Vallanzasca – Gli angeli del male

Milano, anni settanta. Renato Vallanzasca e la sua banda sono al centro di una serie di crimini, arresti e fughe dal carcere. Quando la gang irrompe sulla scena il mondo della malavita è dominato dal potere incontrastato di Francis Turatello, detto “Faccia d’angelo”.

Renato, portato fin da giovane alla carriera criminale, è ora a capo di un gruppo di amici di infanzia, tossici e piccoli delinquenti, che passano dalle rapine ad una catena di omicidi. Il denaro scorre e la banda si dà alla bella vita. Intanto Vallanzasca incontra Consuelo, una bellissima e disinvolta ragazza meridionale che si trova con lui nel momento del primo arresto e gli resterà accanto fino all’evasione da San Vittore, 4 anni e mezzo dopo.

Ma il periodo di latitanza si conclude con l’uccisione di due poliziotti presso il casello di Dalmine, che porterà poco dopo all’arresto del boss. La detenzione a Rebibbia gli da l’occasione di chiarirsi con il nemico Turatello. Gli anni seguenti sono segnati da passaggi da un carcere all’altro, processi e fughe rocambolesche.
Dopo l’ennesima evasione Renato rivede Antonella, sua amica d’infanzia, che gli era stata accanto per tutta una vita. Ma ancora una volta la latitanza si conclude in una sera d’estate.

Romanzo popolare

Giulio, maturo operaio milanese, sposa Vincenzina, una giovane di Avellino che ha tenuto a battesimo diciotto anni prima. Attivamente impegnato nei sindacati, Giulio, durante uno sciopero, conosce un giovane poliziotto, Giovanni, del quale diventa un ottimo amico. Curiosa commistione tra commedia e melodramma che affronta con intelligenza l’incontro/scontro tra il Nord e il Sud. La sceneggiatura, oltre alla firma di Monicelli, porta quelle prestigiose di Age e Scarpelli. Colonna snora di Enzo Jannacci, che collaborò al film anche come consulente dei dialoghi (in dialetto milanese) assieme a Beppe Viola.
(andrea tagliacozzo)

Piano, solo

Subito dopo aver brillantemente superato gli esami di pianoforte al Conservatorio, Luca Flores si innamora del jazz grazie a un disco di Bud Powell che due musicisti gli fanno ascoltare per convincerlo a suonare con loro. Inizia così una brillante carriera, funestata da un quasi perenne stato di disagio che lo porterà a suicidarsi nel 1995, non ancora quarantenne. Tratto da Il disco del mondo, libro di Walter Veltroni uscito nel 2003.

L’odore del sangue

Al suo sesto film, Martone racconta una storia d’amore e di sesso, di gelosia e di perdizione, e la racconta alla sua maniera con quel raggelato iperrealismo che gli è congeniale, in cui continui primi piani si alternano a campi lunghi, volti segnati di dolore in contrasto a immagini di luoghi e natura matrignamente bellissimi. Il soggetto glielo offre il romanzo omonimo, postumo, di Goffredo Parise.

Uno scrittore di mezza età mantiene da quasi vent’anni una relazione con una coetanea, Silvia, una donna ancora bellissima e professionalmente affermata. Sono entrambi due intellettuali, molto benestanti e socialmente risolti. Si amano, ma da sempre hanno deciso di avere ciascuno le sue scappatelle sentimentali o sessuali che siano. In realtà, di questa libertà è soprattutto l’uomo ad approfittare compiutamente: in campagna, nei pressi di Roma, ha una casa in cui l’amica non lo raggiunge mai, perché vi convive praticamente con una ragazza che potrebbe essere sua figlia. Un giorno però, telefonando come d’abitudine, lei gli dice d’aver incontrato casualmente un interessante giovane poco più che ventenne. Qualcosa però, nella reticenza e nell’apparente disinvoltura dell’amica, gli fa intuire che quell’incontro pesa assai più di quello che la donna tende a dire. A poco a poco la verità viene fuori: il giovane è un violento, un asociale, un teppista che vive quasi in simbiosi con una banda di amici legati all’estremismo di destra. L’uomo incalza con le domande, alternando la gelosia a una morbosa partecipazione, mentre la donna da parte sua desidera parlare, gridare quanto quel rapporto la coinvolga sessualmente. Da una parte quindi c’è la coppia legata da un’intimità affettuosa e tenera, da una complicità più o meno sedata dalla comprensione, ma come impaurita dagli anni, dalla consapevolezza dell’affievolirsi non del desiderio ma dei sensi; dall’altra c’è l’avidità, la bestialità, l’istintualità della gioventù: il sesso sempre eretto, sempre pronto, lo sperma e l’odore dolciastro del sangue che sempre vi sono commisti. Ben presto il rapporto tra Silvia e il ragazzo, che non vediamo mai sullo schermo, rivela la sua natura perversa, sadica da parte del giovane e masochistica da parte della donna. L’uomo è costretta a lasciarla, anche per salvare se stesso.

Mi fermo prima della tragica fine, per lasciare un minimo di suspense. Si è già capito, comunque, che l’amore raccontato da Martone è quello che altri film hanno descritto, da
L’impero dei sensi
di Oshima a
La pianista
di Haneke, per citarne solo due celebri fra tanti altri. Ebbene, è proprio il ricordo e il raffronto con gli esempi suddetti a chiarire immediatamente quanto il regista napoletano sia lontano da quell’universo di perversione, quanto non riesca neppure a sfiorarlo. Fin quando i suoi personaggi, immersi in un’ambientazione di décor antonioniano, raccontano la loro incomunicabilità, l’alternarsi dei moti d’affetto tra egoismo, risentimento e rigurgiti di passione, noi spettatori ci crediamo (e un po’ anche ci annoiamo, come ci annoiava, un po’, Antonioni). Quando però il regista vorrebbe che si sentisse quell’odore di sangue, che è nel titolo (e nel romanzo di Parise), quando esplicita la natura masochistica della protagonista, l’odore non si sente e la credibilità si è già perduta in descrizioni di ambienti-bene romani e veneziani, in larghe campate su luoghi turistici e ristoranti con annessi tramonti. E se Fanny Ardant è bella e meravigliosa e potrebbe, con altro regista, eguagliare la Huppert, qui non ce la fa; e ancor meno convince Michele Placido, pur bravo, ma troppo «rozzo» troppo «nazional-popolare» per rendere vere le perverse introversioni di uno scrittore. Infine, ultimo appunto, se Martone asserisce e scrive che il film è tratto liberamente dal romanzo in questione, perché scegliere di non mostrare il giovane sadico? Se nel romanzo, tutto raccontato nella soggettiva della prima persona, la scelta è giusta, nel film diventa uno sbaglio, un errore, un altro motivo di non credibilità.
(piero gelli)

L’amore ritorna

Attore sulla quarantina da tempo sulla cresta dell’onda, Luca Florio sta girando un film da protagonista ed è prossimo a debuttare alla regia. Lasciati da giovanissimo la Puglia e il paese natale, è ormai un «cittadino» a tutti gli effetti e i colleghi sono la sua unica famiglia. Durante le riprese del film, viene però colto da malore e immediatamente ricoverato in ospedale. Durante la tormentata attesa della diagnosi, ripercorrerà i momenti più importanti della sua vita, fermandosi per la prima volta a riflettere su se stesso e sul suo rapporto con gli altri.

Settimo film da regista per Sergio Rubini. Dopo il deludentissimo
L’anima gemella,
l’autore de
La stazione
torna su buoni livelli con una commedia sulla memoria e sulla rielaborazione del proprio mondo interiore. Attraverso la malattia e la pausa che essa impone al suo lavoro, Luca Florio (un efficace Fabrizio Bentivoglio) scopre di essere un uomo a prescindere dal suo essere attore di successo: l’ex moglie, la nuova fidanzata, suo padre e il suo vecchio amico del paese gli si stringono intorno in maniera totalmente indipendente dal suo essere personaggio famoso, inducendolo a ripensare i valori su cui ha fondato la sua vita. Scritto assieme a Domenico Starnone, il film può contare sulle ottime prestazioni di Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno ma soprattutto su uno straordinario Rubini, lo stralunato Giacomo, medico ma soprattutto amico del protagonista, per il quale rappresenta l’ultimo possibile aggancio alla terra natia. «Siamo qualcuno anche quando non facciamo nulla, anche quando siamo obbligati a fermarci», ammonisce il regista, che ha voluto accanto a sé sul set il padre Alberto (nei panni del padre del protagonista) e diversi nomi di punta del teatro italiano (Umberto Orsini, Mariangela Melato, Giorgio Barberio Corsetti, Simona Marchini).
(maurizio zoja)

Casotto

Una spaziosa cabina della spiaggia libera di Ostia fa da sfondo a un campionario di umanità varia che, di volta in volta, si alterna all’interno del casotto. Sergio Citti, allievo prediletto di Pier Paolo Pasolini, si serve in maniera eccellente del notevole gruppo d’interpreti (tra i quali spicca Jodie Foster, reduce dal successo di Taxi Driver, che le valse una nomination agli Oscar) e dell’angusto spazio in cui i suoi attori sono costretti a muoversi. In grande evidenza soprattutto Gigi Proietti e Paolo Stoppa. (andrea tagliacozzo)

Il caimano

Bruno (Silvio Orlando) è un produttore di film di serie Z ormai in disarmo. Durante una rassegna dedicata al genere, una giovane regista (Jasmine Trinca) gli consegna la sceneggiatura de
Il caimano,
film dedicato all’ascesa di Silvio Berlusconi, dagli inizi come costruttore ai processi tuttora in corso. La sceneggiatura parte dalla domanda che molti italiani vorrebbero rivolgere al Presidente del Consiglio: «Cavaliere, dove ha preso i soldi?». La lavorazione del film incontra numerosi ostacoli di carattere economico, perché Bruno non naviga certo nell’oro. Teresa, la regista, vorrebbe che a interpretare Berlusconi fosse Nanni Moretti (se stesso), ma questi rifiuta perché impegnato a girare una commedia e scarsamente convinto dell’utilità di girare un film del genere. «Cosa vuoi raccontare – spiega a Bruno – che gli italiani non sappiano già?». Marco Pulici (Michele Placido) accetta allora di essere lui a impersonare il Presidente del Consiglio ma alla vigilia del primo ciak lascia Bruno e Teresa in braghe di tela. Alla fine a interpretare Berlusconi sarà proprio Nanni Moretti.

L’irresistibile ascesa di Silvio Berlusconi ha preso il via da un ingentissimo finanziamento dalla natura misteriosa ed è proseguita con una «discesa in campo» finalizzata a salvare le sue aziende dal tracollo economico e se stesso da condanne penali più o meno certe. Questo ci racconta
Il caimano,
il nuovo film di Nanni Moretti ma anche il film la cui lavorazione ne occupa buona parte, attraverso l’artificio del «film nel film».

Il regista romano torna ai toni della commedia, abbandonati in occasione de

La stanza del figlio,
per realizzare una pellicola antiberlusconiana ma non faziosa. Le tragicomiche vicende di Bruno, produttore di impedibili film ultratrash come
Mocassini assassini, Il balio asciutto
e
Maciste contro Freud
sono il pretesto per mostrare, anche attraverso immagini di repertorio (rivedere il discorso di insediamento alla presidenza del Parlamento Europeo, durante il quale disse a un parlamentare tedesco che l’avrebbe visto bene nel ruolo di kapò, mette quasi i brividi) chi è l’uomo che per cinque anni ha governato l’Italia e si candida a farlo nuovamente.

La visione di Moretti non è certo imparziale, ma uno dei pregi principali di questo film è il fatto che nessuno dei suoi personaggi esprime giudizi nei confronti di Silvio Berlusconi: il regista sembra voler lasciare quest’onere allo spettatore, mettendolo semplicemente di fronte a fatti la cui veridicità è stata ampiamente appurata e a frasi realmente pronunciate dal premier. La grande sorpresa è costituita dal fatto che è lo stesso Moretti, sia pur per una sola scena (ma è quella finale, la più importante) a vestire i panni di Berlusconi, mentre nelle scene in cui Bruno immagina il «suo» film il ruolo è stato affidato a un somigliantissimo Elio De Capitani.

Il caimano
è un film complesso, in cui si intersecano tre diversi piani narrativi: la storia di Bruno, il film che lui immagina e quello che invece gira. All’interno del primo si ride spesso e volentieri, per il sollievo di chi pensava che dopo
La stanza del figlio
l’era delle commedie morettiane fosse finita per sempre. Il secondo mostra invece il lato più umano ma anche più inquietante di Berlusconi (quello populista, furbetto, imbonitore) spingendo lo spettatore a chiedersi come sia possibile che un personaggio del genere venga democraticamente eletto alla guida dell’Italia. Il terzo piano narrativo, infine, consiste quasi esclusivamente in un finale molto forte, che preferiamo non svelare.

Un film da vedere, perché la vicenda di Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio per cinque anni e candidato a diventarlo di nuovo, riguarda tutti.

Numerosi i cameo e i piccoli ruoli affidati a navigatori di lungo corso del cinema italiano: Giuliano Montaldo, Antonio Catania, Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto, Stefano Rulli, Paolo Virzì, Paolo Sorrentino, Carlo Mazzacurati, Matteo Garrone, Renato De Maria e un’irresistibile Tatti Sanguineti nel ruolo del critico Peppe Savonese.
(maurizio zoja)

Romanzo criminale

Romanzo criminale

mame cinema ROMANZO CRIMINALE - STASERA IN TV scena
Il Libanese, il Freddo e il Dandi

Diretto da Michele Placido, Romanzo criminale (2005) è ambientato a Roma negli anni ’70. Quattro ragazzini rubano un’auto e a un posto di blocco investono un agente. Riescono comunque a scappare e a nascondersi nel loro rifugio, una roulotte vicino alla spiaggia. Quella notte decidono i loro soprannomi: si chiameranno il Libaneseil Dandiil Freddo e il Grana. Poco dopo arriva la polizia: Libano rimane ferito ad una gamba, Freddo viene fermato, Dandi scappa e Andrea, vero nome del Grana, muore per le ferite riportate durante la corsa con l’auto rubata.

Anni dopo, il Libanese (Pierfrancesco Favino), il Dandi (Claudio Santamaria) e il Freddo (Kim Rossi Stuart), insieme ad altri delinquenti, danno vita alla banda della Magliana, conquistando la capitale. Diventano infatti i padroni assoluti del traffico di droga, della prostituzione e del gioco d’azzardo. Ma il commissario Nicola Scialoja (Stefano Accorsi) dà loro la caccia.

Curiosità

  • La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo del 2002 scritto da Giancarlo De Cataldo ed edito dalla casa editrice Einaudi.
  • Il film si è aggiudicato ben otto David di Donatello 2006 e cinque Nastri d’argento.
  • Il regista Michele Placido appare brevemente nel ruolo del padre di Freddo mentre l’autore del romanzo, Giancarlo De Cataldo, interpreta il giudice che legge la sentenza di condanna per i componenti della banda.
  • In sede di montaggio è stata tagliata circa mezz’ora di girato, che verrà successivamente pubblicata nella seconda edizione del DVD del film, uscito il 7 novembre 2007. La parte tagliata comprende i discorsi di Silvio Berlusconi e i “cavalli” di Vittorio Mangano e il ritrovamento e segnalazione al SISMI di Aldo Moro.
  • Non tutti i membri della banda si conoscevano da bambini: il Libanese (nella realtà Franco Giuseppucci) era amico di Dandi (nella realtà Enrico De Pedis) e fece conoscenza con il Freddo (nella realtà Maurizio Abbatino) in seguito al furto della sua automobile.
  • Franco Giuseppucci non aveva un problema alla gamba come mostrato nella pellicola, bensì un occhio di vetro a causa di un incidente.

RECENSIONE

Tentativo coraggioso e appassionato di portare sul grande schermo Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo. Vi si racconta la storia della Banda della Magliana e, intrecciata a essa, la storia di quindici anni (fra il ’77 e il ’92) di misteri d’Italia, con i quali la potente organizzazione romana è venuta più o meno direttamente a contatto. Dal caso Moro, alla Strage di Bologna: la Banda della Magliana, un potere criminale dei più ramificati (e sottovalutati) a partire dagli anni Settanta, ha sempre saputo e visto qualcosa in più. Ma il film non si esaurisce qui. Si tratta infatti di un gangster movie teso e potente. Che racconta l’ascesa di alcuni ragazzetti di periferia divenuti in breve tempo la spina dorsale di una nuova, onnipresente organizzazione criminale.

Un kolossal all’italiana: cast ricco di nomi famosi, risorse imponenti, durata ampia. Alla Cattleya si sono associate l’inglese Crime Novel Films, la francese Babe e soprattutto la Warner Bros. Il risultato si vede nella cesellatura di scene come quella dell’esplosione della bomba a Bologna ma anche nell’aggregazione di un cast imponente, dalle figure principali a quelle dei comprimari.

Ed è proprio sugli attori che un decano del set come Placido compie il lavoro migliore. Tutti i protagonisti sono decisamente in parte e mettono in mostra una complicità che dal set deve essersi trasferita alla pellicola. Belli e dannati che rievocano il gangster movie di qualche decennio fa, con grinta e le battute giuste in bocca agli attori giusti. Rossi Stuart sa cambiare espressioni per dare ragione della sua inquietudine, Favino e Santamaria sono perfettamente credibili nei loro ruoli, la Mouglalis e Accorsi sono intensi. E altrettanto si può dire di molti comprimari: dallo Zio Carlo, al Terribile, a Carenza. Il risultato è un film corale, senza primattori. Così come la Banda della Magliana non ha mai avuto capi indiscussi e durevoli.
Le atmosfere risultano in genere tese e credibili, la violenza bene misurata, le psicologie dei personaggi principali emergono al di là degli stereotipi. Ma se la sceneggiatura è di buona qualità un merito importante se lo prende De Cataldo che ha scritto un romanzo molto cinematografico, semplificando il lavoro di Placido con Rulli e Petraglia. Siamo comunque di fronte a un lavoro coinvolgente e credibile, superiore alle prove recenti del regista. In particolare per quanto riguarda le storie dei personaggi della Magliana e di coloro che gli sono ruotati intorno. Offrono invece il fianco a qualche appunto le parti in cui la storia della banda si intreccia con gli eventi storici: per quanto le ricostruzioni siano coinvolgenti, proporre delle tesi in merito è sempre un azzardo. Placido non batte strade troppo impervie e accetta comunque un rischio non da poco affrontando questi snodi narrativi: un coraggio che va premiato al di là di un risultato ideativo e tecnico comunque valido.

Romanzo Criminale è un film forte e denso. Non brilla per l’originalità dello stile, ma funziona per la sua coerenza ed efficacia. In verità il gusto spesso patinato della regia – e della produzione tutta – risulta qua e là naif o fastidioso. Ma il film mantiene un buono spessore civile e un’intensità drammatica costante. Ce n’è per tutti: per chi subisce la fascinazione dei belli e cattivi, per chi cerca storie umane al limite, per chi vuole cinema d’azione e per chi si interessa alla cronaca e alla storia del nostro paese. Di questi tempi in Italia non è poco. (stefano plateo)

Marcia trionfale

Un giovane appena laureato parte per il servizio militare. Si trova profondamente a disagio in nel mondo della caserma, ma il suo superiore (un uomo in crisi depressiva) lo elegge a suo confidente; così facendo involontariamente facilita la nascita di una relazione adulterina del giovane con sua moglie. Uno dei film meno riusciti di Bellocchio, in cui la volontà di dissacrare l’odioso baraccone delle forze armate cade nel vuoto della retorica e della banalità.

SoloMetro

Come in un gioco di intrecci e coincidenze in SoloMetro sono raccontate le storie di personaggi apparentementi lontani tra di loro ma accomunati dalla solitudine: l’arricchito Enrico (Michele Placido), la prostituta Carla (Anna Valle), il giovane sceneggiatore Andrea (Pietro Sermonti), Elvira (Eleonora Giorgi) e un giornale raccolto frettolosamente in metrolopolitana, SoloMetro.

Fontamara

Negli anni Trenta, gli agrari e i loro alleati fascisti sfruttano i contadini di Fontamara, un paesino della Marsica. Ma tra questi ultimi c’è un giovane, discendente di una famiglia di briganti, che a poco a poco apre gli occhi e decide di ribellarsi. Tratto dal romanzo di Ignazio Silone, pubblicato nel ’33 e immediatamente proibito dal regime di Mussolini. Corretta la regia di Lizzani, anche se priva di grandi guizzi, mentre è degna di nota l’interpretazione di Michele Placido.
(andrea tagliacozzo)

Oggi Sposi

Quattro matrimoni, mille peripezie e un solo obiettivo: raggiungere l’altare e pronunciare il fatidico sì. Nicola, promettente poliziotto pugliese con un passato da Don Giovanni, ha deciso di mettere la testa a posto e di sposare l’incantevole figlia dell’Ambasciatore indiano, Alopa. C’è solo un problema: come farà Sabino, un contadino alla vecchia maniera, ad accettare che il figlio si sposi con rito Indù? Nel frattempo, Salvatore e Chiara, due giovani precari senza una lira e con un figlio in arrivo, mettono a punto un piano per organizzare un matrimonio a costo zero: far imbucare i loro 72 invitati alle nozze dell’avvenente soubrette Sabrina e di Attilio Panecci, magnate della finanza. Ancora non sanno però che anche qualcun altro ha deciso di “imbucarsi” al matrimonio del secolo… Si tratta di Fabio Di Caio, PM romano che indaga da tempo sui loschi traffici di Panecci mentre cerca di dissuadere il suo anziano padre dallo sposare la sua nuova fiamma, una massaggiatrice poco più che ventenne.

Il sangue dei Vinti

È il 19 luglio 1943, un giorno fatale per Roma e l’Italia. E per Francesco Dogliani(Michele Placido), commissario di polizia. Pochi minuti dopo le 11, quattro gruppi di B17 e cinque gruppi di B24 bombardano lo scalo ferroviario a San Lorenzo, causando ingenti danni e molte vittime. Tra gli edifici che crollano, colpiti da una bomba, c’è un palazzo popolare dove Dogliani vive e dove è stato scoperto il cadavere di una giovane prostituta, Costantina (Barbora Bobulova), uccisa con un colpo di pistola che ne ha sfigurato il volto. Nel modesto appartamento della morta, nascosta dentro un armadio, il commissario scopre la piccola figlia della prostituta, Elisa (Teresa Dossena). Riesce a salvarla, portandola via in braccio, pochi istanti prima dello scoppio che sbriciola il caseggiato distruggendo ogni cosa e facendo “sparire” il cadavere di Costantina, quindi le prove di un delitto.

Arrivederci amore, ciao

Giorgio Pellegrino è un ex terrorista di sinistra. Per non finire in galera fugge in Sudamerica tra i guerriglieri. Caduto il muro di Berlino decide di far ritorno in Italia, ma c’è un prezzo da pagare: deve rivelare i nomi dei suoi vecchi compagni per ottenere una riduzione della pena a due anni. Così fa e, una volta uscito, decide di accumulare un capitale attraverso l’illegalità. Quasi ci riesce, ma il passato torna a galla

La sconosciuta

Irena, ex prostituta venuta dall’Est con un passato molto ingombrante e difficile da dimenticare, riesce a trovare un lavoro come domestica in una ricca famiglia. La ricerca di una vita finalmente serena nasconde in realtà un secondo fine: la figlia adottiva della giovane coppia per cui lavora e di cui pensa di essere la vera madre. Il passato della donna si materializza nel suo ex magnaccia, che farà vertiginosamente precipitare il precario equilibrio che Irina pensava di aver costruito.

Amici miei- Come tutto ebbe inizio

Continua la saga di “Amici Miei”, ma le avventure della compagnia di “toscanacci” si spostano questa volta nella Firenze della fine del 400, alla corte di Lorenzo De Medici.

Duccio (Michele Placido), Cecco (Giorgio Panariello), Jacopo (Paolo Hendel), Manfredo (Massimo Ghini) e Filippo (Christian De Sica) sono protagonisti di scherzi e vicende vissute nell’intento di prolungare lo stato felice della giovinezza e fuggire dalle responsabilità della vita adulta. Neanche la peste li fa desistere dalle loro “zingarate”.

Anzi quella drammatica situazione pare la pù fertile per agire liberi ed indisturbati e dare seguito ai loro scherzi. Una città rinchiusa e spaventata è infatti l’ideale per far cadere dei malcapitati nelle beffe ordite dai cinque amici per esorcizzare la paura della morte con la vita. E quando, dopo l’ultima beffa ai danni del legnaiolo ed eroe del calcio in costume Alderighi (Massimo Ceccherini), sembrano scarseggiare le vittime, perchè non prendere di mira a sua insaputa proprio uno di loro?

E’ così che Cecco diventa oggetto di una memorabile bravata dei goliardici amici. Bravata in cui giocherà la sua parte anche Lorenzo il Magnifico in persona (Alessandro Benvenuti).

Un eroe borghese

Il film ricostruisce la vicenda dell’avvocato Ambrosoli e della sua opposizione al «salvataggio» della Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Ambrosoli verrà ucciso da un killer nel 1979. Michele Placido, oltre che un attore un po’ ruspante, è un regista sensibile e mai volgare. Questo film, a esempio, poteva essere un epigono di un genere superato dai tempi, ma lo stile di Placido è assai diverso da quello – mettiamo – di un Ricky Tognazzi. Aiutato da una magistrale fotografia di Luca Bigazzi (una Milano fredda e angosciante), Placido evita solo in parte le due trappole principali del cinema politico all’italiana, ossia gli attori-sosia («effetto Giuseppe Ferrara») e il senno di poi («effetto Rulli e Petraglia»), ma almeno non alza la voce e dirige gli attori (compreso se stesso) con cura amorevole. Bentivoglio esibisce una quieta ostinazione perfetta per il personaggio. Ci si indigna senza vergognarsi, si apprezza il coraggio con cui ad Antonutti/Sindona sono messi in bocca slogan berlusconiani, e i titoli di coda con le vere telefonate del killer ad Ambrosoli danno i brividi.
(emiliano morreale)

Commediasexi

Deputato, padre e marito apparentemente irreprensibile e in procinto di presentare una legge sulla famiglia, Massimo Bonfili (Bonolis) intrattiene in realtà una relazione clandestina con una soubrette in cerca di successo (Elena Santarelli). Per evitare un possibile scandalo, incarica il suo fedele e ignaro autista Mariano (Rubini) di stare vicino alla ragazza e parte per una vacanza a Parigi con moglie (la Rocca) e figlie. Le foto di Mariano accanto alla ragazza, pubblicate da un settimanale scandalistico, manderanno la moglie dell’autista (la Buy) dritta all’ospedale, dando il via a una serie di equivoci.

La recensione

Dopo aver trasformato Fabio Volo in un attore nei gradevoli (ma nulla più)

La febbre
e

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Un viaggio chiamato amore

Non ha avuto una vita facile Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo. Ha visto la madre tentare il suicidio, è stata violentata da un collega che è stata obbligata a sposare, le hanno portato via il bambino che non vede da vent’anni… Una esistenza movimentata, una cerchia di amicizie illustri, di amori famosi, una vita intellettuale vivacissima. Legge le poesie di Dino Campana. Gli scrive. E decide di incontrarlo nel paesello toscano dove lui passa per matto. Lei è una splendida quarantenne, lui ha dieci anni di meno. Scoppia una passione travolgente, folle, delirante, violenta e tenera. Fino alla invitabile conclusione.
Michele Placido firma la regia di questo film che ha per protagonisti due belli del cinema italiano in un periodo di gloria: Laura Morante e Stefano Accorsi (Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia 2002 come miglior attore). Una storia d’amore forte che, però, non riesce a coinvolgere né tantomeno ad appassionare, con i suoi flash-back e le incursioni nella guerra in bianco e nero. Troppa carne al fuoco, forse. La guerra, la cultura, il femminismo, la passione, la malattia, il nuovo secolo… Un film pretenzioso, insomma. Sempre brava Laura Morante, ma Accorsi convince poco con la sua recitazione sempre sopra le righe e francamente poco espressiva.

Notte d’estate con profilo greco, occhi a mandorla e odore di basilico

La presenza della Melato, in un racconto di un sensuale gioco del gatto col topo, potrebbe far pensare a un altro Travolti da un insolito destino, ma qui siamo lontani anni luce: una commedia implacabilmente pesante su una ricca e sexy capitalista italiana che rapisce un famoso terrorista e cerca di ripagarlo con la sua stessa moneta… finché non si sente attratta da lui. Una “notte” che sembra non finire mai!

Grandi magazzini

I locali dei Grandi Magazzini ospitano una numerosa schiera di variegati personaggi che vanno dal direttore affascinante allo sfortunato fattorino, dai ladri pasticcioni al giovane commesso, fino ad arrivare all’ambizioso capo del personale. Il classico elefante che partorisce il topolino: un cast davvero imponente per un film sciatto e scarso di trovate. Si salvano in pochi. Tra questi, spicca Nino Manfredi, nel ruolo di un attore costretto a lavorare per la pubblicità, che fa spiritosamente il verso a se stesso.
(andrea tagliacozzo)

Il posto dell’anima

La sede di Campolaro, Abruzzo, della Carair, multinazionale americana produttrice di pneumatici, comunica l’imminente chiusura e il conseguente licenziamento di tutti gli operai. Cinquecento persone in mezzo alla strada, più un altro migliaio dell’indotto. Quasi tutti gli operai vengono dai paesini montani nelle vicinanze e non si vogliono arrendere. Danno così vita a manifestazioni, occupazioni, presidi, siti internet, tutto per attirare l’attenzione dei media nazionali sul loro problema. Tra tutti tre sono più attivi: Salvatore (Michele Placido), Antonio (Silvio Orlando) e Mario (Claudio Santamaria). Tre generazioni diverse a confronto, ma con gli stessi problemi. Salvatore e Mario hanno moglie e figli, mentre Antonio vive una relazione a distanza con una compaesana, Nina (Paola Cortellesi), che è andata a vivere a Milano. Intrecciate alle vicende sindacali, che a poco a poco acquistano importanza fino ad arrivare al parlamento europeo e poi negli Usa, ci sono le loro storie personali. Mario è preoccupato per il mutuo della casa e così cerca di mettere in piedi una piccola impresa di pasta fresca, deludendo però i compagni di vita e di lotta. Salvatore ha un rapporto conflittuale con il figlio diciottenne, che sembra parlare un’altra lingua. E Antonio sogna di tornare a vivere al suo paese con l’amata Nina. «Meglio morti che disoccupati», questa battuta del film potrebbe essere tranquillamente il sottotitolo della pellicola di Milani. Un film sui perdenti, che lega insieme, con molta bravura, commedia e drammaticità. Un cinema d’altri tempi, ma al passo con la tendenza sociale europea. Molti i punti di contatto con Ken Loach, Laurent Cantet, ma soprattutto con lo spagnolo
I lunedì al sole
di Fernando Leòn de Aranoa. Milani, in alcuni passaggi, spinge l’acceleratore sulle emozioni, scadendo in un paio d’occasioni nella retorica. Ma è un prezzo che si può pagare in un film così completo.
(andrea amato)

Genitori & figli – Agitare bene prima dell’uso

Il confronto-scontro tra il mondo degli adulti e quello dei giovani di oggi attraverso lo sguardo disincantato della quattordicenne Nina (CHIARA PASSARELLI). Quando una mattina il suo professore d’italiano Alberto (MICHELEPLACIDO) – reduce da una furibonda lite con il figlio Gigio (ANDREA FACHINETTI) – assegna alla classe un tema del titolo “Genitori e Figli: istruzioniper l’uso”, per lei è l’occasione di parlare, per la prima volta a cuore aperto, della sua famiglia: dei due genitori, Luisa (LUCIANA LITTIZZETTO), caposala d’ospedale, e Gianni (SILVIO ORLANDO), che ha lasciato moglie e figli per vivere su una barca; dell’amicizia che lega la madre a Clara (ELENA SOFIA RICCI), insospettata amante dell’ex marito, e di quella un po’ particolare con il collega Mario (MAX TORTORA); dell’inspiegabile razzismo del fratellino Ettore (MATTEO AMATA) e di una misteriosa nonna (PIERA DEGLI ESPOSTI) che ricompare all’improvviso dopo vent’anni. Ma soprattutto Nina racconta di sé: delle sue amiche, della prima tragicomica serata in discoteca, delle uscite con i ragazzi più grandi e del suo primo innamoramento per Patrizio Cafiero (EMANUELE PROPIZIO), un buon ragazzo dall’ancora più buon soprannome, Ubaldolay. Lapenna di Nina riserverà non poche sorprese anche ad Alberto e a sua moglie Rossana (MARGHERITA BUY) che, dalla lettura del tema, scopriranno di Gigio, cose che in vent’anni, non avevano mai nemmeno sospettato.

Lamerica

Dramma toccante e amaro ambientato nell’Albania post-comunista, che racconta la fatalità che lega un giovane e arrogante capitalista italiano (Lo Verso) e un prigioniero politico appena liberato, che il primo tenta di sfruttare. Un resoconto politicamente acuto di come gli oppressi passino da una forma di sfruttamento all’altra a ogni cambio di regime. Amelio coglie con efficacia cosa vuol dire sentirsi un profugo povero e impotente.

Le rose del deserto

Un episodio della guerra di Libia che il novantunenne Monicelli racconta con la baldanza di un giovane cineasta, alternando differenti registri, dal comico al drammatico. Un plotone sanitario dell’esercito italiano di stanza a Sorman, in pieno deserto, se la passa abbastanza bene, nel 1940. La guerra sembra favorire l’avanzata delle truppe italo-tedesche verso l’Egitto e nel campo regna un bel clima cameratesco. Un cappellano italiano (Placido) richiama l’attenzione dei militari sulle pessime condizioni di vita della popolazione locale, trasformando così l’occupazione militare in azione umanitaria. Ma la alterne vicende della guerra cambieranno di molto l

Caterina va in città

Settembre 2002. La famiglia Iacovoni, Giancarlo, Agata e la figlia Caterina, si trasferisce a Roma da Montalto, paesino della provincia laziale. Tutti e tre vivranno una piccola rivoluzione. Giancarlo, insegnante di ragioneria, vuole uscire dall’anonimato e sfondare come scrittore. Per questo spinge la figlia a frequentare compagne di classe appartenenti a famiglie influenti. Caterina, tredicenne con la passione per il canto polifonico, si trova così catapultata nel mondo di Margherita, piccola leader di sinistra, figlia di una scrittrice e di un intellettuale. Poi partecipa alle feste esclusive di Daniela, figlia di un politico della maggioranza di governo. Anche Agata, nel suo piccolo, vivrà un grande cambiamento, trovando in un altro uomo l’attenzione e la gioia che il marito, troppo occupato ad inseguire sogni di gloria, le nega.
Paolo Virzì rispolvera il canovaccio usato per tutti i suoi precedenti film: quello dell’incontro-scontro tra mondi diversi. Da una parte la gente cosiddetta normale e dall’altra i privilegiati: politici, scrittori, vip. Gli eletti e gli esclusi. Da un lato l’ambiente ricco della nuova destra al governo e quello degli intellettuali di sinistra, girotondisti e un po’ snob. Dall’altro la famiglia Iacovoni: Caterina, che vuol vedere tutti felici; Agata, che desidera una vita semplice e Giancarlo che non ci sta e vorrebbe stare tra gli eletti. Imbarazzante, ingombrante e senza talento, finirà per ammalarsi di depressione. La moglie e i parenti burini di Montalto, ha detto lo stesso regista, sono invece parte di un’Italia ancora pura, che non mira a diventare famosa. In “Ovosodo,” il protagonista trovava la felicità facendo l’operaio in una fabbrica e mettendo su famiglia. Qui il messaggio è simile: meglio coltivare il proprio orticello che cercare di entrare in un mondo che non è il proprio, perché ci si scotta e si finisce per soffrire. Troppo buono questo Virzì. Predica la grazia e l’innocenza, racconta la genuinità delle borgate, ma dal suo film emerge lo snobismo di una sinistra che ha perso il contatto con la gente, oltre che le elezioni. Gli attori sono bravi, Castellitto su tutti, e la giovane protagonista Alice Teghil è una bella sorpresa. La storia però è troppo piena di cliché. Una commedia di buon livello, divertente in molti punti ma troppo simile ai precedenti capitoli della filmografia del regista. (francesco marchetti)

Mio Dio come sono caduta in basso

La nobile siciliana Eugenia di Maqueda, allevata dalle suore e cresciuta lontano dal padre, che vive a Parigi, sposa il giovane Raimondo Corrao. Prima che il matrimonio tra i due possa essere consumato, dalla capitale francese giunge una lettera nella quale il padre comunica alla ragazza che il neo marito è in realtà suo fratello. Scritto e diretto dallo stesso Comencini, un film non del tutto riuscito, in gran parte costruito sull’avvenenza della Antonelli.
(andrea tagliacozzo)

Mery per sempre

Un insegnante viene nominato al carcere minorile di Rosaspina, e deve scontrarsi con l’ostilità dei ragazzi e degli impiegati e con le tensioni provocate dall’arrivo in carcere del «femminiello» Mery. L’incontro tra il robusto mestiere di Risi, il didatticismo democratico di Rulli e Petraglia e il naturalismo un po’ morboso di Aurelio Grimaldi (autore del romanzo-verità da cui è tratto il film) riesce a infondere vita in un cinema italiano al termine del peggior decennio della sua storia. Molti i compromessi (dall’uso della musica alla presenza di Michele «Piovra» Placido) ma è comprensibile: questo film apriva le cataratte, faceva approdare sullo schermo con forza devastante una realtà che, a dispetto di tutto il filone del cinema politico, non si vedeva da decenni. Oggi
Mery per sempre
appare un film datato ma, se rivisto con occhio di «storici», utile nell’affermare quella riscoperta della realtà che ha preparato il terreno a film come
Il ladro di bambini
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(emiliano morreale)