Hamlet

L’immortale opera del Bardo, nell’interpretazione filologicamente corretta di Branagh, vive di alti e bassi. L’aggiornamento della vicenda alla seconda metà del XIX secolo smorza “a prescindere” eventuali critiche a un cast modaiolo. Jacobi (Claudio), la Christie (Gertrude) e la Winslet (Ofelia) ne escono a testa alta, benché Branagh caratterizzi la messa in scena con lo stesso approccio sopra le righe tipico di tanti suoi film. Molto discontinue anche le comparsate delle “guest star”. Splendidamente fotografato in 70mm da Alex Thomson. Panavision Super 70. Quattro nomination agli Oscar.

Troppo bella per te!

Bernard, agiato venditore di automobili, è l’invidiatissimo marito della bellissima Florence che lo ha reso padre di due figli. Quasi inspiegabilmente, Bernard s’innamora della scialba e poco attraente Colette, sua nuova dattilografa. Curioso e divertente lo spunto, anche se il film perde decisamente colpi nella seconda parte, a dispetto dalla buona prova degli interpreti. Blier aveva già diretto Depardieu in Preparate i fazzoletti, una commedia surreale del 1977. (andrea tagliacozzo)

Una donna molto speciale

Ottimo banco di prova per la Rowlands nei panni di una vedova, i cui figli sono già grandi, che corre in soccorso di una giovane e stramba vicina di casa e del figlio di cui si prende cura; presto i due sviluppano un forte legame basato sul reciproco bisogno che hanno l’uno dell’altra. Piacevole film alla cui scrittura ha partecipato il regista Nick Cassavetes (figlio di Gena Rowlands e John Cassavetes). Depardieu (anche co-produttore), recita l’unica parte a lui assicurata.

Ciao maschio

A New York, il giovane Lafayette decide di adottare uno scimpanzé come se fosse suo figlio. Quando Angelica, la ragazza con la quale convive, rimane incinta, Lafayette sente di non poter sopportare la responsabilità di diventare padre. Metafora sulla decadenza del maschio moderno (come suggerisce fin troppo chiaramente il titolo) realizzata, come spesso capita al regista, con toni estremamente pesanti. Ferreri firma la sceneggiatura assieme a Gérard Brach (assiduo collaboratore di Roman Polanski) e a Rafael Azcona.
(andrea tagliacozzo)

Nathalie…

Le crisi coniugali al tempo della telefonia cellulare non possono che scoppiare a causa di un messaggio inequivocabile trovato sulla segreteria telefonica. Così deflagra la crisi lungamente incubata tra la coppia borghese formata da Catherine
(Fanny Ardant)
e Bernard
(Gérard Depardieu).
Nel piatto
ménage
interviene – per volontà di Catherine, ferita ma ancora innamorata del marito – Marlene/Nathalie
(Emmanuelle Béart),
affascinante
entreneuse
in un locale situato nei pressi dello studio dove Catherine esercita la professione di ginecologa. Marlene/Nathalie è incaricata di «abbordare» Bernard senza rivelargli né la sua professione, né – tanto meno – chi paghi le sue prestazioni. Al termine di ogni incontro la prostituta dovrà riferire dettagliatamente a Catherine…

All’inizio sembra una banale storia di corna, sia pure impacchettata nell’umido grigiore di una Parigi autunnale che Anne Fontaine ci mostra, con sapiente raffinatezza, quasi solo attraverso i suoi interni borghesi, decisamente
retrò.
Poi entra in scena Béart, sguardo da cerbiatta in corpo da
putain
e il film si rivela per ciò che è: un appagante coro recitativo di tre grandi attori del cinema d’Oltralpe. Non basta tuttavia per far guadagnare punti al film, che si mantiene su un registro di qualità medio-alta, senza però neppure raschiare il tetto del sublime. E quel finale a sorpresa (ma non troppo) inferisce un colpo basso alla già vacillante virilità dell’Uomo (e pure dell’uomo Depardieu). Distribuisce l’Istituto Luce.

Guarda alcune

immagini
tratte da
Nathalie…

(enzo fragassi)

Jean Florette

Il film è ambientato negli anni Venti. Jean De Florette si stabilisce assieme alla famiglia su una proprietà, ereditata alla morte di un parente, che il suo vicino, Papet, vorrebbe fare sua. Per sabotare le iniziative agricole del nuovo arrivato, Papet ottura una preziosa sorgente d’acqua. Buon adattamento de
L’acqua delle colline
di Marcel Pagnol (diviso in due parti: la seconda s’intitola
Manon
delle sorgenti), interpretato con grande classe da Montand e, soprattutto, da un memorabile Gérard Depardieu. Eccellente anche il cast di contorno.
(andrea tagliacozzo)

L’abbuffata

In un piccolo e suggestivo borgo calabrese, un gruppo di quattro giovani amici decide di girare un film e in questo modo sconvolgere la vita della cittadina. Dalla banda del paese al cinico regista “guru” (Diego Abatantuono) ritiratosi a vita da eremita, dalle zie che aspettano ancora l’amor al professore d’inglese (Nino Frassica), dal parroco alla barista (Donatella Finocchiaro), per finire alle stelle del mondo del cinema, al di là dei confini della Calabria, tutti rimangono coinvolti dall’energia, dalla magia e dalla semplicità con cui i quattro ragazzi vogliono costruire un presente e un futuro diverso. E per la grande stella (Gérard Depardieu) che ha accettato generosamente di atterrare in Calabria, in compagnia della fidanzata (Valeria Bruni Tedeschi) per girare il loro film, i giovani amici con l’aiuto di tutto il paese prepareranno una grande festa.

City of Ghosts

Jimmy (Matt Dillon) è indagato negli Usa per una truffa assicurativa e decide così di fuggire alla ricerca del suo capobanda, Marvin (James Caan), con cui è legato da un rapporto particolare. Jimmy arriva così in Thailandia a Bangkok, ma scopre che Marvin è in Cambogia a mettere in piedi uno dei suoi soliti traffici, dopo aver fatto affari con un gruppo di mafiosi russi senza scrupoli. Jimmy è costretto così a seguirlo e a intraprendere un percorso tortuoso in un paese sconosciuto e ostile. Dopo essere stato coinvolto in una brutta storia di imbrogli e assassini, Jimmy trova Marvin, ma anche qualche altro guaio inaspettato… City of Ghosts, che ha segnato il debutto alla regia dell’attore Matt Dillon, è il primo film occidentale girato quasi interamente in Cambogia dai tempi di Lord Jim (1964). Un thriller realizzato in una splendida cornice, con molti personaggi affascinanti. Faccendieri stranieri, avventurieri, ladri, prostitute, alcolizzati, Dillon ci propone uno spaccato squallido, forse un po’ romanzato, ma di grande effetto, soprattutto visivo. Un film che sfiora i temi della redenzione, del rapporto padre figlio, della delinquenza davanti a tutto. Da molti punti di vista una pellicola che tocca corde facili, ma realizzata con molta personalità e stile. Bella e affascinante la fotografia, non banale il montaggio, un film gustoso soprattutto per chi ha visitato la regione indocinese. Il soggetto forse non è dei più originali e anche i colpi di scena risultano un po’ prevedibili, ma nel complesso un film che si lascia vedere. Divertente il personaggio di Depardieu. (andrea amato)

Asterix e Obelix: missione Cleopatra

Siamo nel 52 avanti Cristo e in seguito a una scommessa tra Cleopatra e Giulio Cesare, l’architetto Numerobis deve costruire un palazzo imperiale in tre mesi di tempo. Scoraggiato dall’impresa, l’egiziano si ricorda di un racconto di suo padre riguardo un druido gallo e di una pozione magica. Trovato il gallo e la pozione, Numerobis porta i suo nuovi amici in Egitto: Asterix, Obelix, Panoramix e il piccolo cagnolino Idefix. La pozione funziona e i lavori procedono a gonfie vele, fino a quando… Secondo episodio della serie ispirata ai fumetti francesi e rispetto al primo film la qualità migliora, anche perché era decisamente impossibile peggiorare. La svolta è stata quella di togliere spazio ai due beniamini, fortemente sotto tono, e di giocare più sul contrasto tra presente e passato, che a volte, con giochi di parole e gag, si mischiano. Non certo un capolavoro, ma divertente per i più piccoli. Per i grandi, invece, da non perdere una splendida Bellucci-Cleopatra e una Lenoir-Dammenukis, bellissima ancella della regina che fa perdere la testa ad Asterix. Per il resto poco altro. (andrea amato)

Vatel

Il principe di Condé cerca di recuperare il credito perduto organizzando tre giorni di grandi festeggiamenti per celebrare il passaggio di Luigi XIV nelle sue terre. Si affida a Francois Vatel, il più grande maestro di cerimonie dell’epoca che, fra problemi di ogni tipo, organizza tutto alla perfezione. Fin dalla sequenza d’apertura, Vatel si presenta come un movimento inesausto di cose, persone e sguardi. Mentre la macchina da presa percorre i lussuosi ambienti del castello del principe, sfilano tanti personaggi indaffarati senza un motivo e, sullo sfondo, una teoria di suppellettili annuncia il tema del film (sbalordire attraverso lo sfarzo). Tutta questa agitazione sembra il frutto di una paura più che di una precisa volontà. Come i personaggi alla corte del re di Francia, Roland Joffé sembra preda delle bizze di un pubblico dalle non ben definite forme e dai gusti tanto instabili che solo un pot-pourri di immagini ed effetti può soddisfare. Perfetto emblema del superfluo al cinema, Vatel – un Depardieu, maestro di cerimonie al servizio di un principe che deve stupire un re per salvarsi dai debiti (la panoplia di autorità sembra ricalcare il numero padroni che l’operazione ha avuto) – è una buona immagine del ruolo che il cinema della Gaumont arriva a ritagliarsi. Come a dire: l’imitazione della peggior Hollywood.
(carlo chatrian)

La maschera di ferro

La maschera di ferro

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Leonardo DiCaprio in una scena del film

Liberamente ispirato al romanzo Il visconte di Bragelonne (1848) di Alexandre Dumas, La maschera di ferro è un film del 1998 ambientato nella Francia del XVII secolo. Il re Luigi XIV (Leonardo DiCaprio) non si cura delle sofferenze del suo popolo e solo D’Artagnan (Gabriel Byrne) è rimasto al suo servizio. Gli altri tre moschettieri si sono infatti ritirati da tempo. In questo clima di tensione, inoltre, aleggia un mistero. Un prigioniero sconosciuto pare sia nascosto nelle prigioni reali: il suo volto è celato da una maschera di ferro. Chi è questo individuo? Si tratta di un amico o di un nemico del re? E, soprattutto, avrà una qualche influenza sul regno?

Una reinterpretazione della storia, una versione inquietante degli eventi; così si potrebbe forse definire La maschera di ferro. Tuttavia, quale che sia l’opinione sulla trama in sé, un attore versatile come Leonardo DiCaprio non può non coinvolgere gli spettatori nelle vicende narrate.

Curiosità

  • Il film è stato girato interamente in Francia: Lione, Le Mans, Vaux-le-Vicomte, Fontainbleau, Taureau, La Ferté-Alais e Pierrefonds.
  • Il regista è Randall Wallace.
  • Aramis, Athos e Porthos sono interpretati rispettivamente da Jeremy Irons, John Malkovich e Gerard Depardieu.
  • Inoltre, la regina Anna è interpretata da Anne Parillaud.
  • La figura di Luigi XIV è stata oggetto di molte rappresentazioni artistiche, televisive e cinematografiche. Infatti, il famoso Re Sole è il protagonista della serie tv Versailles, attualmente disponibile su Netflix.
  • Randall Wallace non è solo il regista del film, ne è anche lo sceneggiatore.
  • Leonardo DiCaprio si aggiudicò i Razzie Awards del 1998 nella categoria Peggior coppia.
  • La colonna sonora del film è stata composta da Nick Glennie-Smith.

La machine – Un corpo in prestito

L’esperimento dello scienziato Depardieu funziona meglio del previsto e scambia la sua mente con un killer psicopatico di donne. Variante francese ricca di suspense e ben congegnata su un vecchio tema. Buona la regia, ancor meglio la recitazione. Dal romanzo La Machine di René Belletto.

La vie en rose

Presentato in apertura del Festival di Berlino 2007, il film ripercorre la straordinaria esistenza della cantante Edith Piaf (1915-1963), dagli esordi in povertà fino ai trionfi internazionali. Dotata di una voce e un carisma fuori dell’ordinario ma penalizzata di un fisico gracile e non aggraziato che le valse il soprannome di “passerotto”, visse una storia d’amore con il pugile Marcel Cerdan che si concluse tragicamente. Morì non ancora cinquantenne, di polmonite. Premio Oscar come miglior attrice protagonista a Marion Cotillard. 

Due fuggitivi e mezzo

Per trovare i soldi necessari a curare la figlioletta, un disoccupato rapina una banca. Durante la fuga, l’uomo prende in ostaggio un rapinatore appena uscito di prigione. La polizia identifica erroneamente l’ex detenuto come autore del crimine. Leggero, ma divertente, con una coppia d’interpreti che funziona a meraviglia. Lo stesso Veber nel 1989 realizzerà un remake americano del film, inevitabilmente inferiore a questo, con Nick Nolte e Martin Short nei ruoli qui interpretati rispettivamente da Depardieu e Richard. (andrea tagliacozzo)

Novecento

In un paese della Bassa Emiliana, agli albori del Novecento, Alfredo, futuro erede dei possedimenti terrieri di famiglia, nonostante i privilegi di casta stringe amicizia con Olmo, figlio di una contadina e di padre ignoto. Nel secondo atto del film, girato contemporaneamente al primo, le vicende politico-sentimentali dei protagonisti – tra i quali spiccano De Niro e Depardieu – si dipanano negli anni che vanno dall’inizio del secolo alla seconda guerra mondiale. Sullo sfondo, le lotte contadine, il fascismo e la Resistenza. Bertolucci, un cast d’eccezione e la splendida fotografia di Vittorio Storaro danno vita a un racconto epico e spettacolare, anche se non sempre il regista riesce a coniugare le esigenze dello spettacolo con il discorso politico in un’ambiziosa e didattica Storia della lotta di classe in Italia.
(andrea tagliacozzo)

Danton

Anno 1793: i destini della rivoluzione francese dipendono dagli esiti del duello tra l’intransigente Robespierre e il passionale Danton. Quest’ultimo viene trascinato in tribunale, al giudizio del popolo. Sontuosa ricostruzione storica che il regista polacco Wajda ha tratto dal dramma teatrale della connazionale Byszewska. Non è difficile scorgere tra le righe un parallelo tra gli avvenimenti della Rivoluzione e la situazione politica in cui all’epoca versava la Polonia. Appassionata e coinvolgente l’interpretazione di Depardieu nei panni del protagonista. (andrea tagliacozzo)

Germinal

Imponente adattamento del classico di Emile Zola del 1884, riesce a raccontare sia l’epopea di una desolata comunità rurale, sia la storia della povera famiglia di un minatore (Depardieu). L’azione comincia con un giovane in cerca di lavoro (interpretato dal cantante francese Renaud, al suo debutto come attore) che incita alla rivolta i lavoratori di un villaggio di minatori, risvegliando la coscienza politica della gente. Impressionante la rievocazione storica, ma a volte i personaggi sembrano un po’ finti. È tuttavia impossibile non sentirsi coinvolti. Già girato in Francia nel 1963. Panavision

Il clan dei marsigliesi

Tratto da «Lo scomunicato (L’excommunié)», un romanzo ambientato nella malavita francese degli anni Trenta e Quaranta scritto dallo stesso regista. Il noto gangster Robert finisce in prigione per avere ucciso diversi rivali malavitosi durante un cruento scontro a fuoco. In carcere ritrova Xavier, un vecchio amico, con il quale progetta di evadere. Inferiore ai film precedenti di José Giovanni, piccolo maestro del noir alla francese.
(andrea tagliacozzo)

L’ultima vacanza

Una commessa che dalla vita ha avuto solo bocconi amari scopre di essere gravemente malata, con un solo mese di vita a disposizione. Decide quindi di concedersi un’ultima vacanza in quel di Parigi. Qui si trasformerà in una donna energica e vitale e troverà anche l’amore.

Novecento

Travolgente spaccato dell’Italia del XX secolo, incentrato su due famiglie in contrasto. Un film ambizioso e potente che creò uno straordinario scompiglio anche in America, dove uscì in una versione di 243 minuti. Il restauro del 1991 sembra ancora discontinuo, ma le immagini — poderose e bellissime — compensano una durata oppressiva.

L’apparenza inganna

Dal regista de La cena dei cretini , una commedia degli equivoci tipicamente francese. François Pignon, un uomo grigio e depresso, viene licenziato dall’azienda di profilattici in cui lavora da vent’anni. Un suo vicino di casa gli suggerisce di fingersi omosessuale per evitare il licenziamento. Questa dichiarazione sconvolge completamente la sua vita: risolve il problema con il figlio che lo ignorava, dimentica l’ex moglie che lo faceva soffrire, suscita interesse nei colleghi che fino ad allora l’avevano ignorato. Il primo tempo regge abbastanza la buona idea del soggetto, ma finisce per banalizzare ogni cosa e si risolve con un lieto fine davvero zuccheroso. Un buon cast sfruttato male. (andrea amato)

Mio padre che eroe

Il quarentenne André parte per una vacanza alla isole Mauritius assieme alla figlia adolescente, Veronique. Interessata a un giovane studente, la ragazza finge di essere maggiorenne e spaccia il padre come il suo amante. Per compiacere la figlia, André decide di stare al gioco. Nel 1994, Gérard Depardieu ha girato un rifacimento americano del film per la regia di Steve Miner. Entrambe le versioni sono piuttosto fiacche e prevedibili, anche se tra le due è da preferirsi questa diretta da Gèrard Lauzier, leggermente più vivace e meno stereotipata.
(andrea tagliacozzo)

Una pura formalità

In una notte di pioggia, un fuggiasco viene arrestato e condotto in uno sperduto commissariato. Lui afferma di essere lo scrittore Onoff, ma il commissario lo irretisce con una serie di domande e trappole. Onoff si contraddice e non riesce a ricordare, mentre ancora si ignora l’identità della vittima…Il miglior film di Tornatore, il più sotterraneo e anche il più autobiografico. Se l’idea dell’arte è ancora mistificata e la ricerca del sublime un partito preso, mai il cinema di Tornatore è stato così dolorante, così spudorato e morboso (forse solo in
Malèna
, ma con esiti opposti). Straziante, con una sceneggiatura insolitamente compatta senza che venga tirato in ballo il solito folklore siculo, e proprio per questo assai vicina alla grande letteratura isolana di Pirandello, Pizzuto, Bufalino. Un film di morte, un giallo metafisico inconsueto nel cinema italiano.
(emiliano morreale)

Concorrenza sleale

Roma, dalle parti del Vaticano, 1938. Accanto all’antica sartoria di Umberto Melchiorri apre il merciaio Leone Simeoni. Vende vestiti confezionati e dozzinali, ha uno stile spregiudicato, coi clienti ci sa fare. È ebreo. Col vicino è subito concorrenza spietata: ma quando gli effetti delle leggi razziali cominciano a farsi sentire, Umberto passa dalla parte giusta.

Fin dalle prime immagini (un bimbo che sembra tanto uno sceneggiatore fa un riassunto dello stato dei personaggi e dell’intera Italia nel 1938), il nuovo film di Scola materializza i peggiori timori della vigilia: didascalico, lento, farcito fino a scoppiare di zeppe narrative, dominato da due gigioni che rimangono altrettante macchiette. Si può capire l’indignazione e la voglia di comunicare alle giovani generazioni, ma tutto ciò non giustifica la demagogia (il fratello scemo e parassita che diventa fascista in quanto scemo e parassita) e la sciatteria (i personaggi si perdono per strada, e si ha l’impressione che interi blocchi narrativi siano stati rimossi all’ultimo momento). Il resto, a partire dal solito valzerino di Trovajoli, è risaputo. Ma lo spettatore, sebbene provato, sfotte pur sempre con dolore. Fa male pensare che il regista di questo film sia lo stesso del capolavoro
Una giornata particolare
.
(emiliano morreale)

Il colonnello Chabert

Notevole film in costume, adattato da un romanzo di Balzac, sul tardivo ritorno di un ufficiale creduto morto nelle guerre napoleoniche e le conseguenze sulla cosiddetta vedova (che stava usando la sua eredità per aiutare la carriera del secondo marito). Ben recitato e con un buon montaggio, ma i costumi sono un po’ troppo inamidati; il regista Angelo, qui al suo esordio, è lo stimato direttore della fotografia di Tutte le mattine del mondo e di Un cuore in inverno. Julie Depardieu è la figlia di Gérard.

Diamond 13

Mat, esperto agente di polizia, scopre che il suo più caro amico, Frank, è stato coinvolto in un enorme traffico di stupefacenti.  Mat metterà a rischio la sua carriera e la sua vita per tentare di salvare l’amico, cercando di neutralizzare la più potente organizzazione criminale di Parigi.

1492 – La conquista del Paradiso

L’esploratore Cristoforo Colombo è convinto di poter raggiungere la Cina viaggiando per mare verso occidente. Il progetto, respinto dai dotti dell’università di Salamanca, interessa all’armatore Martin Alonzo Pinzon, che si dichiara disposto, con l’appoggio della regina di Spagna, a finanziare la spedizione. Ambizioso, sfarzoso, ma irrimediabilmente vuoto e privo di momenti emozionanti, nonostante il gusto figurativo del regista e l’evidente impegno di Depardieu. Il film è stato realizzato contemporaneamente a
Cristoforo Colombo: la scoperta
, dedicato allo stesso argomento.
(andrea tagliacozzo)

Bon Voyage

Un’attrice famosa, uno scrittore alle prime armi da sempre innamorato dell’attrice (come un giornalista spia), un ministro che da poco subisce il fascino della diva (sempre lei), un delinquente, un fisico di fama, la sua assistente… È la vigilia dell’occupazione tedesca di Parigi, 1940. Un drappello di persone si ritrova a scappare a Bordeaux perché la situazione della capitale è incerta e pericolosa. Si ritrovano (quasi) tutti all’albergo Splendid. Dove le storie si intrecciano, tra amori improbabili, fughe, spie, possibili armi atomiche, sequestri…

Bella, lieve, divertente e colta commedia stile anni Quaranta questo
Bon Voyage
firmato dal francese Jean-Paul Rappeneau
(Cyrano De Bergerac, L’Ussaro sul tetto).
In un momento storico terribile e angoscioso, la vita – pur frenetica – della capitale francese scorre con la leggerezza di una diva del cinema, Viviane, una bella e ironica Isabelle Adjani dagli occhioni sempre spalancati e i lunghi capelli ondulati con frangetta corta corta sulla fronte. Del ministro Beaufort, un perfetto Gérard Depardieu, che nel bel mezzo del dramma trova il tempo per amoreggiare con la bella attrice. E del mite Frédéric, lo scrittore, interpretato da Grégori Dérangère, che dopo aver passato la vita a inseguire il sogno di un amore con l’attrice che gliene ha fatte passare di tutti i colori (compresa la galera e un’accusa per un omicidio mai commesso) capisce che la vita – l’amore – è altrove. Un po’ noir, un po’ commedia romantica, un po’ film di spionaggio,
Bon Voyage
è sostenuto da una sceneggiatura frizzante e divertente, da un ritmo incalzante (tutte le storie si intersecano e si concludono alla perfezione), da una fotografia fantastica e da altrettanto bei costumi d’epoca. Da segnalare anche la colonna sonora. Tanti i rimandi al cinema che fu, quasi un omaggio a quella stagione (non a caso
Bon Voyage
comincia in una sala cinematografica e si conclude proprio in un cinema con la parola «Fin» che chiude anche la pellicola nella pellicola) con le atmosfere ora di
Casablanca
ora di Lubitsch. Undici nomination per i César 2004.
(d.c.i.)

I santissimi

Depardieu e Dewaere sono due rozzi delinquenti che si comportano come ragazzini nonostante l’età: commettono crimini insignificanti, terrorizzano e si dividono le donne. Spassosa, spigliata e a tratti poetica disamina sull’alienazione. La Moreau compare per poco nelle vesti di una ex-truffatrice che se la intende coi due ragazzi.

La carica dei 102

Scontati tre anni di carcere a causa delle malefatte commesse nel primo episodio, Crudelia DeMon sembra essere un’altra persona. Ricondizionata dal dottor Pavlov, non odia più i cani: anzi, si è trasformata nel più strenue difensore della causa cinofila. Il problema, non previsto dall’insigne Pavlov, è che il Big Ben ha il potere di decondizionare coloro che sono stati curati con la sua terapia. Il che, considerato che i fatti si svolgono a Londra, non è proprio una cosuccia da niente… Stephen Herek, regista del capostipite, aveva suo malgrado già detto tutto a proposito dell’adattamento live action dei classici cartoon Disney: meglio lasciar perdere se non si desidera rischiare la classica «brutta figura». Kevin Lima, regista del buon
In vacanze con Pippo
e del non disprezzabile
Tarzan
, almeno sulla carta sembrava garantire qualcosa di più del pessimo Herek. Errore: anche
La carica dei 102
è una «brutta figura». Nonostante i suoi precedenti lavori si concentrassero con grande acume (e divertimento) sull’antropomorfizzazione del cartoon, non gli riesce il giochino inverso: cartoonizzare la carne (d’altronde già Bugs Bunny – in
The Bugs Bunny Movie
– citava Charlie Chaplin, il quale a proposito dei Looney Tunes affermava: «Come possiamo competere con loro? Questi non hanno bisogno di tirare il fiato!»). Probabilmente è questo il motivo per cui tutto il film è attraversato da una malsana vena grottesca, che denuncia implacabilmente il disagio del regista con la materia narrativa. La stilizzazione dei personaggi è talmente esasperata che, lungi dal favorire una deriva iperrealistica, finisce per accontentarsi della più vieta stereotipizzazione. I buoni sono irritantemente buoni, i cattivi sono banalmente sopra le righe. Il banchetto canino potrebbe benissimo essere frutto di un’indigestione di Ken Russell, ma certo non permette al film di elevarsi al di sopra delle proprie carenze.

Il finale (la classica reazione a catena ambientata in una fabbrica, tipica dei cartoon), replica di quello del film di Herek, vede Glenn Close sottoporsi a un altro terrificante tour de force di umiliazioni fisiche (con tanto di sputo canino), ma non possiede nemmeno un’oncia dell’inventiva grafica di un film sbagliato – ma se non altro energico – come
Un topolino sotto sfratto
. Senza contare che è veramente deprimente vedere Depardieu rendersi così ridicolo. Irritante poi il sopravvalutato Paolantoni che – figurarsi! – doppiando in napoletano il pappagallo Garibaldi riesce a strappare gli unici sorrisi del film (ma è pochissima roba). Chissà perché i cosiddetti produttori di «film per bambini» continuano a pensare che i bambini siano mediamente più idioti di un idiota adulto medio.
(giona a. nazzaro)

Stavisky il grande truffatore

Uno strano esperimento. Doveva essere un’operazione commerciale, che ripercorreva un celebre scandalo finanziario della Francia degli anni Trenta, e per giunta con un divo come Belmondo. Un film provocatoriamente classico e limpido, tutto dolly e carrelli, in anni dominati da zoom e macchine a mano. Ma in realtà è un’opera complicata e segreta, in cui i paralleli storici (Stavisky e Trotskij in esilio) e le premonizioni (l’Europa alle soglie della catastrofe, e Stavisky che ironicamente mostra «il re nudo») costituiscono dei rimandi misteriosi e paralleli. Alla fine ne risulta una riflessione sugli enigmi e le trappole della Storia, sulla Storia come truffa e inganno. Un intreccio di eventi e situazioni, un’atmosfera di tristezza e minaccia: un film che riesce a trasmettere, se non la tragedia della Storia, almeno la sua malinconia.
(emiliano morreale)

CQ

Un aspirante cineasta si trova coinvolto nelle vicissitudini produttive di un film di fantascienza incentrato sulle avventure di una sexy eroina modello Barbarella. Sullo sfondo, la dolce vita della Cinecittà psichedelica della fine degli anni Sessanta. Essere figli d’arte ha i suoi vantaggi. Ci si può dedicare, per esempio, tranquillamente alle proprie ossessioni senza dover badare alla vile moneta e magari, se tutto va bene, farci anche un film. Invidia (legittima) a parte,
CQ
appartiene al ristretto novero delle opere realizzate per pochi intimi. In questo caso ci si rivolge a coloro che appena vedono un po’ di carta stagnola usata come effetto high tech pensano subito al magistero di Margheriti, a quelli che sognano in technicolor inseguendo il beat dei due Piero (ossia Piccioni e Umiliani) e che hanno eletto il Diabolik di Mario Bava come loro
Quarto potere
segreto. Se non si partecipa dei moti sentimentali di questo universo (sexy e minoritario) si rischia di fare la fine del recensore di Variety che si chiedeva a chi fosse diretta un’operazione così chiusa e autocompiaciuta. Domanda legittima considerato che
CQ
va ben al di là del citazionismo che affligge il cinema contemporaneo. Coppola Jr. (ri)sogna letteralmente un mondo che ama. Se lo ricostruisce dalle fondamente e come i grandi ossessivi decide di abitare solo la porzione di mondo che gli interessa. E il gioco è talmente dichiarato che anche la critica non può far altro che limitarsi a prendere atto di questa spudorata dichiarazione d’amore. E poi sì: il Diabolik di Mario Bava È un capolavoro…
(giona a. nazzaro)

Per sesso o per amore?

Daniela e una splendida prostituta d’alto bordo che lavora in un locale a luci rosse nel quartiere di Pigalle, a Parigi. Una sera un cliente, forte di una vincita milionaria al lotto, le propone di diventare la sua donna per centomila euro al mese. Daniela all’inizio è titubante ma poi si lascia convincere dai modi gentili del misterioso spasimante e lo segue nel suo appartamento. I due danno vita a una relazione dolce ma non del tutto sincera. Celandosi dietro il pudore e la riservatezza, entrambi hanno qualcosa da nascondere e alla fine si ritrovano costretti a confessare i propri segreti.

Green Card – Matrimonio di convenienza

Per ottenere la Green Card e restare negli Stati Uniti, il francese George sposa l’americana Bronte, che ha bisogno di un marito per ottenere un appartamento in quel di Manhattan. L’intenzione dei due è di non rivedersi più una volta celebrate le nozze, ma le indagini dell’ufficio immigrazione costringono George e Bronte a una convivenza forzata di qualche giorno. La trama sembrerebbe a prima vista banale. Peter Weir, invece, riesce a trarne una piacevole e raffinata storia d’amore, oltre ad evitare le trappole del facile sentimentalismo. Meno interessante, comunque, dei film del periodo australiano o di pellicole successive come Fearless . (andrea tagliacozzo)

Cyrano de Bergerac

Trasposizione cinematografica dell’opera teatrale di Edmond Rostand, candidata all’Oscar 1990 come miglior film straniero. Cyrano, noto per il suo enorme naso ma anche per la sua abilità di spadaccino, non osa confessare il suo amore alla cugina Roxanne. La ragazza, intanto, lo prega di prendersi cura del giovane Christian, un cadetto del quale è innamorata. Il film, sfarzoso ed elegante, avrebbe probabilmente meritato la prestigiosa statuetta, andata poi allo svizzero
Il viaggio della speranza
. Se non altro per l’interpretazione di Depardieu (anche lui candidato all’Oscar), che nel ruolo di Cyrano fornisce una delle sue migliori prove d’attore.
(andrea tagliacozzo)