Mariti e mogli

Due coniugi sposati da molto tempo provocano scompiglio fra i loro migliori amici quando annunciano la propria separazione; nel frattempo, anche le altre coppie iniziano ad avere dei problemi. L’acuta, spiritosa e scaltra sceneggiatura di Allen è interpretata brillantemente (specialmente dalla Davis e da Pollack), nonostante lo scandalo da prima pagina di Woody e Mia al momento della distribuzione del film abbia reso difficile evitare il sarcasmo di fronte ad alcuni dialoghi. Un solo appunto negativo: il dilettantesco uso della camera a mano e del “jump cut”, che risulta fastidioso e distraente.

Pallottole su Broadway

Delizioso gioiello di Woody Allen su di un scrittore di commedie degli anni Venti che per quanto si prenda molto sul serio, si svende non appena gli viene offerta l’occasione di portare in scena a Broadway la sua ultima opera, che ha per protagonisti la pupa di un gangster e una star dal fascino inebriante. Un’occasione d’oro per gli attori, in particolare per la Wiest (che vinse l’Oscar) nei panni dell’attrice sopra le righe, per Palminteri, il malavitoso dal talento nascosto, e la Tilly che qui interpreta la pupa svampita. La ricostruzione storica è così ricca e azzeccata da sembrare reale. Allen lo sceneggiò insieme a Douglas McGrath.

Il prestanome

Negli anni Cinquanta, un giovane squattrinato accetta di firmare i copioni di un amico scrittore, inquisito dalla Commissione per le attività antiamericane. Scambiato per un autore di talento, il giovanotto decide di sfruttare anche la mano d’opera di altri scrittori finiti sulla lista nera. Commedia amara sui tristi anni del maccartismo. Woody Allen, qui solo nelle vesti d’attore, stempera con il suo umorismo un tema ancora scottante. Splendido il finale (e la canzone
Young At Heart
di Frank Sinatra) Ritt, Mostel, Bernardi e l’autore della sceneggiatura, Walter Bernstein, furono realmente inquisiti dal senatore McCarthy.
(andrea tagliacozzo)

Crimini e misfatti

A New York, s’intrecciano le vicende di Judah Rosentahal (Martin Landau) e Cliff Stern (Woody Allen): il primo, un oculista di grande fama, per sbarazzarsi dell’amante, divenuta ingombrante, non esita a ricorrere all’omicidio; il secondo, regista di poca fortuna, per sbarcare il lunario è costretto a realizzare un documentario sull’antipaticissimo cognato, produttore di ignobili film commerciali. Il dramma s’intreccia mirabilmente con la commedia in uno delle opera più amare e riuscite del regista newyorchese. Anche nell’episodio interpretato da Allen, sicuramente più leggero dell’altro, si respira un’aria di cupo pessimismo che non può lasciare indifferenti (il suicidio del filosofo ebreo scampato ai campi di sterminio, un chiaro riferimento a Primo Levi). Inspiegabile come Martin Landau, meritatamente candidato all’Oscar, non sia stato preso in considerazione dai membri dell’Academy per la vittoria finale. (andrea tagliacozzo)

Casino Royale

Ormai in pensione, James Bond è alle prese con intrighi internazionali complicatissimi, stangone belle e pericolose e un nipote degenere. Negli anni Sessanta, oltre a quelli di Blake Edwards e Richard Lester, si producevano un sacco di film dissacratori anche se non riusciti: operazioni autoreferenziali, piccole e grandi scoperte del camp (era di poco precedente il fondamentale saggio di Susan Sontag). Questa ad esempio è una pellicola assurda, scritta scavalcando un problema di diritti e diretta da cinque registi diversissimi uno dall’altro: tra i quali Val Guest, quello di Quatermass; il grande Huston, che aveva già fatto una cosa simile – ma più divertente – con
I cinque volti dell’assassino
; il montatore e regista di western Robert Parrish… Senza dire dello script, cui mise mano anche Woody Allen (che, possiamo dirlo, fa il cattivo), o degli attori, da Orson Welles a Barbara Bouchet. Però che simpatia quel delirio, e che libertà dissennata e pop in questo film pur noioso e scombinato!
(emiliano morreale)

Celebrity

Branagh “diventa” Woody Allen in questa sconclusionata analisi su un nevrotico redattore di New York, con vita affettiva e carriera incasinate. Allen naviga a vista, con un cast attraente e con qualche momento divertente, ma senza granché da dire. Ripetitivo, prevedibile, falsamente moralistico nella sua disincantata acrimonia, il film finisce per essere un monumento al proprio autocompiacimento, anche se le battute divertenti non mancano. La Davis è, come sempre, incredibilmente brava. Fotografia in bianco e nero di Sven Nykvist.

New York Stories

Tre episodi ambientati sullo sfondo della Grande Mela: nel primo (Lezioni di vero , di Scorsese), un pittore teme che la sua giovane allieva e amante voglia lasciarlo; nel secondo (La vita senza Zoe , di Coppola), una bambina, figlia di ricchi ma separati genitori, diventa amica del figlio di uno sceicco; nel terzo (Edipo relitto, di Allen), un avvocato ebreo di mezza età è continuamente perseguitato dalla petulante e opprimente genitrice. A distinguersi sono soprattutto Martin Scorsese e Woody Allen: il primo trae il meglio (e anche di più) da un soggetto piuttosto esiguo, mettendo in mostra una tecnica eccezionale; sui toni che gli sono più congegnali, il secondo realizza invece un episodio leggero leggero ma straordinariamente divertente. Solo Francis Coppola, che ha firmato la sceneggiatura con la figlia Sofia, sembra un po’ sottotono. (andrea tagliacozzo)

Alice

A New York, Alice, una donna di mezza età, sposata e con figli, vive nel benessere, ma si sente irrealizzata. Mentre le sue ambizioni da scrittrice vengono frustrate dal marito e dall’amica Nancy, dirigente televisiva, la timida e complessata Alice, grazie all’aiuto di alcune erbe magiche, trova il coraggio di dedicarsi ad una relazione extraconiugale. Un Woody Allen in tono minore, apparentemente impeccabile nella confezione, con uno stile elegante che alla lunga finisce per diventare pura maniera. Alcune perle comiche tipiche del regista (la sequenza della festa verso la fine del film) riscattano in parte il piccolo scivolone. (andrea tagliacozzo)

Midnight in Paris

Midnight in Paris

mame cinema MIDNIGHT IN PARIS DI WOODY ALLEN - STASERA IN TV scena
Una scena del film

Una coppia di americani in vacanza a Parigi: lei, Inez (Rachel McAdams) vuole una vita e un matrimonio stabile e convenzionale, mentre lui, Gil (Owen Wilson) è uno sceneggiatore di successo che però vorrebbe diventare uno scrittore. Da qui si mettono in moto le vicende di Midnight in Paris, un film che riscopre l’antico fascino della capitale parigina. Il personaggio di Gil si ritrova a passeggiare a mezzanotte per le strade parigine e sale su una bella vettura d’epoca, venendo così trasportato magicamente indietro nel tempo. Incontra quindi gli esponenti della cosiddetta Generazione Perduta”, su cui ha sempre avuto fantasie. Cole Porter (Yves Heck), Ernest Hemingway (Corey Stoll), Salvador Dalì (Adrien Brody), Francis Scott (Tom Hiddleston) e Zelda Fitzgerald (Alison Pill) chiacchierano con lui di idee e teorie culturali. E l’affascinante compagna di Pablo Picasso, Adriana (Marion Cotillard), condivide con Gil il suo amore per Parigi. E non solo.

Ma cosa farà Gil? Accetterà di tornare alla sua vita di sempre, lasciando il sogno di scrivere un romanzo nel cassetto? Oppure la sua surreale esperienza parigina cambierà per sempre le sue priorità e il suo modo di vedere il mondo?

Curiosità

mame cinema MIDNIGHT IN PARIS DI WOODY ALLEN - STASERA IN TV fitzgerald
Francis Scott Fitzgerald e sua moglie Zelda
  • Fa parte del cast anche Carla Bruni, nel ruolo della guida di un museo. Compare persino l’attrice francese Léa Seydoux.
  • L’anteprima mondiale del film è avvenuta l’11 maggio 2011, quando è stato proposto come film d’apertura del Festival di Cannes.
  • In Italia, la pellicola è stata distribuita il 2 dicembre dello stesso anno dalla Medusa Film, sbancando il botteghino. Midnight in Paris, infatti, è il film di Woody Allen che ha ottenuto gli incassi più elevati nella penisola.
  • Il film ha vinto un premio Oscar e un Golden Globe nel 2012 rispettivamente per la Miglior sceneggiatura originale e Miglior sceneggiatura.

Basta che funzioni

Woody Allen torna a New York con una commedia originale che racconta la storia di un irascibile misantropo (Larry David) e di una giovane, timida e suggestionabile ragazza del sud fuggita da casa (Evan Rachel Wood). Quando i genitori della ragazza (Patricia Clarkson e Ed Begley, Jr.) giungono a New York per salvarla, verranno velocemente e selvaggiamente risucchiati in inattesi intrighi sentimentali. Ma alla fine tutti capiranno che per trovare l‘amore ci vuole una giusta dose di fortuna abbinata alla capacità di riconoscere tutto ciò che potrebbe funzionare…

La filosofia é spicciola, ma Allen sa esprimerla senza cinismi, mostrando un’inedita condiscendenza alle complessità della vita (e del sesso). Tornando a girare a New York, ritrobva ambienti e bersagli noti, forse anche perché la prima stesura della sceneggiatura risale agli anni Sessanta. Il protagonista, Larry David, notissimo stand-up comedian e autore americano, qui è un alter ego perfetto di Allen.

 

Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso, ma non avete mai osato chiedere

Una delle commedie più cinematografiche di Woody, più disomogenea, quasi insipida. Film a episodi basato molto vagamente sul libro del dottor David Reuben, tra i quali solo alcune scene valgono la pena di essere guardate, come quella finale all’interno del corpo maschile durante il rapporto sessuale, una vera gemma.

Z la formica

Divertente cartone animato che ha come protagonista una formica di nome Z (con la voce e la personalità di Woody Allen) che non riesce ad adattarsi all’irreggimentazione – a maggior ragione dopo che si innamora della figlia della regina delle formiche, la principessa Bala. Nel frattempo la colonia viene minacciata sia dalle termiti che da un generale megalomane con un suo piano. Intelligente e godibile (in particolare per i fan di Allen), ma troppo sofisticato e violento per i più giovani. Una nomination ai BAFTA:

Hollywood Ending

Val Waxman è un regista al tramonto, anche se ha già vinto due Oscar. È nevrotico e sempre più insicuro da quando l’ex moglie lo ha lasciato. Non solo lo ha lasciato ma è fidanzata, anzi è prossima alle nozze bis, con un grande produttore di Hollywood. E proprio Ellie, l’ex moglie, gli propone un film su New York, rpodotto dall’attuale compagno, che sembra tagliato su misura per lui. Dovrebbe essere il film del rilancio. Dopo qualche incertezza il film si fa. Ma Val, alla vigilia del primo ciak, viene colpito da cecità psicosomatica. E comincia a girare il film senza vedere quello che fa. Gli daranno una mano il traduttore cinese del direttore della fotografia prima e poi l’ex moglie… Il solito Woody Allen, con le sue nevrosi, i suoi tic, la sua New York, i suoi dialoghi spumeggianti, il suo romanticismo che, anche questa volta, fa vincere il regista vecchio-stanco-bruttino rispetto al produttore ricco-giovane-bello. Si ride, tanto. Battute a raffica. E uno sguardo acuto, da parte di un regista che non ci vede, sul mondo del cinema, sulle dinamiche di Hollywood, su certe figure di produttori («Chiamate Benigni per un musical sulla Divina Commedia a Miami»), sulle attricette che ronzano attorno ai registi, sui critici cinematografici («I critici sono il livello più basso della cultura»)… Un mondo che Allen conosce bene. Che mette in discussione. Mettendo in discussione se stesso per primo. Facendo, alla fine, trionfare l’amore: «Tutti i mariti dovrebbero diventare ciechi almeno una volta…». (d.c.)

La dea dell’amore

Commedia leggera molto divertente: la moglie di Allen lo convince ad adottare un bambino; anni dopo, lui è ossessionato dall’idea di sapere chi sia la vera madre del ragazzo e la vuole conoscere. La Sorvino è eccezionale in un’interpretazione da Oscar (e da futura star) della donna in questione. Per raccontare un dramma sul male di vivere che rischia di scivolare nella farsa, Allen contamina la commedia con la tragedia, facendo interagire i protagonisti con un autentico coro greco che dal teatro di Taormina commenta gli avvenimenti e interviene nell’azione. Ma, nonostante una strepitosa Mira Sorvino, il film rimane un’esile commedia degli equivoci, più compiaciuta che davvero divertente.

Misterioso omicidio a Manhattan

Leggero ma divertente giallo, con Allen e la Keaton nel ruolo di una coppia sposata che sospettano l’apparentemente innocuo vicino di casa di aver ucciso la moglie. Una sorta di ritorno ai primi, più divertenti film di Allen, non si tratta di un classico ma è decisamente piacevole, con le solite battute fulminanti e alcune situazioni esilaranti. La cosa migliore è la meravigliosa chimica fra Allen e la Keaton (che interpreta un ruolo originariamente pensato per Mia Farrow), che esprimono le loro rispettive nevrosi con agio intuitivo. Allen firma la sceneggiatura con Marshall Brickman, già collaboratore per Io e Annie e Manhattan.

Harry a pezzi

Uno scrittore usa la sua vita come materia prima per il suo lavoro, facendo infuriare amici, parenti e amanti. Una introspezione insolitamente sincera (e salace) da parte di Allen, che include i suoi vari incontri così come le incarnazioni delle sue fantasie. Gli spettatori neutrali potrebbero ritenerlo decisamente indulgente, ma i fan di Allen lo troveranno intrigante e davvero divertente. Nessuno riesce a scrivere dialoghi più divertenti, o a tenere vivo il senso dell’umorismo ebraico con tanta efficacia. Sulla falsariga di Il posto delle fragole, una commedia programmaticamente spregevole, scritta e girata in forma di diario analitico, in cui Allen si “decostruisce” beffardamente utilizzando tutto ciò che è stato detto di lui ai tempi della separazione con la Farrow.

Ombre e nebbia

Trasposizione cinematografica di M , una breve pièce teatrale scritta dallo stesso Allen. Il film è ambientato negli anni Venti, in una imprecisata città terrorizzata dalle gesta di un misterioso assassino. Il timido impiegato Kleinman viene svegliato nel cuore della notte per partecipare a una caccia all’uomo. Dopo una serie di strani incontri per le strade semideserte della città, il pover’uomo si ritrova a essere ingiustamente additato come l’omicida. Il film, splendidamente fotografato in bianco e nero da Carlo Di Palma, si ispira chiaramente all’espressionismo tedesco, ma, pur non mancando di annotazioni valide e momenti di notevole efficacia, il film rischia di rimanere schiacciato dalle sue stesse ambizioni. Ottimo il cast. (andrea tagliacozzo)

Il dormiglione

Nel 2173, Mike Monroe, un clarinettista ibernato 200 anni prima, viene scongelato da un gruppo di scienziati che vorrebbero ribellarsi al tirannico Leader che li domina. Anche se contrariato e confuso, Mike decide di unirsi alla causa. Leggermente inferiore rispetto ai film comici precedenti (come Prendi i soldi e scappa e Bananas ), il film ha comunque rappresentato una svolta nella carriera del cineasta newyorchese, che stava rapidamente progredendo tecnicamente (i successivi Amori e guerra e Io e Annie ne sono un esempio lampante). Numerose, come al solito, le battute d’antologia, in gran parte gustose frecciate al mondo contemporaneo lanciate con il senno di poi dell’ibernato Mike. (andrea tagliacozzo)

Scoop

Durante un esperimento di smaterializzazione condotto da un mago da strapazzo (Woody Allen), una giovane studentessa di giornalismo ospite di un’altolocata famiglia londinese (Scarlett Johansson) entra in comunicazione con un noto giornalista da poco defunto. Quest’ultimo le fornisce alcuni fondamentali indizi per realizzare un memorabile scoop e smascherare la doppia vita del figlio di un lord (Hugh Jackman): di giorno belloccio enfant prodige della politica, di notte assassino di prostitute. Le cose iniziano a complicarsi quando la ragazza si innamora, ricambiata, dell’oggetto della sua indagine e il mago, da lei spacciato per suo padre, inizia a frequentare l’alta società londinese inanellando gaffe a ripetizione.  Dopo il dramma (Match Point), la commedia: ma il cinema di Allen non cambia, nonostante le svolte fantastiche (c’é persino la Morte con tanto di falce e martello).

Che fai, rubi?

Ingegnosa imitazione giapponese di un film alla James Bond (Kizino kizi, o La chiave delle chiavi, distribuito nel 1964), ridoppiato da Allen in una lunga e divertentissima burla. Al centro dell’intrigo internazionale c’è la ricetta di una pregiata insalata di uova, e i protagonisti hanno nomi come Phil Moscowitz, Terri Yaki e Suki Yaki. Musica dei Lovin’ Spoonful (che appaiono nel film). Una delle doppiatrici è Louise Lasser. Tohoscope.

Tutti dicono I love you

Le disavventure di una famiglia di classe medio-alta di Manhattan tra casa, Venezia e Parigi. Una vivace confusione che Allen utilizza per realizzare un musical. Il semplice piacere di guardare gli attori cantare meravigliose vecchie canzoni (solo la Barrymore è doppiata) fa dimenticare tutti difetti del film (comprese la mancanza di una storia e la curiosa insensata abitudine delle telecamere di non riprendere chi sta cantando). Tutti sembrano divertirsi un sacco e Woody ritorna con piacere sul suo personaggio di perdente. La colonna sonora è brillantemente arrangiata da Dick Hyman.

Un’altra donna

A New York, Marion, cinquantenne laureata in filosofia, prende in affitto un appartamento per terminare il suo ultimo libro. La donna si accorge casualmente di poter udire distintamente le voci dell’appartamento accanto dove è situato lo studio di uno psicanalista. Marion, già in crisi con se stessa, si ritrova ad ascoltare le confessioni di una giovane paziente. Il migliore dei drammi diretti da Woody Allen, difficile, intenso e tormentato. Straordinaria Gena Rowlands. (andrea tagliacozzo)

Interiors

Dopo i quattro Oscar vinti con Io e Annie , Woody Allen affronta il suo primo film interamente drammatico, un cupo e pessimistico ritratto di una famiglia dell’alta borghesia americana. Fulcro motore del film, il rapporto tra le sorelle Joey, Renata e Flyn, per descrivere il quale Allen si è parzialmente ispirato (come farà anche nel 1987 per Hannah e le sue sorelle ) alle protagoniste de Le tre sorelle di Checov. Intenso ed estremamente ben fatto, ma a volto è fin troppo evidente il debito del regista newyorchese nei confronti di Ingmar Bergman. (andrea tagliacozzo)

Hannah e le sue sorelle

La vicenda, ambientata a New York, ruota attorno alle sorelle Hannah, Holly e Lee. Il marito della prima, Elliott, s’innamora di Lee che, pur essendo già legata a un maturo pittore, ricambia i sentimenti del cognato. Vagamente ispirato alle Tre sorelle di Checov (che aveva già influenzato un altro film di Woody Allen, il drammatico Interiors ), un groviglio di situazioni, personaggi e sentimenti dipanato con grande sensibilità e sense of humour dal regista newyorchese. Dramma e commedia s’integrano senza sforzo in uno dei suoi film (giustamente) più celebrati. Allen tenterà di ripetersi, con esiti addirittura superiori, con Crimini e misfatti . Tre Oscar: a Michael Caine (attore non protagonista), a Diane Wiest (attrice non protagonista) e a Woody Allen (per la sceneggiatura). (andrea tagliacozzo)

Vicky Cristina Barcelona

Vicky e Cristina sono due ragazze americane in vacanza a Barcellona. La prima ha le idee chiare, sta per completare gli studi ed è in procinto di sposarsi con un ragazzo ricco e con la testa sulle spalle. La seconda invece ha al suo attivo soltanto la regia di un cortometraggio di dodici minuti ed è in Spagna soprattutto per dimenticare l’ultima di una lunga serie di delusioni amorose. A una festa incontrano Juan Antonio, un affascinante pittore catalano che, senza tanti preamboli, propone loro di passare un weekend durante il quale, oltre a visitare Oviedo e gustare dell’ottimo vino, potranno fare sesso insieme. L’entusiasmo di Cristina per la proposta dello sconosciuto viene a stento tenuto a freno dall’amica, che decide di accompagnarla poiché non si fida di lui, ma soltanto a patto di poter dormire in una camera separata. Gli eventi prendono però una piega inattesa…

Allen vuole riflettere su quanto sia ardua la ricerca della felicità in una società dove la libertà sessuale non risolve le questioni legate alla realizzazione del sé. Un po’ moraleggia, un po’ si diverte a provocare con situazioni insolite per il suo cinema. Per quanto il risultato non sia spiacevole, non convince appieno: tutto é artificioso, e la voce narrante é ingombrante. Oscar alla Cruz come Migliore Attrice non Protagonista.

Settembre

In una bella villa del Vermont, un gruppo di sei persone passano alcuni giorni di vacanza. Tensioni, passioni e risentimenti degli ospiti non tardano a venir fuori. Uno dei lavori meno riusciti di Woody Allen, ben scritto e interpretato, ma inerte e di maniera. Il film è stato girato due volte: la prima versione, nella quale comparivano anche Maureen O’Sullivan, Charles Durning e Sam Shepard, non aveva infatti soddisfatto l’esigente regista newyorkese. (andrea tagliacozzo)

Anything Else

Jerry Falk, un aspirante scrittore che tira avanti stendendo copioni per cabarettisti notturni, attraversa un grave momento di crisi. L’incapacità di imporsi è alla base dei suoi problemi e dei suoi fallimenti professionali, questi ultimi dovuti in parte al comportamento da cialtrone del suo agente, Harvey. Anche il rapporto con una nuova compagna, Amanda, inizia all’insegna della vigliacchieria e risente delle sue frustrazioni. La ragazza inoltre scarica sul neo fidanzato tutti i suoi problemi e le sue insicurezze, costringendolo a vivere con la madre Paula, alcolista e cocainomane. Un giorno Jerry incontra casualmente David Dobel, uno scrittore sessantenne che sembra aver superato le sue nevrosi. I due diventano amici e, attraverso l’aiuto e i consigli del collega più anziano, Jerry riuscirà a capire la vera causa dei suoi problemi e a prendere la vita così com’è.
Ancora una volta Woody Allen ha portato un suo film a un grande festival europeo. Dopo Hollywood Ending a Cannes, Anything Else a Venezia. Presentato fuori concorso all’apertura della Mostra, ha conquistato pubblico e critica a riprova dell’ineusaribile creatività del regista. La pellicola costituisce una svolta nelle tematiche affrontate dell’autore newyorkese. Si assiste, infatti, al chiaro tentativo di passare simbolicamente il testimone a una non ben definita prole artistica rappresentata qui da Jason Biggs (già protagonista di American Pie) e Christina Ricci. I temi tipici del regista ci sono tutti: il jazz, Manhattan, l’amore per il cinema, la paura della morte, gli analisti incapaci e le nevrosi sessuali. Questa volta però non è Allen a portarli sulla scena ma un attore di quarant’anni più giovane che rappresenta in qualche modo il suo alter ego. Il regista diventa così spettatore delle sue ansie tipiche, incarnando una figura paterna e una guida spirituale per l’inesperto ragazzo. Battute al vetriolo e citazioni colte fanno del personaggio di David una figura irresistibile intepretata da un Allen in forma smagliante. Insomma, un cambio di prospettiva che vorrebbe concentrare l’attenzione sulle dinamiche della coppia Biggs/Ricci, ma che invece accentua ancora di più le abilità e la simpatia del vecchio personaggio alleniano. Di qui, la constatazione che il tentativo di rinnovamento sia in parte fallito. Ma nulla di tutto ciò pregiudica il risultato finale. La pellicola è un evidente saggio di bravura e di stile (sequenze multiple e ammiccamenti allo spettatore compresi) soprattutto per coloro che hanno amato il filone delle commedie serie/romantiche (da Io e Annie a Manhattan). Unica nota stonata nel coro, una Christina Ricci meno energica del solito, quasi ridimensionata. La battuta più memorabile del film? «Ti masturbi? Io preferisco fare sesso. Ieri sera mi sono messo su una cosetta a tre: io, Marilyn Monroe e Sophia Loren. Credo, tra l’altro, che fosse la prima volta che le due grandi attrici apparissero insieme». (emilia de bartolomeis)

Il dittatore dello Stato libero di Bananas

Grande divertimento, con il giusto assortimento di battute, idee bizzarre e riferimenti cinematografici (da La corazzata Potemkin a Tempi moderni). Il tutto ruota intorno a una premessa surreale: Woody viene coinvolto nella rivoluzione di uno stato centroamericano. Ottima colonna sonora, composta da Marvin Hamlisch. Brevi apparizioni di Sylvester Stallone e Allen Garfield.

Una commedia sexy in una notte di mezza estate

Agli inizi del Novecento, in una casa di campagna, uno strampalato inventore e sua moglie ospitano alcuni amici per il fine settimana. Durante il week-end, oltre a un piccante valzer delle coppie, si scatena qualcosa di misterioso e di magico. Divertente, leggero e frizzante, anche se fin troppo esile ed evanescente rispetto ad altri capolavori del regista newyorchese. Dal punto di vista formale, comunque, è quasi impeccabile. Primo di tredici film che Mia Farrow girerà con Woody Allen. (andrea tagliacozzo)

Stardust Memories

Allen interpreta un personaggio non troppo diverso da lui stesso che viene convinto a partecipare a un weekend di seminari sul cinema, in cui viene assediato dai fan, da chi cerca favori, dalle ammiratrici, dai dirigenti degli studios, dai parenti e dalle amanti. Uno sguardo pungente e semiserio sulla fama e il successo, anche se molti spettatori lo hanno trovato semplicemente narcisistico. Breve apparizione di Sharon Stone su un treno; Louise Lasser e Laraine Newman appaiono non accreditate.

Provaci ancora Sam

Sam (Allan, nella versione originale), critico cinematografico, viene abbandonato dalla moglie Nancy. I coniugi Dick e Linda, suoi migliori amici, si prodigano per trovargli una ragazza. Ma Sam s’innamora di Linda. Uno dei rari film interpretati e non diretti da Woody Allen, tratto dalla sua commedia teatrale
Play It Again Sam
(ovvero «Suonala ancora Sam», dalla battuta che rivolge Bogart a Dooley Wilson in
Casablanca
). Il film è più rigoroso dei precedenti lavori di Allen – le formless comedy
Prendi i soldi e scappa
e
Bananas
, decisamente innovative e slegate da qualsiasi regola narrativa classica – per merito (o per colpa, a seconda dei punti di vista) della regia diligente e professionale di Herbert Ross. Abbondano, comunque, le battute da antologia e le trovate tipiche del cineasta newyorchese.
(andrea tagliacozzo)

Zelig

Ambientata negli anni Trenta, la curiosa vicenda di Leonard Zelig, un piccolo e timido ometto ebreo che, volendo farsi accettare dal prossimo, diventa un incredibile camaleonte umano: obeso con gli obesi, negro con i negri, francese con i francesi, intellettuale con gli intellettuali. Realizzato con la tecnica del documentario, il film ricostruisce in modo perfetto e raffinato un’intera epoca. Così perfetto da risultare quasi impossibile distinguere il materiale di archivio da quello girato da Allen. Divertente, ma non solo. Nel suo genere, un capolavoro. (andrea tagliacozzo)

Melinda e Melinda

Un drammaturgo e un commediografo iniziano a discutere riguardo le potenzialità delle rispettive arti. Per determinare il vincitore della tenzone, decidono di sviluppare ciascuno la propria storia, partendo da un unico episodio, incentrato sull’enigmatica Melinda.
Dopo il non entusiasmante Anything Else, Woody Allen si prende una pausa dalla recitazione per concentrarsi unicamente sulla regia. Il suo nuovo film si basa sul classico espediente della duplice narrazione di uno stesso episodio, affidando all’ottima Radha Mitchell il ruolo di Melinda, la donna al centro della vicenda. Il regista newyorkese ha così confezionato due film distinti che scorrono in parallelo. Una scelta portata fino in fondo con mano ferma e buoni risultati: riflessione e risate si alternano infatti senza cadute di ritmo e senza creare confusione nello spettatore. Un classico film di Woody Allen, gli estimatori ne saranno deliziati, tutti gli altri difficilmente cambieranno idea. (maurizio zoja)

Match Point

Ex giocatore professionista, Chris Wilton (Jonathan Rhys Meyers) si guadagna da vivere dando lezioni di tennis in un esclusivo club di Londra. Qui fa amicizia con il coetaneo Tom Hewett (Brian Cox), bello come lui, meno bravo con la racchetta ma in compenso molto più ricco, che gli presenta la sorella Chloe (Emily Mortimer). I due si fidanzano e già si parla di matrimonio quando, durante un weekend nella casa di campagna degli Hewett, Chris conosce la fidanzata di Tom, Nola Rice (Scarlett Johansson), un’attrice americana alle prime armi ma ben consapevole di come si seduce un uomo. L’amore che scoppierà fra i due sarà gravido di conseguenze per tutti i protagonisti della storia.
Come gli appassionati di tennis ben sanno, il match point è quel momento della partita in cui uno dei due giocatori si trova a un solo punto dalla vittoria finale. Un momento in cui la buona sorte può giocare un ruolo tutt’altro che secondario, in cui una palla che tocca la rete e rimane sospesa per aria, indecisa sulla direzione da prendere, può decidere il risultato dell’incontro. Il film inizia proprio così, con una palla sospesa e una voce fuori campo che dice che nella vita è più importante essere fortunati che essere bravi. È difficile abituarsi all’idea di un film di Woody Allen senza battute divertenti, senza nevrosi, senza Manhattan, senza la familiare presenza dell’attore-regista di New York. Eppure Match Point funziona, e molto bene. La sceneggiatura è quasi perfetta, sembra la versione moderna di una tragedia greca, un genere teatrale che Allen ben conosce e ama, come dimostrato dal coro che, nel teatro di Taormina, accompagnava le vicende de La dea dell’amore (1995). I protagonisti sono personaggi a tutto tondo, a partire da un’ottima Scarlett Johansson, per cui il regista ha speso lodi sperticate. L’attrice di Lost In Translation, appena diciannovenne al tempo delle riprese, sarà protagonista anche del suo prossimo film, una commedia nuovamente ambientata a Londra. (maurizio zoja)

Criminali da strapazzo

Uno sfigato appena uscito di galera affitta un negozio e vi monta una vendita di ciambelle a mo’ di copertura per svaligiare la banca adiacente attraverso un tunnel. Capita però che la moglie sia così brava a far frittelle da diventare miliardaria, rapidamente e legalmente. Le cose si complicano quando l’ambiziosa signora assume un infido «maestro di buone maniere» per essere accolta in società. La prima mezz’ora segna il ritorno di Allen a un cinema di pura comicità, anche fisica: quello per intenderci di Bananas e Prendi i soldi e scappa (anche se per noi italiani gli echi de I soliti ignoti sono fortissimi). Si ride, e parecchio, senza tanti pensieri. Ma l’idea regge appunto per mezz’ora, dopodiché Allen ci incolla un altro film e cominciano i guai. Perché Allen, grande autore di tragicommedie, se la cava male con la sophisticated comedy, e nel tentare la strada lubitschiana ( Mancia competente ) finisce per limitarsi alla satira – scontata e ripetitiva – dei parvenus. Senza il polo tragico, Allen non sa dare profondità alla frivolezza, e diventa superficiale. Ma in realtà il vero problema del film (meglio, della sua seconda parte) è Hugh Grant, attore sempre mediocrissimo, incapace di rifare decentemente i cicisbei alla Ralph Bellamy. (emiliano morreale)

Sogni e delitti

Due fratelli tentano disperatamente di migliorare la loro difficile vita. Il primo è un giocatore d’azzardo cronico sommerso dai debiti, l’altro un ragazzo innamorato di una bella attrice che ha conosciuto da poco. Pian piano rimangono invischiati in una situazione sinistra dalle conseguenze infauste. Allen, anche sceneggiatore, conclude la trilogia inglese che comprende Match Point e Scoop; incupisce i toni e non salva nulla, dalla famiglia alle donne. Ma il tono questa volta è stanco e predicatorio, gli eventi sono troppo prevedibili per diventare una tragedia moderna, la riflessione sull’ironia della sorte scontata. Musiche originali di Philip Glass.

Ho solo fatto a pezzi mia moglie

Una delle più sonore bufale da almeno cinquant’anni in qua. La roba di Arau è inguardabile anche se camuffata da primizia iconoclasta, antireligiosa, ricercata e originale. Il macellaio Allen fa a pezzi la moglie Stone che lo tradisce col poliziotto Sutherland e con mille altri. La mano col medio alzato di lei viene trovata da una cieca a El Niño nel New Mexico, dove tutti la prendono per un dono del cielo: compie miracoli. La Chiesa vede scandalo, ma solo perché il prete del paese si titilla nel confessionale con la prostituta Cucinotta. La storiella cretina dell’apparente santa reliquia capace di esaudire i desideri di cittadini che fanno della loro fede un mercato è la prova definitiva che siamo ormai in un paese di imbecilli. I ghirigori formali di Storaro che gira col formato Univision vorrebbero portare il film in territorio Arturo Ripstein, ma fanno piangere. Il mix di grottesco e surreale, volgare demenza e spinta eretica, stanca appena dopo l’inizio, e dopo cinque minuti ti induce a uscire. La comicità è ai livelli dei film con Gigi e Andrea, ma almeno quelli erano sanamente scemi e senza alcun secondo fine. Gli interpreti, poveretti, non sanno cosa guardare dire e fare: uno spreco di dimensioni colossali. Si accomodino pure tutti coloro che riescono a tirar fuori qualcosa di perlomeno sopportabile da questa offesa all’intelligenza di una persona anche meno che comune. (pier maria bocchi)

Prendi i soldi e scappa

Virgil Starkwell, giovane disadattato, intraprende fin da giovanissimo la strada del crimine, ma con esiti il più delle volte disastrosi. Per fortuna trova l’amore, anche se finisce in galera per l’ennesima volta. Fulminante esordio di Woody Allen in una divertentissima parodia dei film-documento (con tanto di esilaranti finte interviste ai parenti e ai conoscenti del protagonista). Nel 1983, Allen farà qualcosa di simile con lo splendido Zelig , ovviamente sfruttando la maturità e l’esperienza che qui non poteva certo possedere. (andrea tagliacozzo)

Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni

Passioni, tradimenti, nevrosi e crisi esistenziali nella quarta pellicola “inglese” del regista (dopo Match Point, Scoop e Sogni e delitti) e forse la più affine alla sua produzione più nota e riuscita.
Allen racconta, come in passato, le vicende di diversi personaggi in preda all’ansia di dare un senso alla propria vita: Alfie, gentiluomo attempato che travolto dalla vicinanza della morte decide di vivere una seconda giovinezza lasciando la moglie Helena per Charmaine, squillo ventenne tutta palestra e poco cervello; nel frattempo Helena cerca risposte alle sue illusioni da una cartomante ciarlatana – da qui il titolo del film – e Sally, figlia di Alfie ed Helena, fa i conti con i problemi del suo matrimonio con Roy, scrittore in crisi dopo il primo successo letterario. Entrambi finiranno per cercare comprensione e amore al di fuori del matrimonio: Sally con il suo avvenente datore di lavoro, il gallerista Greg e Roy con l’esotica bellezza della finestra di fronte, la donna che veste solo di rosso, Dia. 
In pieno stile Allen, i personaggi discutono, bevono e prendono decisioni assolutamente avventate perché in fondo – come tiene a ricordarci costantemente il regista – non esiste alcun modo per controllare quello che il destino ci riserva. Piacevole, ma non memorabile. Timbrato il cartellino annuale Allen è da rimandare – non senza qualche sorriso – al prossimo anno con Midnight in Paris.

Accordi e disaccordi

Dopo aver tentato di aggiornare il proprio cinema con passerelle di star e autoanalisi spietate quanto compiaciute, Woody Allen pensa bene di rifugiarsi nella sua più autentica passione: il jazz. Accordi e disaccordi è il ritratto di Emmet Ray, personaggio di fantasia definito da critici veri come «il miglior chitarrista del mondo dopo Django Reinhardt». Come già in Zelig , l’artificio serve ad Allen per raccontare la verità dell’ossessione, ma qui le ambizioni sono più limitate: attraverso la figura di Ray, genio sconclusionato e immaturo, pateticamente ridicolo quando non impugna una chitarra, passa evidentemente una riflessione sul rapporto arte-vita che però non appesantisce mai né il racconto né il divertimento. Ai critici non è piaciuto e in America è stato un flop, ma è il miglior Allen dai tempi di Crimini e misfatti. I jazzofili apprezzeranno lo score di Dick Hyman e la gustosissima ricostruzione di un soundie, cioè uno di quei cortometraggi musicali in voga negli anni Trenta e Quaranta. (luca mosso)

Io e Annie

Tormentata storia d’amore tra l’attore comico Alvy Singer e la stravagante, ma travolgente Annie Hall. Tra alti e bassi, abbandoni e riconciliazioni, la loro relazione procede fino all’inevitabile epilogo. Con Manhattan , girato un paio d’anni più tardi, si tratta forse del capolavoro di Woody Allen. Battute al fulmicotone si susseguono per tutta la durata della pellicola, che comunque non perde mai di vista il lato romantico della vicenda. Allen sembra l’unico, assieme a Truffaut, capace di non rendere sdolcinata una scena d’amore. In ruoli di contorno appaiono tre attori destinati, di lì a poco, al successo: Christopher Walken, Jeff Goldblum e Sigourney Weaver. Vincitore di quattro Oscar: film, regia, sceneggiatura e migliore attrice protagonista. L’attore non ritirò le statuette durante l’assegnazione perché, come ogni lunedì, era impegnato a suonare con la sua jazz band in un locale di New York. (andrea tagliacozzo)

Broadway Danny Rose

Danny Rose è un impresario dal cuore d’oro che si occupa di strambi artisti di varietà. I pochi che hanno la fortuna di raggiungere il successo, finiscono puntualmente per abbandonarlo. Alla vigilia del debutto di uno dei suoi clienti, il cantante Lou Canova, Danny è costretto ad occuparsi dell’amante di questi, la nevrotica Tina Vitale. Un Woody Allen apparentemente disimpegnato, lontano dalle nevrosi dei film precedenti, ma proprio per questo ancora più divertente e godibile. Non mancano, comunque, gli spunti malinconici e una riflessione semiseria sullo spietato mondo dello spettacolo. (andrea tagliacozzo)

Radio Days

Woody Allen rievoca affettuosamente i giorni dell’infanzia, il quartiere di Brooklyn dove è nato e cresciuto, ricostruendo un’epoca – quella degli anni Quaranta – attraverso i programmi e le canzoni della radio. Protagonista del film è il piccolo Joe, birbante e sognatore, appartenente a una numerosa famiglia ebraica di New York. L’humour e il tocco leggero del film sono quelli tipici del miglior Allen, sempre irresistibile quando mette da parte le ambizioni bergmaniane e si ricorda di essere uno dei più grandi umoristi americani. Straordinaria la ricostruzione d’epoca, con le sfarzose scenografie di Santo Loquasto e una ricchissima colonna sonora di successi dell’epoca. (andrea tagliacozzo)

La rosa purpurea del Cairo

Commedia fantastica dolceamara su una fanatica di cinema nell’era della Depressione il cui ultimo idolo entra nella sua vita uscendo direttamente dallo schermo! Le meravigliose interpretazioni della Farrow e di Daniels contribuiscono a bilanciare il freddo approccio cerebrale della sceneggiatura di Allen. Il suo tredicesimo lungometraggio è un omaggio al potere immaginifico del cinema, ma sotto corre una vena malinconica e quasi funerea, perché la realtà vince sempre e comunque. Il finale spezza il cuore.

Amore e guerra

Mentre Napoleone invade la Russia, il giovane Boris diventa involontariamente un eroe di guerra e riesce a sposare in strane circostanze l’amata cugina Sonia. I due decidono di uccidere l’imperatore francese. Woody Allen prende affettuosamente in giro i classici della letteratura russa dell’Ottocento e i capolavori di Eisenstein (esemplare, in questo senso, l’uso della musica di Prokoviev, autore di molte delle colonne sonore del maestro sovietico). Un’ora e mezza di gag e battute d’altissima qualità. Il migliore dei film comici del cineasta newyorchese. (andrea tagliacozzo)

La maledizione dello Scorpione di Giada

CW Briggs è un investigatore di una compagnia assicurativa. È il 1940. All’improvviso arriva nella società una nuova dirigente, nonché amante del titolare della compagnia, che deve rimettere ordine negli uffici secondo metodi razionali e più moderni. Immediata antipatia tra i due. Durante uno spettacolo finiscono sul palco nelle mani di un ipnotizzatore. Sembra finita lì. In realtà, cominciano a verificarsi una serie di furti e il primo sospettato è proprio CW. Tutta colpa dello scorpione di giada che è servito per l’ipnosi. Naturalmente, tra i due colleghi che si detestano scoppia l’amore… Ultimo film di Woody Allen, garbato, carino, una battuta dietro l’altra (ma senza risate a crepapelle), ben fatto, dialogo filante, con accurate e seppiate ricostruzioni degli ambienti. Poi c’è la bellona seduttrice (Charlize Theron), c’è l’odiosa collega che sotto sotto è dolce (Helen Hunt e le sue smorfie), c’è un omettino, lo stesso Allen, che sembra sempre più gracile e indifeso, ma in realtà riesce a sfoderare armi alla Humphrey Bogart. Si ride, ma soprattutto si sorride. Una commedia classica sentimental-gialla senza trovate particolarmente originali né esilaranti. Comunque un film che mette di buon umore. Può essere abbastanza.