Coraggio… fatti ammazzare

Quarto episodio della serie inaugurata nel 1971 da Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! di Don Siegel e incentrata sul trucido, impassibile e anarcoide ispettore di polizia di San Francisco Harry Callaghan (Callahan, nell’originale), Coraggio… fatti ammazzare , a dodici anni di distanza dal primo film, vede Clint Eastwood anche dietro la macchina da presa. Questa volta Callaghan si schiera espressamente dalla parte di una giovane assassina (Sondra Locke, all’epoca compagna dell’attore-regista) che sta eliminando, uno a uno, tutti i balordi che anni prima l’avevano violentata insieme alla sorella. La condivisione della giustizia privata, per Callaghan, si manifesta ora per via indiretta e acquista una connotazione femminista. Un film particolarmente attento ai recessi della psiche e dunque più complesso, poco lineare, ma anche assai ironico (straordinari i duetti tra l’ispettore e il piccolo cane mastino con cui si accompagna), nel quale si avverte chiaramente l’inconfondibile mano registica di Eastwood. (anton giulio mancino)

Mezzanotte nel giardino del bene e del male

Sinuoso adattamento del best seller di John Berendt su alcuni dei più eccentrici abitanti di Savannah, in Georgia. Cusack è un reporter newyorkese incaricato di seguire l’esclusiva festa di Natale di Spacey. Quando più tardi quella notte l’affabile nuovo vicco e bon vivant viene accusato di omicidio, Cusack decide di fermarsi a vedere quel che succede. Mai terribilmente avvincente, nonostante molte interpretazioni piacevoli e fatalmente troppo lungo.

Mystic River

Tre amici d’infanzia si ritrovano dopo l’assassinio della figlia di uno di loro. Uno dei tre è proprio il detective incaricato di scopire chi ha ucciso la ragazza. Dovrà confrontarsi con la difficile soluzione del caso e con il desiderio di giustizia di un padre disperato.
«La storia riguarda il modo in cui le vite di tutti i protagonisti vengano sconvolte dal crimine. Possiamo vedere l’impatto che ha avuto un atto violento molti anni dopo che è stato commesso. È un cerchio tragico, tutti e tre gli uomini hanno problemi irrisolti, tutti sono traumatizzati dal passato» Così Clint Eastwood presenta una brutta storia di violenza e omicidi, traumi infantili e stupri, tratta dal romanzo di Dennis Lehane. Tre ragazzini giocano insieme a palla nelle strade, poi succede qualcosa che sconvolge la vita ti tutti e i tre smettono di frequentarsi. Pensano che, con la distanza, i cattivi ricordi potrebbero rimanere lontani. Il più traumatizzato di loro lascia addirittura il quartiere. Non serve a nulla. Il passato torna violento come una frustata. Tornano a riunirsi da adulti, abbruttiti da quel ricordo distruttivo, legati da un filo comune: un orrendo assassinio. Jimmy (Sean Penn) è il padre della vittima, una ragazza diciannovenne trovata uccisa brutalmente nel parco. È vedovo, Jimmy, e ha riversato tutto l’amore che ha in corpo nella figlia. Poco fiducioso verso la giustizia, vuole punire personalmente chi ha commesso l’efferato delitto e pur di portare a termine il suo proposito è pronto a mettere in discussione tutto, la vita che si è ricostruito nella comunità dopo le precedenti grane avute con la legge, la libertà, l’incolumità fisica. Dave (Tim Robbins) è il principale sospettato dell’omicidio. È un uomo disturbato, che non ha superato un trauma infantile, un’esperienza terribile che ha cambiato l’intero corso della sua vita e quella dei suoi vecchi amici. Poi c’è il detective incaricato delle indagini (Kevin Bacon), che deve arrivare all’assassino assolutamente prima della furia vendicatrice di Jimmy. Il problema di Sean è la moglie, che l’ha lasciato, di cui è ancora innamorato. Il tutto avviene a Boston, alla vigilia del Columbus Day, in un quartiere operaio dove tutti si conoscono, dove la domenica si va devotamente alla messa, dove circolano brutti ceffi dal cognome inquietante tipo i fratelli Savage.
Eastwood, con quest’opera in concorso al Festival di Cannes, si sofferma più sulle vicende umane e sulle emozioni che attraversano i personaggi, che non sull’intreccio del crimine. Certo, lo spettatore è comunque intrigato a risolvere il «giallo»: vuole scoprire se Dave è realmente colpevole, se Jimmy troverà giusta vendetta o verrà fermato in tempo, e se Sean riuscirà a risolvere il suo rapporto con la moglie. Il quadro che ne esce è quello di una comunità bigotta, dove pare che tutti sappiano tutto, ma dove nessuno lo dà a vedere, dove i panni sporchi si lavano in famiglia. Per il Columbus Day tutto deve essere sistemato, affinché il quartiere possa festeggiare per le strade senza ulteriori traumi, perché ci si possa scambiare sorrisi ipocriti, falsi saluti di cortesia, nonostante siano accadute le cose più turpi. È l’America del benessere, con le sue contraddizioni e suoi scheletri nell’armadio, con una violenza che esce allo scoperto perché poco repressa o perché il sistema stesso è portatore di violenza. Nel film si preferisce assoggettarsi all’esempio violento piuttosto che aprirsi agli altri, ammettere le proprie debolezze, mettersi in discussione. Un messaggio abbastanza discutibile, che sembra assolvere il comportamento negativo dei protagonisti, come se la risposta violenta alla violenza rimanesse l’unica via di salvezza. Il merito principale della riuscita del film va attribuito alla scelta degli attori: uno Sean Penn in stato di grazia a fianco di due colleghi altrettanto bravi, Tim Robbins e Kevin Bacon. La colonna sonora composta dallo stesso Clint Eastwood è stata registrata dalla Boston Symphony Orchestra dal Coro del Festival di Tanglewood, diretti dallo stesso regista. Oscar 2004 a Sean Penn come miglior attore protagonista e a Tim Robbins come miglior attore non protagonista. (marcello moriondo)

Brivido nella notte

Film a effetto di buona fattura, in cui il disc jockey di un programma radiofonico notturno viene perseguitato da un’ex fan omicida (Walter). Primo film di Eastwood in veste di regista; colui che invece lo ha diretto più volte, Don Siegel, interpreta il barista Murphy. Una nomination ai Golden Globe.

L’uomo dalla cravatta di cuoio

Il vice-sceriffo di una cittadina dell’Arizona, uomo senza scrupoli e indisciplinato, viene mandato a New York a prelevare un pericoloso detenuto. Insofferente per le lungaggini burocratiche, il poliziotto si fa consegnare senza permesso il prigioniero. Ma questi, aiutato da due complici, riesce a fuggire. Il personaggio del film, uno schiaffo in pieno viso al politically correct, sembra per certi versi, e con le dovute differenze, un’anticipazione di quel leggendario ispettore Callaghan al quale l’attore e il regista daranno tre anni più tardi. Grande ritmo e atmosfere da western metropolitano per un Eastwood che dopo i fasti italiani e il western
Impiccalo più in alto
(realizzato in quello stesso anno da Ted Post) era partito con il piede giusto anche alla conquista di Hollywood.
(andrea tagliacozzo)

Per piacere… non salvarmi più la vita

Ex compagni nella scuola di polizia, il tenente Speer e il detective privato Murphy, pur stimandosi, non perdono mai l’occasione buona per punzecchiarsi. Quando il socio di Murphy viene assassinato da alcuni gangster, i due tornano a collaborare assieme. Commediola piuttosto fiacca e prevedibile, tenuta parzialmente in piedi dalla simpatia dei due divi. In una parte di contorno, la cantante Irene Cara, già interprete di Saranno famosi. (andrea tagliacozzo)

Pink Cadillac

Tommy Novak riceve l’incarico di acciuffare una donna, fuggita assieme alla figlioletta a bordo della Cadillac rosa del marito. Quest’ultimo sguinzaglia sulle tracce della moglie – che, oltre alla macchina, ha con sé un milione di dollari – anche una banda di neonazisti. Tommy, conquistato dal fascino della fuggiasca, finirà per proteggere la donna dal pericoloso gruppetto di malintenzionati. A metà tra commedia e film d’azione, la pellicola si regge in piedi solo grazie all’innegabile carisma di Clint Eastwood. (andrea tagliacozzo)

Fuga da Alcatraz

Ricostruzione di un fatto realmente accaduto l’11 giugno 1962. Trasferito nel penitenziario di massima sicurezza di Alcatraz, Frank Morris, già autore di numerose evasioni, attende l’arrivo dei fratelli Aglin per organizzare un minuzioso piano di fuga. Ai tre, anche se poco convinto, si aggrega anche il timido Clarley. La regia di Don Siegel è allo stesso tempo asciutta e avvincente e lavora di fino sugli stereotipi del cinema carcerario (alcuni dei quali, come il detenuto che custodisce un topolino, torneranno in diverse forme
Le ali della libertà
e
Il miglio verde
, i due prison movie di Frank Darabont). Splendido anche Eastwood, altrettanto asciutto e misurato, maschera di ghiaccio d’incredibile carisma.
(andrea tagliacozzo)

Dove osano le aquile

Dal best-seller di Alistair MacLean, autore anche della sceneggiatura. Durante il secondo conflitto mondiale, sette uomini del controspionaggio inglese vengono paracadutati nel sud della Germania. Proprio in quella zona, rinchiuso dai tedeschi nell’ispugnabile Castello delle Aquile, si trova il generale Carnaby, stratega inglese a conoscenza dei piani per l’apertura di un secondo fronte. Notevole film bellico, avvincente dalla prima all’ultima sequenza, sostenuto da una buona regia e da due protagonisti di grande carisma. Sembra che Eastwood, ancora insicuro del proprio talento, durante le riprese abbia ceduto gran parte delle sue battute a Richard Burton
(andrea tagliacozzo)

Space Cowboys

Un gruppo di ex astronauti, ormai anziani e impegnati in tutt’altri lavori, viene richiamato in servizio. Un satellite russo infatti comincia a perdere colpi. Guarda caso, è molto simile a quello costruito da James Corbin (Eastwood), attualmente un ingegnere aerospaziale. Lui accetta di tornare nello spazio, ma solo con i suoi vecchi compagni di avventura… «Time’s clocking on and I’m only getting older.» è la battuta centrale, quella che condensa tutto il senso, doloroso, di Space Cowboys , l’ultimo capolavoro di Clint Eastwood che il Festival di Venezia onora con un Leone d’oro alla carriera strameritato (film, tra l’altro, accolto da un’inquietante freddezza al termine della proiezione serale per la stampa del 29 in Palagalileo…). In italiano la battuta (stando ai trailer che circolano già nelle sale) è diventata: «Ho 70 anni e il tempo vola». Che il cinema di Clint Eastwood fosse anche un appassionato studio sulle incrostazioni di tempo che si sedimentano sulle icone dell’immaginario americano è cosa che solo negli ultimi anni è saltata agli occhi anche dei più miopi. Ora non si tratta certo di reiterare la litania del «ve l’avevamo detto noi che Clint è un grande» perché Clint nel cinema contemporaneo c’è da sempre, a dispetto delle accuse di fascismo e di altre amenità del genere urlate dai poliziotti del «ideologically correct» (che fine avete fatto, bimbi?). Certo il riconoscimento a Clint nessuno ci impedisce di viverlo come una vittoria nostra, ossia di coloro che (per dirla con Tex) hanno sempre amato questa vecchia pellaccia che, dall’alto dei suoi 70, si scopre anche cantore della vecchiaia manco fosse la reincarnazione di Howard Hawks. Eastwood, frainteso frettolosamente come l’ultimo emissario della classicità americano (quasi come se questa fosse la virtù in grado di mondare gli ultimi residui di ambiguità contenutistiche che ancora aleggiano intorno al suo cinema), rappresenta semmai il vessillo problematico di una modernità conflittuale conquistata e praticata attraverso un’umiltà e un rigore formale aspro ontologicamente alieno da semplificazioni e frettolosità del tratto. Ogni film di Eastwood è stato in primo luogo la cronaca del corpo dell’attore messo in scena (anche negativamente, come nell’eccellente Mezzanotte nel giardino del Bene e del Male ) e la contemplazione del lavorio del tempo cui questo è fatalmente esposto. Space Cowboys in questo senso opera una specie di sortilegio performativo: ferma il tempo e offre al suo magnifico quartetto di eroi la possibilità, per una volta, di recuperare il tempo perduto (quasi una sorta di Proust redento dall’etica hawksiana del lavoro di squadra). Tutto il film si pone sotto questo tacito accordo: illudersi che il tempo possa essere fermato (l’utopia stessa del cinema, la mummia del tempo bloccato stando a Bazin…) e restituire il vigore a corpi ormai consunti (il cancro che divora il pancreas di Tommy Lee Jones/Hawk… ovvio: nomen omen). Il tempo del cinema eastwoodiano (e per traslazione del cinema americano) diventa inevitabilmente un tempo somatografico. Pur essendo cowboy dello spazio, il perimetro-set, il luogo narrazione del film è il corpo (e non sorprende che Eastwood/Corvin sia interrotto dagli inviati Nasa proprio durante un’effusione con la moglie: la riconversione dell’energia libidica fornisce inevitabilmente la motivazione desiderante per uscire fuori dal proprio corpo: perdersi nello spazio, rinascere …). Quasi come se fossero la segmentazione delle facoltà di un unico corpo, i quattro protagonisti si ritrovano ognuno dotato della propria specialità (ognuno estensione dei sensi ottusi dell’altro…). Ed è questo mutuo soccorso dei sensi e della carne a dire della modernità del film. Se il cinema non può fare a meno di registrare lo scorrere del tempo e quindi rivelare la finitezza dei corpi, allora non resta altro che giocare sino in fondo la carta del venir meno: ossia sedurre con la propria morte (Baudrillard) per giocare con i riflessi della finitezza dei corpi seduti in sala. Scambio di sguardi e tensioni che Space Cowboys realizza con una lucidità teorica realmente inquietante. Perché è proprio questo ciò che è in gioco: se il corpo-cinema finisce significa che il corpo-spettatore è giunto ormai nella sua fase terminale. Ciò che resta al cinema è pensare di sfuggire al suo essere tempo registrato per risognarsi corpo vergine riscattato dal tempo-durata. Ed è precisamente in questo snodo che Eastwood rivela la sua drammatica modernità: la sua lucida consapevolezza di cantore della fine come esserci perenne per la morte. Ma senza acredine alcuna: con la serenità di chi sa che la morte può essere filmata, un poco alla volta, che noi siamo già, inevitabilmente, la nostra morte… Senza per questo escludere che tutto sia già accaduto da qualche parte (dove?…) e che il cinema stesso non sia altro che il sogno del tempo di un rimbaudiano astronauta addormentato in una valle della Luna, sperduto da qualche parte nello spazio, a raccontarci una storia che comunque non ci stancheremo di ascoltare…. (giona a. nazzaro)

Fino a prova contraria

Steve Everett, giornalista dell’«Oakland Tribune» con un debole per l’alcool e le donne, dopo la morte della sua collega Michelle prende in mano l’inchiesta sul condannato a morte Frank Beachum, della cui innocenza la donna era sicura. Frank inizia a indagare e scopre subito che le presunte certezze dei testimoni altro non sono che una fragile rete di pregiudizi razziali. A Venezia, nel corso del seminario organizzato dal festival, Clint ha spiegato chiaramente di che cosa tratta Fino a prova contraria : «È un film su gente che ha visto delle cose, ma non nel modo in cui sono accadute». Come dire: il film è sì un pamphlet contro la pena di morte, ma sviluppato nelle forme di un’analisi della visione che si erge, naturalmente, a testo teorico sul fare cinema eastwoodiano. Lo sguardo decostruisce le inquadrature della realtà preconfezionata dagli altri; il dovere morale del cineasta è vedere al di là di ciò che è socialmente accettato. È cosi: se lo sguardo fallace può dare la morte, quello del cinema salva. Fino a prova contraria è uno dei pochi esempi di cinema democratico non politicamente corretto in circolazione. Oltre a essere un dolente capolavoro su un paese che lentamente muore nei suoi figli che non hanno diritti. (giona a. nazzaro)

Potere assoluto

Un ladro un po’ in là con gli anni sta compiendo l’ultimo furto della sua carriera, quando diventa testimone di uno stupro-omicidio compiuto nientepopodimeno che dal presidente degli Stati Uniti (Hackman). Adattamento poco credibile (e fatalmente annacquato) del best-seller di William Goldman, con protagonista David Baldacci. Eastwood e Harris (il poliziotto) giocano al gatto col topo; ma Gene Hackman esagera e, nella seconda parte, il film scade inevitabilmente. Panavision.

Honkytonk Man

Negli Stati Uniti, negli anni della grande Depressione, un cantautore country, ubriacone e malato, si mette in viaggio per Nashville assieme a Whit, il giovanissimo nipote (interpretato dal figlio del regista, Kyle Eastwood). Lungo la strada, l’uomo si esibisce con successo in diversi locali, anche se le sue condizioni di salute diventano sempre più precarie. Accolto da critiche contrastanti, il film è in realtà un piccolo capolavoro, uno dei più belli e commoventi tra quelli diretti da Clint Eastwood, particolarmente efficace anche in veste d’attore. Eastwood continua a demolire la sua immagine di duro calandosi nei panni di un personaggio contraddittorio, vulnerabile e malato, con il quale è quasi impossibile non simpatizzare. Il periodo storico e l’ambiente musicale country sono ricreati con grande vividezza. Bella la canzone che dà il titolo al film, interpretata dallo stesso Eastwood. (andrea tagliacozzo)

Il texano dagli occhi di ghiaccio

Lungo e violento western che comincia verso la fine della guerra civile: Eastwood è un pacifico agricoltore che si trasforma in fuorilegge quando i soldati dell’Unione sterminano la sua famiglia. Sulla sua testa viene messa una taglia, il che scatena una caccia al gatto col topo simile a un’odissea. Clint ha assunto il ruolo di regista dopo Philip Kaufman, che è figura come co-autore della sceneggiatura. Con un sequel: The Return of Josey Wales (ma senza Eastwood). Panavision. Una nomination all’Oscar alla colonna sonora.

Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo!

Uno psicopatico uccide una ragazza e minaccia di ripetere il gesto se non gli verranno consegnati 20mila dollari. L’ispettore Callaghan convince il sindaco della città a non cedere al ricatto e riesce a catturare il delinquente, che però viene rilasciato per insufficienza di prove…

A San Francisco, un criminale psicopatico uccide una ragazza e minaccia di fare altre vittime innocenti se non gli verranno consegnati 20.000 dollari. L’ispettore Harry Callaghan convince il sindaco a non cedere al ricatto e, dopo alterne vicende, cattura il delinquente. Questi, però, viene rilasciato per insufficienza di prove. Primo film della serie Callaghan (che in originale si chiamava Callahan): un poliziesco veloce, spettacolare, violento e inquietante (nell’ambiguità della morale del personaggio e nelle atmosfere) che all’epoca sollevò non poche polemiche (qualcuno arrivò perfino a definirlo fascista). Memorabile Clint Eastwood che nel corso degli anni, nei suoi film da regista, si divertirà a smitizzare il personaggio macho, invincibile e individualista incarnato nella serie Callaghan.
(andrea tagliacozzo)

La ballata della città senza nome

L’attempato Ben e il giovane Pardner scoprono un filone aurifero. La notizia si sparge in fretta e intorno alla miniera nasce una comunità di quattrocento persone, formata solo da uomini. Un mormone di passaggio vende una delle sue due mogli all’asta. Ben, prontamente, riesce ad aggiudicarsela. Il regista Logan aveva già affrontato il musical due anni prima con
Camelot
, ottenendo risultati non proprio lusinghieri. Questo western canterino è decisamente migliore, anche grazie ai due simpatici protagonisti, anche se non gli impedì di essere un clamoroso fiasco al botteghino.
(andrea tagliacozzo)

Una calibro 20 per lo specialista

Esordio nella regia di Cimino e uno dei più bei road-movies degli anni Settanta, se non uno dei più bei film americani del decennio tout court. Affogato in tramonti e stradoni, malinconico senza un’ombra di retorica, è figlio legittimo del miglior Penn e del miglior Peckinpah. Ma al barocco preferisce l’epica, la precisa volontà di raccontare una nazione. Il cinema degli anni Settanta sarà anche stato anti-hollywoodiano, ma è stato dominato (molto più che quello dei decenni successivi) dalla volontà di rileggere globalmente le radici di un paese. Ed è stata anche l’ultima volta in cui si sono fatti seriamente i conti con i generi, prima del citazionismo postmoderno. In questa storia di banditi in fuga che recuperano il bottino e cominciano a diffidare l’uno dell’altro, la sceneggiatura è di perfetta solidità e consente alla regia gli slanci lirici esatti. Decadenza e nostalgia non è per Cimino deragliamento e caos: c’è una sorta di classicità antihollywoodiana, di epica della decadenza, di precisione della fine. Nomination all’Oscar per Jeff Bridges. (emiliano morreale)

Gran Torino

Meccanico in pensione, Walt Kowalski (Clint Eastwood) riempie le sue giornate facendo dei piccoli lavori di riparazione nelle case del suo quartiere, bevendo birra e recandosi una volta al mese dal barbiere. Nonostante l’ultimo desiderio espresso dalla moglie, ormai deceduta, fosse che il marito si confessasse, per Walt-che tiene il suo fucile M-1 sempre pronto e carico-non c’è nulla da confessare. E non c’è nessuno di cui si fidi abbastanza per confessarsi, ad eccezione del suo cane Daisy.Le persone che un tempo erano i suoi vicini di casa sono ormai quasi tutte morte oppure si sono trasferite altrove e sono state sostituite da immigrati provenienti dal sudest asiatico, che lui disprezza. E’ pieno di risentimento per quasi tutto quello che vede intorno a sè: le grondaie spioventi, i prati incolti e pieni di vegetazione, le facce di stranieri che lo circondano, le bande senza meta di adolescenti Hmong, latinoamericani e afro-americani che pensano che tutto il quartiere sia loro, il modo in cui i suoi figli siano diventati dei perfetti estranei, Walt aspetta solo che il resto della sua vita passi.

Fino alla notte in cui qualcuno cerca di rubargli la sua Gran Torino del ‘72. Ancora splendente e scintillante come il primo giorno la Gran Torino mette a rischio la vita del suo vicino di casa adolescente, il timido Thao (Bee Vang) quando la banda di teppisti asiatici costringe il ragazzo a cercare di rubare la macchina. Ma Walt si trova in mezzo tra il furto e la banda, diventando suo malgrado l’eroe del quartiere, soprattutto per la madre di Thao e per sua sorella più grande, Sue (Ahney Her), che insistono affinché Thao si metta a lavorare per Walt per fare ammenda del tentativo di furto. Nonostante all’inizio Walt non voglia avere nulla a che fare con queste persone, alla fine cede e fa lavorare il ragazzo insieme a lui nel quartiere, dando il via ad un’amicizia improbabile che cambierà le loro vite.

Million Dollar Baby

Frankie, un attempato e maschilista allenatore di boxe (Eastwoord) si trova ad allenare un’intreprendente ragazza, Maggie, (la Swank), nella quale, pian piano, comincerà a rivedere la figlia con cui non parla da anni. Grazie alla ragazza e al suo entusiasmo contagioso, avrà l’occasione di tornare nel mondo del pugilato e di vincere per la prima volta un titolo. Ma il destino ha in serbo altro perla campionessa in erba… Ispirato ai racconti di F.X. Toole, un film bello e struggente, soprattutto l’ultima mezzora, quando Eastwood affronta (non senza qualche traccia di manicheismo) anche il problema dell’eutanasia ed è in fondo il dramma di tre persone (il rude personaggio interpretato da Eastwood, Maggie e il vecchio Scrap -Morgan Freeman- la vera coscienza del film e legato da un sentimento di amore e odio a Frankie) senza mai però scivolare nel melodramma gratuito e nel sentimentalismo più bieco. Molto belle anche le sequenze ambientate sul ring, per uno dei film più belli degli ultimi anni, seppur ben congegnato a tavolino. Vincitore di ben quattro statuette (Film, Regia, Attore Non Protagonista -Morgan Freeman- e Attrice Protagonista a Hillary Swank); solo nomination per sceneggiatura, montaggio e allo stesso Eastwood come Attore protagonista.

Corda tesa

Clint Eastwood, nei panni a lui congeniali del poliziotto (qui meno ruvido che in altre circostanze), indaga su una serie di agghiaccianti delitti che sconvolgono New Orleans e dei quali sono vittime donne legate ad ambienti malavitosi. Seguendo la pista, il deciso investigatore scava a fondo nell’ambiente della prostituzione. Eastwood – che pare abbia diretto gran parte del film – continua nella demitizzazione del personaggio del duro che l’ha reso celebre, già iniziata con commedie come
Filo da torcere
e
Fai come ti pare
o film più «seri» come
L’uomo nel mirino
. Il risultato è un film torbido e inquietante, con un protagonista ambiguo e tutt’altro che sicuro di sé. Da rivalutare. Tra le curiosità: la Alison Eastwood che appare nel film nel ruolo di Amanda è effettivamente la figlia di Clint, che aveva 12 anni al momento delle riprese. Tuggle fu lo sceneggiatore, due anni prima, di
Fuga da Alcatraz
, sempre con Eastwood.
(andrea tagliacozzo)

Bronco Billy

Bronco Billy, proprietario e principale attrazione di uno spettacolo itinerante imperniato sui miti del vecchio West, assume una ragazza che crede una vagabonda nullatenente. La giovane, in realtà, è una ricca ereditiera in fuga dal marito. Una spensierata commedia, divertente ed ottimista, intrisa della filosofia populista del regista (che in questo film sembra quasi fare il verso a Frank Capra e alle screwball comedy degli anni Trenta). E anche come attore Eastwood non è mai stato così simpatico. Un piccolo capolavoro da riscoprire. (andrea tagliacozzo)

Lettere da Iwo Jima

Perfetta operazione “bipartisan” di Clint Eastwood, che dopo aver raccontato l’epica battaglia che segnò le sorti della seconda guerra mondiale nel Pacifico dal punto di vista dei vincitori americani, propone ora quello degli sconfitti giapponesi. Seguiamo perciò il destino del fornaio Saigo, del campione di equitazione Baron Nishi, di Shimuzu, un poliziotto idealista. E del tenente Ito, che preferisce darsi la morte piuttosto che consegnarsi al nemico. Le forze giapponesi sono guidate dal generale Tadamichi Kuribayashi (Ken Watanabe), che conosce gli Stati Uniti e sa che la guerra sarà persa. Anche lui, tuttavia, non può sottrarsi alla battaglia. Alla fine, oltre 20 mila giapponesi e 7 mila americani rimarranno sul campo. I frammenti delle loro vite, tutto sommato così simili, sono affidate alle lettere inviate a casa, lì dove nessuno di loro avrà potuto fare ritorno. Il film si è aggiudicato un Golden Globe.

Scommessa con la morte

Quinta volta di Clint Eastwood nei panni dell’ispettore Callaghan. Alcuni omicidi insoluti sembrano in qualche modo collegati a un gioco televisivo a premi. Callaghan, con l’aiuto di un’intraprendente giornalista televisiva, si mette sulle tracce dell’assassino. Il peggiore della serie, ma con almeno una sequenza da antologia: l’inseguimento tra l’auto di Callaghan e un’automobilina radiocomandata carica di esplosivo. Grande, come al solito, Eastwood. (andrea tagliacozzo)

L’uomo nel mirino

In una cittadina dell’Arizona, l’agente Ben Shockley riceve dal capo della polizia l’incarico di scortare una prostituta, testimone per un processo di poca importanza. Presa in consegna la donna, il poliziotto si ritrova inspiegabilmente braccato dai suoi colleghi. Un film d’azione decisamente atipico, in cui Eastwood ricopre il ruolo di un poliziotto tutt’altro che intelligente e infallibile, l’esatto opposto del granitico ispettore Callaghan. A suo fianco, tra l’altro, ha una donna dal carattere forte e risoluto (ben interpretata da Sondra Locke, all’epoca compagna anche nella vita dell’attore-regista) che finisce ogni volta per tirarlo fuori da guai. Straordinaria la sequenza finale dove il pullman con a bordo i due protagonisti viene letteralmente crivellato dai poliziotti della città di Phoenix. (andrea tagliacozzo)

Assassinio sull’Eiger

Si rifà a James Bond questo insuccesso che arriva spesso alla comicità involontaria: i climax di tensione associati alle scalate della montagna non salvano il film da tutte le sue pecche e da una durata irragionevole. Jack Cassidy, nei panni di una spia omosessuale e traditrice, è l’unico personaggio originale del film. Tratto da un romanzo di Trevanian. Panavision.

Hereafter

George é un operario che per uno strano scherzo del destino riesce a comunicare con i morti, ma non é interessato a farlo. La sua strada però, si incrocerà con quelle di due donne che per diversi motivi hanno avuto a che fare con la morte, e contatteranno George, per avere delle risposte o forse solo un po’ di conforto…

Debito di sangue

Un “profiler” dell’Fbi, costretto ad andare in pensione dopo aver subito un trapianto di cuore, si prende carico di un caso di assassinio per aiutare la sorella della donna che gli ha donato il prezioso organo. Pellicola che calza a pennello a Eastwood, mai visto tanto a suo agio: peccato solo che il finale piuttosto scialbo non sia all’altezza dello svolgimento. Strano, perché quello del romanzo di Michael Connelly da cui il film è tratto era ben più soddisfacente e originale. Panavision.

Gunny

Eastwood, nei panni di un granitico sergente dei marines intento a tirare a lucido un branco di reclute, è un tale piacere per gli occhi da motivare la visione anche di una pellicola prevedibile e fiacca come questa. Si tratta comunque di un film esile, che impiega più tempo a snodarsi che non la vera invasione di Grenada alla quale si ispira. Una nomination agli Oscar.

Lo straniero senza nome

La cupa, autoreferenziale e appassionante storia di un vagabondo assoldato dagli abitanti di un piccolo paese per proteggere la comunità da una banda di tagliagole appena usciti di prigione. I toni passano dal serio al faceto, e il minuscolo Billy Curtis si ritaglia un ruolo da protagonista. Panavision.

Il cavaliere pallido

Nelle montagne del Nord America, un enigmatico straniero, noto come il «predicatore», aiuta un piccolo gruppo di cercatori d’oro a difendersi dai soprusi di un ricco uomo d’affari. Il film segnò il ritorno di Clint Eastwood al western dopo nove anni di diserzione dal genere (l’ultimo, nel ’76, era stato il memorabile Il texano dagli occhi di ghiaccio ). Il tema è lo stesso di sempre: quello dell’uomo misterioso che appare (o riappare, come nel caso de Lo straniero senza nome [High Plains Drifter] del 1972) come un fantasma per riparare alle ingiustizie, per poi allontanarsi all’orizzonte a lavoro terminato. La lucidità di Eastwood regista, però, è sempre più notevole e lo arricchisce di nuovi risvolti. Straordinari come al solito il contributo tecnico degli usuali collaboratori dell’attore: la fotografia di Bruce Surtees, il montaggio di Joel Cox e le musiche di Lennie Niehaus. (andrea tagliacozzo)

Impiccalo più in alto

Primo film da protagonista interpretato da Eastwood negli Stati Uniti dopo i tre fortunati western realizzati in Italia con Sergio Leone. Il giovane Jed Cooper compra del bestiame rubato e si ritrova nei guai. Salvato da una ingiusta esecuzione sommaria dal giudice Fenton, Jed viene da questi nominato sceriffo. Stilisticamente la pellicola si rifà al nostro western-spaghetti, ma i risultati non sono esaltanti, soprattutto a causa della regia un po’ piatta e impersonale di Ted Post. Eastwood, non ancora passato dietro la macchina da presa ma già autore a pieno diritto dei suoi film, impone comunque il suo grande carisma.
(andrea tagliacozzo)

I ponti di Madison County

Francesca Johnson, moglie e madre irreprensibile, si trova sola a casa per quattro giorni, poichè il marito e i figli sono partiti per una fiera del bestiame. Robert Kincaid, fotografo di passaggio, si ferma alla sua fattoria per chiedere un’indicazione sui ponti di Madison County, che egli dovrà fotografare. Nasce così una passione sconfinata che il destino racchiuderà nel piccolo spazio di un fascio di lettere. La loro intensa storia d’amore con il ritorno della famiglia giunge a un bivio: seguire le ragioni del cuore o restare ancorati alle proprie responsabilità e agli affetti ormai consolidati. Una nomination agli Oscar.

Un mondo perfetto

Texas, 1963. Due evasi, Butch e Terry, prendono come ostaggio un bambino. Sulle loro tracce si mettono un attempato sceriffo e una criminologa. Butch uccide il violento Terry e prosegue con il piccolo Philip. Durante la fuga attraverso l’America rurale, fra i due nasce un rapporto di complicità, mentre criminologa e sceriffo approfondiscono la propria conoscenza. Fino al confronto a viso aperto… Un mondo perfetto è di un classicismo impeccabile, fondato su una rara economia di mezzi espressivi. La struttura è quella di un road movie dei più tipici: una coppia in fuga, intimamente innocente dinanzi alla legge. Da Io sono innocente di Lang (1937) a La donna del bandito di Ray (1948) fino a Sugarland Express di Spielberg (1973), i grandi talenti di Hollywood si sono misurati con questo soggetto, ghiotta occasione per una riflessione sul potere e la società negli Stati Uniti. Eastwood non è da meno, ma anziché un uomo e una donna fa incontrare due personaggi segretamente angelici: il piccolo Philip, vestito da fantasmino, e un Kevin Costner doloroso ed energico. Su di loro si stende l’ombra di un’America che ha perduto irrimediabilmente la propria innocenza e le proprie speranze. La regia di Eastwood è puntuale e sensibile, la scena in casa del contadino di colore un capolavoro melodrammatico. (francesco pitassio)

Il Buono, il Brutto, il Cattivo

Durante la guerra di Secessione americana, il Buono (Clint Eastwood), il Brutto (Eli Wallach) e il cattivo (Lee Van Cleef) si affrontano in una lotta senza quartiere per impossessarsi di un tesoro nascosto in un cimitero. Il migliore dei film della “trilogia del dollaro”, quasi eccessivo nella durata (quasi tre ore), ma ricco di spunti, sequenze memorabili (il triello finale nel camposanto) e perfino momenti di riflessione. Sullo sfondo, infatti, si cela anche una velata metafora della Seconda Guerra Mondiale con i campi di concentramento e tutti gli orrori che ne sono conseguiti. Straordinari i tre interpreti, specialmente Eli Wallach, istrionico e debordante. Celebre (e indimenticabile) la colonna sonora di Ennio Morricone.
(andrea tagliacozzo)

Per qualche dollaro in più

Dopo l’imprevisto colossale successo di
Per un pugno di dollari
, Bob Robertson/Sergio Leone mette in cantiere una specie di clone, ma più consapevole ed esagitato. Supera qualche incertezza e qualche inibizione che limitavano il primo film, mostra uno stile già compiuto e si lancia in un barocco grottesco, folle ma come immobile. Battute proverbiali, tempi e spazi dilatati e contratti, musica geniale di Morricone. I personaggi sono mascheroni senza spessore, l’azione è un semplice rituale di morte, la dissacrazione del mito sconfina nel dileggio. A Clint Eastwood/Enrico Maria Salerno (rispettivamente corpo e voce del pistolero) vengono affiancati un nerissimo Lee Van Cleef e un Volonté al massimo del delirio. Un cult necrofilo, senza nostalgia. La rivincita del cinema italiano miserabile delle seconde visioni, che stringe in un abbraccio mortale la Hollywood classica.
(emiliano morreale)

Changeling

Changeling

mame cinema CHANGELING - STASERA IN TV LA JOLIE DIRETTA DA EASTWOOD scena
Una scena del film

Basato sugli eventi avvenuti a Los Angeles nel 1928, Changeling (2008) ha come protagonista una madre nubile, Christine Collins (Angelina Jolie). In quello che sembra un giorno come tutti gli altri, Christine saluta il figlio Walter e si reca al centralino presso cui lavora. Tornata a casa, scopre che il bambino non c’è più. Hanno così inizio le ricerche, apparentemente senza risultato.

Tuttavia, cinque mesi dopo la scomparsa di Walter, la polizia afferma di aver ritrovato il bambino e lo comunica sia a Christine che alla stampa. Una volta arrivata alla stazione, la donna scopre però che il ragazzino accompagnato dalla polizia non è suo figlio. Eppure, i poliziotti insistono che si tratta proprio di Walter. Stordita da un mix di emozioni contrastanti, Christine prova a convincersi che quel bambino sia suo figlio, dicendo a sé stessa che probabilmente fatica a riconoscerlo per via dei mesi trascorsi nello stress e nella disperazione. Ma una voce dentro di lei non riesce a tacere: il ragazzino che ora ospita in casa non è Walter.

Resasi conto dell’inganno della polizia, protesta contro quest’ingiustizia, ma viene fatta tacere e internata in un manicomio. Sarà il reverendo Briegleb (John Malkovich) ad aiutarla a fare giustizia. Ma in questa lotta contro le autorità corrotte ci sarà posto anche per il ritrovamento di Walter? Che ne è stato del bambino?

Curiosità

  • Il film nasce da un’idea di J. Michael Straczynski, il quale ha più volte dichiarato di averlo studiato per molti anni, prima di riuscire a trovare un supporto finanziario adeguato. Per la stesura della sceneggiatura, Straczynski si è basato sulla serie di sparizioni ed omicidi conosciuti come Wineville Chicken Murders, storia strettamente associata a questo caso di malagiustizia, e a un altro caso di sparizione seguito dal Los Angeles Police Department.
  • A livello mondiale, la pellicola ha incassato circa 111 500 000 dollari, e si è piazzata al 29º posto nella classifica per gli incassi totali del 2008/2009 in Italia e al 75º per gli incassi totali del 2008 negli USA.
  • Il film ha ottenuto tre nomination agli Oscar, due ai Golden Globe, otto ai premi BAFTA e una al Festival di Cannes del 2009. Sempre in occasione del Festival di Cannes 2009, Clint Eastwood ha ricevuto il Premio speciale.
  • Per il ruolo di Christine, Angelina Jolie ha vinto i Satellite Award nella categoria Miglior attrice in un film drammatico.

La recluta

A prima vista si tratta di un film diretto e interpretato da Clint Eastwood per ragioni strettamente alimentari. Per intenderci, nulla a che vedere con Gli spietati . Eppure La recluta , film con il quale l’autore si rifà dell’insuccesso commerciale di Bird e Cacciatore bianco , cuore nero, non è un banale tentativo di riproporre – aggiornandolo sul piano spettacolare – il modello dei polizieschi eastwoodiani degli anni Settanta, molto graditi dalla «maggioranza silenziosa» nixoniana. Non è, insomma, un Callaghan appena cammuffato. Innanzitutto la classica coppia di poliziotti dalla vicenda (il giovane Charlie Sheen e l’anziano Clint Eastwood) non esprime affatto una dialettica educativa ed edificante, ma un goliardico assemblaggio di differenti prospettive generazionali, cui l’autorità, la disciplina e il senso civico stanno piuttosto scomodi. Alle prese con una spietata banda di ladri d’auto, i due superpoliziotti fanno cialtronescamente, ma con efficacia, il loro dovere senza troppo atteggiarsi a eroi. Congegno narrativo semplice e perfetto, azione alle stelle e punte di erotismo ironico, culminante nell’amplesso «inflitto» da Sonia Braga a Clint Eastwood legato mani e piedi. (anton giulio mancino)

Flags of Our Fathers

Clint Eastwood racconta lo scontro tra giapponesi e statunitensi a Iwo Jima, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, battaglia tenutasi tra febbraio e marzo 1945 e di vitale e strategica importanza per la vittoria statunitense sul versante Pacifico: l’isola, insieme a Okinawa, fu una postazione fondamentale per l’esercito statunitense impegnato nei bombardamenti sul Giappone. Cinque settimane di accanita battaglia videro le truppe del generale Kuribayashi soccombere ai marine guidati dall’ammiraglio Spruance: il terribile bilancio umano fu di ventunomila caduti tra le file orientali e settemila fra quelle statunitensi (che riportò a casa anche diciannovemila feriti). Lo scontro di Iwo Jima è celebre anche per un monumento dedicato ai militari americani caduti (che in realtà ripropone a tuttotondo una fotografia di Joe Rosenthal), il Marine Corps War Memorial, nel quale sono riprodotti alcuni soldati intenti a piantare una bandiera a stelle e strisce sulla vetta del monte Suribachi (la più importante altura dell’isola di Iwo Jima).  A questo film seguirà Letters From Iwo Jima, sempre diretto da Eastwood, che racconterà la stessa vicenda dal punto di vista dei soldati giapponesi.

Gli spietati

Insolito western dai toni mesti: un ex killer, ora redento, interrompe il suo ritiro mosso dalla necessità di denaro per la sua famiglia. Potente analisi della moralità e dell’ipocrisia nel vecchio west — e sulle conseguenze che ha l’uccidere qualcuno e l’essere uccisi — ma guastato da una trama che arranca. Ottime riprese di Jack N. Green. Quattro Oscar: miglior regia, film, attore non protagonista (Hackman) e montaggio (Joel Cox).

Cacciatore bianco, cuore nero

Adatamento maturo e intelligente (anche se qualcosa si nota) del racconto di Peter Viertel del 1953, basato sulla sua esperienza durante le riprese della Regina d’Africa e sulle sue osservazioni di prima mano sul regista “macho” John Huston. Eastwood dà il meglio di sé interpretando un regista avverso e autodistruttivo (e anche molto romanzato), che sviluppa l’ossessione di uccidere un elefante mentre sta eseguendo le riprese in Africa. Potrebbe non essere avvincente se non siete interessati all’argomento, ma il tempo e il luogo sono ricreati in maniera convincente. Sceneggiatura di Peter Viertel, James Bridge e Burt Kennedy.

Joe Kidd

Nel Nuovo Messico, i coloni americani sottraggono vasti appezzamenti di terreno ai peones locali, legittimi proprietari. Devono però fare i conti con le rappresaglie del messicano Luis Chama, deciso a farsi giustizia da solo. Per eliminarlo, l’allevatore Mr. Harlan assolda alcuni uomini. Tra questi, Joe Kidd, proprietario di un ranch della zona. John Sturges non è al massimo (i tempi de
I magnifici sette
sembrano lontani) e lo stile narrativo del film, terribilmente piatto, ne risente. Comunque, la presenza di Clint Eastwood risolleva in parte le sorti della pellicola. O se non altro tiene sveglio l’interesse.
(andrea tagliacozzo)

Cielo di piombo ispettore Callaghan

Terzo capitolo della serie Callaghan. Affiancato da un’abile ma mal sopportata collega donna, Dirty Harry, come viene soprannominato il grantico Callaghan, deve vedersela con un feroce gruppo armato che terrorizza la città di San Francisco. Sebbene la regia non si discosti dall’ordinario, la storia funziona e il film, nonostante le inevitabili debolezze, si regge sulla la sua magnetica presenza di Eastwood. L’attore comincia a ironizzare sul personaggio Callaghan, duro per antonomasia, mettendogli accanto una donna più brava di lui.
(andrea tagliacozzo)

Una 44 Magnum per l’ispettore Callaghan

Clint Eastwood torna per la seconda volta a vestire i panni del tenente Harry Callaghan. Un sindacalista, assolto per insufficienza di prove in un processo che lo vedeva accusato dell’omicidio di un rivale, viene a sua volta ucciso da alcuni misteriosi killer. Il tenente Callaghan sospetta che gli assassini si nascondano tra le fila della polizia. Scritto da John Milius e Michael Cimino, il film è decisamente inferiore al precedente, che era diretto dall’ottimo Don Siegel, ma pur sempre godibile. Interessante notare l’approfondimento che Eastwood riesce a dare al proprio personaggio (che la critica bollò – a torto – come fascista): Callaghan sarà pure individualista, ma rifiuta di unirsi alla banda di giustizieri e preferisce agire, nel bene e nel male, seguendo le regole imposte dalla società.
(andrea tagliacozzo)

Tarantola

Uno scienziato inietta un siero radioattivo in una tarantola che, in breve tempo, assume proporzioni gigantesche e fugge dal laboratorio, spargendo il panico nella zona. Un divertentissimo film di serie B, ricco di spunti ed effetti speciali, ben diretto dal maestro del genere Jack Arnold. Verso la fine del film compare, in un piccolo ruolo, Clint Eastwood, che proprio in quello stesso anno aveva esordito nel cinema in un altro film dello stesso regista, La vendetta del mostro.

I guerrieri

Approfittando di una licenza ottenuta in piena invasione della Normandia, quattro soldati americani si spingono nel territorio occupato dalle truppe naziste per rubare un’enorme quantità d’oro in procinto di partire per la Germania. Un divertente film d’azione con un ironico Clint Eastwood a cui nuoce solo l’eccessiva durata. Curioso ma poco credibile il personaggio interpretato da Donald Sutherland: quasi un hippie catapultato negli anni Quaranta.
(andrea tagliacozzo)

Invictus – L’invincibile

La vera storia di Nelson Mandela e del capitano della nazionale di rugby del Sudafrica, Francois Pienaar, decisi a unire le loro forze per la pacificazione del loro paese. Il piano dei due inconsueti alleati era quello di vincere la Coppa del Mondo di rugby del 1985, in modo da far nascere uno spirito di squadra nazionale, e grazie al linguaggio universale dello sport, sconfiggere l’apartheid. Due nomination agli Oscar.

Bird

Vita e opere del leggendario sassofonista nero Charlie Parker, dal successo fino all’autodistruzione. Audace e a tratti straordinaria la regia di Clint Eastwood che fa procedere il suo film con bruschi salti temporali e narrativi, quasi fosse un’improvvisazione jazz. La splendida colonna sonora è suonata dallo stesso Parker, reinciso su un accompagnamento attuale. Statuetta per il miglior suono nel 1988 e premio a Forest Whitaker quale miglior attore al Festival di Cannes dello stesso anno. (andrea tagliacozzo)

Firefox – Volpe di fuoco

Il pilota militare Mitchell Grant, reduce del Vietnam, viene scelto dai superiori per una missione ad alto rischio: dovrà impadronirsi del «Firefox», un nuovo modello d’aereo da guerra russo. Contemporaneamente, Grant dovrà anche affrontare gli incubi che si porta appresso dalla fine della guerra. Il peggiore tra i film diretti dal grande Clint, qui sottotono anche come attore. Lento e prevedibile – anche a causa di una sceneggiatura al limite del ridicolo – salvato solo da un paio sequenze in cui si riconosce la mano di un regista non comune. I sofisticati (ma non esaltanti) effetti visivi del film sono curati da John Dykstra, già vincitore di un Oscar nel ’77 con Guerre stellari . (andrea tagliacozzo)