The Imitation Game

The Imitation Game

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Una scena del film

Diretto da Morten TyldumThe Imitation Game (2014) è ambientato durante la Seconda guerra mondiale. Il brillante matematico Alan Turing (Benedict Cumberbacht) decide di mettere le proprie abilità al servizio del governo della Gran Bretagna. L’obiettivo è far terminare il conflitto quanto prima, collaborando alla segretissima operazione di decriptazione dei codici segreti nazisti, codificati con la macchina denominata Enigma.

Ma, nonostante le sue eccezionali abilità, Turing è asociale e fa fatica a lavorare con il team impostogli. Solo con la giovane Joan Clarke (Keira Knightley) riesce a entrare un po’ in empatia. E costruisce una macchina che non solo decifrerà il codice segreto nazista Enigma, ma che sarà il primo computer della storia.

Oltre alla rappresentazione della figura di un genio, il film ritrae anche il lato più umano e vulnerabile di Alan Turing, mostrando le sofferenze da lui patite a causa della propria omosessualità. E questo porta gli spettatori a sentirsi coinvolti dalle emozioni, dai sogni e dalle aspirazioni del grande matematico britannico.

Curiosità

  • La pellicola è l’adattamento cinematografico della biografia del 1983 Alan Turing. Una biografia (Alan Turing: The Enigma), pubblicata dopo l’uscita del film anche col titolo Alan Turing. Storia di un enigma, scritta da Andrew Hodges.
  • Candidato a otto premi Oscar, il film si è aggiudicato quello per la Miglior sceneggiatura non originale.
  • I principali candidati per la regia sono stati Ron Howard David Yates. Poi è stato scelto Morten Tyldum.
  • Inizialmente per il ruolo da protagonista si era fatto il nome di Leonardo DiCaprio, ma infine andò a Benedict Cumberbatch, il quale è persino imparentato con Alan Turing nella vita reale. I due, infatti, sarebbero cugini di 17° grado. Inoltre, il padre dell’attore ha frequentato la stessa scuola di Turing, cioè la Sherborne School.
  • Il budget della pellicola è stato di circa 15 milioni di dollari e al 14 maggio 2015 il film ha incassato 227 774 226 $ nel mondo, di cui 91 125 683 negli Stati Uniti.
  • Keira Knightley è stata candidata all’Oscar come Migliore attrice non protagonista per la propria interpretazione nel film.
  • La pellicola ha vinto il titolo di Miglior film agli Empire Awards.

The Wolf of Wall Street

IL CAPOLAVORO DI MARTIN SCORSESE

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MARGOT ROBBIE E LEONARDO DICAPRIO IN UNA SCENA DEL FILM

Gli ultimi due film di Martin Scorsese – The Wolf of Wall Street Silence– raccontano due storie apparentemente agli antipodi, unite però da un tema ricorrente: la folle ambizione. Quella di preservare nella propria fede a scapito di tutto e di tutti e quella di pompare il proprio ego imprenditorial-delinquenziale fino all’eccesso autodistruttivo. Quest’ultima mania è dunque al centro di The Walf of Wall Street. La pellicola è infatti il racconto (tratto da una storia vera) dell’ascesa e del rapido declino del broker Jordan Belfort. L’uomo parte da uno squallido e monotono lavoro di ufficio per poi giungere all’Olimpo della finanza, infrangendo ogni regola e buon senso e trascinando nel gorgo della propria assurda vitalità tutti i sodali. Anche loro si sono trasformati da sfigati travet con la penna sull’orecchio a lupi mannari vestiti Armani avidi di soldi, droga e sesso.

UN PERSONAGGIO-SIMBOLO

In fondo, The Wolf of Wall Street è la storia di una grande rockstar: in confronto al Gordon Gekko di Wall Street– nient’altro che un automa imbrillantinato, simbolo arido di un’epoca e di un’etica arida. Belfort è infatti un incrocio frankensteiniano tra Bernard Madoff e Keith Richards, un guitto comico (degna delle migliori gag di Buster Keaton la scena del viaggio sulla Lamborghini) e un Dioniso sbarcato e perfettamente ambientato nella New York degli anni ottanta. Ovviamente, con il suo sciame personale di ubriachi e baccanti in delirio al seguito. Al posto del vino, il denaro, cuore pulsante di questo film, che nella forma volgare della banconota, del verdone, copre, attraversa, eccita, corrompe quasi ogni scena del film. Un’opera che si guarda con divertito rapimento, ammirati dal coraggio insensato di un personaggio-simbolo. E, inoltre, da quello di un regista che ha deciso di raccontarne e reinventarne le gesta oscene. Ciò, ovviamente, in spregio a qualsiasi rispetto per il nuovo idolo del nostro tempo: il politamente corretto.

Transcendence

Transcendence

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Una scena del film

Il protagonista di Transcendence (2014) è il dottor Will Caster (Johnny Depp), il più importante ricercatore nel campo dell’intelligenza artificiale che lavora per creare la singolarità tecnologica. Si tratta cioè di una macchina che possa combinare l’intelligenza collettiva di tutto quello che è conosciuto con l’intera gamma delle emozioni umane. Lo studioso, tuttavia, viene assassinato da terroristi anti-tecnologici. A volte, però, la morte è solo il principio. La moglie Evelyn (Rebecca Hall), infatti, carica il cervello del marito su un computer, in modo che Will possa in qualche modo rivivere.

Ma con una coscienza umana incorporata, il computer si trasforma presto in una macchina dalle molte e incredibili funzionalità. Troppe funzionalità. Evelyn si renderà conto che ha dato il via a qualcosa di straordinario, ma anche molto pericoloso. E dovrà scegliere se dire definitivamente addio al marito, fermando questo inquietante processo tecnologico, oppure assistere impotente ai nuovi eventi.

Curiosità

  • Le riprese si sono svolte tra Nuovo Messico e California.
  • Per il ruolo di Evelyn, inizialmente fu presa in considerazione l’attrice Kate Winslet, la quale rifiutò a causa di altri impegni. Si pensà dunque a Noomi Rapace, ma la scelta finale fu tra Rooney Mara, Rebecca Hall ed Emily Blunt. La Hall ottenne infine il ruolo nel marzo 2013.
  • Johnny Depp, invece, inizia a negoziare per partecipare al film nel 2012. Viene ingaggiato con un compenso di 20 milioni di dollari, oltre al 15% degli incassi mondiali della pellicola.
  • Per il ruolo di Max furono considerati gli attori Ewan McGregor e Tom Hardy, ma entrambi rifiutarono il progetto per conflitti di programmazione con altre pellicole e il ruolo è andato a Paul Bettany.
  • Prima di ufficializzare il nome di Kate Mara per il ruolo di Bree, fu provata anche l’attrice Alison Brie.
  • Morgan Freeman si unisce al cast nell’aprile del 2013.
  • Tra i tanti attori considerati per entrare nel cast in ruoli principali, ci sono anche James McAvoyTobey MaguireChristian Bale e Jude Law, tutti rimasti fuori dal progetto. Il regista ha anche offerto un ruolo comprimario a Christoph Waltz, che però non è entrato nel cast.

The wife – Vivere nell’ombra

The wife

mame cinema GLENN CLOSE PROTAGONISTA DI THE WIFE - VIVERE NELL'OMBRA evidenza
Una scena del film

Joan Castleman (Glenn Close) è The wife, cioè una moglie devota, bella e tenace. Una donna, inoltre, che ha sacrificato sogni e ambizioni per sostenere la carriera letteraria del marito, Joe (Jonathan Pryce). In più, Joan ha sempre giustificato e perdonato le numerose scappatelle di Joe, accettando di vivere in un matrimonio fatto di soli compromessi. Joe arriva a ottenere il prestigioso Premio Nobel, mentre Joan sopporta di vivere perennemente nella sua ombra. Ma a tutto c’è un limite: esasperata, la donna decide di mettere suo marito di fronte a una scelta.

Che ne sarà dei due? Dopo quarant’anni passati a sacrificare se stessa, riuscirà Joan a riscattarsi e a ricominciare da capo? E come reagirà Joe, abituato ad avere sempre la moglie accanto? Sarà davvero la fine del loro matrimonio?

The wife- Vivere nell’ombra è un viaggio toccante ed emozionante, una celebrazione della donna, dell’autodeterminazione e del riscatto. Diretto dal vincitore dell’Orso d’Argento a Berlino, Björn Runge, il film è l’adattamento della sceneggiatrice Jane Anderson dell’omonimo romanzo di Meg Wolitzer ed è interpretato da Glenn Close, Jonathan Pryce, Christian Slater, Max Irons, Harry Lloyd e Annie Starke.

Glenn Close protagonista

La grande Glenn Close non poteva essere più adatta per questo ruolo. E, dopotutto, per quale ruolo non è adatta? Parliamo infatti di un’attrice talentuosa e versatile, capace di calarsi nei panni dei personaggi più diversi, candidata per ben sei volte ai premi Oscar. Storica la sua interpretazione della perfida Crudelia De Mon ne La carica dei 101 (1996), la “cattiva” Disney con cui sono cresciute intere generazioni. E come non ricordare la sua performance eccezionale in Le relazioni pericolose (1988), accanto a John Malkovich? Inoltre, ha saputo incarnare alla perfezione l’algida e religiosa Férula Trueba in La casa degli spiriti (1993), in cui è “cognata” di Meryl Streep e “sorella” di Jeremy Irons.

Insomma: Glenn Close non ha mai deluso i suoi fan. Di conseguenza, non possiamo che ammirarla di nuovo sul grande schermo, in una nuova interpretazione già definita “la migliore” dal The Hollywood Reporter.

 

Thelma and Louise

Thelma, una casalinga frustrata, decide di prendersi qualche giorno di libertà scorrazzando per le autostrade americane assieme all’amica Louise. Durante una sosta in un night-club, Thelma rischia di essere violentata. Louise uccide l’assalitore e le due si ritrovano improvvisamente ricercate dalla legge. Road-movie tutto al femminile, indubbiamente ben congegnato e realizzato, anche se l’elogio filofemminista sembra studiato a tavolino, non senza un pizzico di furbizia e calcolo commerciale. Comunque brave la Davis e la Sarandon. Il migliore, però, è Harvey Keitel nel ruolo del poliziotto comprensivo.
(andrea tagliacozzo)

Terra Madre

Uomini e donne che nelle loro terra ancora resistono all’incalzare di una delittuosa politica di sfruttamento esasperato e devastante dei suoli fertili, unica risorsa per il cibo di tutti i popoli. Una testimonianza eroica di eterna e leale alleanza con la natura e i suoi frutti. Un’alleanza che non ha barriere di lingue, divisioni di ideologie e religioni, né confini di Stati.

Testimone d’accusa

Giallo forense eccezionalmente efficace tratto da un testo di Agatha Christie. La Dietrich è l’impareggiabile moglie di un presunto assassino (Power). Laughton è al massimo della forma come avvocato della difesa, e la Lanchester deliziosa nei panni della sua pazientissima infermiera. Ultimo film per Power. Sceneggiatura di Wilder e di Harry Kurnitz. Ben sei nomination all’Oscar, tra cui anche Miglior Film e Regia.

The Matador

Julian Noble (Pierce Brosnan) è un assassino professionista. Attualmente si trova a Città del Messico per un ingaggio. Anche Danny Wright (Greg Kinnear) è a Città del Messico per lavoro. Solitamente Danny vive a Denver con la moglie Bean (Hope Davis) e, sebbene attraversino un difficile momento finanziario, dopo dieci anni di matrimonio c’è ancora una buona intesa tra i due. Danny si trova a Città del Messico per un’opportunità di lavoro che potrebbe risollevare la sua situazione economica o trascinarlo ancora più a fondo. Una notte, nel bar dell’albergo, i due uomini si incontrano e…

Tempo di decidere, Il

Due anni dopo uno sfrenato e spensierato viaggio in Malesia, una donna rintraccia due giovani uomini a New York City e comunica loro che se non ritornano, l’amico che hanno conosciuto durante il loro viaggio sarà impiccato per possesso di una quantità di marijuana che in realtà apparteneva a loro. Uno dei rari film contemporanei sulla responsabilità e su una crisi di coscienza, viene indebolito dall’introduzione di una storia d’amore. Comunque rimane interessante, con intense interpretazioni da parte di tutti gli attori. Remake del film francese Forza maggiore del 1990. Super 35.

Three Nuts in Search of a Bolt

Mamie, spogliarellista nevrotica, e i suoi due amici ingaggiano Noonan per fingere disturbi di personalità e ricevere così aiuto psichiatrico a prezzo ridotto dallo strizzacervelli Rodann. Per via di un paio di scene nelle quali Mamie mostra il suo mestiere, il film fu considerato piuttosto scabroso nel 1964; oggi è solo stupido e molto difficilmente potrebbe strappare un divieto ai minori di 13 anni. Alcune sequenze di spogliarello e nudo sono a colori, ma il resto del film è in bianco e nero. Noonan è anche co-sceneggiatore e co-produttore.

Together

Il regista che già ci inflisse nel 1999
Fucking Åmål
è tornato con un nuovo, ecumenico apologo sulla diversità. Lukas Moodysson narra in
Together
le vicende di una donna che abbandona il tetto coniugale con i due figli, per le violenze subite dal marito, ed entra nella comune socialista del fratello. E già questo definisce la furbizia che sottende l’intera operazione. Da un lato si ricuperano gli anni Settanta – uno dei decenni più di moda nel cinema dei tardi anni Novanta – periodo di formazione per buona parte delle attuali leve registiche. Dall’altro, si adottano gli stilemi affermati e diffusi dai cineasti di Dogma: macchina a spalla, sgranature della fotografia, colpi di zoom insistenti. Le soluzioni di regia e l’ambientazione sono solo apparenti deviazioni per una struttura in realtà irreggimentata dagli scambi dialogici della sit-com, capace di frullare e amalgamare ben spinose questioni: la sessualità infantile, la militanza politica, la scelta omosessuale… Ennesimo capitolo di un’inutile normalizzazione del decennio meno conciliato del Dopoguerra. Non a caso, concluso nel film con una partita a pallone nella neve. Ridateci Beckenbauer!
(francesco pitassio)

The adjuster

Audace, provocatoria disamina sul voyeurismo e il potere delle immagini. Tra i personaggi c’è un liquidatore assicurativo (Koteas) che gioca a nascondino con le vite di quelli con cui ha che fare sul lavoro e di sua moglie (Khanjian), un censore che riprende di nascosto il materiale pornografico che sta classificando. Panavision.

Telefoni bianchi

Le aspirazioni di una giovane cameriera veneta (Belli) a diventare un’attrice passano attraverso la scelta del letto giusto. Se poi si tratta di quello del duce, e siamo nell’Italia del 1935, la carriera diventa cosa fatta, almeno fino a quando il regime non crolla e con questo anche i sogni e i successi della diva. Commedia di costume che scivola nella farsa, a tratti anche divertente, ma sostanzialmente uno spreco di talento visto il ricco cast e l’esile sceneggiatura.

The Breed – La razza del male

Un gruppo di amici parte per un week-end di relax. Arrivati sul luogo delle loro brevi vacanze fanno una scoperta agghiacciante: un cadavere dilaniato e ridotto a brandelli. Sarà l’inizio di giorni di terrore per i ragazzi che dovranno affrontare una bestia sanguinaria

The Wrestler

Randy “The Ram” Robinson (Mickey Rourke) era un wrestler professionista di rinomata fama alla fine degli anni Ottanta. Vent’anni dopo tira avanti esibendosi per i fan del duro wrestling nelle palestre dei licei e nelle comunità del New Jersey. Allontanatosi dalla figlia (Evan Rachel Wood), incapace di sostenere un vero rapporto, Randy vive per il brivido dello show, per l’adrenalina del combattimento e per l’adorazione dei fan che gli rimangono. Colto da un infarto durante un combattimento, il dottore gli dice di eliminare gli steroidi e di sospendere i combattimenti. Costretto a lasciare lo show-business, Randy comincia a riflettere sulla sua vita. Prova a riallacciare i rapporti con sua figlia e inizia una relazione con una spogliarellista (Marisa Tomei). Per un periodo le cose funzionano; tuttavia il richiamo della ribalta è troppo forte per lui e Randy si cimenta ancora una volta nel combattimento sul ring.

Traffic

Storia sul traffico di droga tra Stati Uniti e Messico narrata da punti di vista differenti: quello di un poliziotto corrotto, quello di una ragazza con dei problemi che cerca di scappare, quello della moglie di un narcotrafficante e infine quello di un giudice antidroga che si rifiuta di affrontare i suoi problemi famigliari. Soderbergh è anche direttore della fotografia (con lo pseudonimo di Peter Andrews). Oscar per la regia, sceneggiatura non originale (di Stephen Caghan e basata su una serie tv inglese), montaggio (Stephen Mirrione) e miglior attore non protagonista (Del Toro).

The Ring

TRAMA

Una giovane ragazza muore in circostanze misteriose dopo aver visto una strana videocassetta. Il nastro maledetto finisce nelle mani della giornalista Rachel che, dopo aver visionato il video, è vittima di strani e incomprensibili avvenimenti. La leggenda metropolitana è più vera di quel che sembra, Da questo momento ha solo sette giorni per risolvere l’enigma e salvarsi la vita.

mame cinema THE RING - STASERA IN TV L'HORROR DI VERBINSKI Aidan
THE RING: AIDAN (DAVID DORFMAN) HA APPENA VISIONATO IL VIDEO MALEDETTO.

Nel lontano 2002 The Ring ha fatto conoscere a noi occidentali il J-Horror ossia il cinema d’orrore prodotto in  Giappone (e per trazione in tutto il sol levante). Con se ha portato tutta una serie di cliché: fantasmi, maledizioni legate ad oggetti e ragazze dai lunghissimi capelli corvini dai movimenti scattosi e contorsionistici. Il film diretto da Gore Verbinski è infatti il remake del giapponese Ringu di Hideo Nakata del 1998. Ed è forse uno di quei pochi casi in cui il remake è addirittura meglio dell’originale.

Una pellicola che si apre come un teen movie ma che in realtà nasconde una storia morbosa e inquietante riuscendo in pieno nel suo intento principale: spaventare lo spettatore. Una meravigliosa fotografia sui toni del blu e del grigio unita ad una regia ispirata e dai tempi esatti, fanno di The Ring un piccolo cult contemporaneo del genere ghost stories. Molto convincente Naomi Watts nei panni di Rachel e David Dorfman in quelli del piccolo Aidan. Una mensione particolare va alla protagonista dell’intera pellicola, ossia, la videocassetta: una sequela di immagini partorite dal peggiore degli incubi. Assolutamente da brividi!

CURIOSITÀ SU THE RING

Per il ruolo di Rachel vennero vagliati diversi nomi prima di arrivare a Naomi Watts:  Liv Tyler, Nicole Kidman, Jennifer Connelly, Gwyneth Paltrow, Kate Beckinsale. Nel 2005 la Connely sarà la protagonista di un altro remake di un J-Horror, ossia, Dark Water.

La versione DVD di The Ring contiene alcune scene inedite e un’opzione segreta che permette di visionare il video della videocassetta in maniera completa.

Nell’inquietante videotape è possibile sentire la voce di una bambina che canta. Si tratta di una canzone composta da Hans Zimmer appositamente per il film intitolata Samara Song.

Quindi questa sera preparatevi a una bella dose di paura e non perdetevi The Ring di Gore Verbinski alle 21:15 su SPIKE.

Tutta colpa dell’amore

Melanie Carmichael è una giovane stilista dell’Alabama che vive a New York. Il suo fidanzato è in politica, figlio del sindaco della Grande Mela, ricchissimo. Le ha chiesto di sposarlo, ma Melanine deve sistemare una faccenda personale nella sua città natale. Deve divorziare da un uomo che non vede da sette anni. Parte in gran segreto per l’Alabama per fare firmare le carte al suo ex marito. Ritornata nel paese natale, Melanie riscopre gli affetti dell’infanzia e della gioventù e le sue convinzioni sulla vita newyorchese iniziano a vacillare. La vita da cui era scappata anni prima, in fondo, non le appare così malvagia. Fino a quando, un giorno, il suo promesso sposo… Commedia romantica, mielosa e prevedibile, campione d’incassi negli Usa per diverse settimane. Infarcito di luoghi comuni sulla diatriba Nord-Sud,
Tutta colpa dell’amore
ha veramente poco da dire: già dalla prima scena si capisce come sarà il finale e minuto dopo minuto i sospetti di aver buttato via i soldi del biglietto diventano certezza.
(andrea amato)

The Double

Il misterioso omicidio di un senatore degli Stati Uniti, dove appare evidente l’implicazione di un assassino sovietico conosciuto con il nome in codice di Cassius, costringe un agente della CIA in pensione, Paul Shepherdson (Richard Gere), ad allearsi con un giovane agente dell’FBI, Ben Geary (Topher Grace), per risolvere il caso.
Convinto che Cassius sia morto da tempo, dopo aver passato la sua carriera a dare la caccia sia a lui che ai suoi rivali, Shepherdson accetta il caso seppur controvoglia. L’agente Geary, invece, ha studiato la storia di Cassius sin da prima di iniziare la sua carriera all’FBI. Affascinato dalla figura dell’assassino, Geary ha scritto la sua tesi di laurea sul killer sovietico. A differenza di Shepherdson, Gary crede che Cassius sia tornato e abbia ricominciato la sua scia di omicidi.
Mentre Shepherdson e Geary analizzano insieme le scene dei crimini, nuovi indizi vengono svelati: Cassius potrebbe anche non essere la persona che loro credono, e andare all’inseguimento della sua doppia identità potrebbe diventare pericoloso.

Trappola mortale, La

Ford è un detective che diventa criminale in questa storia di omicidio e la Hayworth è molto convincente nel ruolo di una donna di mezza età non più autosufficiente. Uno dei pochi film non western interpretati da Kennedy; adattato da un romanzo di Lionel White da Walter Bernstein. Panavision.

Timerider

Motociclista viene accidentalmente trasportato nel tempo fino al Vecchio West, attorno al 1875… e da qui in poi gli sceneggiatori si sono addormentati. Un buon inizio e un buon cast rimangono sospesi mentre il film precipita. Prodotto e cosceneggiato da Michael Nesmith.

Tobruk

Film d’azione ambientato durante la seconda guerra mondiale, incentrato sul tentativo degli Alleati di distruggere le riserve di carburante di Rommel nel deserto del Sahara. L’esito viene frenato, tra le altre cose, dalla pretenziosità e da un’eccessiva critica sociale. Gordon è anche sceneggiatore. Techniscope.

This Film Is Not Yet Rated

Sagace, spesso divertente documentario incentrato sul sistema di valutazione della Motion Picture Association americana. Incrociando le interviste con precedenti membri dell’associazione, registi (inclusi Kevin Smith, John Waters e Atom Egoyan), manager cinematografici, il regista Dick esplora le pecche del sistema e le accuse di censura imposte dal misterioso comitato. Si tratta anche di una coinvolgente detective story, dopo che il regista decide di assumere una coppia di investigatrici private che usano metodi che Bogart avrebbe adorato per smascherare i membri del comitato dalle labbra sigillate. Inizialmente distribuito con un divieto ai minori di 17 anni, il film è poi uscito senza divieti.

Tifosi

Quattro episodi in puro stile Vanzina, che documentano il fanatismo estremo per la propria squadra del cuore. Per certi versi ricorda molto da vicino il cult Eccezziunale veramente (1982). Qualche risata, ma nulla di nuovo: routine.

Time Trackers

Tiepido racconto di fantascienza su un gruppo che arriva dal futuro per dare la caccia a un genio cattivo che vuole usare i viaggi nel tempo per alterare il corso della storia in suo favore. Beatty è un poliziotto del Novecento raccolto accidentalmente sul percorso. Alcune risate all’inizio, ma la parte ambientata nell’Inghilterra medievale è troppo lunga (in effetti, la maggior parte del film).

Teorema

La tranquilla e agiata esistenza borghese di una famiglia di Milano, composta da padre, madre, due figli e domestica, viene sconvolta dall’arrivo di un misterioso e affascinante ospite. Tutti sono pian piano conquistati dal giovane e questi si presta ad avere rapporti sessuali con tutti. L’edificio della famiglia borghese crolla sotto i colpi del simbolismo pasoliniano in un film affascinante e originale che fece scandalo e fu sequestrato per oscenità. Laura Betti vinse la Coppa Volpi come migliore attrice al Festival di Venezia.
(andrea tagliacozzo)

The Hunting Party – I cacciatori

Il reporter televisivo Simon Hunt e l’operatore Duck hanno lavorato insieme nelle zone di guerra più calde del mondo, dalla Bosnia all’Iraq, dalla Somalia a El Salvador. Ma un giorno terribile, in un villaggio bosniaco, tutto cambia. Durante una trasmissione in diretta su un canale nazionale, Simon ha un crollo. Da quel momento in poi, Duck continua a fare carriera mentre Simon scompare. Cinque anni dopo, Duck torna a Sarajevo – accompagnato da Benjamin, producer alle prime armi – per seguire il quinto anniversario della fine della guerra, quando Simon gli riappare davanti, come un fantasma del passato, con la promessa di un’esclusiva mondiale. Convince Duck di essere a conoscenza del nascondiglio della ‘Volpe’ il criminale di guerra più ricercato della Bosnia.

Ti amo in tutte le lingue del mondo

Gilberto (Leonardo Pieraccioni) è un professore quarantenne di educazione fisica in una scuola superiore di Pistoia ed è sposato con Deborah, bellissima donna che però non perde occasione per mettergli le corna. Abbandonato il tetto coniugale, inizia a convivere con il fratello balbuziente Cateno (Giorgio Panariello) che lavora come bidello nella scuola e che, di nascosto, racconta le disavventure amorose del fratello a tutto il quartiere. Suo malgrado, il professore diventa oggetto delle attenzioni di un’allieva sedicenne, Paolina (Giulia Elettra Gorietti), che lo sommerge di messaggi e bigliettini in cui gli dichiara il suo amore in «tutte le lingue del mondo». L’uomo ovviamente la tiene il più lontano possibile, spaventato dai sospetti del preside della scuola ma soprattutto perché è alla ricerca di una donna che gli faccia passare la cocente delusione subita con Deborah. Per caso, mentre si trova a un party di «scambisti» trascinato dal disinibito collega di matematica, conosce la bella Margherita (Marjo Berasategui), psicologa degli animali, e se ne innamora. Nel frattempo, le attenzioni di Paolina si fanno sempre più insistenti, fino a quando una serie di fortunate coincidenze condurrà ognuno verso la felicità.

La brillantezza visiva e interpretativa de
Il ciclone
è ormai lontana. Con
Ti amo in tutte le lingue del mondo,
il regista e attore toscano abbandona le vicende lineari e racconta storie d’amore complicate e contorte in un divertente gioco di sentimenti e situazioni, poi riunite nel naturale happy ending. È senza dubbio questo il lato più originale della pellicola che riesce, senza troppe pretese, a divertire lo spettatore ben disposto alla «veracità pieraccioniana» e alla facile risata. Un opportuno cambio di registro: Pieraccioni ha confezionato un prodotto di ampio respiro che potenzialmente potrà piacere a un pubblico assai diversificato per età e gusto, sia per la varietà dei personaggi caratterizzati, sia per le circostanze trattate. I colpi di scena non mancano, così come le performance d’eccezione: il preside della scuola è infatti interpretato da Francesco Guccini che, pur non brillando in qualità d’attore, risulta simpatico nel ruolo di controllore.

Una pellicola su cui il regista punta molto e che non teme la spietata concorrenza dei film natalizi d’Oltreoceano. Pieraccioni per l’occasione non perde il vizio del cabarettista e cerca la risata del pubblico ogni trenta secondi con battute a raffica e, nonostante le reticenze dei prevenuti, molti in sala non riescono a trattenersi: almeno una volta la risata liberatoria scappa a tutti. Non un capolavoro di comicità, ma un buon prodotto di intrattenimento che, sotto gli influssi spensierati del Natale nostrano, aiuterà la digestione a suon di risate.
(mario vanni degli onesti)

Tuta blu

Pellicola drammatica, dura e appassionante, vede protagonisti tre autotrasportatori (Pryor, Keitel e Kotto: grandi performance) che scoprono di essere stati venduti dal proprio sindacato. Debutto alla regia per Schrader.

Tocco del male, Il

Un poliziotto della squadra omicidi di Filadelfia investiga su una serie di brutali delitti, ma è lento nel comprendere che ci potrebbe essere una spiegazione sovrannaturale di come e perché vengono commessi. Ibrido di fantasy e thriller poliziesco non del tutto riuscito, nonostante l’atmosfera sinistra e la buona prova del cast. Ci si mette troppo a capire dove sta andando a parare, e il finale sovverte le stesse “regole di base” stabilite dal film. Panavision.

Tartarughe Ninja 3

I nostri abbandonano le fogne per il Giappone feudale e aiutano i ribelli locali a battere un nobile cattivo. Non è I sette samurai (neanche I sette minuti che contano di Russ Meyer), ma quelli cui ancora importa troveranno una saga delle tartarughe più matura, comprensiva di una lezione di Raffaello sui pericoli della violenza. Proprio come a Woodstock, amici!

The Hi-Lo Country

Dopo la seconda guerra mondiale la stirpe dei cowboy di razza sta tramontando, soppiantata dai grandi allevatori che non si servono più di loro se non come manovalanza asservita. Big Boy e Pete si sforzano di resistere al signorotto locale, condividono tutto e rischiano di scontrarsi per amore di una donna. Tuttavia le vere insidie non riguardano la rivalità in amore e nemmeno la conflittualità con il padrone, ma sono concentrate invece nel nucleo familiare del protagonista. Il mondo dei cowboy e dei loro complessi rapporti con la controparte femminile, visti da un osservatore esterno che privilegia un taglio distaccato e fatalista: è questo il vero contenuto di un film che andrebbe visto più come saggio antropologico sui cowboy piuttosto che come western. In questa prospettiva,
The Hi-Lo Country
è probabilmente il più sottovalutato e moderno racconto sul crepuscolo del mito della frontiera americana realizzato negli ultimi anni. Stephen Frears, che l’ha diretto (e a cui è molto affezionato, tanto da sceglierlo come uno dei suoi film preferiti all’ultimo festival di Taormina) è un cineasta inglese trapiantato stabilmente negli Stati Uniti, che poco o niente sa del vecchio West. E così ha finito per trasformare questo vecchio progetto di Sam Peckinpah – tratto da un romanzo di Max Evans, scritto da Walon Green (lo sceneggiatore de Il mucchio selvaggio) e prodotto da Martin Scorsese – in uno spaccato sociale che non rinuncia però a un sincero omaggio ai vecchi film con John Wayne, con Woody Harrelson che gli fa il verso rivelando anche un inedito sottofondo di sventata fragilità e di comprensione nei confronti delle donne.
(anton giulio mancino)

Trappola in alto mare

Con uno stratagemma, Strannix, ex agente dei servizi segreti americani, sale a bordo della Missouri, una corrazzata armata con missili nucleari, e con l’aiuto di un commando di pochi uomini ne prende possesso. Ma il cuoco, Casey Ryback, che anni prima si era distinto nella guerra del Vietnam, darà filo da torcere ai terroristi. Nonostante i limiti interpretativi (ed espressivi) di Steven Seagal, il film è veloce, divertente e ricco d’azione. Tommy Lee Jones tornerà a collaborare con il regista Andrew Davis l’anno seguente in Il fuggitivo, grazie al quale vincerà l’Oscar come migliore attore non protagonista. (andrea tagliacozzo)

Tre giorni per la verità

Opera introspettiva sull’incapacità di un uomo di accettare la morte della giovane figlia per guida in stato di ebbrezza, accaduta sei anni prima. Si metterà sulle tracce del killer, appena uscito di prigione. Serio e tetro, ma approssimativo e mai troppo commovente. Penn ha scritto la sceneggiatura originale; sua madre (Eileen Ryan) interpreta la cliente di una gioielleria e suo padre (Leo Penn) lo skipper di un peschereccio.

Tin Cup

Ritratto di un giocatore professionista di golf in declino, gestore di un malmesso campo di golf per allenamento, stimolato a gareggiare all’U.S. Open per far colpo su una donna — impegnata con un suo antico rivale. Problema: si prende sempre quello che vuole, invece di rispettare le regole. Costner e la Russo sono affascinanti ma questa commedia lunga e ridondante ha veramente molto poco da dire, e si prende proprio tutto il tempo per giocare tutte le diciotto buche. Cosceneggiato dal regista Shelton. Panavision.

Tutti i nostri desideri

Claire è un giovane magistrato di Lione: un giorno davanti a lei, in tribunale, compare la madre di una compagna di classe di sua figlia, “strozzata” dal sovraindebitamento. Decide allora di coinvolgere Stéphane, giudice esperto e disincantato ma sensibile al problema, nella sua battaglia contro le derive del credito al consumo. Tra lei e Stéphane nasce qualcosa: il desiderio di cambiare le cose e un legame profondo, ma soprattutto l’urgenza di vivere questi sentimenti.

Texas Rangers, The

Un giovane si unisce a una recente formazione di Texas Rangers per vendicare la morte della propria famiglia, diventando l’aiutante dell’enigmatico leader della squadra (McDermott). Bel montaggio per un western in Widescreen che purtroppo soffre di una storia banale e derivativa. Tra le giovani star, Van Der Beek è il migliore, mentre Molina si diverte nel ruolo di un cattivo sghignazzante. Rimasto in attesa di uscita per circa due anni. Panavision.

The Call – Non rispondere

Un gruppo di amiche, studentesse universitarie, a Tokyo, un giorno cominciano a ricevere dai loro cellulari, prima una strana suoneria, poi un urlo disumano, infine un messaggio postdatato che indica alla proprietaria del telefono l’ora della sua morte. In poco tempo, tre ragazze muoiono nei modi più terrificanti e attorcigliati. La terza, inoltre, in maniera clamorosamente mediatica: durante una ripresa televisiva, quando un esorcista cerca inutilmente di liberarla dal supposto malocchio.

È impossibile proseguire oltre, in una vicenda in cui tutto succede e niente è chiaro: né chi sia a uccidere dall’oltretomba, né perché, né chi siano le poverette malcapitate tutte graziose e tutte uguali (oppure a noi occidentali così sembrano). Di fatto, il regista, che cerca di sostituire tutta la cianfrusaglia generica degli horror classici, aggiornandola alle ossessioni contemporanee, fa del cellullare lo metafora dell’ultima chiamata: è il display che ti annuncia
l’ora tua fatale.
Naturalmente, come in tutti i film che si rispettino, c’è la ragazza, ultima predestinata e il giovanotto che la protegge, che si amano e che alla fine riusciranno a risolvere il rebus.

Loro lo risolvono, ma non noi, che non riusciamo a capire assolutamente un tubo, neppure chi cavolo sia la bambina infernale, oltreché asmatica, tramite cui accadano simile efferatezze e perché tre povere diavole innocenti vengano così massacrate. Quale è il legame e il senso? Bisognerebbe poi chiedere al regista,
Takashi Miike
– già nominato dal
Time Magazine
tra i dieci migliori registi del momento (e non ci resta che sperare che il momento passi presto) – perché considerare l’asma una malattia diabolica e gli asmatici degli indemoniati. Alla fine, il
Takashi Miike
e il suo sceneggiatore devono aver capito di avere imbastito un guazzabuglio assolutamente incomprensibile e idiota, oltre che noioso, perché non riescono a comunicare il minimo soprassalto di paura, ed ecco che moltiplicano le urla esagitate e le figurazioni fantasmatiche: apparizioni di donne bruciate che si squamano, mani repellenti che agguantano, bocche sanguinolenti che sputano caramelle di ribes… Allora ripiegano sull’arma dell’ironia: nelle ultime scene non si deve capire dove finirà quel coltello che la protagonista ha in mano, mentre bacia il suo ragazzo, già coltellizzato prima, e sorride. Il tutto, poi, girato con sequenze così lunghe e protratte da far sembrare quelle di Angelopoulos uno spot. Da un po’ di tempo, registi incapaci di sorreggere un film per intero, dentro il genere prefisso o i generi prefissi e commisti, credono di risolverlo abilmente con la chiave dell’ambiguità, della citazione, dell’ammicco e dell’ironia. Troppo comodo.

(piero gelli)

Terzo grado

A un giovane e inesperto assistente al procuratore distrettuale (Hutton) viene assegnata l’indagine su un incidente in cui un poliziotto stradale veterano (Nolte) ha ucciso un tossico portoricano… e ben presto lui stesso si ritrova immerso nella corruzione fino al collo. Questa storia crudamente realistica, grafica, ben recitata rallenta man mano che procede, e si trascina verso una conclusione sempre più prevedibile. Lumet ha tratto la sceneggiatura dal romanzo di Edwin Torres. Il brano Don’t Double — Cross the Ones You Love di Rubén Blades concorre davvero al titolo di peggior canzone tratta da un film negli anni Novanta.

Turista per caso

La vita di Macon Leary (William Hurt) autore di guide pratiche per turisti, viene sconvolta dalla morte del figlio di dieci anni, ucciso durante una sparatoria in un supermercato, e dal conseguente abbandono della moglie (Kathleen Turner). L’improvviso incontro con la svampita Muriel (Geena Davis), però, sembra portare una ventata di freschezza nella sua grigia esistenza. Un film triste e malinconico, a tratti perfino disperato (le sequenze tra Hurt e Kathleen Turner), ma illuminato da frequenti digressioni umoristiche. Ottima la sceneggiatura, tratta dal libro di Anne Tyler e scritta dallo stesso Kasdan in collaborazione con Frank Galati. Una rivelazione la Davis, premiata con l’Oscar 1988 come miglior attrice non protagonista.
(andrea tagliacozzo)

The Messenger

Aspettando il congedo che gli permetterà di dare l’addio definitivo all’arma, l’ufficiale William Montgomery, appena rientrato dall’Iraq, viene assegnato al servizio di notifica alle famiglie dei caduti. Affiancato dal Capitano Tony Stone, sarà testimone delle più disparate reazioni dei parenti delle vittime e rimarrà attratto da Olivia Pitterson, la moglie di uno di loro…

Tekken

In un futuro apocalittico, il genere umano morirà a caua della potente corporation di Tekken. Jim Kazama (Jon Foo), un ragazzo che si iscrive al torneo organizzato da Tekken però, diventa una nuova speranza per il mondo intero.

Transamerica

Felicity Huffman, sii mia amica! L’attrice americana, ben conosciuta in Italia come la manager-mamma-casalinga-disperata-di-nuovo-manager Mrs. Scavo, va oltre il metodo Stanislawsky nell’interpretazione di Bree, un transessuale in attesa dell’operazione che finalmente lo libererà dal corpo che non sente proprio da quasi vent’anni. Si può dire diciassette, in effetti. Ossia l’età del figlio che scopre all’improvviso di avere, e che non immaginava neppure di aver concepito. Lei (lui) così a disagio nel suo corpo di uomo, lei che ha già affrontato decine di piccole operazioni dolorose e costose, umiliazioni e crudeltà, riceve la telefonata che mai avrebbe voluto ricevere a solo una settimana dall’ultima operazione che le permetterà finalmente di vivere come vorrebbe: libera e (forse) felice.

La chiamano da New York, suo figlio si è messo in qualche guaio, e ha bisogno di lei. Il suo “sbaglio” la reclama, e lei non può sottrarsi per non rischiare di perdere il nulla osta all’operazione di cambio del sesso. Prende una pausa dai suoi due lavoretti con i quali sopravvive e vola a incontrarlo, senza svelare chi sia. Inizia qui un viaggio di ritorno da una costa all’altra verso Los Angeles assieme al figlio ignaro che vuole cercare fortuna a Hollywood, attraverso la provincia americana più chiusa e meno scintillante che conosciamo.

Goffa, timida, con vestiti fuori moda che la invecchiano, mal truccata, Bree è una dolce tenera sfigata. Non solo il suo essere transessuale fa sì che l’america puritana in cui sbarca il lunario la respinga, ma lei è pure una perbenista bacchettona che si imbarazza perfino quando deve andare in bagno, e si inventa giri di parole per dirlo perché si vergogna.

A complicare tutto appare Toby, suo figlio, che è il suo esatto opposto. Disinibito sessualmente, sboccato, variamente tossico, pensa all’inizio che Bree sia un membro di qualche congregazione religiosa, e accetta il passaggio in macchina da New York a Los Angeles solo perché non ha i soldi per andarci altrimenti. Il confronto fra i due è l’ossatura principale di questo film intelligente e ben girato, divertente e drammatico, triste e gioioso.

La provincia americana fa paura, alle volte, e il pregiudizio e l’ignoranza emergono anche da chi può sembrare più aperto al dialogo e a comprendere l’altro da sé. Non solamente Bree, ma la stessa Felicity Huffman se ne rende conto di persona nel tour di presentazione del film e nei vari talk show ai quali partecipa. E il suo approccio all’interpretazione, da Actor’s Studio, la segue poi anche nelle interviste, alle quali risponde imbarazzata e non complice alle battute grevi e da ?macho? (uno per tutti: David Lettermann).

Strepitosa dunque la Huffman (buono anche il doppiaggio rispetto all’originale), e bravo Kevin Zegers (Toby): bello, sporco e sudaticcio, alle volte estremo, ricorda il giovane Leonardo DiCaprio nei suoi primi ruoli da adolescente difficile. Bella e adeguata infine la colonna sonora country.
Si esce dal cinema danzando.

(gerardo nobile)

Three Stooges in Orbit, The

Scienziato pazzo (Sitka) inventa un marchingegno simile a un carrarmato, in grado di volare e galleggiare. Gli Stooges per sbaglio lo mettono in azione e lo lanciano contro alcuni invasori da Marte, con le conseguenze note al pubblico dei più giovani.