Non stuzzicate la zanzara

L’irrequieta Rita scappa dal collegio assieme a Paolo, un giovane professore che insegna nello stesso istituto, per partecipare a una competizione canora. Ma il padre della ragazza è decisamente contrario. Sequel di Rita la zanzara, altrettanto sciocco e mediocre. Nel ’72, dopo un intervallo di cinque anni, la Wertmüller tornò dietro la macchina da presa per dirigere Giannini nel suo primo, grande successo: Mimì metallurgico. (andrea tagliacozzo)

Lo sbarco di Anzio

Tratto dal libro Anzio di Wynford Vaughan-Thomas. Nel 1944, un corrispondente di guerra americano si aggrega alle forze alleate in procinto di sbarcare sul litorale laziale. Ma l’eccesiva facilità dell’operazione insospettisce il giornalista. Una discreta produzione nostrana (di Dino De Laurentiis, con fotografia di Giuseppe Rotunno e musiche di Riz Ortolani), con un buon cast americano (anche se Robert Mitchum, Arthur Kennedy e Robert Ryan sono un po’ stagionati, mentre Peter Falk, almeno all’epoca, non poteva dirsi un divo). Spettacolare, ma una spanna al di sotto dei veri kolossal hollywoodiani. Come per
Barbablù
, realizzato quattro anni più tardi, il film è stato supervisionato da Edward Dmytryk.
(andrea tagliacozzo)

Casino Royale

Ormai in pensione, James Bond è alle prese con intrighi internazionali complicatissimi, stangone belle e pericolose e un nipote degenere. Negli anni Sessanta, oltre a quelli di Blake Edwards e Richard Lester, si producevano un sacco di film dissacratori anche se non riusciti: operazioni autoreferenziali, piccole e grandi scoperte del camp (era di poco precedente il fondamentale saggio di Susan Sontag). Questa ad esempio è una pellicola assurda, scritta scavalcando un problema di diritti e diretta da cinque registi diversissimi uno dall’altro: tra i quali Val Guest, quello di Quatermass; il grande Huston, che aveva già fatto una cosa simile – ma più divertente – con I cinque volti dell’assassino ; il montatore e regista di western Robert Parrish… Senza dire dello script, cui mise mano anche Woody Allen (che, possiamo dirlo, fa il cattivo), o degli attori, da Orson Welles a Barbara Bouchet. Però che simpatia quel delirio, e che libertà dissennata e pop in questo film pur noioso e scombinato! (emiliano morreale) 

Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova, si sospettano moventi politici

Durante i primi anni del fascismo, un avvocato (Mastroianni) e un bandito (Giannini) si innamorano di una vedova siciliana (Loren): lei ricambia l’affetto di entrambi. Il film è chiassoso e pretenzioso, ma manca completamente il bersaglio.

New York Stories

Tre episodi ambientati sullo sfondo della Grande Mela: nel primo (Lezioni di vero , di Scorsese), un pittore teme che la sua giovane allieva e amante voglia lasciarlo; nel secondo (La vita senza Zoe , di Coppola), una bambina, figlia di ricchi ma separati genitori, diventa amica del figlio di uno sceicco; nel terzo (Edipo relitto, di Allen), un avvocato ebreo di mezza età è continuamente perseguitato dalla petulante e opprimente genitrice. A distinguersi sono soprattutto Martin Scorsese e Woody Allen: il primo trae il meglio (e anche di più) da un soggetto piuttosto esiguo, mettendo in mostra una tecnica eccezionale; sui toni che gli sono più congegnali, il secondo realizza invece un episodio leggero leggero ma straordinariamente divertente. Solo Francis Coppola, che ha firmato la sceneggiatura con la figlia Sofia, sembra un po’ sottotono. (andrea tagliacozzo)

Rita la zanzara

In un collegio femminile, la vivace Rita è segretamente innamorata di Paolo, il giovane e timido insegnante di musica. Introdottasi di nascosto nella camera del professore, la ragazza scopre che questi compone canzoni beat. Terzo film di Lina Wertmüller che dirige dietro lo pseudonimo inglese di George Brown questa commediola costruita su misura per il personaggio di Rita Pavone. (andrea tagliacozzo)

Il bestione

Un camionista lombardo di mezza età (Michel Constantin) si vede affidare come secondo autista un giovane siciliano (Giancarlo Giannini). Dapprima i due non riescono a legare, per via dei loro opposti caratteri, ma poi diventano amici, tanto da decidere d’investire i loro risparmi e mettersi in proprio. Una banale commedia che scade molto spesso nel volgare. Ripetitivo Giannini nella caratterizzazione che lo aveva reso noto al grande pubblico.
(andrea tagliacozzo)

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto

Un trasandato marinaio fa naufragio su un’isola con la sua padrona, una donna ricca ed egoista. Isolato dalla società, lui ribalterà i ruoli, spogliando lei del suo orgoglio e della sua vanità e controllandola completamente. Questo affascinante e provocatorio film adulto fece conoscere la Wertmüller (anche sceneggiatrice) in America. Rifatto nel 2002 (Travolti dal destino).

L’innocente

L’ultimo lavoro di Luchino Visconti, realizzato poco prima della morte avvenuta il 17 marzo 1976, tratto dal romanzo di Gabriele D’Annunzio. Il ricco possidente Tullio Hermil non perde occasione per tradire la moglie Giuliana. Questa, dal canto suo, si consola con un giovane scrittore dal quale ha un figlio. La regia di Visconti, come al solito pregevole dal punto di vista formale, è meno efficace che in altre occasioni, fin troppo fredda e distaccata dalla vicenda e dai suoi protagonisti. D’altronde, il film è stato diretto dal cineasta in precarie condizioni di salute, costretto su una sedia a rotelle da un male incurabile. (andrea tagliacozzo)

Fräulein Doktor

Fraulein Doktor è una giovane donna che, nel corso della prima guerra mondiale, agisce come agente segreto per conto della Germania. Per eliminarla, il controspionaggio inglese assolda un suo collega, Meyer. Fraulein Doktor scampa alla morte grazie all’intervento del servizio segreto tedesco che fa pervenire agli inglesi la notizia della morte della donna. Una spanna al di sopra degli altri film del genere spionistico, anche grazie all’attenta regia di Lattuada, abile nel tratteggiare il complesso profilo psicologico della protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Mimì metallurgico ferito nell’onore

Primo grande successo internazionale di Lina Wertmuller (che Giancarlo Giannini aveva già in parte raggiunto nel 1970 con Dramma della gelosia di Ettore Scola). Il siciliano Carmelo Mardocheo, detto Mimì, perde il lavoro a causa delle sue idee politiche di sinistra. Tramite l’aiuto della mafia, riesce a trovare un posto in una fabbrica torinese. Giannini, straordinario interprete, vinse sia il nastro d’argento che il David di Donatello (quest’ultimo ex-aequo con Alberto Sordi, premiato per Detenuto in attesa di giudizio). Lo stile della Wertmuller, eccessivo e grottesco, oggi risulta quanto mai datato. (andrea tagliacozzo)

Pasqualino Settebellezze

Il capolavoro dell’autrice e regista Wertmuller segue un modesto Casanova attraverso gli orrori della seconda guerra mondiale, dalle battaglie alla prigionia in un campo di concentramento, dove imparerà a sopravvivere — a qualunque costo. Giannini è superbo in questo straziante, indimenticabile film: ben 4 le nomination agli Oscar (Miglior Regia, Miglior Film Straniero, Miglior Sceneggiatura Originale e Miglior Attore Protagonista).

La fine del mondo nel nostro solito letto in una notte piena di pioggia

La prima opera in inglese della Wertmüller (girata a Roma e San Francisco) è un insoddisfacente fantasy-drama sulla relazione tra il giornalista Giannini e la moglie femminista Bergen, che è piuttosto brava.

Sette criminali e un bassotto

A Montecarlo, un funzionario di polizia (Giancarlo Giannini) indaga sulla morte di una vecchietta. L’uomo sospetta di tre coppie di turisti. Deludente rifacimento americano di
Crimen
, un film del 1960 di Mario Camerini. Lo stesso Camerini ne aveva realizzato un rifacimento nel 1971 intitolato
Io non vedo, tu non parli, lui non sente
. Nell’edizione originale, il commissario, qui interpretato da Giancarlo Giannini, aveva il volto rubicondo di Bernard Blier.
(andrea tagliacozzo)

Il profumo del mosto selvatico

Un giovane uomo appena tornato dalla seconda guerra mondiale, combattuta oltreoceano, aiuta una donna attraente fingendo di essere suo marito, in modo da appianare l’ira del padre di lei alla notizia che è incinta. Ovviamente, non si innamora di lei ma della sua famiglia, e della loro meravigliosa tenuta nella Napa Valley. Sfacciatamente romantico e all’antica, perfino sdolcinato, con le scene casalinghe che ricordano Come l’acqua per il cioccolato, dello stesso regista. Se vi va di investirci, funziona — perlomeno fino al finale. Ispirato a Quattro passi tra le nuvole (1942) di Alessandro Blasetti.

Il cuore altrove

Bologna, anni Venti. Nello è un imbranato neoinsegnante, trasferito di fresco in città. È in cerca della donna della sua vita e, infatti, la trova: una bellissima ragazza non vedente. Si innamora follemente di lei e la asseconda in ogni capriccio, fino a perderla, rassegnandosi a trascorrere il resto della vita in solitudine. Un Avati in forma, che torna alla dimensione a lui più congeniale: il ritratto di personaggi di provincia. Godibile.

Mimic

L’entomologa Sorvino crea un insetto incapace di riprodursi per sconfiggere un’epidemia causata dagli scarafaggi. L’invenzione funziona, ma tre anni più tardi se ne perde il controllo. Gli ibridi da lei creati riescono a riprodursi, diventano giganti e riescono addirittura ad assumere le sembianze della loro preda favorita: l’uomo. Thriller fantascientifico vivace e pauroso, diventa banale nell’ultima parte, ma fino a quel punto offre vero godimento. Tratto da un racconto di Donald A. Wollheim. Seguito da due sequel per il mercato video.

Hannibal

Il miliardario Mason Verger, unica vittima sopravvissuta alla furia omicida del dottor Lecter, sta cercando in tutto il mondo reliquie del suo antagonista e indizi per acciuffarlo. Nel frattempo Hannibal Lecter vive sotto mentite spoglie a Firenze, preparandosi a rivestire la funzione di bibliotecario nella prestigiosa Biblioteca Capponi. Clarice Starling, divenuta un veterano dell’Fbi, a dieci anni esatti dalle vicende che la legarono al serial killer cannibale si trova nei guai a causa di un’operazione di polizia risoltasi in un’inutile strage. Questi tre destini tornano a incrociarsi quando Rinaldo Pazzi, frustrato ispettore di polizia, scopre la vera identità del bibliotecario e cerca di venderlo a Verger.

Un qualsiasi confronto tra
Il silenzio degli innocenti
di Jonathan Demme e il suo sequel
Hannibal
sarebbe inutile, fuorviante e controproducente. Per
Hannibal
, s’intende. È chiaro che il capolavoro di Demme costituisce uno di quei casi – più unici che rari nella storia del cinema – destinati a non incoraggiare paragoni. Di
Il silenzio degli innocenti
, come di
Psycho
, ne esiste uno solo, unico e inimitabile. Del resto, nel caso di
Hannibal
era chiara sin dal principio l’operazione commerciale impiantata da Dino De Laurentiis. Il mediocre romanzo di Thomas Harris nasce già in funzione del progetto cinematografico e i vari contributi artistici (Ridley Scott alla regia, David Mamet e Steven Zaillian alla sceneggiatura, Pietro Scalia al montaggio) sono garanzie per quella che resta una speculazione commerciale sulle spalle di un classico. Budget alle stelle, con trenta degli ottanta milioni di dollari investiti finiti delle tasche di Anthony Hopkins, la ragion d’essere stessa del film.

Ed eccoci arrivati al risultato finale: com’è
Hannibal
? Cos’è l’annunciato evento cinematografico di una stagione asfittica come questa? È uno splatter nobilitato da interpretazioni magistrali e da un dispiego di mezzi che, durante i gloriosi anni Settanta, Tobe Hooper e Wes Craven potevano solo sognarsi. Tutti storcerebbero il naso di fronte a budella penzolanti, cervellini fritti impanati, carotidi recise, crani addentati da cinghiali. Qui è diverso: portati in serie A, questi materiali diventano grand guignol, fanno parte dello spettacolo colto, si armonizzano con le dissertazioni su Dante, i poeti stilnovisti, la Firenze rinascimentale e medicea, la psicanalisi e le grandi firme della moda italiana. Occorre dire comunque che i singoli raccapriccianti numeri sono la cosa migliore del film, lasciati galleggiare in un mare narrativo tremendamente farraginoso e noioso. Sembra quasi di vedere tre o quattro pellicole cucite l’una dopo l’altra per rinvigorire la suspense con iniezioni macabre ad hoc. E la parte fiorentina, che dovrebbe essere la più originale e caratteristica, si risolve in un lungo episodio frigido e supponente, suggestivo solo a livello scenografico.

Ma la differenza più macroscopica rispetto al
Il silenzio degli innocenti
la si trova nella caratura del protagonista. Il doctor Lecter di Demme era il Male assoluto incarnato, immobile e inquietante, al limite dell’astrazione iconica. Qui Hopkins diventa un eroe a suo modo positivo: uccide i cattivi, protegge e flirta spudoratamente con la giovane agente dell’Fbi. Ma la sua onnipotenza è ridotta alla capacità di agire incontrastato, come un qualsiasi criminale di talento. Stavolta fa molta più paura il suo antagonista, Verger, interpretato – dietro una maschera mostruosa – da Gary Oldman. In assenza di spessore filosofico e concettuale, rimangono l’ostentazione dell’orrore, la narrazione diluita, le ambiguità svelate e sottolineate. E tante immagini patinate e frenetiche: il tutto nella migliore e peggiore tradizione di un ex pubblicitario quale Ridley Scott, ormai lontano dagli esiti di
Alien
e
Blade Runner
.

Freddo, accademico, formalista. Tutt’altro che un film cattivo e spiazzante. Al più un po’ cinico e dissacrante.
(anton giulio mancino)

Per sempre

Giovanni è un penalista di successo avvezzo alle avventure extramatrimoniali. Sara è un’affascinante professionista che, per gioco o per rivalsa, vive una dopo l’altra brevi relazioni sentimentali. I due si incontrano e scoppia una passione che dura quattro anni. Giovanni e Sara non fanno progetti a lungo termine e alternano momenti di grande coinvolgimento a repentini distacchi, dovuti più che altro alla particolare indole della donna. Giovanni cerca la svolta: abbandona la famiglia e chiede per la prima volta a Sara di diventare parte della sua vita. La donna tronca immediatamente la relazione senza dare troppe spiegazioni. Per Giovanni è l’inizio della malattia. Inappetente e disperato, comincia un percorso che lo condurrà nel baratro nonostante l’intervento di un bravo e paziente psicologo che cerca di capire le vere ragioni di tanta sofferenza. Ma anche per Sara, dopo la morte dell’ex compagno, cambieranno molte cose.

Per sempre
narra il drammatico percorso di una malattia mascherato da storia d’amore. Alessandro di Robilant si cimenta con un soggetto ideato da Maurizio Costanzo mettendo in scena una vicenda difficile e complicata in cui l’amore assume un ruolo secondario rispetto al malessere esistenziale di un uomo contemporaneo. L’attenzione si focalizza sul tema del «graffio dell’anima»: un trauma, uno strappo che provoca in alcuni individui la completa perdita della coscienza di sé e l’abulia nei confronti della vita. La realtà risulta allora priva di qualsiasi interesse rispetto a quello che si è perso, in questo caso l’oggetto del proprio amore. Giovanni, interpretato in modo convincente da un Giancarlo Giannini per il quale, è lo stesso Costanzo a dirlo, è stata scritta la parte, rappresenta l’universo dei «malati di certezze». Circondato da paletti costruiti in anni di successi professionali e sentimentali, «l’uomo riuscito» non regge il rifiuto sino al punto da lasciarsi morire. A Francesca Neri, nei panni di Sara, ben si addice il ruolo della donna ambigua e sfuggente, apparentemente egoista e crudele. Dietro la maschera della mangiatrice di uomini però, si intravede la paura del legame duraturo e della responsabilità nei confronti dell’altro (chiunque egli sia). Due le malattie messe in scena, quindi. Due le paure. Peccato che a sostenere l’idea tanto attuale della depressione e delle sue cause, non sia giunta un’opera altrettanto convincente. Il regista non è riuscito fino in fondo nel suo intento, quello di analizzare e mitizzare la dialettica tra due persone/entità in conflitto, né tantomeno dal film emergono gli aspetti più significativi della sofferenza causata dalla perdita. Mancano lo slancio iniziale e, in parte, l’affondo psicologico, salvato solo dalla buona prova dei due protagonisti e di Emilio Solfrizzi, qui chiamato a incarnare i panni dello psicoterapeuta. La sceneggiatura, curata ancora da Costanzo con la collaborazione di Laura Sabatino, si regge su rari momenti di interesse anche se alcuni dialoghi appaiono quantomeno forzati.
(emilia de bartolomeis)

Mi manda Picone

A Napoli, un operaio dell’Italsider, tale Picone, si dà fuoco per protesta davanti al consiglio comunale. Dopo il fattaccio, però, il cadavere del poverino non si trova più e la vedova incarica Salvatore, un impiegato dell’obitorio, di ritrovarglielo. Discreta farsa di marca napoletana, con un Giancarlo Giannini perfettamente a suo agio nei panni grotteschi del protagonista. Nell’89, Giannini e la Sastri torneranno a far coppia in
La famiglia Buonanotte
.
(andrea tagliacozzo)

Milano Palermo – Il ritorno

Il contabile della mafia Turi Arcangelo Leofonte, che aiutò la giustizia facendo arrestare diversi membri del clan Scalia, esce di galera dopo undici anni. Rocco Scalia, il figlio del boss ormai morto in carcere, è deciso a vendicare il tradimento di Leofonte e a recuperare il denaro perso dal padre. Decide così di rapire il nipote del contabile conducendolo in Sicilia. Ricomposta la squadra del Questore Aggiunto Nino Venanzio, gli agenti di polizia intraprendono un lungo viaggio verso sud. Sbarcati sull’isola si scontreranno con gli Scalia.

Ternosecco

A Napoli, Mimì, famoso per saper tradurre i sogni in numeri da giocare al lotto, viene ingiustamente accusato dell’uccisione del suocero. In carcere, il poveraccio attira le simpatie di uno dei più potenti boss della camorra che lo fa diventare suo assaggiatore personale. Prima e unica regia di Giancarlo Giannini con un film curioso, completamente sopra le righe, minato da un copione tutt’altro che riuscito.
(andrea tagliacozzo)

Film d’amore e d’anarchia ovvero: stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…

Il bifolco italiano Giannini cerca di assassinare Mussolini nel 1932, e si innamora di una prostituta di un bordello usato come base per l’operazione. Dramma diseguale ma con un suo stile che aiutò la Wertmüller a costruirsi una reputazione negli Stati Uniti.

Una lunga, lunga, lunga notte d’amore

Il film è diviso in sei episodi, tutti ambientati durante la notte del 21 dicembre. Marcello, giornalista in crisi, incontra una ragazza francese alla stazione di Torino. La giovane e provocante Irene scappa di casa, inseguita dai messaggi al telefonino del consorte. L’estetista Egle sta per sposarsi, ma trascorre un’intensa notte d’amore con Gabriele, dipendente gay innamorato di lei. L’ansiosa Carla, che intrattiene una relazione con lo sposato Alfonso, tormenta la sua vicina Cristina con mille ossessioni. Teresa, ventenne con l’hobby della radiotrasmittente, conosce Andrea, un ragazzo appassionato di vela. Infine un bastardino si innamora di una barboncina tenuta in ostaggio dalla sua padrona isterica.

Undici anni dopo
Basta! Ci faccio un film
, Emmer ritorna dietro la macchina da presa. «Scritto e filmato da Luciano Emmer», affermano i titoli di coda. E non può non far piacere questo riaffermare la centralità di una soggettività che si schiera e prende posizione, che si dichiara ed esce allo scoperto. E probabilmente è proprio questa la dimensione più autentica di
Una lunga, lunga, lunga notte d’amore
: un diario intimo polifonico che si focalizza sugli smarrimenti minimi del cuore. Purtroppo, nonostante il tratto volutamente naif di Emmer (l’episodio dei cani), il film denuncia una sfasatura drammatica tra intenzioni, desiderio di perdersi e programmaticità dell’assunto – l’insostenibile pesantezza di amori solo sognati, desiderati – che raramente riesce a farsi anche commozione e progetto di cinema.

Le premesse per una pellicola volutamente sgrammaticata, libera, in grado di intercettare battiti del cuore e fremiti di seduzioni c’erano tutte, ma è come se fossero state inibite dalla consapevolezza di Emmer di dover realizzare una minuscola operina dalle ambizioni inversamente proporzionali alle sue dimensioni. A tutto ciò si aggiunga una sceneggiatura decisamente «troppo scritta» e didascalica. In questo modo, del film di Emmer si finisce per apprezzare solo le nobili intenzioni. Nonostante Jacques Brel.
(giona a. nazzaro)

CQ

Un aspirante cineasta si trova coinvolto nelle vicissitudini produttive di un film di fantascienza incentrato sulle avventure di una sexy eroina modello Barbarella. Sullo sfondo, la dolce vita della Cinecittà psichedelica della fine degli anni Sessanta. Essere figli d’arte ha i suoi vantaggi. Ci si può dedicare, per esempio, tranquillamente alle proprie ossessioni senza dover badare alla vile moneta e magari, se tutto va bene, farci anche un film. Invidia (legittima) a parte,
CQ
appartiene al ristretto novero delle opere realizzate per pochi intimi. In questo caso ci si rivolge a coloro che appena vedono un po’ di carta stagnola usata come effetto high tech pensano subito al magistero di Margheriti, a quelli che sognano in technicolor inseguendo il beat dei due Piero (ossia Piccioni e Umiliani) e che hanno eletto il Diabolik di Mario Bava come loro
Quarto potere
segreto. Se non si partecipa dei moti sentimentali di questo universo (sexy e minoritario) si rischia di fare la fine del recensore di Variety che si chiedeva a chi fosse diretta un’operazione così chiusa e autocompiaciuta. Domanda legittima considerato che
CQ
va ben al di là del citazionismo che affligge il cinema contemporaneo. Coppola Jr. (ri)sogna letteralmente un mondo che ama. Se lo ricostruisce dalle fondamente e come i grandi ossessivi decide di abitare solo la porzione di mondo che gli interessa. E il gioco è talmente dichiarato che anche la critica non può far altro che limitarsi a prendere atto di questa spudorata dichiarazione d’amore. E poi sì: il Diabolik di Mario Bava È un capolavoro…
(giona a. nazzaro)

Darkness

Disarticolata vicenda su una casa stregata, girata in Spagna e certamente penalizzata dal doppiaggio. La Paquin è una ragazzina la cui famiglia si trasferisce in una tetra abitazione e ne scopre l’angosciante passato. La Miramax, distributore americano, indugiò su questo pastrocchio per un paio d’anni, poi ne tagliò 14 minuti e lo fece intempestivamente uscire durante la stagione natalizia. La versione originale spagnola, di 102 minuti, non ha divieti ed è reperibile in video. Super 35.

La bella società

Due fratelli, Giuseppe e Giorgio. Due adolescenti cresciuti senza il padre. Maria la loro giovane e bellissima madre, della quale sono gelosi come fosse la loro donna, con la quale vivono e lavorano in una casa immersa nei campi di grano di una Sicilia arcaica e dura dei primi anni sessanta. Uno splendido e assolato paese dell’entroterra siciliano. Nello, il loro migliore amico, figlio del farmacista e medico del paese, che non combina nulla di buono, sperperando i soldi del padre giocando a carte. Il giovane amante di Maria, giunto da Roma al seguito di una troupe cinematografica, che sparirà nel nulla dopo uno scontro con la gelosia di Giuseppe e Giorgio. L’anziano padre, che disperato e ossessionato, non smetterà mai di cercare il figlio scomparso, fino a diventarne matto. L’incidente che renderà cieco Giorgio da piccolo, che crescerà con a fianco sempre il fratello, diventando dipendente da lui per ogni cosa, anche per l’amore. Caterina, la segretaria del dirigente della Fiat ucciso dalle brigate rosse. La ragazza che i due fratelli da grandi conosceranno a Torino, dove sono andati, dove andranno per tentare un’operazione agli occhi di Giorgio e che porteranno a vivere con loro in Sicilia.

La febbre del gioco

L’ultimo film di Richard Brooks, che negli anni Cinquanta fu una delle vittime più illustri del maccartismo. Ryan O’Neal veste i panni un giornalista sportivo con la mania delle carte e del tavolo verde. Il vizio, che gli ha già procurato parecchi dispiaceri (inclusa la morte della moglie), rischia di metterlo nei guai. Un film poco incisivo, decisamente non all’altezza delle precedenti opere del regista. (andrea tagliacozzo)