Thelma and Louise

Thelma, una casalinga frustrata, decide di prendersi qualche giorno di libertà scorrazzando per le autostrade americane assieme all’amica Louise. Durante una sosta in un night-club, Thelma rischia di essere violentata. Louise uccide l’assalitore e le due si ritrovano improvvisamente ricercate dalla legge. Road-movie tutto al femminile, indubbiamente ben congegnato e realizzato, anche se l’elogio filofemminista sembra studiato a tavolino, non senza un pizzico di furbizia e calcolo commerciale. Comunque brave la Davis e la Sarandon. Il migliore, però, è Harvey Keitel nel ruolo del poliziotto comprensivo.
(andrea tagliacozzo)

Nome in codice: Nina

Un’orrenda, patinata Hollywoodizzazione di Nikita, in cui una criminale punk (Fonda) viene reclutata dal governo statunitense per compiere una sparatoria in un ristorante Chi Chi di Washington (senza alcuna copia del Washington Post in vista). Non troverete una sola genuina emozione fino a quando compare Mulroney; e anche dopo, non molte di più.

Buffalo Bill e gli indiani

L’idea di Altman è che Buffalo Bill fosse un imbroglione con manie di grandezza, e insiste su questo punto per due ore. Non privo di interesse, il film affronta il tema del rapporto tra realtà e leggenda in un prodotto ibrido falsato dai tagli del produttore Dino De Laurentiis che modificarono sotanzialmente il montaggio, ma si tratta diuno dei film più noiosi del regista. Orso d’oro a Berlino.

Il mondo nuovo

Fuggito dalla corte di un principe boemo, l’ormai invecchiato Giacomo Casanova si unisce ai passeggeri di una diligenza che da Parigi è diretta a Verdun. Poco più avanti, sulla strada, la carrozza reale, con a bordo il re di Francia e la consorte Maria Antonietta, cerca di raggiungere la frontiera austriaca per scampare all’ira dei rivoluzionari. Scola parla di Rivoluzione Francese, ma i riferimenti ai giorni nostri si sprecano. Il risultato, però, è solo a tratti interessante. La sceneggiatura, scritta dal regista assieme a Sergio Amidei, e gli splendidi costumi di Gabriella Pescucci si aggiudicarono il David di Donatello.
(andrea tagliacozzo)

Ehi… ci stai?

Jack, un ragazzo che si guadagna da vivere insegnando il baseball ai bambini di una scuola, s’innamora di Randy, una giovane con una disastrosa vita familiare: il padre della ragazza, dedito all’alcool, è indebitato fino al collo con un boss mafioso. Prodotto fin troppo leggerino, tenuto in piedi dalla simpatia dei due protagonisti. Molly Ringwald è stata lanciata dal regista John Hughes che l’ha voluta come protagonista in
Sixteen Candles
e a
Breakfast Club.
(andrea tagliacozzo)

Pulp Fiction

Pulp Fiction

mame cinema PULP FICTION - STASERA IN TV IL CULT DI TARANTINO scena
Una scena del film

Terzo e ultimo capitolo della trilogia pulp di Quentin Tarantino, Pulp Fiction (1994) consiste in un intreccio di storie collegate tra loro, ma presentate non in ordine cronologico. I protagonisti sono Vincent Vega (John Travolta), Jules Winnfield (Samuel L. Jackson), Mia Wallace (Uma Thurman),  Winston Wolf (Harvey Keitel), Butch Coolidge (Bruce Willis) e Marsellus Wallace (Ving Rhames). Lo stesso Tarantino appare nel film nel ruolo di Jimmie Dimmick.

Tra malavita e situazioni assurde, il film presenta un manierismo che è ben oltre il citazionismo e lo stile-videoclip degli anni Ottanta: Tarantino non cita, piuttosto se gli serve copia. Non ci sono innovazioni narrative, eppure la pellicola è ormai un cult della storia del cinema. Le inquadrature sono lunghe e tortuose, il montaggio è frenetico ma non spezzettato, le sceneggiature sono di ferro, in tutto il film non si vede mai un televisore né una cinepresa. Il cuore del suo cinema sta nella particolare stimmung che circonda la cinefilia e il senso di morte, nell’uso ormai completamente disinvolto dei materiali.

Curiosità

  • Scritto da Tarantino e Roger Avary, il film è stato diretto solo dal primo: Avary si stava dedicando in quel periodo alla sceneggiatura e alla regia di Killing Zoe, il suo esordio alla regia.
  •  Samuel L. Jackson ha definito il lavoro con Quentin Tarantino come «qualcosa di assolutamente straordinario», considerando il regista come «un’enciclopedia del cinema vivente».
  • Per quel che riguarda lo stile, Tarantino ha ammesso di essersi ispirato a grandi personaggi come Alfred Hitchcockma anche a registi di spicco del cinema noir come Don Siegel o Jean-Luc Godard.
  • In un’intervista, Tarantino ha dichiarato che secondo lui il motivo del successo di Pulp Fiction è rappresentato dalla scoperta che coglie di sorpresa lo spettatore. Più tardi dirà infatti che: «Una delle cose che preferisco nel raccontare storie come faccio io, è dare forti emozioni: lasciare che il pubblico si rilassi, si diverta e poi all’improvviso… boom!, voglio trasportarli improvvisamente in un altro film.»
  • La pellicola si è aggiudicata il premio Oscar e il Golden Globe per la Migliore sceneggiatura originale a Quentin Tarantino e Roger Avary.

Lo sguardo di Ulisse

A., cineasta greco esiliato negli Stati Uniti, torna nella sua città natale, Ptolemais, per la prima di un suo film ma soprattutto per ritrobare i negativi del primo film greco, girato all’inizio del secolo dai fratelli Manakias. Moderna odissea di un intellettuale alla ricerca delle proprie radici professionali e storiche, il film di Angelopulos è ineguale e frammentario, ha momenti di grande commozione ma anche troppe concessioni a un’idea di cinema autoriale. L’idea di chiudere il film con un non-finale è comunque un atto di coraggio. Gran Premio della Giuria a Cannes, accolto dal regista con la smorfia di chi si aspettava la Palma d’Oro. 

Lezioni di piano

Evocativa, imprevedibile storia d’amore e di sesso raccontata dal punto di vista di una donna. Nel tardo XIX secolo una donna scozzese, sua figlia illegittima (Paquin), e il suo amato pianoforte giungono nella remota Nuova Zelanda per un matrimonio combinato con l’agricoltore Neill. Poi la testarda donna (Hunter) — che è rimasta muta dall’infanzia — stringe un accordo con il malinconico vicino di casa (Keitel) — un uomo convertito ai Maori — in cui c’entra il pianoforte e che porta a conseguenze rivelatrici per l’intera comunità. La sceneggiatrice e regista Campion ha confezionato una favola altamente originale, mostrando la tragedia e il trionfo che la passione erotica può portare nella vita quotidiana di una persona. Hunter e Paquin hanno entrambe vinto l’Oscar per le loro interpretazioni, la Campion per la sua sceneggiatura. Nomination in ben altre cinque categorie, tra cui Miglior Regia.

Due occhi diabolici

Film diviso in due episodi ispirati da altrettanti racconti di Edgar Allan Poe: nel primo, un uomo anziano muore durante uno stato di ipnosi, provocatogli dalla moglie e dal medico per approfittare delle sue ricchezze, diventando uno zombie; nel secondo, un fotografo uccide l’amante, ma quando tenta di nasconderne il cadavere commette l’errore di murare, assieme alla donna, anche un gatto nero. Pellicola dignitosa, ma tutto sommato deludente. Da due firme così prestigiose del cinema horror francamente ci aspettava qualcosina di più. (andrea tagliacozzo)

Holy Smoke

Cosa succede a mettere insieme in un prefabbricato nel deserto australiano Kate Winslet e Harvey Keitel, a far correre nuda lei e vestire con un abito femminile – per di più rosso – lui? Che accade se, nel delirio collettivo, l’angelo nero destinato a fare chiarezza è Pam Grier? Cosa avviene se il conflitto natura/cultura caratteristico della civiltà australiana viene caricato a tal punto da inturgidire le immagini? Quanto di meglio, se la cineasta è Jane Campion, che rilegge i temi dei propri film attraverso il filtro ironico della cultura americana minoritaria: il gusto camp del travestitismo di un insuperabile Keitel, la controcultura della blaxploitation, gli eccessi della para-mistica californiana liberano Holy Smoke dai lacciuoli di un cinema di autore, imbriglianti per Lezioni di piano e Ritratto di signora . L’esuberanza e l’inventività visiva dei primi film della regista neozelandese fanno nuovamente capolino, filtrati da uno sguardo sardonico e distanziato. Leggerezza della maturità. ( francesco pitassio )

Be Cool

Il seguito di
Get Shorty,
dieci anni dopo la pellicola di Barry Sonnenfeld, basato sul seguito del romanzo da cui era tratto, scritto dal famoso e prolifico Elmore Leonard, oggi ottantenne. Chili Palmer
(John Travolta),
diventato produttore cinematografico di successo grazie alla conoscenza diretta dei meccanismi del mondo del crimine da cui proviene, decide di entrare nel mondo attiguo della musica leggera, dopo aver scoperto lo straordinario talento della giovane cantante rythm’n’blues Linda Moon
(Christina Milian).
Per farlo, dovrà ancora una volta fare ricorso al suo sangue freddo e al bagaglio di esperienza maturato quando era un pocodibuono. Lo aiuterà Edie Athens
(Uma Thurman),
giovane vedova di un suo amico produttore discografico
(James Woods),
ammazzato da un improbabile killer russo con parrucchino all’inizio del film. La strada del successo è lastricata di pericoli, rappresentati dalla temibile band(a) del
gangsta rapper
Sin LaSalle
(Cedric the Entertainer)
– criminale laureato dai modi raffinati ma abituato a muoversi altrettanto bene nel ghetto e con la pistola – e dallo sgangherato e bilioso produttore Nick Carr
(Harvey Keitel),
dal suo vice Raji
(Vince Vaughn)
e dal di lui aiutante, muscoloso quanto irrimediabilmente gay con velleità artistiche The Rock
(Elliot Wilhelm,
noto negli Usa anche come pluricampione di wrestilig). Chi aiuterà la bella Linda a sfondare nello
showbiz?
Il famoso gruppo rock degli Aerosmith, naturalmente, presente al gran completo sul palco e con lo storico leader,
Steven Tyler
(papà di Liv), che gigioneggia in una particina. C’è anche l’apparizione di
Danny DeVito,
nella parte del produttore Martin Weir, protagonista di
Get Shorty.

Con un cast così, si potrebbe pensare che
Be Cool
non possa che essere una boiata pazzesca. Di solito, infatti, tanta abbondanza di nomi celebri nasconde storie zoppicanti, intrecci inesistenti, sceneggiature di serie B. Beh, non che sia un capolavoro, ma in questo caso ci troviamo di fronte a una commedia con screziature satiriche assolutamente godibile, divertente. Ci ha però deluso il
pas de deux
tra John Travolta e Uma Thurman, destinato nelle intenzioni del regista
Gary Gray
(The Italian Job, Il negoziatore)
a rinverdire i fasti di quello tarantiniano ne
Le iene.
Non li rinveridsce. Neppure con la complicità dei
Black eyed peas
che
rappano
sulle note di
Sexy.
La forza del film sta nella giusta caratura dei personaggi, che realizzano un’evidente presa per i fondelli della scena musicale americana, tiranneggiata dalle hip hop band che usano alla grande i mixer come le Smith & Wesson. Un mondo scintillante e lussuoso oltre ogni ragionevolezza, con un
backyard
che però puzza di monnezza manco fosse una discarica. Certo, trattasi di satira non ustionante, alla
volemose bene
anzichenò. Ma il sollazzo è garantito. Travolta con qualche chiletto di meno sarebbe un dio greco di mezza età. Uma è perfetta così. Compreso il tatuaggio. Scoprite voi dov’è andando al cinema.

(enzo fragassi)

Innamorarsi

La libreria Rizzoli di Manhattan è il luogo del primo incontro tra Frank e Molly: lui ingegnere, lei disegnatrice, entrambi sposati. Poco tempo dopo, i due si rivedono ancora sul treno che li porta in New Jersey ed è subito amore. A guardarlo bene, il film sembra un remake non ufficiale di
Breve incontro
di David Lean (ispirato a sua volta da una commedia di Noel Coward). Ma mentre il film di Lean (realizzato nel ’45) era un capolavoro d’intensità poetica, questo di Grosbard è solo un veicolo – e neanche troppo originale – per i due interpreti, bravi ma non sufficienti a risollevare le sorti della pellicola.
(andrea tagliacozzo)

A torto o a ragione

Berlino, la guerra è appena finita, gli alleati sono i nuovi padroni della città e la priorità di tutti è quella di denazificare la Germania. Il Maggiore Steve Arnold (Harvey Keitel) ha ricevuto l’ordine di interrogare lo stimato direttore d’orchestra tedesco Wilhelm Furtwängler (Stellan Skarsgård) e raccogliere le prove che lo vedrebbero implicato come simpatizzante nazista. Nel 1933, dopo la presa del potere di Hitler, molti artisti ebrei furono costretti ad abbandonare la Germania. Altri, per protesta, scelsero volontariamente la strada dell’esilio. Furtwängler decise di restare. Da qui l’accusa di fiancheggiare il regime nazista. Se da una parte Furtwängler aiutò a mettere in salvo molti musicisti ebrei, dall’altra rappresentò una delle più ragguardevoli personalità del mondo della cultura nazista. Riferito a un episodio storico reale, il film si sviluppa sul duello verbale e psicologico tra l’interrogato e l’interrogante. Le ragioni del liberatore americano e la difesa dell’artista tedesco. La questione della responsabilità politica dell’artista in un regime totalitario è tuttora aperta: se sia giusto restare e servire il proprio paese o abbandonare la propria patria. Alla fine entrambe le posizioni vacillano. Un film forse troppo lento, ben interpretato, ma poco approfondito al punto di vista psicologico.
(andrea amato)

Sister Act – Una svitata in abito da suora

Una cantante di night-club di Reno, che il fidanzato gangster vuole far fuori, si nasconde in un convento, dove porterà una botta di vita facendo la direttrice del coro. Una commedia molto popolare, scritta (da Joseph Howard, alias Paul Rudnick) e diretta con grande astuzia, con un ruolo perfetto per la Goldberg, anche se la caratterista veterana Wickes ha molte delle battute più divertenti. Con un sequel.

Blue in the Face

Pellicola confusionaria girata immediatamente dopo Smoke, contiene una serie di sketch (improvvisati da Wang e Auster insieme agli attori) ambientati dentro e nei dintorni del negozio di sigari gestito da Keitel. Alla disperata ricerca di una sceneggiatura degna di questo nome.

Il grande inganno

Jake Nicholson, nella duplice veste di attore e regista, torna a interpretare il personaggio principale di Chinatown, l’investigatore privato Jake Gittes. Il dective riceve l’incarico di pedinare Kitty, la giovane consorte di Jake Berman. Mentre il detective sta spiando l’incontro sentimentale tra la donna e un rivale in affari del marito, Mark Bodine, che si svolge nella camera di un Motel, Berman irrompe nella stanza e uccide l’amante della moglie. Film poco apprezzato dalla critica, che può comunque contare su più di un ammiratore (Quentin Tarantino in testa). La regia di Nicholson è tutt’altro che perfetta e la storia decisamente confusa, ma Harvey Keitel giganteggia nel ruolo di Jake Berman (l’altro Jake del titolo originale, ovvero
Two Jakes
).
(andrea tagliacozzo)

Dal tramonto all’alba

Dal tramonto all’alba

mame cinema DAL TRAMONTO ALL'ALBA - STASERA IN TV scena
Una scena del film

Diretto da Robert Rodriguez, Dal tramonto all’alba (1996) ha come protagonisti due fratelli fuorilegge, Seth (George Clooney) e Richard (Quentin Tarantino). Dopo un sequestro di persona culminato in omicidio a causa dei disturbi mentali di Richard, i due sono costretti a fuggire in Messico, precisamente al bar Titty Twister, locale per camionisti aperto dal tramonto all’alba dove li aspetta un loro conoscente.

Ma i fuorilegge si imbattono in una famiglia diretta anch’essa in Messico per una vacanza: si tratta del pastore Jacob (Harvey Keitel) e dei suoi figli Kate (Juliette Lewis) e Scott (Ernest Liu). Per raggiungere quindi il Titty Twister, i fratelli rapiscono la famiglia e utilizzano il loro camper. Ma, una volta giunti al locale, qualcosa di orribile li aspetta: i frequentatori del bar sono tutti vampiri. Ecco perché, dunque, il Titty Twister apre al tramonto e chiude all’alba. Riusciranno i protagonisti a non finire in pasto alle sanguinarie creature? Vedranno ancora l’alba del giorno dopo?

Curiosità

  • Nel film compare anche l’attrice Salma Hayek, nei panni di una vampira/danzatrice esotica.
  • La pellicola è il frutto di una collaborazione tra Robert Kurtzman e Quentin Tarantino. Ai tempi de Le iene lavorarono a una sceneggiatura scritta da Tarantino quando era al liceo. Egli si è ispirato al finale del film Getaway, il rapinatore solitario: due delinquenti si devono dirigere alla frontiera messicana per sfuggire alla polizia dopo aver compiuto una rapina. E, a questo punto, per evitare di scadere nello stereotipo, Tarantino ha deciso di inserire i vampiri.
  • La parte di Seth Gecko è stata offerta a John TravoltaTim RothSteve BuscemiChristopher Walken e Michael Madsen. Tutti e cinque hanno però rifiutato a causa di altri impegni cinematografici.
  • Harvey Keitel, che aveva già collaborato con Tarantino ne Le iene e Pulp Fiction dichiarò che «lavorare con Quentin era un’esperienza unica: figurarsi cosa sarebbe stato lavorare con un amico di Quentin».
  • La Lewis affermò che una delle cose che più l’avevano aiutata nel girare alcune scene d’orrore era la sua capacità di non immedesimarsi nella protagonista: riusciva a interpretarla nel modo corretto, ma mai ad immedesimarsi.
  • Deleteria, nel parere di Roger Ebert fu l’interpretazione di Ernest Liu, esordiente per il grande schermo nel ruolo di Scott Fuller, forse il personaggio più debole che Tarantino abbia mai ideato.

Occhi di serpente

Poco prima del capolavoro
Fratelli
, Abel Ferrara si abbandona a uno dei suoi affondi più narcisistici e deliranti. Al suo apparire, il film parve una di quelle «fellinate» in cui talvolta incappano i registi americani con complessi di inferiorità verso gli «autori» europei (tipo
Il mondo di Alex
di Mazursky o
All that jazz
di Bob Fosse). E in effetti le idee del film nel film, del regista cinico e dissoluto stile
Due settimane in un’altra città
, dei legami morbosi con la diva, confermerebbero quest’intuizione. Ma in realtà
Occhi di serpente
ha lo stesso fascino scomposto di una pellicola ancora più nichilista di qualche anno dopo,
Blackout
. Ferrara rischia davvero, e il suo è comunque purissimo cinema della crudeltà; la confusione tra arte e vita è decadente quanto si vuole, ma fa star male sul serio. Apprezzabile il coraggio con cui Madonna si è fatta martoriare dal regista.
(emiliano morreale)

Little Nicky – Un diavolo a Manhattan

Il più dolce dei tre figli del Diavolo deve andare sulla terra a riprendere i fratelli erranti altrimenti il padre morirà. Nel frattempo i suoi fratelli stanno facendo di New York un inferno in terra. Commedia stravagante, talvolta detestabile, raramente divertente, si compiace della sua volgarità. Piena di cammei comici (molti dei colleghi di Sandler di un tempo al Saturday Night Live

Il mio amico Zampalesta

Pellicola per famiglie ben fatta. Eva (la Birch) è una ragazzina sveglia di nove anni che desidera un animaletto da compagnia e che adotta una scimmietta Capuchin, nascondendola ai genitori. Splendido cambio di rotta per Keitel, qui lo zingaro che aveva addestrato la scimmietta a rubare dalle tasche altrui. La scimmia, che Eva chiama Dodger (interpretata da Finster) ruba la scena agli altri attori. I ragazzini della stessa età di Eva ameranno questo film. Amurri ha scritto la sceneggiatura insieme con Stu Krieger. Ridley Scott ha lavorato alla produzione esecutiva.

Il cattivo tenente

In pericolo di vita per un debito di gioco che non riesce a onorare, un poliziotto corrotto, maniaco e vizioso si mette in testa di ritrovare i violentatori di una suora. Il film che rivela Abel Ferrara come «autore». Controverso, a tratti compiaciuto, esplicito. Un film che è stato amato e odiato, il più «ferrariano» dei lavori di Ferrara. Tuttavia, innegabilmente, un’opera di grande potenza. Certo, il maledettismo metropolitano sfiora quasi la maniera, il binomio sesso-violenza è frequentato con compiacimento, ma l’indagine crudele sul corpo di Harvey Keitel è da underground d’altri tempi, e il cattolicesimo forsennato dell’autore è portato a limiti che forse solo il finale di
Blackout
o l’orgia di
Addiction
supereranno. Un finale di sacrificio altissimo e composto, che innalza Ferrara – per chi non lo avesse ancora capito – tra i grandi del cinema contemporaneo.
(emiliano morreale)

Cadaveri e compari

Harry e Moe sono due delinquenti di mezza tacca alle dipendenze di un cinico e spietato boss. Incaricati da questi di puntare una grossa somma su una corsa di cavalli, i due scommettono sul cavallo sbagliato e perdono una fortuna. Un film troppo esile, quasi inconsistente, con un finale che ricorda da vicino quello de La stangata . Divertente, invece, la prima sequenza, con Danny De Vito che fa il verso al De Niro di Taxi Driver. (andrea tagliacozzo)

L’ultima tentazione di Cristo

Dal romanzo di Nikos Kazantzakis, una personale e suggestiva ricostruzione della vita di Cristo, non più essere divino e soprannaturale, ma uomo, con tutti i dubbi e le debolezze che lo caratterizzano. Considerato blasfemo da alcuni esponenti della Chiesa, il film in realtà è molto più rispettoso nei confronti della religione di quanto non possa sembrare a prima vista (e viene il dubbio che i suoi detrattori non abbiano visto le sequenze finali in cui Gesù rifiuta la famosa «ultima tentazione» del titolo). Straordinarie la regia di Scorsese (in vena di sperimentalismi visivi) e la tormentata sceneggiatura di Paul Schrader, anche se una durata più contenuta avrebbe giovato all’equilibrio del film.
(andrea tagliacozzo)

Un detective… particolare

Una metropoli americana è terrorizzata dagli omicidi di un maniaco, autore di undici strangolamenti di altrettante donne. Il commissario Frank Starkey è incaricato di condurre le indagini, ma chiede aiuto al fratello Nick, un ex poliziotto radiato dal corpo. Un mix di generi – poliziesco, commedia, dramma romantico – amalgamato alla bell’e meglio. Poco convincente, nonostante il cast di tutto rispetto. Da Kevin Kline, all’epoca reduce dall’Oscar di
Un pesce di nome Wanda
, si attendeva comunque qualcosa di più.
(andrea tagliacozzo)

Alice non abita più qui

La non più giovanissima Alice, rimasta vedova con un figlio a carico, decide di mettersi in viaggio per tornare nella città dove è nata, Monterey. Durante una sosta ad Albuquerque, la donna viene assunta in un motel come cantante. S’innamora di un uomo già sposato, Ben, ma, a causa della moglie di questi, la relazione s’interrompe bruscamente. Alice e il figlio sono costretti a ripartire. Stilisticamente quasi agli antipodi del precedente
Mean Streets
e del successivo
Taxi Driver
, ma non meno straordinario, anche grazie alla bravissima Elleb Burstyn, che vinse un Oscar. Dal film venne tratta una serie televisiva.
(andrea tagliacozzo)

Un complicato intrigo di donne, vicoli e delitti

Complesso resoconto — con traffico di stupefacenti, omicidi e gambizzazioni — delle peripezie dell’ex prostituta Molina. Impegnato il ritratto dei ragazzini usati e abusati per spacciare droga. Nel complesso è migliore delle opere successive della regista, ma rimane diverse miglia al di sotto delle perle degli anni Settanta.

Il prossimo uomo

Durante un’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il Ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita, Khalil Abdul, afferma che per migliorare la situazione economica dell’area mediorientale sarebbe auspicabile un’alleanza con Israele. Le clamorose dichiarazioni finiranno per portare il diplomatico nel mirino di una killer professionista. Un discreto melodramma con molti scenari (New York, Bavaria, Londra, Marocco ecc.) e uno Sean Connery nelle inusuali vesti dell’arabo (già indossate l’anno precedente ne
Il vento e il leone
). Il film, curiosamente, anticipò la svolta di Sadat, protagonista, nel 1977, dello storico accordo con lo Stato ebraico.
(andrea tagliacozzo)

Taxi Driver

Palma d’oro come miglior film al Festival di Cannes 1976. Un reduce del Vietnam, disperatamente solo e sofferente d’insonnia, trova lavoro come tassista notturno. Alle prese con i clienti più disparati e con storie quotidiane di ordinaria follia, l’uomo si erge a paladino di una minorenne (Jodie Foster) biecamente sfruttata sul marciapiede. Già fattosi notare con gli eccellenti
Mean Streets
e
Alice non abita più qui
, Martin Scorsese realizza il suo primo, vero capolavoro, disperata e angosciante discesa nella solitudine e negli inferi della violenza urbana. Oltre alla stilizzata regia di Scorsese, straordinaria anche la sceneggiatura firmata da Paul Schrader, che tornerà a lavorare con il cineasta newyorkese in
Toro Scatenato, L’ultima tentazione di Cristo
e
Al di là della vita
. La Foster, appena tredicenne, fu candidata all’Oscar come migliore attrice non protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Frontiera

Al confine tra gli Stati Uniti e il Messico, i poliziotti di frontiera traggono profitto dalle miserie dei poveri messicani in cerca di lavoro che cercano di emigrare illegalmente. L’agente Charlie Smith, che inizialmente partecipa alle azioni disoneste dei colleghi, si redime aiutando come può una giovane clandestina. Nonostante gli sforzi di Jack Nicholson e di Harvey Keitel, il film non riesce mai a decollare. La regia di Tony Richardson non ha più lo smalto di un tempo, ma è comunque dignitosa e contribuisce a tenere desto l’interesse.
(andrea tagliacozzo)

La zona grigia

Potente dramma sulla quotidianità di Auschwitz, basato sulle memorie di un medico ebreo che mise in pratica gli esperimenti di Josef Mengele per poter preservare la propria vita e quella della sua famiglia. Ad aiutarlo c’erano i “Sonderkommandos”, prigionieri ebrei che prolungavano la propria esistenza guidando i compagni di sventura verso le camere a gas. Frammentario e stilizzato ma comunque intenso, perché pone la questione su fino a che punto ci si possa spingere per sopravvivere. Keitel è anche co-produttore esecutivo. Sceneggiato dallo stesso Nelson, dal suo dramma teatrale.

I duellanti

Lungometraggio d’esordio di Ridley Scott. Gabriel Féraud, tenente dell’esercito napoleonico, sfida a duello il collega Armand d’Hubert. Il primo ha la peggio, ma sopravvive. Alla prima occasione, Féraud, che non desidera altro che cancellare l’onta della sconfitta, torna a sfidare d’Hubert. Suggestivo adattamento di
The Duel
di Joseph Conrad, il film venne premiato a Cannes come migliore opera prima. A tutt’oggi rimane una delle opere più interessanti del futuro regista di
Blade Runner
.
(andrea tagliacozzo)

Il mercante di pietre

Ludovico Vicedomini (Harvey Keitel) è un mercante di pietre preziose italiano, vissuto per alcuni anni in Medio Oriente e convertitosi all’Islam, fino all’ingresso in una cellula terroristica italiana di Al-Qaeda. Il suo scopo è realizzare un attentato di proporzioni devastanti nel cuore dell’Europa, sfruttando per i suoi piani una bella manager (Jane March), sposata con Alceo, un professore di storia del terrorismo che ha subito l’amputazione delle gambe in seguito all’attentato terroristico di Nairobi del 1998. Questa volta, però, il mercante di pietre si innamora della sua vittima.