Un bacio romantico

Dopo la dolorosa rottura di una storia d’amore, Elizabeth (Norah Jones) parte per un viaggio attraverso l’America. Si lascia alle spalle i ricordi, un sogno e un nuovo amico (Jude Law) e va in cerca di una cura per il suo cuore spezzato. Durante il viaggio, Elizabeth lavora come cameriera e fa amicizia con diversi clienti – fra i quali un poliziotto tormentato (David Strathairn) e la moglie che l’ha lasciato (Rachel Weisz), e una sfortunata giocatrice d’azzardo (Natalie Portman) con un grosso debito da saldare.

Testimone d’accusa

Giallo forense eccezionalmente efficace tratto da un testo di Agatha Christie. La Dietrich è l’impareggiabile moglie di un presunto assassino (Power). Laughton è al massimo della forma come avvocato della difesa, e la Lanchester deliziosa nei panni della sua pazientissima infermiera. Ultimo film per Power. Sceneggiatura di Wilder e di Harry Kurnitz. Ben sei nomination all’Oscar, tra cui anche Miglior Film e Regia.

The adjuster

Audace, provocatoria disamina sul voyeurismo e il potere delle immagini. Tra i personaggi c’è un liquidatore assicurativo (Koteas) che gioca a nascondino con le vite di quelli con cui ha che fare sul lavoro e di sua moglie (Khanjian), un censore che riprende di nascosto il materiale pornografico che sta classificando. Panavision.

Mysterious Skin

All’età di otto anni Brian ha subito un incidente del quale non ricorda nulla. Da quel giorno comincia ad avere incubi frequenti, a fare la pipì a letto e a perdere spesso sangue dal naso.  Negli anni si chiude in se stesso, coltivando soltanto un interesse profondo per gli alieni. Lo ritroveremo a diciotto anni, a caccia della verità su quell’evento traumatico e inafferrabile per la sua coscienza. Anche Neil all’inizio del film ha otto anni. Viene adescato dall’allenatore della squadra di baseball e ha una relazione con lui. Col passare del tempo diverrà uno sbandato e prenderà la via della prostituzione. Anch’egli, senza saperlo, si muove alla ricerca frenetica di qualcosa.
Araki prende per i capelli lo spettatore e lo trattiene davanti a un film potente, esponendo senza risparmio le crepe e i vuoti che si sono formati nella mente di due ragazzi vittime della pedofilia. Il regista non giudica, né sembra commuoversi, semplicemente racconta. Lo interessano le vite e, ancora di più, le coscienze svuotate dei due giovani: è il loro vissuto che assume la ribalta. Allo stesso tempo ad Araki interessa colpire lo spettatore, turbarlo. Così la cifra visiva sono le soggettive e i primi piani, che collocano sempre lo spettatore nelle posizioni più inquietanti della scena e coincidono di frequente con quelle dei due protagonisti. Nella stessa direzione va anche il montaggio. Del resto il conturbante e il morboso sono sempre stati elementi propri del regista. Ma qui Araki si ferma sempre sulla soglia: sesso esplicito non se ne vede. Eppure tutto ciò che lo circonda, i preparativi, i piccoli sconfinamenti sono ben più angoscianti. Il gusto per l’estetica c’è, ma non tracima e anzi assume quasi una funzione morale. Un racconto, senza sconti, di un dramma umano.
Neil e Brian sono due ragazzi profondamente diversi. Lo erano da prima del loro incontro con l’allenatore: quando arrivano nella squadra di baseball Neil si rivela il migliore, Brian il più scarso. Le loro traiettorie seguiranno poi percorsi distanti e diversi. Neil prostituirà il suo corpo in favore di vecchi signori danarosi. Quanto alla sua mente, è stata spenta anni prima dal rapporto con l’allenatore. Così, senza rimorsi, senza affetti, senza un sensibilità, Neil può dedicarsi a coltivare quell’immagine da giovane cinico ed estremo che gli procura un fascino presso gli altri. Ma degli altri e del vero se stesso non è in grado di accorgersi. Brian, invece, prende la strada del ragazzo complessato e ripiegato e su stesso. Senza amici, la sua unica grande passione sono gli ufo e gli alieni, dai quali crede di essere stato rapito una notte di tanti anni fa. Si stabilisce un parallelismo fra due enormità: quella emotiva della violenza subita che non si riesce a interiorizzare, messa a confronto – scambiata, se si vuole – con quella cognitiva dell’esistenza degli alieni. La violenza pedofila ha per la vittima lo stesso mistero e la stessa straordinarietà surreale dello sbarco degli alieni. Ed è a questi che crede di dare la caccia l’impacciato e sessuofobo Brian.
Ma le vite dei due ragazzi, suggerisce Araki, non sono così diverse nel profondo, accomunate come sono dal trauma. E del resto entrambi sono ragazzi soli, anaffettivi e alla ricerca disperata di qualcosa. Il film assume in qualche modo un percorso circolare che bisognerà immaginare disegnato da due semicerchi che procedono insieme dopo essere partiti dallo stesso punto iniziale. Le traiettorie dei due giovani divergono, ma solo per ricongiungersi alla fine del percorso, avendo tracciato il cerchio, ma trovandosi in un punto diverso e più alto di quello di partenza: il momento doloroso e «adulto» della consapevolezza, al quale approdano rincontrandosi fisicamente e spiritualmente.
Un Araki impegnato, dunque. Estetica al servizio (ma non al giogo) dell’etica. Realizzare un film sulla pedofilia è già una scelta rischiosa, infarcirlo di scene crude rischia di diventare una provocazione. Ma il regista ha la mano ferma: rappresenta l’orrore umano senza cavalcarlo. Racconta una tragedia attraverso le vibrazioni dei suoi personaggi, colpendo lo spettatore esattamente nella misura in cui vuole farlo, senza ondeggiamenti. A questo punto lo stile visivamente potente e la sceneggiatura forte divengono dei pregi. E la possibilità di entrare, con buona credibilità, nella mente di chi ha subito qualcosa di tanto sconvolgente, diviene l’opportunità di un’esperienza rara, coinvolgente e persino morale. (stefano plateo)

Witness – Il testimone

Un bambino di otto anni, figlio di una giovane vedova appartenente alla comunità degli Amish, è l’unico testimone di un delitto. Nel corso delle indagini, l’ispettore John Book scopre che dietro all’omicidio si nascondono le losche trame di alcuni alti esponenti della polizia. Un thriller atipico e affascinante in cui Peter Weir si dimostra più interessato alle bucoliche e suggestive atmosfere che avvolgono la comunità Amish piuttosto che alla trama poliziesca vera e propria. Candidato a numerosi Oscar, il film riuscì ad aggiudicarsi solo il premio per la miglior sceneggiatura. (andrea tagliacozzo)

Spider

Un film intrigante ma implacabilmente deprimente su un uomo gravemente disturbato, paralizzato dai ricordi della sua infanzia con un padre che abusava di lui e una madre grande lavoratrice e ben intenzionata. Scopriamo l’origine della sua sofferenza attraverso i flashback, ma quando i pezzi si combinano non sono poi così sorprendenti. La Richardson che si destreggia con maestria in più ruoli è la cosa migliore del film e Fiennes è bravo come al solito. Patrick McGrath ha sceneggiato il suo romanzo.

Ritratto di signora

Una bella e ricca americana sposa un avventuriero che la ridurrà in uno stato di sudditanza psicologica. Sembrerebbe un adattamento letterario come tanti altri: i costumi e le scenografie sono quelli, la musica è addirittura Schubert e il cast è perfetto (Malkovich sembra un aggiornamento del Valmont delle Relazioni pericolose, la Kidman si conferma una delle migliori attrici della sua generazione). Il canovaccio jamesiano, coi suoi molteplici fattori di repressione, costringe invece la regista a far esplodere la violenza dei rapporti in frammenti minimi di racconto, a squarciare la vicenda con lampi sempre trattenuti, in costante conflitto con l’epoca, i personaggi, le loro psicologie. Questa tensione diventa l’anima stessa del film. La notte, i sogni, i ralenti, i primissimi piani fanno di questo film un piccolo gioiello di ambiguità, lontano da ogni manicheismo e psicologismo. Due nomination agli Oscar. (emiliano morreale)

Umberto D.

Un ex funzionario dello stato dalla magra pensione sta per essere costretto a vivere per strada con l’unica consolazione del suo amato cagnolino a confortarlo. Si dice che De Sica abbia considerato questo film il suo miglior lavoro, e potrebbe aver ragione. La sottotrama di Battisti che ha una relazione con una donna nubile e incinta è toccante tanto quanto la storia principale. Strappalacrime fino alla conclusione. Nomination all’Oscar per la sceneggiatura di Zavattini.

The Wrestler

Randy “The Ram” Robinson (Mickey Rourke) era un wrestler professionista di rinomata fama alla fine degli anni Ottanta. Vent’anni dopo tira avanti esibendosi per i fan del duro wrestling nelle palestre dei licei e nelle comunità del New Jersey. Allontanatosi dalla figlia (Evan Rachel Wood), incapace di sostenere un vero rapporto, Randy vive per il brivido dello show, per l’adrenalina del combattimento e per l’adorazione dei fan che gli rimangono. Colto da un infarto durante un combattimento, il dottore gli dice di eliminare gli steroidi e di sospendere i combattimenti. Costretto a lasciare lo show-business, Randy comincia a riflettere sulla sua vita. Prova a riallacciare i rapporti con sua figlia e inizia una relazione con una spogliarellista (Marisa Tomei). Per un periodo le cose funzionano; tuttavia il richiamo della ribalta è troppo forte per lui e Randy si cimenta ancora una volta nel combattimento sul ring.

Mezzanotte nel giardino del bene e del male

Sinuoso adattamento del best seller di John Berendt su alcuni dei più eccentrici abitanti di Savannah, in Georgia. Cusack è un reporter newyorkese incaricato di seguire l’esclusiva festa di Natale di Spacey. Quando più tardi quella notte l’affabile nuovo vicco e bon vivant viene accusato di omicidio, Cusack decide di fermarsi a vedere quel che succede. Mai terribilmente avvincente, nonostante molte interpretazioni piacevoli e fatalmente troppo lungo.

Mariti e mogli

Due coniugi sposati da molto tempo provocano scompiglio fra i loro migliori amici quando annunciano la propria separazione; nel frattempo, anche le altre coppie iniziano ad avere dei problemi. L’acuta, spiritosa e scaltra sceneggiatura di Allen è interpretata brillantemente (specialmente dalla Davis e da Pollack), nonostante lo scandalo da prima pagina di Woody e Mia al momento della distribuzione del film abbia reso difficile evitare il sarcasmo di fronte ad alcuni dialoghi. Un solo appunto negativo: il dilettantesco uso della camera a mano e del “jump cut”, che risulta fastidioso e distraente.

Come l’acqua per il cioccolato

Film singolare e sensuale (dal romanzo di Laura Esquivel, allora moglie del regista), ambientato nella prima parte del XX secolo: la vita di una giovane donna è determinata dalla madre rigida e severa e, soprattutto, dal potere travolgente della cucina. Una fiaba sontuosa e non priva di humour, con un buon cast e un’interpretazione straordinaria della protagonista Cavazos: mordace, talvolta mistica e piacevolmente imprevedibile. La durata originale era di 144 minuti.

Settimo velo

Superbo dramma psicologico con la pianista Todd lasciata in affidamento al nevrotico cugino Mason. Lo psichiatra Lom userà l’ipnosi per far riconquistare alla Todd il suo benessere professionale e personale. Tre protagonisti di prima categoria in uno dei film chiave britannici degli anni Quaranta. La sceneggiatura di Muriel e Sydney Box vinse l’Oscar.

Hamlet

L’immortale opera del Bardo, nell’interpretazione filologicamente corretta di Branagh, vive di alti e bassi. L’aggiornamento della vicenda alla seconda metà del XIX secolo smorza “a prescindere” eventuali critiche a un cast modaiolo. Jacobi (Claudio), la Christie (Gertrude) e la Winslet (Ofelia) ne escono a testa alta, benché Branagh caratterizzi la messa in scena con lo stesso approccio sopra le righe tipico di tanti suoi film. Molto discontinue anche le comparsate delle “guest star”. Splendidamente fotografato in 70mm da Alex Thomson. Panavision Super 70. Quattro nomination agli Oscar.

Ultimo tango a Parigi

Un americano che vive a Parigi cerca di liberarsi dei suoi dolorosi ricordi dopo il suicidio della moglie intrecciando, con una donna incontrata per caso, una drammatica relazione sessuale nella quale non trovano posto le parole. Il più controverso film di quegli anni riesce a colpire ancora oggi, anche se con il tempo sembra aver perso parte della sua forza. Un eccellente saggio della maestria di Bertolucci, mentre la prova di Brando, allora come oggi, è una delle migliori della sua carriera. Film-scanalo degli anni Settanta, esce con un divieto ai minori di 18 anni: sequestrato, assolto, nuovamente sequestrato, è condannato alla distruzione del negativo per oscenità dalla cassazione nel 1976. Solo nel 1987 viene riabilitato perchè “mutato il senso comune del pduore”. Scritto dal regista con Kim Arcalli, Ultimo tango a Parigi è invecchiato bene, ancora capace di parlarci della solitudine e della distanza fra i sessi nella nostra società. Un’opera indimenticabile.

Howl – L’urlo

Nella San Francisco del 1957, un capolavoro di letteratura americana fu portato sul banco degli imputati. Howl è il film che descrive questo momento fondamentale della contro-cultura americana. La storia è raccontata principalmente su tre piani di lettura: il processo, la riabilitazione del giovane Allen Ginsberg (James Franco), e il poema stesso, animato da alcuni graphic novelists, e dal collaboratore di Ginsberg, Eric Drooker con il suo immaginario beat. Il genere stesso del film ricorda la sconvolgente originalità del poema. Il racconto del processo rappresenta la trama narrativa del film, riecheggiando temi ancora in voga oggi: la definizione di osceno, i limiti della libertà di espressione e la stessa natura dell’arte. L’avvocato della difesa è Jake Ehrlich (John Hamm), l’avvocato liberale delle star. Il pubblico ministero invece, Ralph Mcintosh (David Strathairn), cerca di provare che l’opera è oscena, tentando allo stesso modo di interpretarla. I testimoni dell’accusa sono un’insegnante d’inglese (Mary-Louise Parker), che reputa il poema osceno, e un professore (Jeff Daniels) che ha un’idea precisa su ciò che è, o che non è, scritto bene. Dalla parte della difesa ci sono 50 intellettuali, che ricordano i meriti culturali e artistici del poema. Il giudice che presiede l’udienza è Clayton Horn (Bob Balaban), che decreta una sentenza sorprendentemente appassionata. In un’immaginifica intervista scandita da flashback, Ginsberg medita sul suo processo creativo e sulle difficoltà che ha dovuto affrontare. Il poema stesso vive di una vibrante animazione – un viaggio fantastico nella mente dell’artista.

Rollerblades – Sulle ali del vento

“Teen movie” piuttosto banale: un giovane surfer si trasferisce a Cincinnati, lontano dalle onde dell’oceano, e deve reinventarsi pattinatore in linea. Storia “a rotelle” dedicata esclusivamente ai ragazzini: l’unica nota positiva sono gli spettacolari stunt.

Fuochi nella pianura

Durante la seconda guerra mondiale, alcuni soldati giapponesi devono lottare per la sopravvivenza alla fine della campagna delle Filippine; al centro, i travagli del tubercolotico Funakoshi, rimasto isolato dai suoi. Una realistica, disturbante e deprimente visione della dannazione sulla terra, con un equilibrato messaggio pacifista. Daieiscope.

La bestia nel cuore

Cristina Comencini unisce il suo talento per la scrittura con quello per il cinema. Da un suo romanzo infatti nasce il soggetto de  La bestia nel cuore, travaglio esistenziale e sentimentale di Sabina (Giovanna Mezzogiorno ) che, saputo di essere incinta, comincia a sognare cose orribili e inquietanti. Decide così di allontanarsi dal marito Franco (Alessio Boni) per raggiungere negli Usa il fratello Davide (Luigi Lo Cascio).

Fino alla fine del mondo

In un futuro non molto lontano, la Dommartin si unisce a Hurt per una missione misteriosa intorno al mondo che condurrà alla creazione di un congegno capace di ridare la vista ai ciechi. Nato come “l’ultimo road-movie”, la storia non decolla almeno fino a metà film, mentre personaggi e soggetti sono tutti una gran confusione. Persino le ambientazioni (quindici città di quattro continenti) non sono d’aiuto. Alcuni sprazzi di brio sono dati da von Sydow, dagli effetti cinematografici ad alta definizione e da una colonna sonora composita, ma il tutto resta comunque assai deludente.

Le pagine della nostra vita

Nell’estate del 1940, nella cittadina costiera di Seabrook, nel North Carolina, arriva in vacanza Allie Hamilton (Rachel McAdams), bionda, vitale, colta e ricca. Una sera al luna park, viene avvicinata in modo rocambolesco da Noah Calhoun (Ryan Gosling), sicuro di sé, un po’ spavaldo, convincente ma povero. La scintilla è inevitabile, con tutti i potenziali e ovvi sviluppi: pregiudizi sociali, promesse non mantenute, separazione, seconda possibilità ?
Gli sviluppi della storia sono collaudati e calibrati con i giusti tempi: un’estate di passione, delicata e piena di fantasia (capire il mondo sdraiati sulla strada sotto un semaforo sarebbe una trovata anticonformista?); la famiglia di lei che si oppone e la porta via prima della fine dell’estate; lui che parte per la guerra; lei che durante la sua assenza cede alla corte di Lon, un reduce ferito, belloccio e, ovviamente, ricco. Ma è colpevole? Può aver tradito così l’amore della sua vita? Il suo primo amore, così perfetto che sembra destinato a essere per sempre? Ovviamente no, infatti la colpa è della madre, che nasconde alla figlia un anno di lettere del povero e caparbio Noah, che solo alla fine di quegli infruttuosi messaggi decide di partire per il fronte. E poi?è ammissibile che Allie ami davvero il bel Lon, rampante, bello e scontato? Ovviamente non può finire così, e quindi giù dilemmi, lacrime, il momento topico della scelta, accettazione dell’uno e la felicità dell’altro.
Il trionfo dell’ovvio, insomma, condito nel modo più classico e furbo. Paesaggi splendidi, laghi pieni di cigni, case da favola sul fiume, tramonti dorati e placidi. E loro due giovani, carini (lui molto pesce lesso, lei frizzante e dal sorriso sempreverde) e perfetti per i teenager che sognano storie di altri adolescenti che sognano l’amore perfetto (come nei telefilm di ultima generazione trasmessi da Italia 1).
Poco importa che il film sia diviso in due percorsi temporali, e il compito di narrare la storia sia affidato a un Noah anziano (James Gardner) che legge un manoscritto a un’anziana signora affetta da demenza senile interpretata da Gena Rowlands (chi può essere?). L’effetto sorpresa svanisce subito, la recitazione commuove più per l’età degli attori che per il suo convincente realismo, e i tempi e lo stile, così diversi fra i protagonisti giovani e vecchi, finisce per irritare più che segnare la distanza temporale.
Nick Cassavetes ha confezionato un prodotto oliato e «grazioso», che fa della prevedibilità il suo forte, e purtroppo il suo limite. Tratto dall’omonimo romanzo di Nicholas Sparks, discreto successo edito da Sperling&Kupfer, non si discosta di una virgola dai canoni dei film graziosi di un certo filone hollywoodiano. Il regista ha fatto di meglio in passato e, si spera, farà di meglio in futuro. (salvatore vitellino)

Amore senza confini

Una donna sposata lascia il marito e si innamora di un medico che fa parte di un’organizzazione umanitaria attiva nei paesi del Terzo Mondo: la loro relazione continuerà per anni, attraverso vari continenti e altrettante emergenze umanitarie. La descrizione delle terribili condizioni di vita degli abitanti delle zone più arretrate del globo terrestre è descritta magistralmente, e trasmette l’idea dell’urgenza e dell’importanza di qualsiasi aiuto. Ma che diavolo c’entra la storia d’amore in tutto questo? Mistero… Fortunatamente la presenza scenica di Owen riesce quantomeno a tenere in piedi il suo personaggio. J-D-C Scope.

Conflitto di classe

Un battagliero avvocato intraprende un’azione legale contro un’azienda produttrice di automobili non rispettosa delle norme, mentre l’altezzosa figlia rappresenta la sua controparte. Le interpretazioni brillanti delle due star nei ruoli dei combattivi padre e figlia rendono questo film degno di essere visto, sebbene la storia diventi ovvia nel momento clou.

Falso movimento

Storia eccessivamente metaforica (ma di tanto in tanto interessante) di un uomo scontento (Vogler) che cerca di guardare dentro di sé e al suo passato, vagando per la Germania con diversi compagni di viaggio. Sceneggiato da Peter Handke e vagamente ispirato a Gli anni di pellegrinaggio di Wilhelm Meister di Goethe. Primo film per la Kinski. Il secondo (e il meno riuscito) episodio della trilogia “on the road” wendersiana, dopo Alice nelle città e Nel corso del tempo.

Mystic River

Tre amici d’infanzia si ritrovano dopo l’assassinio della figlia di uno di loro. Uno dei tre è proprio il detective incaricato di scopire chi ha ucciso la ragazza. Dovrà confrontarsi con la difficile soluzione del caso e con il desiderio di giustizia di un padre disperato.
«La storia riguarda il modo in cui le vite di tutti i protagonisti vengano sconvolte dal crimine. Possiamo vedere l’impatto che ha avuto un atto violento molti anni dopo che è stato commesso. È un cerchio tragico, tutti e tre gli uomini hanno problemi irrisolti, tutti sono traumatizzati dal passato» Così Clint Eastwood presenta una brutta storia di violenza e omicidi, traumi infantili e stupri, tratta dal romanzo di Dennis Lehane. Tre ragazzini giocano insieme a palla nelle strade, poi succede qualcosa che sconvolge la vita ti tutti e i tre smettono di frequentarsi. Pensano che, con la distanza, i cattivi ricordi potrebbero rimanere lontani. Il più traumatizzato di loro lascia addirittura il quartiere. Non serve a nulla. Il passato torna violento come una frustata. Tornano a riunirsi da adulti, abbruttiti da quel ricordo distruttivo, legati da un filo comune: un orrendo assassinio. Jimmy (Sean Penn) è il padre della vittima, una ragazza diciannovenne trovata uccisa brutalmente nel parco. È vedovo, Jimmy, e ha riversato tutto l’amore che ha in corpo nella figlia. Poco fiducioso verso la giustizia, vuole punire personalmente chi ha commesso l’efferato delitto e pur di portare a termine il suo proposito è pronto a mettere in discussione tutto, la vita che si è ricostruito nella comunità dopo le precedenti grane avute con la legge, la libertà, l’incolumità fisica. Dave (Tim Robbins) è il principale sospettato dell’omicidio. È un uomo disturbato, che non ha superato un trauma infantile, un’esperienza terribile che ha cambiato l’intero corso della sua vita e quella dei suoi vecchi amici. Poi c’è il detective incaricato delle indagini (Kevin Bacon), che deve arrivare all’assassino assolutamente prima della furia vendicatrice di Jimmy. Il problema di Sean è la moglie, che l’ha lasciato, di cui è ancora innamorato. Il tutto avviene a Boston, alla vigilia del Columbus Day, in un quartiere operaio dove tutti si conoscono, dove la domenica si va devotamente alla messa, dove circolano brutti ceffi dal cognome inquietante tipo i fratelli Savage.
Eastwood, con quest’opera in concorso al Festival di Cannes, si sofferma più sulle vicende umane e sulle emozioni che attraversano i personaggi, che non sull’intreccio del crimine. Certo, lo spettatore è comunque intrigato a risolvere il «giallo»: vuole scoprire se Dave è realmente colpevole, se Jimmy troverà giusta vendetta o verrà fermato in tempo, e se Sean riuscirà a risolvere il suo rapporto con la moglie. Il quadro che ne esce è quello di una comunità bigotta, dove pare che tutti sappiano tutto, ma dove nessuno lo dà a vedere, dove i panni sporchi si lavano in famiglia. Per il Columbus Day tutto deve essere sistemato, affinché il quartiere possa festeggiare per le strade senza ulteriori traumi, perché ci si possa scambiare sorrisi ipocriti, falsi saluti di cortesia, nonostante siano accadute le cose più turpi. È l’America del benessere, con le sue contraddizioni e suoi scheletri nell’armadio, con una violenza che esce allo scoperto perché poco repressa o perché il sistema stesso è portatore di violenza. Nel film si preferisce assoggettarsi all’esempio violento piuttosto che aprirsi agli altri, ammettere le proprie debolezze, mettersi in discussione. Un messaggio abbastanza discutibile, che sembra assolvere il comportamento negativo dei protagonisti, come se la risposta violenta alla violenza rimanesse l’unica via di salvezza. Il merito principale della riuscita del film va attribuito alla scelta degli attori: uno Sean Penn in stato di grazia a fianco di due colleghi altrettanto bravi, Tim Robbins e Kevin Bacon. La colonna sonora composta dallo stesso Clint Eastwood è stata registrata dalla Boston Symphony Orchestra dal Coro del Festival di Tanglewood, diretti dallo stesso regista. Oscar 2004 a Sean Penn come miglior attore protagonista e a Tim Robbins come miglior attore non protagonista. (marcello moriondo)

Forrest Gump

Un ragazzo ritardato diventa adulto fluttuando nella vita — come una piuma — con solo una vaga comprensione dei tempi tumultuosi che sta vivendo. (Riesce a essere presente a virtualmente ogni fenomeno sociale popolare e politico della decade formativa dei “baby boomer”, dall’ascesa di Elvis alla caduta di Nixon). O accettate Hanks in questa parte e seguite il senso dell’umorismo stravagante e tragicomico del film, oppure no (noi no) — ma in ogni caso è un lungo viaggio, pieno di fantasie digitali che mettono Forrest Gump in un’ampia gamma di sfondi ed eventi reali. Basato sul (più satirico) romanzo di Winston Groom. Vincitore degli Oscar per miglior film, attore (Hanks), regia, montaggio, effetti speciali visivi e sceneggiatura non originale. Panavision.

L’asso nella manica

Un uomo rimane intrappolato in una miniera. L’ambizioso giornalista Charles Tatum, relegato in un piccolo quotidiano di provincia, ritarda deliberatamente i soccorsi per poter sfruttare il clamore sviluppatosi attorno alla notizia. Uno dei film più incisivi e corrosivi di Billy Wilder, interpretato da uno straordinario Kirk Douglas, nei panni a lui congegnali dell’arrivista senza scrupoli. Il nichilismo e la bruta schiettezza con cui il tema è affrontato non fu molto gradito dal pubblico dell’epoca che ne decreto l’immeritato insuccesso. L’attore, qualche anno più tardi, avrebbe dovuto tornare a lavorare con Wilder in Stalag 17 , ma poi, inspiegabilmente, rinunciò alla parte. Fece la fortuna del suo sostituto, William Holden, che vinse l’Oscar. (andrea tagliacozzo)

Submarino

Due fratelli combattono sin da piccoli contro una vita dura e spietata. Dalla morte del fratellino per colpa della trascuratezza della madre, fino a un’esistenza segnata anche da adulti dalla solitudine e dalla dipendenza da droga ed alcol, la loro vita è una sfida continua per trovare la forza di reagire ed una via di fuga da ciò che sono diventati. Per questo cercano, dopo diversi anni, di ristabilire un contatto l’uno con l’altro e di dare una vita normale almeno al nipotino Martin.

Il diavolo nello specchio

Versione cinematografica avvincente, anche se convenzionale, della commedia d’annata di Edward Wooll su un baronetto (che era stato prigioniero di guerra) chiamato in tribunale a dimostrare la sua identità, cosa che risulta alquanto difficile. Metroscope.

Nel corso del tempo

Viaggio attraverso la sconosciuta provincia tedesca di un camionista e di un autostoppista alla ricerca di se stesso, sul finire degli anni Settanta. Ennesimo film on the road di Wenders dopo Alice nelle città e Falso movimento (con i quali forma una sorta d’ideale trilogia), il film è anche un sentito omaggio del regista al cinema d’altri tempi, con numerose citazioni e riflessioni sull’argomento. Girato in un rigoroso e splendido bianco e nero. (andrea tagliacozzo)

La guerra dei fiori rossi

Inserito fin dall’età di due anni in un asilo a tempo pieno nella Cina prerivoluzionaria, il piccolo Qiang (Liu Lian) stenta a conformarsi alle rigide regole che ne scandiscono la quotidianità. Ribelle per indole, riuscirà a coalizzare l’intera classe contro la maestra che ne vorrebbe fare un perfetto rivoluzionario in erba, spargendo maldicenze tra i suoi coetanei, come quella che di notte l’antipatica educatrice si trasformerebbe niente di meno che in un mostro divoratore di bambini. Giunto in età scolare, Qiang vede l’approdo alle elementari come una liberazione, ma la maestra, prima di salutarlo, gli fa presente che, un giorno, i ricordi dell’asilo gli sembreranno i più felici e spensierati della sua vita. Il film, prodotto tra gli altri da Marco Müller, si è aggiudicato il Prize of the Guild of German Art Cinemas al Festival di Berlino 2006.

Fine pena mai

Dal piccolo spaccio alle reti internazionali dei traffici di droga, ai crimini più efferati, fino all’arresto e all’isolamento in carcere: la storia vera di Antonio Perrone che promise alla moglie e al figlio di non abbandonarli mai e che ora può vederli solo da dietro un vetro. Senza imprecare contro il destino ma con riflessioni ad alta voce sulla sua condizione di marito, padre e detenuto, osserviamo da vicino la figura di un ragazzo nella sua trasformazione in boss criminale, sullo sfondo di un’Italia e di una Puglia che nei primi anni Ottanta conoscono l’emergere di una nuova mafia, la Sacra Corona Unita. (gerardo nobile)

Il crimine di padre Amaro

Ansioso di cambiare il mondo, il giovane Amaro prende i voti, in parte per seguire la propria vocazione, in parte per il rapporto di amicizia che lo lega al vescovo. Sollecitato da quest’ultimo, Amaro si reca presso la chiesa della città di Los Reyes, Aldama, per acquisire, sotto la supervisione di Padre Benito, la preparazione necessaria ad affrontare gli studi a Roma. A Los Reyes il giovane conosce la devota, innocente e sensuale Amelia, figlia di Sanjuanera, della quale a poco a poco si innamora sfidando il destino che gli imporrebbe il celibato. Intorno a questa vicenda si intrecciano le vite parallele degli altri sacerdoti e dei loro parrocchiani. Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Josè Maria Eca de Queiroz, scritto nel 1875 in Portogallo, Il crimine di padre Amaro si presenta come una versione sudamericana e cinematografica del celebre serial televisivo Uccelli di rovo. Lussuria, orgoglio, fanatismo, abuso di potere, arroganza, prepotenza, ingiustizia, questo l’ambiente in cui si svolge il film, ricco di spunti di riflessione. I dubbi personali davanti alle scelte che sembrano preordinate e a cui è difficile ribellarsi. Il conformismo cattolico estremizzato all’ennesima potenza, con la facile morale del: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Poco digeribile in alcuni passaggi per un ritmo troppo blando e dialoghi troppo retorici. Candidato agli Oscar come Migliore film straniero, anche se si ha l’impressione di essere davanti a una buona occasione sfruttata male. Candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero (andrea amato)

Reign over me

New York. Chiuso in se stesso dopo aver perso moglie e figli nel crollo delle Twin Towers, Charlie Fineman cerca a modo suo di rimuovere il trauma: rifiutandosi di ricordare. L’incontro casuale col suo vecchio compagno di campus Alan Johnson e l’aiuto della psicologa Angela lo avvieranno a un lento ritorno alla normalità. La sceneggiatura del regista aggiunge un tassello al filone-Ground Zero ma riflette anche sul dolore universale della perdita. Ottimo il cast: Sutherland è ispirato nel breve ruolo del giudice e Sandler sempre più convincente nel drammatico che nel comico. Il titolo viene da un brano degli Who e la memorabile cover che si ascolta sui titoli di coda è eseguita dai Pearl Jam.

Ivan il terribile

Spettacolo cinematografico della più alta levatura: la cronaca, dettagliata e incredibilmente prodiga, della vita dello zar Ivan IV dall’incoronazione alla sconfitta e alla reintegrazione, che plasma l’immagine affascinante dell’uomo e del suo paese. Il tutto esaltato dalla colonna sonora originale di Prokofiev. Faticoso, ma ne vale la pena. La storia continua in Ivan il Terribile — La congiura dei Boiardi.

Il diavolo probabilmente

Angosce esistenziali di uno studente parigino, Charles, che non trova ragione di vivere né in Dio né nella politica, né nell’amore né nel sesso. Finirà col pagare un drogato per farsi uccidere in un cimitero. Il film di Bresson, costruito come un unico flashback che parte dall’annuncion della morte di Charles, a tratti è agghiacciante e nel suo pessimismo non risparmia nessuno. Orso d’Argento a Berlino.

Cose di questo mondo

L’adolecente Jamal e lo zio Enayat, leggermente più grande, mettono insieme le loro risorse per attraversare parecchi paesi, da un campo-profughi afgano fino a Londra. Viaggiano in camion, in treno e in nave, sorprendentemente con poche complicazioni: ma le poche che incontrano possono essere letali. Un film intrigante e senza copione, girato mentre i due protagonisti compivano effettivamente il tragitto, recitando se stessi: tutto ciò, insieme alla fotografia digitale, crea un potente senso realistico. Appassionante, a tratti quasi ipnotico, sebbene la parte finale resti evasiva. Digital Video Widescreen.

24 Hour Party People

Pellicola brillante, intensa, divertente ed evocativa sulla scena punk rock inglese di Manchester nei primi anni Settanta, e su uno dei suoi antesignani, che si racconta in maniera disarmante con sguardo in macchina (anche commentando il film stesso). Divertente anche se non si conosce molto del tema. Energico Coogan nel ruolo protagonista.

Pentimento

Una donna, la cui famiglia è stata distrutta da un dittatore di provincia continua a disseppellirne il cadavere affinché non abbiano pace né lui né la famiglia.

Anche se si svolge in un paese e in un’epoca immaginari, un film politico e poetico al tempo stesso che all’inizio adotta i moduli della favola grottesca con un surrealismo di stampo bunueliano e poi sfocia via via in un dramma che ricorda le antiche tragedie greche. Indimenticabile la sequenza dell’arrivo dei tronchi dalla Siberia sui quali le donne sperano di vedere incisi i messaggi dei deportati.

Scandalo segreto

Fiacco esordio alla regia di Monica Vitti, autrice anche della sceneggiatura assieme a Roberto Russo e Gianfranco Clerici. Margherita, sposata a Paolo, riceve in regalo da un amico una telecamera che, installata in casa, diventa una fedele amica alla quale la donna fa le proprie confessioni. Ma è proprio la telecamera, lasciata casualmente accesa, a registrare il tradimento del marito. (andrea tagliacozzo)

Drugstore Cowboy

Uno sguardo affascinante e davvero credibile sulla vita di un tossicomane e della sua “famiglia”, che rapina i negozi per foraggiare le proprie abitudini. Niente commiserazione né moralismi, ed è esattamente questo che rafforza l’impatto della pellicola. Eccezionali le interpretazioni, soprattutto di Dillon e della Lynch. Basato sul racconto autobiografico di James Fogle, un galeotto, scritto negli anni Settanta e mai pubblicato. Sceneggiatura di Van Sant e Daniel Yost.

Sex Is Comedy

L’ampolloso racconto semi-autobiografico di una regista (Parillaud) e dei problemi che incontra nel girare una difficile scena di sesso con due attori che si disprezzano. La Mesquida, che interpreta l’attrice, appariva in una scena simile in A mia sorella! della Breillat, da cui questo film deriva. Sconcertante e spudorato esempio di egocentrismo per la Breillat, interessante come sguardo sul processo di realizzazione di un film, che mostra come una regista dispotica e insicura tenti di controllare i suoi attori.

America oggi

Insieme a I protagonisti , il film che segnò il grande ritorno di Altman dopo un quindicennio appannato e sotterraneo: America oggi , multiforme affresco losangelino dalla narrazione implosa, rimane il capolavoro di questa «seconda giovinezza». Dei «Seventies» Altman non rinnega niente, anzi preleva dal decennio successivo quella che ne è stata forse la più alta sintesi letteraria: i racconti di Raymond Carver. Il montaggio (musicalissimo) intreccia le canzoni della colonna sonora con un gusto quasi da cantastorie; ogni enfasi è bandita (contrariamente al farraginoso e retorico pseudo-allievo Paul Thomas Anderson di Magnolia ); il cast è semplicemente sbalorditivo e i pezzi di bravura così sciolti che non te ne accorgi nemmeno (il monologo di Jack Lemmon, il seminudo di Julianne Moore). Su tutto una tristezza spettrale e assolata, un blando terremoto osservato da uno sguardo imperturbabile che è già oltre la commedia e la tragedia. (emiliano morreale)

Un uomo innocente

Due corrotti agenti della sezione narcotici di Los Angeles provocano l’ingiusta condanna di Jimmy Rainwood per un traffico di stupefacenti. Sopravvissuto alla durezza del carcere solo grazie alla protezione di un detenuto influente, l’uomo riesce ad ottenere la libertà dopo tre anni di reclusione ed è ben deciso a smascherare coloro che l’hanno incastrato. Film prevedibile, Tom Selleck, comunque, se la cava egregiamente. (andrea tagliacozzo)

Love Streams – Scia d’amore

Dopo aver affrontato una penosa causa di divorzio, la nevrotica Sarah spera di trovare un poco di serenità rifugiandosi in casa del fratello Robert, uno scrittore di romanzi commerciali dedito all’alcool e a una interminabile serie di avventure sentimentali. Dal lavoro teatrale di Ted Allan, il film, penultimo del regista Cassavetes, vinse l’Orso d’oro al festival di Berlino 1984. Non è uno dei suoi migliori, anche se ha non pochi pregi (tra i quali le interpretazioni dei due protagonisti) e non lascia sicuramente indifferenti. (andrea tagliacozzo)

L’umanità

Le cose al cinema hanno un proprio peso. Ben maggiore che in letteratura, dove l’astrazione della parola dissolve la gravità nel pulviscolo: per questo Flaubert è celeberrimo per le proprie descrizioni, da grande maestro della lingua. Bruno Dumont non ha interesse al pulviscolo, né all’astrazione. La prima sequenza di L’umanità fa affondare il proprio protagonista in una terra grassa e densa, dove le sue mani tornano a immergersi più volte durante il racconto. È una pesantezza materiale, la rivelazione della sua metafisica insensatezza ciò che mostra Dumont, come già il cinema di Bresson – o dei suoi possibili epigoni (Kahn ne La noia , per esempio) – ha fatto. Un protagonista di nome Pharaon, imbalsamato ispettore di polizia nelle Fiandre, è alle prese con lo stupro e l’omicidio di una bambina. Il detective può avere due funzioni: ricostruire a posteriori una storia e farsi narratore, oppure guardare e cercare le cose. Pharaon appartiene a questa seconda specie: osserva inebetito le cose del mondo, incurante di chi sia l’omicida. Ci penseranno i colleghi di città a risolvere il caso. L’idiozia di questo amorevole personaggio è l’unica risposta ai volti sgraziati e alla volgarità innocente delle persone. Pharaon non capisce, ma prova amore per i propri simili, come il protagonista del Diario di un curato di campagna di Bresson. Questo ispettore, in passato, ha perduto la moglie e la figlia; ora ama Domino, ignorato. E si limita a guardare. C’è una brutalità non assimilabile nella successione delle inquadrature e in quello che mostrano, nel rifiuto reciso di dare spazio a spiegazioni, anziché offrire un senso rassicurante alla concatenazione degli eventi. Una frontalità tutta contenuta in due piani: la vagina lacerata e violata della bambina uccisa, di cui non sapremo assolutamente altro; il sesso di Domino, fremente e piangente, nella seconda metà del film. Possiamo rintracciare la citazione pittorica dall’«Origine del mondo» di Courbet, o da «Dati» di Duchamp. Ma il punto è un altro: è l’immediata e soffocante forza di qualcosa – la Natura o la Realtà – dinanzi a cui lo sguardo ci pone. È questo che interessa a Bruno Dumont, che l’aveva già cercato con veemenza in La vie de Jesus  E, d’altro canto, già nell’Ottocento Courbet si era appunto posto il problema: «Ci vedo troppo: mi dovrò cavare un occhio». (francesco pitassio)

Gervaise

Una straordinaria Maria Schell (vincitrice delle Coppa Volpi al Festival di Venezia) veste i panni di Gervaise in questa elegante trasposizione cinematografica de «L’assommoir» di Emile Zola. Nella seconda metà dell’Ottocento, una ragazza di campagna, minata nel fisico ma non nella voglia di vivere, si trasferisce a Parigi con l’intenzione d’aprire una lavanderia. Si sposa con un onesto falegname, ma questi, in seguito a un incidente sul lavoro, diventa alcolizzato. (andrea tagliacozzo)