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The Hi-Lo Country

Dopo la seconda guerra mondiale la stirpe dei cowboy di razza sta tramontando, soppiantata dai grandi allevatori che non si servono più di loro se non come manovalanza asservita. Big Boy e Pete si sforzano di resistere al signorotto locale, condividono tutto e rischiano di scontrarsi per amore di una donna. Tuttavia le vere insidie non riguardano la rivalità in amore e nemmeno la conflittualità con il padrone, ma sono concentrate invece nel nucleo familiare del protagonista. Il mondo dei cowboy e dei loro complessi rapporti con la controparte femminile, visti da un osservatore esterno che privilegia un taglio distaccato e fatalista: è questo il vero contenuto di un film che andrebbe visto più come saggio antropologico sui cowboy piuttosto che come western. In questa prospettiva,
The Hi-Lo Country
è probabilmente il più sottovalutato e moderno racconto sul crepuscolo del mito della frontiera americana realizzato negli ultimi anni. Stephen Frears, che l’ha diretto (e a cui è molto affezionato, tanto da sceglierlo come uno dei suoi film preferiti all’ultimo festival di Taormina) è un cineasta inglese trapiantato stabilmente negli Stati Uniti, che poco o niente sa del vecchio West. E così ha finito per trasformare questo vecchio progetto di Sam Peckinpah – tratto da un romanzo di Max Evans, scritto da Walon Green (lo sceneggiatore de Il mucchio selvaggio) e prodotto da Martin Scorsese – in uno spaccato sociale che non rinuncia però a un sincero omaggio ai vecchi film con John Wayne, con Woody Harrelson che gli fa il verso rivelando anche un inedito sottofondo di sventata fragilità e di comprensione nei confronti delle donne.
(anton giulio mancino)

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