggia bene a vicenda. Abbondano comunque i duelli, le cacce, i furiosi corpo a corpo degli eserciti, ma non sono il nucleo attorno al quale si sviluppa il film. Questo è forse, dal nostro punto di vista, il suo merito maggiore. Di certo, trova in questo
King Arthur
ulteriore conferma la teoria che viviamo tempi di grave incertezza. Durante i quali – è notorio – è preferibile guardarsi alle spalle, piuttosto che avanti.

(enzo fragassi)

Keeper: The Legend of Omar Khayyam, The

Film che viaggia sul doppio binario famiglia-amici: all’inizio, un dodicenne di origine iraniana che vive a Houston s’imbarca nella visionaria ricerca delle proprie origini; poi, poi si passa alla storia epica del poeta-scienziato persiano dell’XI secolo di fama pari a quella di Rubaiyat. Le due metà — quella occidentale e quella orientale — perfettamente unite e intrecciate, sono ugualmente coinvolgenti, legate dal tema della trasmissione della conoscenza culturale alle generazioni successive. In un cast perfetto, Bleibtreu risalta nel ruolo del giovanissimo sultano.

Killer Joe

Il ventiduenne Chris Smith è uno spacciatore di droga al quale la fortuna ha voltato le spalle, ma le cose per lui peggiorano ulteriormente quando decide di ingaggiare il seducente sicario Killer Joe per uccidere sua madre e incassarne la polizza sulla vita che ammonta a 50.000 dollari. Avendo però in tasca solo un dollaro, Chris acconsente a dare a Joe come garanzia e compenso sessuale aggiuntivo per il servizio reso sua sorella minore Dottie, in attesa di incassare i soldi dell’assicurazione. O meglio, se mai riuscirà ad incassarli.

Kristin Lavransdatter

Dramma intenso ma un po’ arrancante, ambientato nel XIV secolo, incentrato sul personaggio del titolo (Matheson) e sul modo in cui le pressioni da parte della famiglia e della società ne ostacolano il desiderio di stare con il suo vero amore, indirizzandola a sposare un altro uomo. Il film verte sul conflitto tra obbligo religioso e “il peccato della passione” ed è ben recitato, ma mai profondo e coinvolgente come nelle intenzioni. La Ullmann ha anche scritto la sceneggiatura, tratta da un romanzo di Sigrid Undset, vincitrice del Nobel. Inizialmente durava 180 minuti.