Domenica d’agosto

Varie vicende di bagnanti a Ferragosto, al lido di Ostia: un ragazzo e una ragazza di modesta condizione si fingono ricchi uno agli occhi dell’altra, due signori sposati hanno un breve incontro, un giovane finirà in galera… Forse il capolavoro di Emmer, certo il film più indicativo della sua «maniera», oltre che il prototipo di tutti i
Sapore di mare
a venire. Il brulicare dei personaggi, le osservazioni minute, il perfetto intreccio delle storie (la lista degli sceneggiatori allinea – oltre allo stesso Emmer – Sergio Amidei, Franco Brusati, Giulio Macchi e Cesare Zavattini) colgono con leggerezza quasi francese la commedia dello scorrere del tempo. Qui un giorno, un anno scolastico in terza liceo: il tempo di tutti i lavori di Emmer è ciclico e conchiuso. E nei suoi personaggi al limite tra proletariato e piccola borghesia c’è un populismo che fa pensare a un Pasolini ante litteram, riletto in una chiave «rosa». Non a caso Sergio Citti rifarà il film in versione fiabesca e trucida con Casotto, trent’anni dopo.
(emiliano morreale)

Le ragazze di Piazza di Spagna

Un professore racconta le storie di tre ragazze: una rinuncia a sogni impossibili, un’altra giunge a meditare il suicidio ma poi ci ripensa, e un’altra ancora (bassissima) cerca uomini altissimi. 

Neorealismo rosa allo stato puro, con tutta la grazia appena un po’ leziosa e tutta la svagatezza di Luciano Emmer, un piccolo maestro di rara eleganza. Piccola borghesia cittadina, personaggi femminili minimi osservati finemente, malinconia quasi crepuscolare. E poi c’è la bellezza – oggi quasi commovente – delle italiane degli anni Cinquanta: Lucia Bosè, Cosetta Greco, Liliana Bonfatti, con un giovanissimo Mastroianni di contorno.

Artigianato d’altri tempi, con una qualità della messinscena oggi impensabile. Alla sceneggiatura impeccabile partecipa Sergio Amidei, il narratore è Giorgio Bassani, e c’è anche una comparsata di Eduardo De Filippo. All’epoca sembrava «disimpegno», oggi l’ingenuità stessa del film è un documento storico. Non è ancora commedia all’italiana: è qualcosa di meno (nell’analisi sociale) e di più (nell’assenza di cinismo, nel candore).
(emiliano morreale)

Un ettaro di cielo

In un paesello sperduto, un giovane venditore ambulante, dotato di una fervida fantasia, riferisce scherzosamente ad alcuni vecchietti che a Roma si vendono appezzamenti di cielo. I vegliardi prendono la cosa sul serio e, consegnata al giovane una modesta somma per l’acquisto, decidono di affrettare l’ora della propria morte per godersi il loro pezzo di cielo. Una favola moderna, esile ma non priva di fascino. Dopo questa sua prima, curiosa pellicola, Casadio fece un solo altro film,
Cinque leoni un soldo,
nel 1961.
(andrea tagliacozzo)

Il medico e lo stregone

In un piccolo paese i malati si affidano alle cure di un truffaldino stregone. Un giovane medico, appena giunto dalla città, fatica non poco a battere la concorrenza del furbissimo ciarlatano. Una commedia all’italiana di buon livello, sorretta in gran parte dalla bravura dell’intero cast (tra cui un’eccellente Marisa Maerlini). Breve ma indimenticabile l’apparizione di Alberto Sordi. Mario Monicelli aveva già diretto Vittorio De Sica l’anno prima in
Padre e figli
, mentre tornerà a lavorare con Mastroianni nel ’58 ne
I soliti ignoti
.
(andrea tagliacozzo)

Tre vite e una sola morte

Al clan dei ruiziani di provata fede, non immuni da quel pizzico di compiacimento che si prova a far parte delle carbonerie, non parve vero di poter finalmente assistere a un film del proprio idolo nientemeno che in una…ordinaria sala cinematografica, lontani per una volta dall’atmosfera vagamente blasé di festival e rassegne. Tutto ciò accadeva nel ’96 e quasi esclusivamente per merito della presenza del Marcello nazionale, qui impegnato in una delle sue ultime apparizioni. Da allora il «miracolo» si è ripetuto a cadenze regolari, con
Genealogia di un crimine
e il parziale infortunio di
Autopsia di un sogno
, fino al temerario adattamento proustiano de
Il tempo ritrovato
passato sugli schermi non più di qualche mese fa. Certo le folle non sono state oceaniche, ma se non altro qualche spettatore in più ha potuto sperimentare direttamente il vorticare di ombre, fantasmi, sdoppiamenti e striplamenti (?) di personalità, paradossi spazio-temporali, decessi e relative resurrezioni che anima le invenzioni di questo cineasta vagabondo e senza bandiere, prolifico ai limiti dell’incontinenza e nemico dichiarato di ogni continuità logico-razionale. Ironia e scetticismo come antidoto alla dolorosa incomprensibilità del mondo: c’è chi si ostina a scambiare i film di Ruiz per sfiziose elucubrazioni intellettuali; lui però non desiste e seguita a investigare, a modo suo, i meandri dell’inconscio, magari con mano meno felice di un tempo ma sempre mille miglia lontano dall’imperante banalità che opprime le nostre visioni.
(marco borroni)

Una domenica d’agosto

La gente di Roma, in un’assolata e afosa domenica d’estate, si divide tra quei pochi che restano in città e quelli, invece, che decidono di trascorrere la giornata al Lido di Ostia. Le storie di alcuni di questi s’intrecciano in un alternarsi di episodi ora comici, ora drammatici. Una gradevolissima commedia di costume, classico esempio di «neorealismo rosa». Un giovane Mastroianni, in uno dei suoi primi film, è curiosamente doppiato da Alberto Sordi.
(andrea tagliacozzo)

Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova, si sospettano moventi politici

Durante i primi anni del fascismo, un avvocato (Mastroianni) e un bandito (Giannini) si innamorano di una vedova siciliana (Loren): lei ricambia l’affetto di entrambi. Il film è chiassoso e pretenzioso, ma manca completamente il bersaglio.

Splendor

Primo film della coppia Massimo Troisi-Marcello Mastroianni con il regista Ettore Scola (il secondo, l’anno seguente, sarà
Che ora è
). Jordan (Mastroianni) è proprietario di un cinema di paese che, a causa dei molti debiti, è costretto a chiudere i battenti. Assieme al proiezionista Luigi (Troisi) e alla cassiera Chantal (Vlady), l’uomo si abbandona ai ricordi. Troisi e Mastroianni non sono sicuramente in gran forma, anche se la pessima riuscita del film è da addebitare completamente alla sciatta regia di Ettore Scola. Un brutto omaggio da dedicare alla settima arte.
(andrea tagliacozzo)

Ieri oggi e domani

Premiato con l’Oscar come miglior film straniero: un impeccabile trio di racconti comici, con la Loren mai così bella nei panni di un’italiana che utilizza il sesso in modi diversi per ottenere ciò che vuole. Lo strip-tease per Mastroianni è una tra le scene più famose della sua carriera (e in parte resta coperta). Techniscope.

Il mondo nuovo

Fuggito dalla corte di un principe boemo, l’ormai invecchiato Giacomo Casanova si unisce ai passeggeri di una diligenza che da Parigi è diretta a Verdun. Poco più avanti, sulla strada, la carrozza reale, con a bordo il re di Francia e la consorte Maria Antonietta, cerca di raggiungere la frontiera austriaca per scampare all’ira dei rivoluzionari. Scola parla di Rivoluzione Francese, ma i riferimenti ai giorni nostri si sprecano. Il risultato, però, è solo a tratti interessante. La sceneggiatura, scritta dal regista assieme a Sergio Amidei, e gli splendidi costumi di Gabriella Pescucci si aggiudicarono il David di Donatello.
(andrea tagliacozzo)

Enrico IV

Deludente aggiornamento della brillante satira pirandelliana sulla natura della follia e dell’illusione. In seguito a una caduta da cavallo, un nobiluomo si convince di essere l’imperatore Enrico IV… e se fosse vero? Gli interpreti fanno quello che possono per cavare qualche momento di lucidità dalla confusione, ma il risultato non è all’altezza.

Ciao maschio

A New York, il giovane Lafayette decide di adottare uno scimpanzé come se fosse suo figlio. Quando Angelica, la ragazza con la quale convive, rimane incinta, Lafayette sente di non poter sopportare la responsabilità di diventare padre. Metafora sulla decadenza del maschio moderno (come suggerisce fin troppo chiaramente il titolo) realizzata, come spesso capita al regista, con toni estremamente pesanti. Ferreri firma la sceneggiatura assieme a Gérard Brach (assiduo collaboratore di Roman Polanski) e a Rafael Azcona.
(andrea tagliacozzo)

Scipione detto anche l’Africano

Publio Cornelio Scipione, detto l’Africano, e suo fratello Lucio, detto l’Asiatico, sono accusati del furto di cinquecento talenti. Ma è solo una manovra politica ordita ai danni del celebre condottiero. La storia romana rivista e corretta da Luigi magni in chiave di commedia. Momenti riusciti si alternano a numerose lungaggini che finisco per appesantire il film. Curiosa la presenza nel cast di Ruggero Mastroianni (Lucio, nel film), fratello anche nella vita del più noto Marcello e realizzatore del montaggio di questa, come di molte altre pellicole italiane.
(andrea tagliacozzo)

Divorzio all’italiana

In Sicilia, un nobile, innamoratosi di una provocante sedicenne, pensa di liberarsi della moglie, donna noiosa e soffocante. Spinge questa nella braccia di un antico spasimante per poter poi sorprenderla in flagrante adulterio. Divertente satira dei costumi siciliani (che, nel ’65, ispireranno ancora Germi in
Sedotta e abbandonata
), il film vinse un meritato Oscar nel 1962 per la migliore sceneggiatura originale (firmata dallo stesso Germi con Ennio De Concini e Alfredo Giannetti).
(andrea tagliacozzo)

Il papavero è anche un fiore

Da un soggetto di Ian Fleming (il «papà» di 007). L’assemblea delle Nazioni Unite, preoccupata per il proliferare dell’uso degli stupefacenti in tutto il mondo, decide di impegnare un ingente spiegamento di forze per stroncarne il commercio clandestino. Un cast di tutto rispetto e una regia di mestiere, ma il film non riesce ad andare oltre alla mediocrità. (andrea tagliacozzo)

La fortuna di essere donna

Una ragazza di folgorante bellezza si ritrova sulla copertina di una rivista. Il suo fidanzato vorrebbe fare causa al fotografo che, a sua insaputa, l’ha catturata in una posa spregiudicata, ma questi riesce a convincere la ragazza che quella foto potrebbe essere solo il primo passo verso la celebrità. Vivace commedia, tra le più note degli anni Cinquanta, ben sorretta da una sceneggiatura di ferro (alla quale collaborò, tra gli altri, Ennio Flaiano) e da un solido gruppo d’attori. Mastroianni e la Loren erano già stati diretti da Blasetti l’anno prima in Peccato che sia una canaglia. (andrea tagliacozzo)

La dolce vita

Marcello è un giornalista che girovaga per Roma, alla ricerca di scoop. Incontra un’attrice straniera, assiste a un’orgia e a un suicidio, aspetta l’alba in compagnia di una purissima fanciulla e di un pesce misterioso.

Già all’epoca tra i maggiori registi della sua generazione, Fellini esplode con uno dei suoi capolavori. Una delle opere fondamentali della storia del cinema del dopoguerra, un esempio irripetibile di rispecchiamento e trasfigurazione del proprio tempo in immagini.
La dolce vita
restituisce in modo perfetto il boom, l’Italia, ma è anche lontanissimo da ciò che racconta: è insieme «paparazzo», cronaca e incubo. Per comporre il suo affresco – di un fantascientifico biancore, di una luttuosità horror – Fellini ripercorre le «arti minori» del secolo. I suoi film, a partire da questo, avranno tutti la struttura del funerale ma anche della ricapitolazione: saranno nello stesso tempo radiofonici (Fellini reinventa il proprio cinema al montaggio), fumettistici (il suo
Cinemascope
è la versione cinematografica dei fumetti di Yellow Kid di Jacovitti), circensi…
(emiliano morreale)

Niente di grave: suo marito è incinto

Lui fa l’istruttore di scuola guida, lei è una parrucchiera per signora. Entrambi rincorrono il benessere, ma succede qualcosa di veramente strano. Ovvero, lui rimane in stato interessante. Un film paradossale e divertente, ma forse non all’altezza delle precedenti prove di Jacques Demy. Mastroianni era all’epoca compagno anche nella vita della Denevue.
(andrea tagliacozzo)

Padri e figli

Due giovani liceali – lui figlio di uno stimato medico, lei di un sarto rimasto vedovo – marinano la scuola per stare insieme. I genitori, preoccupati, corrono ai ripari e impediscono ai giovani di vedersi. Una commedia senza troppe pretese sociologiche, ma ben scritta (dal regista con Age, Scarpelli e Leo Benvenuti), piacevole e divertente, in cui Monicelli riesce ad ottenere il meglio dall’ottimo cast.
(andrea tagliacozzo)

Permette? Rocco Papaleo

Rocco Papaleo è un siciliano, emigrato da vent’anni in America per farvi fortuna come pugile, che lavora come ascensorista in Alaska. Arrivato a Chicago per assistere a un importante incontro di boxe, rischia di essere investito da un’automobile. Alla guida c’è l’affascinante Jenny, della quale s’innamora. Scola tenta con scarso successo il registro grottesco. A salvarlo ci pensano gli interpreti, tra i quali l’ex modella Lauren Hutton nei panni di Jenny.
(andrea tagliacozzo)

Peccato che sia una canaglia

Da un racconto di Alberto Moravia. Un tassinaro si innamora di una bella ragazza, figlia di un ladro e ladruncola pure lei. Cerca di redimerla, ma ogni sforzo è inutile. Anzi, lei finisce per cacciarlo in una serie di situazioni imbarazzanti. Una commedia prevedibile, ma diretta con garbo e interpretata da un terzetto d’attori in stato di grazia. Tra gli sceneggiatori figura anche il grande Ennio Flaiano. (andrea tagliacozzo)

Una giornata particolare

Nel 1938, mentre Roma festeggia l’arrivo di Hitler in visita al duce, in un caseggiato popolare nasce una tenera e intensa amicizia tra la moglie di una camicia nera, donna ancora piacente ma provata da sei maternità e dalla fatica, e un suo coinquilino, ex annunciatore della radio esonerato dal servizio perché omosessuale. Quasi una pièce teatrale – il film si svolge quasi in tempo reale – con due interpreti in stato di grazia. Buona la regia di Scola, anche se a corrente alternata. Da notare l’incertezza (un lieve ma percepibile ondeggiamento) del carrello all’indietro nell’ultima inquadratura del film con la Loren alla finestra (quasi uno specchio fedele del film: suggestivo ma imperfetto). La pellicola ottenne due candidature agli Oscar 1977: miglior attore (Mastroianni) e miglior film straniero.
(andrea tagliacozzo)

Il passo sospeso della cicogna

In un villaggio greco ai confini con l’Albania, crocevia di profughi di mezzo mondo, un reporter televisivo crede di riconoscere in un coltivatore di patate un uomo politico dato per disperso da anni: al che chiama sul posto la presunta vedova. Ad Angelopiulos non interessa risolvere l’enigma quanto celebrare il mito della ricerca senza met, e quello della frontiera: dei popoli come dell’anima. Tutto sa di metafora, e tra i soliti indugi contemplativi e i piani sequenza soporiferi il film si perde e si spappola come i suoi personaggi.

Il bell’Antonio

Antonio Mangano, giovane della buona società catanese con fama di sciupafemmine, sposa la donna più bella del paese. In realtà è impotente, e ai parenti della moglie non parrà vero di far annullare il matrimonio per ripiegare su un miglior partito; mentre il padre di Antonio, per salvare l’onore della famiglia, morirà tra le braccia di una prostituta. Da un bellissimo romanzo di Vitaliano Brancati (scrittore troppo ironico per riscuotere fortuna al cinema, anche se le sue sceneggiature per Zampa sono magistrali), Bolognini trae uno dei suoi classici adattamenti un po’ esangui e malinconici. E se la sua mollezza ben si adatta alla Catania sfatta del libro e all’impotenza del protagonista, lo spostamento dagli anni del fascismo al dopoguerra democristiano fa perdere molto dell’originale aura stendhaliana. Però il bianco e nero di Armando Nannuzzi è ancor oggi abbagliante, e malgrado Pierre Brasseur nel ruolo del padre sia fuori parte, la coppia Mastroianni-Cardinale vale da sola tutto il film.
(emiliano morreale)

Le notti bianche

Il film, tratto dall’omonimo racconto di Fedor Dostoevskij, vinse il Leone d’Oro al Festival di Venezia 1957. Un impiegato, Mario, conosce casualmente una ragazza, Natalia, afflitta da una cocente delusione d’amore. Diventati amici, i due continuano ad incontrarsi anche nelle sere successive, durante le quali l’uomo coltiva la speranza di conquistare il cuore della giovane. Tra le regie più interessanti di Visconti, che volle girare il film tutto in interni. Straordinario Marcello Mastroianni, in uno dei suoi primi ruoli veramente drammatici. (andrea tagliacozzo)

I compagni

Alla fine del secolo scorso, un gruppo di operai di una fabbrica di Torino, prendendo lo spunto da un grave incidente di lavoro subito da un compagno, decide di ribellarsi all’orario massacrante dei turni che comprende quattordici ore al giorno. Mastroianni, con barba e occhialini, è il rifugiato politico che da Genova arriva a Torino da un amico e vuole organizzare lo sciopero. Dettagliatissima e ambiziosa ricostruzione d’epoca, diretta con mano felice da un insolito Monicelli, autore della sceneggiatura assieme ad Age e Scarpelli. Nel cast una giovanissima e irriconoscibile Raffaella Carrà.
(andrea tagliacozzo)

Otto e mezzo

Un regista in crisi, diviso tra la moglie e l’amante, va alle terme, ma anziché l’ispirazione arrivano angosce e incubi. Eppure il film deve partire. Prototipo del moderno «cinema sul cinema», che in consonanza con la francese «politica degli autori» mette al centro il regista (mentre fino ad allora le angosce del cinema erano state soprattutto quelle dei divi, tipo
È nata una stella
). Copiato e ricopiato mille volte, è invecchiato benissimo: un capolavoro di libertà di costruzione, un’abbagliante visione da incubo sottolineata dal bianco e nero di Gianni Di Venanzo. Gli spazi, i terrains vagues del sottofinale circense sono «fratelli nel dolore» delle spianate di Pasolini (quanti cantieri, nel cinema italiano di quegli anni!). Alla distanza, Fellini ha surclassato Antonioni: con i suoi clown e le sue Barbara Steele, era molto più vicino all’anima stessa del cinema, e lo stupendo personaggio della moglie Anouk Aimée contiene tutte le donne dell’incomunicabilità antonioniana, con in più l’autoironia.
(emiliano morreale)

Verso sera

Verso la metà degli anni Settanta, il giovane Oliviero chiede al padre, un professore universitario in pensione, di occuparsi della figlia, la piccola Mescalina. Qualche tempo dopo, a casa dell’ex insegnante si presenta Stella, madre della bambina. Il secondo film della Archibugi, dopo il buon esordio dell’88 con Mignon è partita , lascia con l’amaro in bocca per l’occasione sprecata: il soggetto, indubbiamente interessante, è stato sviluppato in modo quasi superficiale. Eccellenti, comunque, i due protagonisti. (andrea tagliacozzo)

Che?

Una ragazza ingenua e spaurita sfugge a due bruti e si rifugia in un castello che è una sorta di simpatica sentina di perversioni. Dopo il cupissimo
Macbeth
, un Polanski giocoso e piuttosto solare nell’indagine delle follie umane (forse l’unico film gioioso del polacco oltre a
Pirati
). La claustrofilia polanskiana diventa qui onirica e carrolliana, ispirandosi apertamente ad
Alice nel paese delle meraviglie
. Improvvisato nella villa di Carlo Ponti a Capri,
Che?
è squinternato e liberissimo, percorso da cameo folli. C’è di tutto, da un ululante Mastroianni ad Alvaro Vitali fino al
Chiaro di luna
di Beethoven… E poi un eros poco cattolico – anzi paganissimo e mediterraneo – e molto perverso, sadomaso senza sensi di colpa, da folletto.
(emiliano morreale)

Giallo napoletano

Raffaele Capacece, professore di mandolino classico, si è ridotto a fare il suonatore ambulante. Per colpa dell’anziano genitore, che sperpera al lotto e alla roulette tutti i loro guadagni, il musicista si ritrova coinvolto in tre misteriosi delitti. Giallorosa dalla trama fin troppo intricata, ma ben sorretto da un cast d’eccezione.
(andrea tagliacozzo)

I soliti ignoti

Cinque ladruncoli organizzano un clamoroso colpo da effettuarsi al Monte di Pietà. Non sapendo come fare ad aprire la cassaforte, si fanno istruire da Dante, un esperto in materia. Il piano, preparato fin nei minimi particolari, fallisce per un banale errore di calcolo. Un grande (e meritato) successo di pubblico che rese la commedia all’italiana polare in tutto il mondo. Vittorio Gassman, per la prima volta in un ruolo comico, è a dir poco straordinario. Eccezionale anche Totò, che lascia il segno restando in scena per pochissimo tempo. Del film ne verranno realizzati due seguiti (
L’audace colpo dei soliti ignoti
del ’59 e
I soliti ignoti vent’anni dopo
dell’85), entrambi decisamente non all’altezza del capostipite. Rifatto negli Stati Uniti con il titolo
Crackers
(da noi uscito in video come
I soliti ignoti Made in Usa
) da Louis Malle.
(andrea tagliacozzo)

La cagna

Stanco della società, un disegnatore di fumetti decide di rifugiarsi in un isola nella più completa solitudine, ben presto interrotta dall’arrivo di una ragazza. Una commedia satirica e paradossale nel più tipico stile di Marco Ferreri, tratta dalla novella
Melampus
di Ennio Flajano (che figura anche tra gli sceneggiatori del film assieme al regista e a Jean-Claude Carrière). Catherine Deneuve tornerà a lavorare con Ferreri in
Non toccate la donna bianca
, ancora una volta accanto a Marcello Mastroianni (all’epoca compagno anche nella vita dell’attrice francese).
(andrea tagliacozzo)

Stanno tutti bene

Passo falso di Giuseppe Tornatore dopo l’Oscar vinto con il fin troppo celebrato
Nuovo cinema Paradiso
. Sentendo la mancanza dei suoi cinque figli, che da tempo hanno abbandonato il paese per stabilirsi altrove, un pensionato siciliano decide di fare loro una visita, intraprendendo un lungo viaggio attraverso per l’Italia. Un film moralistico e pretenzioso. Resta solo qualche buona intuizione di regia, anche se quando Tornatore tenta apertamente di rifarsi a Fellini o d’inserire tocchi poetici finisce per scadere nel ridicolo.
(andrea tagliacozzo)

Matrimonio all’italiana

Dalla commedia di Eduardo De Filippo «Filumena Marturano». Per farsi sposare dall’amante Domenico, Filumena si finge in punto di morte. Accortosi di essere stato ingannato, lui vorrebbe far annullare il matrimonio. Ma la donna, dopo avergli confessato di avere tre figli, gli rivela che uno di questi è nato proprio dalla loro relazione. Una buona riduzione cinematografica del lavoro teatrale di Eduardo, ben interpretata da entrambi i protagonisti, anche se non riesce a rendere sullo schermo tutta la forza del testo originale. Sceneggiatura di Renato Castellani, Tonino Guerra, Leo Benvenuti e Piero De Bernardi. (andrea tagliacozzo)

Leone l’ultimo

La stralunata vicenda del riservato Mastroianni, ultimo di una dinastia di principi, che gradualmente esce dal guscio della propria decadente magione londinese per entrare in contatto con le persone che vivono nel suo quartiere, un ghetto di colore. Enigmatico ma poco soddisfacente, illuminato da qualche tocco. Boorman affronterà tematiche analoghe vent’anni dopo, in Dalla parte del cuore.

Ginger e Fred

Due ballerini, Pippo Botticella e Amelia Bonetti, quarant’anni prima divi dell’avanspettacolo con il nome d’arte «Ginger e Fred», vengono riuniti in occasione di uno show televisivo. I due, ormai anziani, stentano perfino a riconoscersi. Paradossalmente, il film, che dovrebbe essere una satira della Tv, utilizza un linguaggio e un tipo d’inquadrature di stampo televisivo. Un opera comunque non all’altezza degli altri lavori del regista riminese. Franco Fabrizi aveva già lavorato con Fellini nel ’53 in
I vitelloni
.
(andrea tagliacozzo)

Di questo non si parla

Fiaba degna di nota ma non altrettanto avvincente, su un Casanova tirato a lucido che si ritrova attratto dalla donna più colta di una piccola cittadina: una nana la cui madre, attraente dal punto di vista fisico ma esageratamente possessiva, ha messo gli occhi sul potenziale fidanzato. Mastroianni rimane affascinante anche a 70 anni.

Gli eroi della domenica

Il film segue il filone del più famoso Cinque a zero , girato da Mario Bonnard nel ’32, narrando i retroscena e le passioni che si agitano intorno a una squadra di calcio. Raf Vallone è un centravanti, al quale viene promessa una forte somma di denaro per non impegnarsi nell’ultima, decisiva, partita di campionato. A tratti interessante – specie come documento d’epoca – ma decisamente inferiore alle precedenti commedie del regista. (andrea tagliacozzo)

Io, io, io… e gli altri

Uno scrittore decide di svolgere un’inchiesta che ha come tema l’egoismo umano, ma l’atto di accusa che si era preparato contro gli altri, nel corso del lavoro, si muta in una vera e propria confessione. Blasetti, al suo terzultimo lungometraggio, non è più incisivo come una volta, anche se il film contiene numerosi spunti interessanti e può contare su un cast a dir poco imponente. Alla sceneggiatura del film hanno collaborato ben undici autori, tra i quali spiccano i nomi di Ennio Flajano, Age, Scarpelli, Leo Benvenuti e Piero De Bernardi. (andrea tagliacozzo)

La notte

In questo studio sull’incomunicabilità, la Moreau è annoiata e in crisi con lo spento marito Mastroianni. Suggestivo, introverso, astratto, tutto in superficie, pieno di “immagini vuote, senza speranza”. Secondo capitolo della cosiddetta “trilogia esistenziale”, preceduto da L’avventura e seguito da L’eclisse, il film cerca di definire alcune costanti delle usanze, in cui il lento disfarsi dei rapporti coniugali vuole essere il segno di altre crisi: Antonioni descrive una condizione di disagio esistenziale e l’ambienta dentro uno spazio che schiaccia l’individuo con il suo caso tecnologico e neocapitalistico, finendo solo per raccontare le vaghezze e le ambiguità di uno sconcerto esistenziale incapace di trasformarsi in una vera coscienza critica. Orso d’oro a Berlino.