La stanza di Marvin

Adattamento toccante di un lavoro teatrale off Broadway di Scott McPherson su una donna che ha dedicato la sua vita di adulta a prendersi cura del padre colpito da un ictus e di una zia nervosa. Poi è costretta a chiamare in soccorso la sorella da tempo persa di vista e i nipoti perché l’aiutino con i suoi problemi di salute. Uno sguardo commuovente e acuto sui legami famigliari, le vecchie ferite, l’amore e la responsabilità, con interpretazioni tutte di ottimo livello. Cronyn aggiunge grande intensità, anche se non dice una parola. Un altro punto di forza è la colonna sonora di Rachel Portman. Debutto cinematografico per il regista teatrale Zaks. Una nomination all’Oscar per Diane Keaton.

Quei bravi ragazzi

Un decennio di storia di mafia italoamericana raccontato «dal di dentro», con uno stile vertiginoso al limite dello sconcerto, capace di trasmettere la vertigine dell’accumulo, del potere e infine della droga. Voce off, Liotta protagonista e Pesci e De Niro comprimari (guardate quest’ultimo che fa la «spalla» senza farsi notare, e capirete cos’è un grande attore). Un mirabile studio di antropologia, un saggio di cinema perfetto in ogni sua componente (la scelta delle canzoni, per dirne una). Ma anche un film di somma ambiguità, che si sottrae al fascino incombente di personaggi terribili dapprima assumendo – sia pur brevemente – un punto di vista femminile (la moglie di Liotta), e poi sfociando in una presa di coscienza da cinema hollywoodiano d’altri tempi, che corrisponde a quella del vero mafioso a cui Scorsese e il co-sceneggiatore Nick Pileggi fanno riferimento. Uno dei capolavori di Scorsese, uno dei grandi film degli anni Novanta. (emiliano morreale)

Jackie Brown

Un gangster nero cerca di mettere a segno un colpo col traffico d’armi, in società con un altro vecchio del giro e con la complicità di una hostess, Jackie Brown: ma lei fa il doppio gioco. Una guerra tra poveri, con in sottofondo la struggente storia d’amore crepuscolare tra l’attempato gangster Max Cherry (Robert Forster) e la matura Jackie (interpretata da Pam Grier, regina della blaxploitation anni Settanta). Costruito a flashback, ma sobri e assolutamente… anti-tarantiniani, un film saggio e maturo, firmato da un regista vero: rimangono pochi dubbi sulla statura di autore di Tarantino, che qui è sfigato e notturno, cinefilo assolutamente non esibizionista, direttore di attori sopraffino, magistrale creatore di atmosfere e di suspence. Da ricordare il ripescaggio di Forster e della Grier, il meraviglioso controruolo inventato per De Niro (ma esistono controruoli per De Niro?), le calibrate prestazioni di Bridget Fonda e Samuel L. Jackson.
(emiliano morreale)

Frankenstein di Mary Shelley

Versione “fedele” ma ampiamente deludente della saga di Frankenstein. Più energico del necessario, con la macchina da presa che non sta mai ferma. Branagh ci permette di capire la personalità del dottor Frankenstein, ma la storia deraglia una volta che la creatura viene lasciata libera. Ulteriormente appesantito dalla cornice narrativa con il capitano di mare Quinn. Il mostro di De Niro rimane molto… deniresco, e fa sentire la nostalgia di Karloff (e perfino di Peter Boyle).

Il cacciatore

Tre giovani amici della Pennsylvania partono per andare a combattere in Vietnam. Catturati dai Vietcong, solo due riescono a tornare a casa, mentre il terzo, disperso, si suppone imboscato a Saigon. Molto discusso alla sua uscita (venne addirittura accusato di razzismo), il film alterna momenti poetici (le sequenze di caccia) ad altri d’incredibile impatto spettacolare ed emotivo (i violenti segmenti del campo di prigionia sono a tratti quasi insostenibili). Michael Cimino, alla sua opera seconda, si affermò alla grande, per poi bruciare tutte le sue carte in seno a Hollywood con il fiasco del successivo I cancelli del cielo, western mastodontico, affascinante ma tremendamente dispendioso. Il film vinse quattro dei nove Oscar per cui era candidato: per il film, la regia, il suono e per il miglior attore non protagonista (Walken). (andrea tagliacozzo)

Lettere d’amore

In una piccola città del New England, un cuciniere che lavora in una pasticceria ha un imbarazzante segreto che lo ha fatto crescere solitario e malinconico: è analfabeta. Una vedova che lavora nello stesso negozio si accorge del suo problema e decide di aiutarlo. L’ultimo film del regista Martin Ritt (scomparso l’8 dicembre 1990, noto soprattutto per
La lunga estate calda
e
Norma Rae
), solitamente più a suo agio con vicende d’impegno civile. La presenza di Robert De Niro e Jane Fonda riesce in qualche modo a tamponare le falle di una storia che gli sceneggiatori Harriet Frank Jr. e Irvin Ravtech, adattando il romanzo di Pat Barker
Union Street
, non sono riusciti a sviluppare a dovere.
(andrea tagliacozzo)

Prima di mezzanotte

Robert De Niro veste i panni di un ex poliziotto di Chicago, diventato cacciatore di taglie in California. L’uomo accetta di catturare un ragioniere che ha sottratto quindici milioni di dollari a un boss della droga, ma quando riesce ad acciuffarlo la sua missione viene ostacolata dall’FBI. Proprio come Beverly Hills Cop , diretto quattro anni prima dallo stesso Martin Brest, il film è una micidiale macchina da intrattenimento che ha il suo punto di forza nella perfetta fusione tra commedia e azione. Eccellente la prova di Charles Grodin, che riesce a tenere testa a un mostro sacro come De Niro. (andrea tagliacozzo)

Stardust

Stardust

mame cinema STARDUST - STASERA IN TV LA FAVOLA PER TUTTA LA FAMIGLIA scena
Una scena del film

Diretto da Matthew Vaughn, Stardust (2007) è ambientato in un universo immaginario, in cui il mondo umano confina con il regno magico di Stormhold. Il giovane Dunstan Thorn (Ben Barnes) riesce a entrare nel territorio di Stormhold e lì conosce la giovane principessa Una (Kate Magowan), che viene tenuta prigioniera da una strega. Tra i due è subito amore e, nove mesi dopo, a Dunstan viene consegnato un bambino, che viene chiamato Tristan.

Anni dopo, Tristan (Charlie Cox) è perdutamente innamorato di una ragazza del suo villaggio, Victoria (Sienna Miller), la quale però non lo ricambia. Anzi, essendo ansiosa di liberarsi di lui, gli dice che acconsentirà a sposarlo se lui le porterà della polvere di stella. Tristan parte dunque alla ricerca di questa polvere, dopo aver assistito insieme a Victoria alla vista di una stella cadente. E, sorprendentemente, incontra proprio quella stella, che sulla terra assume la forma di una ragazza di nome Yvaine (Claire Danes). Ma il cuore di una stella garantisce la giovinezza eterna e tre streghe vanno a caccia di Yvaine. Nel frattempo, il re di Stormhold muore e i suoi figli lottano tra di loro per ottenere il trono.

Chi porterà alla fine la corona di Stormhold? E riusciranno Tristan e Yvaine a non cadere preda delle terribili streghe? Ma soprattutto: Tristan tornerà al suo villaggio tentando di conquistare l’arrogante Victoria o sceglierà un’altra strada?

Curiosità

  • Il film è liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Neil Gaiman. Lo scrittore, rendendosi conto che una trasposizione cinematografica sarebbe stata adatta agli adulti anziché ai bambini, ha dato quindi il beneplacito a Vaughn e Jane Goldman di accorciare la vicenda e di aggiungere tocchi di humor alla sceneggiatura.
  • Gli incassi sono stati complessivamente di 135.6 milioni di dollari a fronte di un budget di 88.5 milioni.
  • Accolto positivamente dalla critica, il film ha ricevuto il premio Hugo per la miglior rappresentazione drammatica, forma lunga nel 2008.
  • Nel marzo 2006, sono entrati nel cast Robert De Niro, Michelle Pfeiffer, Claire Danes, Charlie Cox e Sienna Miller. Vaughn ha scelto personalmente Danes, Cox e Pfeiffer, mentre le sue due scelte per il ruolo di Capitan Shakespeare erano De Niro e Jack Nicholson. Stephen Fry era entrato in trattative per il medesimo ruolo, ma Vaughn ha scelto De Niro al suo posto.
  • La lavorazione del film è cominciata ad aprile del 2006 ai Pinewood Studios di Londra. Le riprese si sono svolte anche a Wester Ross, in Scozia, all’Isola di Skye, ed in Islanda.
  • La colonna sonora del film è composta da Ilan Eshkeri. È stata pubblicata l’11 novembre 2007 da Decca Records.

The Untouchables – Gli intoccabili

Una pellicola ad alta energia e di forte impatto: questo aggiornamento — firmato da David Mamet — della ben nota serie televisiva narra dei modi (spesso violenti) attraverso i quali l’onesto ma ingenuo agente federale Elliot Ness tenta di sgominare sia la corruzione all’interno della polizia, sia la malavita nella Chicago del proibizionismo. Regia fluida, a tratti persino “fiammeggiante”, e potenti interpretazioni di Connery (nel ruolo — che gli è valso l’Oscar — di un vecchio poliziotto di strada) e di De Niro nei panni di un gigantesco Al Capone. I travolgenti scontri a fuoco, alcuni dei quali citano una celeberrima sequenza de La corazzata PotÍmkin, vi terranno incollati alla poltrona! Fotografia di Stephen H. Burum, ricca partitura musicale di Ennio Morricone. Panavision.

Risvegli

Nel 1969, Malcolm Sayer, medico del Bainbridge Hospital di New York, sperimenta su un malato affetto da encefalite letargica, Leonard Lowe, un nuovo farmaco. Dopo ripetuti tentativi, il paziente mostra segni di ripresa e torna lentamente a una vita normale. Un film furbo e melenso, ma ben confezionato e, soprattutto, magistralmente recitato dai due protagonisti. La sceneggiatura, tratta dal libro di Oliver Sacks, è scritta da Steven Zaillian, premiato con l’Oscar nel ’94 per
Schindler’s List
.
(andrea tagliacozzo)

Sfida senza regole – Righteous Kill

Dopo trent’anni di lavoro di squadra al Dipartimento di polizia di New York, i pluridecorati detective Turk e Rooster (De Niro e Pacino)non sono ancora pronti per la pensione. In città, sono stati assassinati dei presunti criminali. La polizia è certa che si tratti di un serial killer, perché lascia poesie sui cadaveri a motivazione del suo gesto.

La recitazione classica dei due mostri sacri (che finalmente condividono le stesse inquadrature dopo essersi sfiorati in Il Padrino – Parte II e Heat – La sfida) non basta per dimenticare la banalità della sceneggiatura crepuscolare di Russell Gewitz. E la disparità prpgressiva di tempo trascorso da uno dei due protagonisti telefona la sorpresa finale nel peggiore dei modi.

 

 

Ronin

Un gruppo di cinque uomini viene assoldato da una donna per rubare una preziosa valigetta appartenente a un superprotetto uomo d’affari. In seguito, doppi e tripli giochi si moltiplicano. Un ritorno alle atmosfere grigie e pessimistiche dei suoi tempi migliori (i Sessanta e Settanta), questo di Frankenheimer: poliziesco serrato, arioso e claustrofobico nello stesso tempo, con superbi inseguimenti in auto e una preziosa disperazione di fondo. Da vedere rigorosamente in versione originale, perché il doppiaggio italiano neutralizza le inflessioni dei personaggi, ognuno di provenienza geografica differente.
(pier maria bocchi)

Everybody’s Fine

Dopo avere passato tutta la vita a lavorare per far stare bene la sua famiglia, per Frank Goode é arrivato il momento della meritata pensione, ma da quando é rimasto vedovo, si rende conto di non aver mai dedicato abbastanza tempo alla sua famiglia e che il collante che la teneva unita era sua moglie. Decide così di iniziare un nuovo corso e per farlo, invita i suoi figli per il week-end per un barbecue. Nessuno di loro però accetta l’invito, così Frank, deciso a riprendere in mano il rapporto con tutti loro, si mette in viaggio per andare a trovarli uno ad uno…

Vi presento i nostri

La tensione tra i due capi-famiglia, Jack Byrnes (Robert De Niro) e Greg Focker (Ben Stiller), arriva a toccare nuove esilarati vette nel terzo capitolo della serie – Vi Presento i Nostri. Laura Dern, Jessica Alba e Harvey Keitel si aggiungono al cast stellare per la nuova avventura del popolarissimo franchise mondiale. Ci sono voluti 10 anni, due piccoli Fockers con la moglie Pam (Polo) e numerosi ostacoli da superare per avvicinare Greg al suo impenetrabile suocero Jack.

Trovandosi senza un soldo il padre di famiglia decide di dedicarsi ad una seconda occupazione, quello dello spacciatore, scatenando ancora una volta i sospetti di Jack sul suo preferito infermiere maschio. Quando l’intero clan di Greg e Pam – con anche l’ex di Pam, Kevin (Owen Wilson), arriva per festeggiare il compleanno dei gemellini, Greg deve dimostrare allo scettico Jack di essere perfettamente capace di essere l’uomo della casa. Ma con tutti i malintesi, le spiate e le missioni segrete, riuscità Greg a superare l’ultimo test di Jack e finalmente diventare il prossimo patriarca della famiglia… o sarà rotto per sempre il cerchio della fiducia?

Bronx

Negli anni Sessanta, un ragazzino del Bronx è diviso tra la dignità del padre tranviere e il fascino del gangster del quartiere. E per giunta si innamora di una ragazza di colore. Costruito come una fiaba natalizia ( A Bronx Tale , una novella del Bronx, è il titolo originale), l’esordio nella regia di De Niro è costellato di meravigliosi canti a cappella e da una cornice di commento off. Quasi più Tornatore che Scorsese, è una narrazione delicata e nostalgica, che non nasconde gli elementi autobiografici. Storia di un’educazione e di una crescita, sentimentale ma non sdolcinato, è un perfetto film di scuola, che dimostra un’impressionante padronanza e una gran mano di direttore d’attori: è la pellicola che ha lanciato Chazz Palminteri, perfetto boss, mentre lo stesso De Niro si ritaglia un ruolo da comprimario di sobrietà esemplare. (emiliano morreale)

The Good Shepherd – L’ombra del potere

Storia avvincente di un giovane emotivamente represso che a Yale viene reclutato per un lavoro di spionaggio durante la seconda guerra mondiale e che in seguito entrerà nella nascente Central Intelligence Agency, anche se ciò significherà un enorme sacrificio della sua vita famigliare. L’immaginaria sceneggiatura di Eric Roth (basata su fatti reali) spiega parecchie vicende e offre un’ottima prospettiva interna sulla natura dello “spy business”. De Niro usa, con buon successo, Il padrino come forma drammatica. Damon è ottimo nel suo ruolo e circondato da attori ben scelti per ciascuna parte, poco importa se piccola. Eccezionale fotografia di Robert Richardson. Una nomination agli Oscar per la Migliore Scenografia.

Innamorarsi

La libreria Rizzoli di Manhattan è il luogo del primo incontro tra Frank e Molly: lui ingegnere, lei disegnatrice, entrambi sposati. Poco tempo dopo, i due si rivedono ancora sul treno che li porta in New Jersey ed è subito amore. A guardarlo bene, il film sembra un remake non ufficiale di
Breve incontro
di David Lean (ispirato a sua volta da una commedia di Noel Coward). Ma mentre il film di Lean (realizzato nel ’45) era un capolavoro d’intensità poetica, questo di Grosbard è solo un veicolo – e neanche troppo originale – per i due interpreti, bravi ma non sufficienti a risollevare le sorti della pellicola.
(andrea tagliacozzo)

Voglia di ricominciare

La storia straziante ma del tutto avvincente — ambientata negli anni Cinquanta — di un ragazzo e della madre nomade, che finiscono con l’andare a vivere in una zona sperduta dello stato di Washington con un tanghero che minaccia e picchia il giovane. Un ritratto scottante, vetrina per interpretazioni eccellenti (compresa la giovane rivelazione DiCaprio), ma ciò che in definitiva lo fa funzionare è la consapevolezza che si tratta di una storia vera. Sceneggiatura di Robert Getchell, dal libro autobiografico di Tobias Wolff. Clairmont-Scope.

Novecento

In un paese della Bassa Emiliana, agli albori del Novecento, Alfredo, futuro erede dei possedimenti terrieri di famiglia, nonostante i privilegi di casta stringe amicizia con Olmo, figlio di una contadina e di padre ignoto. Nel secondo atto del film, girato contemporaneamente al primo, le vicende politico-sentimentali dei protagonisti – tra i quali spiccano De Niro e Depardieu – si dipanano negli anni che vanno dall’inizio del secolo alla seconda guerra mondiale. Sullo sfondo, le lotte contadine, il fascismo e la Resistenza. Bertolucci, un cast d’eccezione e la splendida fotografia di Vittorio Storaro danno vita a un racconto epico e spettacolare, anche se non sempre il regista riesce a coniugare le esigenze dello spettacolo con il discorso politico in un’ambiziosa e didattica Storia della lotta di classe in Italia.
(andrea tagliacozzo)

Everybody’s Fine – Stanno tutti bene

Dopo avere passato tutta la vita a lavorare per far stare bene la sua famiglia, per Frank Goode é arrivato il momento della meritata pensione, ma da quando é rimasto vedovo, si rende conto di non aver mai dedicato abbastanza tempo alla sua famiglia e che il collante che la teneva unita era sua moglie. Decide così di iniziare un nuovo corso e per farlo, invita i suoi figli per il week-end per un barbecue. Nessuno di loro però accetta l’invito, così Frank, deciso a riprendere in mano il rapporto con tutti loro, si mette in viaggio per andare a trovarli uno ad uno…

Manuale d’amore 3

Esistono diverse età dell’amore, è quello su cui punta il regista Gianni Veronesi per questi tre nuovi capitoli di Manuale d’amore.

“Giovinezza” racconta la storia di Roberto (Riccardo Scamarcio), giovane e ambizioso avvocato, prossimo alle nozze con Sara (Valeria Solarino), e del suo travolgente incontro con Micol (Laura Chiatti), bellissima, provocante e misteriosa. Con lei scoprirà una realtà fuori dal tempo, sospesa fra personaggi stravaganti e tentazioni irresistibili.
“Maturita’”. Fabio (Carlo Verdone), un affermato anchorman televisivo, marito fedelissimo da 25 anni, viene travolto da un incontro imprevisto e fatale. L’intrigante Eliana (Donatella Finocchiaro) non è però chi sostiene di essere. Un semplice colpo di testa diventerà per lui una tragicomica avventura: liberarsi di lei non sarà affatto facile!

“Oltre”. Adrian (Robert De Niro) è un professore americano di storia dell’arte che da qualche anno, dopo il divorzio dalla moglie, ha scelto di vivere a Roma, la città che ha sempre amato. Riservato e solitario frequenta poche persone tra cui Augusto (Michele Placido), il portiere dello stabile in cui vive. Forse solo a lui ha rivelato il suo segreto: sette anni prima ha subito un delicatissimo intervento di trapianto del cuore. Il fulminante incontro con la figlia di quest’ultimo, Viola (Monica Bellucci), sconvolgerà la sua tranquilla esistenza e lo porterà a vivere sensazioni sopite da tempo ed emozioni nuove per lui.
Filo conduttore delle peripezie amorose dei protagonisti un emblematico personaggio: il tassista Cupido (Emanuele Propizio).

Ciao America

Greetings , circolato in Italia con il banalissimo titolo Ciao America , segna l’incontro tra la poetica citazionistica e ironica di Brian De Palma – che approderà in seguito al thriller e all’horror – e il cinema militante di stampo sessantottesco. Più che di un ritratto generazionale si tratta di un’opera caotica e centrifuga, che segue parallelamente le vicende di tre balordi, uno dei quali (l’allora quasi esordiente Robert De Niro) è un voyeur che finirà arruolato in Vietnam e costringerà una vietcong a spogliarsi davanti alla sua Super-8. Nelle altre storie si ritrovano invece echi del delitto Kennedy, dai discutibili risultati della commissione Warren fino alla morte sospetta dei testimoni. La Nouvelle Vague, e in particolare Jean-Luc Godard, è il modello evidente di questo mirabile e stravagante divertissement, anche se c’è già tutto il gusto per il grottesco – in chiave goliardica e post-moderna – che caratterizzerà il De Palma maggiore. Ciao America ha un seguito assai più riuscito e interamente giocato sul personaggio di De Niro: Hi, Mom! . Resta indimenticabile, comunque, l’omonima canzone Greetings , che accompagna puntualmente molte delle sequenze. (anton giulio mancino)

L’ombra del potere – The Good Shepherd

Storia romanzata di Edward Wilson, uno dei fondatori della CIA. Entrato nei servizi segreti nel corso della seconda guerra mondiale, Wilson dovrà sacrificare la sua vita personale e i suoi affetti familiari per il bene della patria: una scelta che lo logorerà nel profondo.

Il padrino – Parte II

Alla morte di Don Vito, le redini dei Corleone passano nelle mani del figlio Michael. Questi si rende subito conto che la «famiglia», minacciata da una catena di tragici eventi, rischia un inesorabile declino. Il ricordo del padre è sempre presente: giunto negli Stati Uniti agli inizi del secolo, il giovane Don Vito riuscì a creare dal nulla un impero del crimine. Straordinario seguito de Il padrino, più complesso – specialmente dal punto di vista narrativo, strutturato com’è sulle storie parallele delle origini di Don Vito e delle imprese temporalmente successive di Michael – e per certi versi superiore al precedente episodio. Vincitore di sei premi Oscar, tra i quali quello per il film, la regia e l’attore non protagonista (Robert De Niro). (andrea tagliacozzo)

Flawless-Senza difetti

Un poliziotto in pensione un po’ omofobo è colpito da un ictus durante una sparatoria nell’hotel in cui risiede. L’aiuto gli viene da un travestito che abita accanto a lui e gli fa tornare la voglia di vivere (e, con il canto, addirittura la parola). Tra i due, ovvio, nascerà l’amicizia. Amen. Schumacher sceneggia pure: roba da suicidio collettivo. Vergognoso manifesto pro-fratellanza e accettazione dell’altro, condito da stereotipi così affettati e ammuffiti che sarebbe arduo trovarli persino nei manualetti propedeutici per gli scolari delle medie. I personaggi – dal pizzaiolo fusto ai colleghi bravi e buoni, dalle
drag queens
esagitate alla prostituta dal cuore enorme – fanno venire la pelle d’oca. De Niro con la bocca storta mette tristezza (e doppiato da Ferruccio Amendola ancor di più); Hoffman, con le sue mossette, sbracciate e occhiate, invoca vendetta. Si rischia di passare per fascisti, ma quella proposta da questo film è una visione imbarazzante e pericolosa.
Splendori e miserie di Madame Royale
di Vittorio Caprioli, col suo mix di giallo, costume e sana cattiveria, rimane irraggiungibile; e una sola battuta o un solo gesto di Ugo Tognazzi battono tutti quelli di Hoffman e amiche.
(pier maria bocchi)

Colpevole di omicidio

Storia cupa e già vista di uno sbirro newyorkese che ritorna nel luogo in cui è nato, la località costiera di Long Beach (a Long Island), ormai abbandonata, dove suo figlio, che da tempo si è allontanato da lui, potrebbe aver commesso un omicidio. Tenta di tracciare una saga tragica di padri, figli e opportunità perdute, ma troppo spesso suona falso. Ispirato a una vicenda realmente accaduta. Super 35.

Ti presento i miei

L’infermiere Greg Focker (Fotter nell’edizione italiana) ama alla follia la sua ragazza Pam e vorrebbe sposarla. Ma il padre di lei, Jack, è un tipo all’antica e Greg capisce che per ottenerne la fiducia deve andare da lui a New York e chiedergli ufficialmente la mano di sua figlia. Il week-end si rivela un vero incubo: Jack è scorbutico e insopportabile e, come se non bastasse, fin dall’inizio la malasorte – sotto varie forme – si accanisce contro Greg.

Nonostante i molti difetti – e a partire da una trama esile esile –
Ti presento i miei
ha comunque un pregio non da poco: è divertente. Dopo un’inizio un po’ lento (di studio, si direbbe in un incontro di calcio…), il film prende quota e sciorina una gag dietro l’altra: non tutte azzeccate, alcune perfino prevedibili, ma la mole è tale che la risata è quasi inevitabile. L’effetto è ovviamente decuplicato dalla presenza di Ben Stiller e Robert De Niro: il primo, film dopo film, è sempre più sicuro dei suoi mezzi, mentre il secondo, per quanto efficace, gigioneggia un po’ troppo e – come spesso gli capita ultimamente – finisce per assomigliare alla parodia di se stesso. Detto questo, bisogna ammettere che la somma delle parti – gag+Stiller-De Niro – non si tramuta automaticamente in un buon film. La colpa è parzialmente da attribuire alla regia incolore di Jay Roach: corretta, professionale, ma incapace di imprimere un marchio personale alla pellicola (a riprova che le cose migliori dei due
Austin Powers
erano in realtà farina del sacco di Mike Myers). A dispetto di qualche assaggio gustoso, il risultato finale lascia quindi insoddisfatti, con l’impressione di non aver assistito a un vero film ma solo a un’incessante e non sempre ben amalgamata sequela di trovate comiche.
(andrea tagliacozzo)

The Score

Come è possibile che due mostri sacri come Robert De Niro e Marlon Brando, due ottimi attori come Angela Basset ed Edward Norton, diretti da un bravo regista come Frank Oz, possano dare vita a un film così brutto? Nick Wells (De Niro) è un fenomenale ladro di gioielli, che da 25 anni compie furti eccellenti commissionati dall’amico ricettatore Max (Brando). Come copertura ha un jazz club e quando decide di farla finita con i furti, per sposare la sua amata (Basset), organizza il colpo del secolo in un museo. Ad aiutarlo nell’impresa c’è un giovane e promettente ladro, ma un po’ irrequieto. Di sfondo una bellissima Montreal, l’unica nota positiva del film. Banale il soggetto, brutti i dialoghi, prive di emozioni le scene ad «alta tensione», sciapa la regia. Incredibilmente il buon Bob De Niro imbrocca un altro fiasco. Ormai gira voce che lavori solo dove viene ben pagato, senza tener conto del copione. Di Brando ormai non ci si stupisce più: è l’ombra di se stesso. Questa volta è davvero il crepuscolo degli dei?
(andrea amato)

Men of Honor-L’onore degli uomini

Il primo capo Billy Sunday è un feroce istruttore di palombari che fuma una pipa regalatagli da MacArthur in persona. Carl Brashear ha un solo sogno: entrare in marina e diventare un primo capo. Sunday, determinato e razzista, non ha alcuna intenzione di aprire il suo corso di addestramento agli afroamericani. Carl, però, è ancora più determinato di lui nel voler perseguire a tutti i costi il suo obiettivo. «I have a dream», diceva il dottor King, e come per incanto la pursuit of happiness si salda, senza colpo ferire, con il sogno dell’integrazione razziale secondo Hollywood. Inevitabilmente il film di Tillman jr. risulta tutto già visto, per cui non si sa bene se stroncarlo a causa della sua prevedibilità o se divertirsi affidandosi alla melodia del déjà vu. Anche se la prima ipotesi sarebbe quella teoricamente preferibile, non si può fare a meno di notare come l’aurea mediocrità d’altri tempi del film (con i suoi ritmi soporiferi e ultradilatati), l’appello a un tranquillo e pacato sdegno civile, l’ecumenismo «cromatico» che mette in ombra l’istituzione al cui interno si combatte cotanta nobile pugna, sembrano contenere in sé gli anticorpi di qualsiasi obiezione critica. Tutto già visto? Quindi tutto potenzialmente da rivedere. C’è qualcosa del segreto stesso dell’artigianato high budget hollywoodiano nella serena banalità di questo film. E perciò ci si arrende: si ripercorrono luoghi noti, ci si commuove dove richiesto, si ride quando previsto. E un po’ ci si sorprende del valore pedagogico che sortisce la colorita espressione «culo nero» che, date le circostanze, viene mondata di qualsiasi intento dispregiativo. «I have a dream», diceva il dottor King. Anche noi.
(giona a. nazzaro)

Novecento

Travolgente spaccato dell’Italia del XX secolo, incentrato su due famiglie in contrasto. Un film ambizioso e potente che creò uno straordinario scompiglio anche in America, dove uscì in una versione di 243 minuti. Il restauro del 1991 sembra ancora discontinuo, ma le immagini — poderose e bellissime — compensano una durata oppressiva.

Il prossimo uomo

Durante un’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, Khalil Abdul, afferma che per migliorare la situazione economica dell’area mediorientale sarebbe auspicabile un’alleanza con Israele. Le clamorose dichiarazioni finiranno per portare il diplomatico nel mirino di una killer professionista. Un discreto melodramma con molti scenari (New York, Bavaria, Londra, Marocco ecc.) e uno Sean Connery nelle inusuali vesti dell’arabo (già indossate l’anno precedente ne
Il vento e il leone
). Il film, curiosamente, anticipò la svolta di Sadat, protagonista, nel 1977, dello storico accordo con lo Stato ebraico.
(andrea tagliacozzo)

New York, New York

Un sassofonista e una cantante si conoscono nel 1945, a New York, durante una grande festa organizzata per celebrare la fine della guerra. Si innamorano, poi si sposano, ma, come scopriranno, la vita matrimoniale non è tutta rose e fiori. Anche se alla sua maniera, Martin Scorsese rende omaggio alla vecchia Hollywood (il film è ispirato, anche se alla lontana, a
Io amo – The Man I Love
, 1946 – di Raoul Walsh), in uno splendido dramma a ritmo di musica, che alterna momenti divertenti (le briose sequenze dell’incontro tra i due) ad altri più seri e riflessivi. Grandi interpretazioni, specialmente della Minnelli che canta la celebre canzone che dà il titolo al film composta da John Kander e Fred Ebb. Inizialmente distribuito in una versione da 153 minuti, la pellicola è stata successivamente ridotta a 137. Commercialmente, un clamoroso flop, nonostante la fama di cui ha goduto in seguito.
(andrea tagliacozzo)

Taxi Driver

Palma d’oro come miglior film al Festival di Cannes 1976. Un reduce del Vietnam, disperatamente solo e sofferente d’insonnia, trova lavoro come tassista notturno. Alle prese con i clienti più disparati e con storie quotidiane di ordinaria follia, l’uomo si erge a paladino di una minorenne (Jodie Foster) biecamente sfruttata sul marciapiede. Già fattosi notare con gli eccellenti
Mean Streets
e
Alice non abita più qui
, Martin Scorsese realizza il suo primo, vero capolavoro, disperata e angosciante discesa nella solitudine e negli inferi della violenza urbana. Oltre alla stilizzata regia di Scorsese, straordinaria anche la sceneggiatura firmata da Paul Schrader, che tornerà a lavorare con il cineasta newyorkese in
Toro Scatenato, L’ultima tentazione di Cristo
e
Al di là della vita
. La Foster, appena tredicenne, fu candidata all’Oscar come migliore attrice non protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Indiziato di reato

Nel 1947, il regista David Merril, tornato a Hollywood dopo un soggiorno di lavoro in Francia, finisce nel mirino della commissione per le attività antiamericane presediuta dal senatore McCarthy. Rifiutatosi di collaborare, l’uomo non trova più nessuno disposto a produrre i suoi film. Poco esaltante esordio alla regia di Irwin Winkler (produttore di alcuni dei migliori film di Martin Scorsese). Anche De Niro, in questa occasione, appare leggermente sottotono. Lo stesso argomento aveva ispirato un film di gran lunga migliore come Il prestanome (di Martin Ritt, con Woody Allen). (andrea tagliacozzo)

Colpevole d’omicidio

Vincent LaMarca (Robert De Niro) è un rispettato detective di Manhattan, con alle spalle un passato un po’ agitato. Vincent è figlio di un infanticida condannato a morte negli anni Cinquanta e padre di un tossicodipendente accusato di omicidio. Vincent vive separato dalla moglie e ha una relazione con la sua vicina di casa, che però non lo consoce affatto. I giudizi della gente l’hanno sempre spinto a lavorare al massimo, per diventare uno dei migliori poliziotti della città e per potere camminare a testa alta. Questo però è andato a discapito del suo rapporto coniugale e, soprattutto, del rapporto con il figlio. Ora scopre di essere anche nonno e forse c’è l’occasione per fare la scelta migliore e provare a riparare gli errori fatti.
Colpevole d’omicidio,
titolo italiano che non rispecchia per nulla la versione originale
(City by the Sea),
è basato sull’articolo di Mike McAlary,
Mark of a Murder,
pubblicato su
Esquire.
Possibile che il gene omicida si trasmetta di padre in figlio o di generazione in generazione? Ovviamente no, ma alcune coincidenze della vita possono portare a questa conclusione e il peso del passato, poi, incide enormemente sulle scelte del presente. Dopo una sequela di flop totali, De Niro ritorna sul grande schermo con un film almeno sufficiente. Non certo un capolavoro, ma si lascia guardare. Qualche luogo comune buttato qua e la fa storcere il naso, ma nel complesso il ritmo e la scrittura non sono male.
(andrea amato)

Re per una notte

Un attore comico alle prime armi, deciso a tutto pur di arrivare, perseguita un affermato intrattenitore televisivo per ottenere una parte nel suo show. Il divo cerca di liberarsi dello scocciatore, ma questi non si dà per vinto e, con l’aiuto di una complice, sequestra il presentatore. Atipica nella struttura narrativa e decisamente spiazzante nei toni, una black comedy coraggiosa e fuori dagli schemi che si rivelò un vero e proprio suicidio al box office (costata 20 milioni di dollari, ne incassò appena 2 e mezzo). Eccellente Jerry Lewis, quasi nei panni di se stesso, e la scatenata Sandra Bernhard. Bravo anche Robert De Niro che riprende in pratica gli eccentrici personaggi interpretati negli anni Sessanta in
Ciao America
e
Hi Mom!
, entrambi diretti da Brian De Palma. Il film segnò la quinta collaborazione tra De Niro e Martin Scorsese.
(andrea tagliacozzo)

Angel Heart – Ascensore per l’inferno

Il detective privato Harry Angel (Mickey Rourke) viene assoldato dall’enigmatico Louis Cyphre (Robert De Niro) per ritrovare Johnny Favorite, un cantante che diversi anni prima, dopo essere stato dimesso con uno stratagemma da un clinica psichiatrica, ha lasciato perdere ogni traccia di sé. Una volta iniziate le indagini, per l’investigatore inizia una lenta, ma inesorabile discesa verso l’inferno. Thriller satanico dalle grandi ambizioni, ma dai risultati tutto sommato modesti. Intrigante nelle premesse e splendidamente fotografato da Michael Seresin, il film alla lunga diventa sempre più manierato e involuto, fino a giungere a un finale a sorpresa non del tutto imprevedibile. Scritto dallo stesso Parker da un romanzo di William Hjortsberg intitolato
Falling Angel
.
(andrea tagliacozzo)

Non siamo angeli

Tre detenuti evadono rocambolescamente dal carcere, poi si separano. Jim e Ned, bonaccioni e inoffensivi rispetto al più malvagio Bobby, arrivano in un sperduto paesino dove vengono scambiati per due sacerdoti. Remake dell’omonimo film di Michael Curtiz, girato nel ’55 con Humphrey Bogart e Peter Ustinov, con numerose variazioni rispetto all’originale. Poco riuscito, nonostante i grandi nomi messi in campo, tra i quali David Mamet, autore della sceneggiatura. De Niro, tutto mossette, gigioneggia senza controllo, mentre Penn, leggermente superiore al collega, sembra in più di un’occasione fargli il verso. Incolore la regia di Neil Jordan, al secondo flop consecutivo dopo il sottovalutato High Spirits.
(andrea tagliacozzo)

Casinò

Uno dei pochi film contemporanei sul denaro e insieme uno di quei casi – invece non rarissimi – in cui l’ambientazione mafiosa o para-mafiosa diventa prospettiva tragica sul mondo e spunto di radicalizzazione estetica (come
Fratelli
o
Totò che visse due volte
). Un’opera ancora più «totale» di
Quei bravi ragazzi
, un kolossal storico presbite su un passato prossimo, con una geniale costruzione spaziale, da film di De Mille: una Las Vegas circondata dal deserto e attraversata da destini di autodistruzione. Meno affascinato dai personaggi e meno ambiguo del solito, Scorsese sceglie per Casinò un incedere «biblico», e riesce più ironicamente limpido nell’analisi teologica del denaro, più sociologico e religioso che antropologico. Un film che nel finale ribalta virtuosisticamente il punto di vista e si svela per quello che è: la descrizione di un’epoca «eroica» del Male, prima che la banalità abitasse la Terra (e lo stesso Male) con i suoi mille meschini giocatori d’azzardo.
(emiliano morreale)

15 minuti-Follia omicida a New York

Il ceco Emil Slovak e il russo Oleg Razgul, due poco di buono, una volta sbarcati a New York pensano bene di tentare il colpo grosso per diventare famosi: sequestrano il celebre poliziotto Eddie Fleming e lo ammazzano, riprendendo tutto con una videocamera. Il filmato viene poi venduto a un avido presentatore televisivo, che ne fa un caso. Ma a rovinare i piani di Emil e Oleg penserà Jordy Warsaw, un esperto di incendi dolosi che aveva lavorato con Eddie. Penoso action che tenta varie strade, con risultati sempre imbarazzanti: il buddy-cops movie, ma le battute della coppia De Niro-Burns (una delle peggio pensate della storia: il primo è svogliatissimo, il secondo sembra chiedersi dove mai sia capitato e cosa ci stia a fare, con quella faccia da orata lessata; per non parlare degli altri interpreti, micidiali) vanno tutte a vuoto; il film «bombarolo», ma la tensione è a livello zero; il poliziesco, ma l’adrenalina non esiste e tutto è piatto, monocorde, anonimo; una certa critica cultural-sociale all’arrivismo a tutti i costi, all’avidità del giornalismo da prime time e, forse, alla futilità – o all’inesistenza – di un nuovo sogno americano, ma le argomentazioni sono vecchie come la befana e trattate con mano pesantissima, con odiose dosi di grottesco. Ma non basta: il clima vorrebbe essere da caos metropolitano semi-apocalittico, ma si dorme invece di inquietarsi; e ci sono poi le sorpresine cinefile di bassa lega (come l’eliminazione a metà film della star De Niro) e persino metacinema a manciate, con Oleg che ama
La vita è meravigliosa
e – videocamera sempre alla mano – spara battute del tipo «Io non sono il killer, sono il regista: azione!», con continui passaggi dal film alla sgranatura del digitale: roba che invoca vendetta, subito! Inoltre c’è il forte sospetto che la versione italiana sia tagliata: lo sgozzamento della donna in una delle prime sequenze presenta un brusco salto, anche sonoro. Non c’è mai fine alla vergogna…
(pier maria bocchi)

C’era una volta in America

C’era una volta in America

mame cinema C'ERA UNA VOLTA IN AMERICA - STASERA IN TV scena
Una scena del film

Diretto dal grande regista Sergio Leone, C’era una volta in America (1984) è ambientato nella New York degli anni ’30. Quattro sicari sono alla ricerca di David “Noodles” Aaronson (Robert De Niro), il quale tenta di sfumare nell’oppio i ricordi legate alla morte dei suoi tre amici: Max (James Woods), Cockeye (William Forsythe) e Patsy (James Hayden). Appena prima di essere catturato, Noodles riesce a fuggire, sparendo quindi dalla città per molti anni.

Nel 1968, Noodles fa ritorno a New York sotto falso nome. Eppure, il suo arrivo potrebbe comunque essere stato notato. Tra flashback ed eventi in tempo reale, Noodles ripercorre la storia della sua vita, nel tentativo di non cadere preda dei malavitosi della Grande Mela. Una donna mai conquistata, una vita pericolosa, un disperato tentativo di far perdere le proprie tracce: come si concluderanno le vicende di Noodles?

Curiosità

  • Strutturato su un ampio ricorso alla formula dell’analessi e della prolessi, che lascia tuttavia spazio a un finale aperto, il film si presta a diverse interpretazioni. L’alto significato allegorico, la perfezione tecnica, l’atmosfera e il suo modo di trattare le più grandi emozioni come amicizia, amore e malinconia lo rendono unico e inarrivabile. Col passare del tempo il film è stato definito da una maggioranza sempre più ampia “un capolavoro assoluto”, uno dei migliori lavori cinematografici del secolo.
  • «Quando scatta in me l’idea di un nuovo film ne vengo totalmente assorbito e vivo maniacalmente per quell’idea. Mangio e penso al film, cammino e penso al film, vado al cinema e non vedo il film ma vedo il mio. Non ho mai visto De Niro sul set, ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui C’era una volta il mio cinema, più che C’era una volta in America.» Così parlò Sergio Leone riguardo al film e alla collaborazione con Robert De Niro.
  • La pellicola è tratta dal romanzo The Hoods (1952) di Harry Grey.
  • Avendo a disposizione un budget elevato Sergio Leone si avvalse di un cast misto, composto da grandi stelle internazionali e da attori debuttanti o poco conosciuti. Il personaggio della piccola Deborah, infatti, è interpretato dalla giovanissima Jennifer Connelly.
  • Il regista per la prima e unica volta nella sua carriera non usò il formato 2,35:1 durante le riprese (grazie a questo formato aveva ottenuto grande fama per via dei suoi primi piani) sostituendolo con il 1,85:1.

Paradiso perduto

In questa storia moderna basata sul classico di Dickens Grandi speranze un tale Finn (in origine Pip) aiuta un detenuto nelle zone paludose della Florida, e poi viene convocato in una casa decrepita da un’altrettanto decrepita Miss Dinsmoor (in origine Havisham) dove incontra l’amore della sua vita, la bellissima ma insensibile Estella. In seguito viene scaraventato a New York in cerca di fama e fortuna come artista. Realizzato con tale eleganza che è una vergogna che non vi aggiunga molto altro. Lo scheletro del racconto di Dickens c’è, ma nessuna risonanza. Panavision.

Mi presenti i tuoi?

Gaylord è riuscito a entrare nelle grazie dell’inflessibile ex agente Cia Jack Byrnes. Stavolta tocca a suo padre e a sua madre passare l’esame dell’austero capofamiglia. Di fronte all’ultimo ostacolo frapposto al suo matrimonio con Pam, Gaylord si preoccupa di appianare e nascondere qualsiasi situazione imbarazzante. E ha ottimi motivi per farlo, visto che i suoi genitori sono Bernie Fotter, casalingo hippy ed emotivo e sua moglie Roz, donna eccentrica a partire dalla professione: sessuologa per anziani.

Ti presento i miei,
grande successo girato nel 2000 da Jay Roach, non poteva non generare un sequel, come si presagiva dal fatto che il primo episodio non si concludeva con il matrimonio fra i suoi protagonisti. Stavolta va in scena la famiglia Fotter, ennesima forzatura messa in atto dai traduttori di casa nostra per preservare il gioco di parole dell’edizione originale del film, in cui la famiglia si chiama Focker.

La produzione va sul sicuro e conferma in blocco il cast del primo episodio, regista compreso, regalando a quest’ultimo anche Dustin Hoffman e Barbra Streisand. Roach indirizza il film sui rassicuranti binari dell’accumulo: accumulo di star, come si è visto, di gag e di animaletti (a Sfigatto si aggiungono il bastardino Moses e il nipotino di casa Byrnes). Ne esce una pellicola collocabile a metà tra il filone demenzial-surreale e la commedia romantica.

Tutto è decisamente prevedibile. Bisogna far incontrare il rigido e quadrato papà Byrnes con i genitori di Greg? Bene, si prende il carattere del primo e lo si stiracchia al massimo nella direzione opposta, fino a ottenere Bernie Fotter (Dustin Hoffman). Si vuole avere a disposizione un serbatoio pressoché inesauribile di facili battute? Mamma Fotter (Barbra Streisand) sarà un’intraprendente sessuologa per anziani. E per chi ancora non avesse capito che Byrnes e Fotter sono antitetici e apparentemente inconciliabili, gli sceneggiatori li dotano rispettivamente di un gatto e un cane.

Le risate, in effetti, arrivano. La regia di Roach conosce i tempi comici e, pur senza incantare, confeziona alcune scene divertenti, le uniche ragioni per investire i soldi del biglietto. Dustin Hoffman è una vera sorpresa: a suo agio in camicioni rosa e sandali, forma un’affiatata coppia con una Streisand coinvolgente e quasi credibile. De Niro e Stiller funzionano bene insieme, ma questo già si sapeva. Dall’altra parte, il film perde quota a causa di numerosissime battute telefonate, inserite in una trama banale costellata di gag sessual-scatologiche. Anche chi ha riso con il primo episodio, insomma, rischia di rimanere deluso.
(stefano plateo)

Mission

Kolossal intelligente, fumettone storico-politico da Hollywood d’altri tempi. A Cannes batté con scandalo il Tarkovskij rigorosissimo di
Sacrificio
. Joffé ha poi dimostrato ampiamente di non essere un grande regista, ma qui è coadiuvato da una storia bellissima e vera: nel XVIII secolo i gesuiti del Guaranì costruiscono, in armonia con gli indigeni, una comunità di impronta quasi comunistica, spazzata via da giochi di politica internazionale. La bella sceneggiatura di Robert Bolt, quello di
Un uomo per tutte le stagioni
, è perfettamente funzionante (a parte qualche indugio iniziale su una storia d’amore abbastanza insensata) e c’è l’accoppiata magica tra i set amazzonici fotografati da Chris Menges (Oscar) e una delle partiture più «morriconiane» che Morricone abbia mai composto. Ma basterebbe già il duello tra il sacerdote militante De Niro e il puro Jeremy Irons, tutti e due di grande misura nell’eccesso. Spettacolo di qualità eccelsa, e in fondo di una certa sincerità: nel finale ci si indigna e si piange senza vergogna.
(emiliano morreale)