Magnificat

Secolo X dopo Cristo: alto medioevo. È la Settimana Santa e i riti della Passione sono in pieno svolgimento. Avati ci guida a seguire cinque vicende puramente medioevali, all’insegna della superstizione, il timore di Dio, l’ignoranza, la legge della prevaricazione. Un boia con un aiutante inesperto, una concubina che cerca di avere un figlio maschio, un frate che censisce i monaci deceduti, un re libertino in punto di morte, due giovani sposi che devono sottostare allo jus primae noctis. Da molti è considerato il miglior film di Pupi Avati e senza dubbio non è un’opinione fuorviante.

La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone

Con la complicità di una prostituta viene organizzato un tiro a un ricco barone, per convincerlo a convertirsi al cristianesimo e donare il suo patrimonio in beneficenza a un finto convento. Un film grottesco e atipico, sicuramente godibile e specchio del talento del giovane (allora) regista.

Dichiarazioni d’amore

Dodo, adolescente, nel primo dopoguerra si innamora di una coetanea, che non riesce mai ad avvicinare. Trent’anni dopo sono entrambi quarantenni e alle prese coi propri fantasmi. Un film corale sulla piccola borghesia italiana, ben orchestrato e impietosamente preciso nel suo ritrarre una società in fase di cambiamento.

Festa di laurea

Negli anni ’50 un mite pasticciere viene chiamato da una signora dell’alta borghesia a organizzare la festa di laurea della figlia. L’impresa è ardua, ma l’uomo, segretamente innamorato della donna, accetta. Commedia dolceamara realizzata con grande cura dei particolari da Pupi Avati. Merito del regista se il film, nonostante il soggetto, non scade mai nel patetico, malgrado qualche momento un po’ prevedibile. (andrea tagliacozzo)

L’amico d’infanzia

Arnold conduce uno show televisivo facendosi paladino della giustizia e contrario all’ipocrisia dei personaggi pubblici. Però anche lui ha uno scheletro nell’armadio e il suo amico Eddie decide di ricordarglielo, anche per vendicarsi di un grave torto subito. Un thriller psicologico di poco spessore, girato negli Stati Uniti.

Ma quando arrivano le ragazze?

Gianca e Nick, ventenni bolognesi, si conoscono a Perugia durante lo stage per giovani musicisti di Umbria Jazz. Gianca suona il sax e cerca di non deludere le aspettative di un padre che ha rinunciato alle sue velleità artistiche per diventare un affermato consulente finanziario, Nick ha scoperto da poco il suo amore per la tromba ma è dotato di una tecnica ancora approssimativa. La comune passione fa nascere prima una forte amicizia e poi un gruppo jazz che servirà da rampa di lancio per il talento naturale di Nick. Messo di fronte a una mediocrità artistica che la grande passione non riesce a mascherare, Gianca segue lo stesso percorso del padre e sposa Francesca, la ragazza dei suoi sogni.
Pupi Avati al suo meglio. Prendere o lasciare. Chi non ha mai apprezzato il lavoro del regista bolognese non cambierà certamente idea guardando questo film dal forte taglio autobiografico. I fan dell’autore di Regalo di Natale troveranno invece nella pellicola, svolte con leggerezza ma in maniera tutt’altro che superficiale, tutte le tematiche care al suo cinema: l’amore, l’amicizia, il tradimento. Paolo Briguglia (Gianca, alter ego cinematografico di Avati) e Claudio Santamaria (Nick) sono una coppia assai ben assortita e Vittoria Elisa di Rivombrosa Puccini non è soltanto bella. Johnny Dorelli convince nel ruolo del patetico padre del protagonista e anche i personaggi di contorno (gli altri membri della band) sono qualcosa in più di semplici macchiette, ognuno con la sua storia, solo accennata ma intrigante. Il miglior film italiano di queste prime settimane del 2005. (maurizio zoja)

Storia di ragazzi e di ragazze

Nel 1936, a Porretta Terme, si festeggia il fidanzamento della figlia di piccoli proprietari terrieri con un giovane borghese di Bologna. In un’atmosfera festosa i numerosi invitati manifestano i reciproci sentimenti e le loro vicende personali. Tipico prodotto del periodo intimista di Pupi Avati: indubbiamente ben confezionato e con un cast di tutto rispetto, ma quasi stucchevole nel suo calligrafismo minimale. Nastro d’argento 1990 ad Avati per la miglior regia. (andrea tagliacozzo)

Tutti defunti… tranne i morti

Un misterioso libro profetizza che la morte di nove membri della famiglia Zanetti darà le indicazioni per trovare un tesoro nascosto. Ben presto i decessi iniziano a verificarsi, ma… dietro a tutto ciò c’è un inghippo, orchestrato dalla scaltra marchesina Ilaria. Una discreta commedia con tinte horror-noir.

Il cuore altrove

Bologna, anni Venti. Nello è un imbranato neoinsegnante, trasferito di fresco in città. È in cerca della donna della sua vita e, infatti, la trova: una bellissima ragazza non vedente. Si innamora follemente di lei e la asseconda in ogni capriccio, fino a perderla, rassegnandosi a trascorrere il resto della vita in solitudine. Un Avati in forma, che torna alla dimensione a lui più congeniale: il ritratto di personaggi di provincia. Godibile.

Fratelli e sorelle

Dopo 22 anni di matrimonio gloria scopre i tradimenti del marito e lo pianta per recarsi a Saint Louis, dalla sorella. Porta con sé i due figli. Dei due, il piccolo Francesco tenterà di tenere unita la famiglia, mentre tutto crolla. Pellicola di valore non eccezionale, che vede il debutto di Stefano Accorsi.

Una sconfinata giovinezza

Lino Settembre e sua moglie Chicca vivono una vita coniugale serena, priva di gravi turbolenze, entrambi soddisfatti della professione che svolgono: lui prima firma della redazione sportiva de Il Messaggero e lei docente di Filologia medievale alla Gregoriana. L’unica angustia che ha accompagnato i venticinque anni del loro matrimonio la mancanza di figli. Mancanza che anzichè rischiare di compromettere la loro unione l’ha misteriosamente rinsaldata. L’oggi però, in modo totalmente inatteso, riserva loro un’occasione di somma preoccupazione.

 

 

La via degli angeli

In pieno ventennio fascista, è tempo di primavera sull’appennino bolognese. Come ogni anno il primo sabato della stagione è grande festa a Castel del Vescovo e tutti vanno a divertirsi. Ines va a festeggiare, sperando di trovare l’uomo della propria vita e si innamora del figlio di un antiquario. Pellicola dalle aspirazioni tipicamente avatiane, ma piagata da molta retorica.

Bordella

Il segretario di Stato americano Kissinger, idolo dalle donne, annuncia una sua iniziativa: intende fondare un’azienda multinazionale che produca e distribuisca sesso e felicità. Un suo emissario di origini sicule fa un sopralluogo a Milano per sondare il terreno e avviare una casa di tolleranza di cui possano fruire le signore milanesi, che accolgono l’idea con entusiasmo. Film mediocre: una commedia all’italiana piuttosto scollacciata e con ambizioni (rimaste tali) di ritrarre la confusione di una società in via di cambiamento.

Noi tre

Un Mozart adolescente in viaggio di studio in Italia, assapora le gioie di un ambiente informale e spontaneo, opposto a quello rigido e legato all’etichetta in cui solitamente vive. Una pellicola romantica e sognante, in cui storia e fantasia si fondono, per un risultato decisamente godibile.

Sposi

Cinque coppie di sposi o aspiranti tali, che esplorano difficoltà, situazioni peculiari, desideri e fallimenti. Pellicola non esaltante, dal sapore minimalista e piccolo-borghese. È dedicata all’attore Nik Novecento, morto a soli 23 anni.

La cena per farli conoscere

Già nel cast di numerosi b-movie, Sandro Lanza (Diego Abatantuono) è un attore di soap opera sul viale del tramonto. Sottopostosi a un intervento di chirurgia plastica per compiacere un’attricetta con cui ha una relazione, si ritrova sfigurato, con un occhio spalancato che è costretto a celare sotto occhiali scuri per evitare il ridicolo. Licenziato dalla produzione della soap, inscena un finto suicidio. In ospedale viene raggiunto dalle tre figlie (Violante Placido, Vanessa Incontrada e Inés Sastre), avute da donne diverse e tutte e tre infelici, ognuna per ragioni diverse…

Avati prende spunto da una leggenda metropolitana (una pausa forzata che Ugo Tognazzi avrebbe dovuto imporsi dopo un intervento estetico finito male) e ritrova i toni amarognoli e malinconici che gli sono cari per raccontare il declino di un attore. Ma poi finisce per prendersela con la televisione ei reality e perde l’occasione di offrire ad Abatantuono (finalmente senza barba e straordinariamente in parte) l’occasione per raccontare davvero la miseria umana di un certo ambiente “artistico”.

Gli amici del bar Margherita

Bologna, 1954. Taddeo (Pierpaolo Zizzi), un ragazzo di 18 anni, sogna di diventare un frequentatore del mitico Bar Margherita che si trova proprio sotto i portici davanti a casa sua. Con uno stratagemma, il giovane diventa l’autista personale di Al (Diego Abatantuono), l’uomo più carismatico e più misterioso del quartiere. Attraverso la sua protezione, Taddeo riuscirà ad essere testimone delle avventure di Bep (Neri Marcorè), innamorato della entra îneuse Marcella (Laura Chiatti); delle peripezie di Gian (Fabio De Luigi), aspirante cantante e vittima di uno scherzo atroce; delle follie di Manuelo (Luigi Lo Cascio), ladruncolo e sessuofobo; delle cattiverie di Zanchi (Claudio Botosso), l’inventore delle cravatte con l’elastico; delle stranezze di Sarti (Gianni Ippoliti), vestito giorno e notte nel suo smoking e campione di ballo. Pernon parlare del contesto dove Taddeo vive con mamma (Katia Ricciarelli) circuita dal medico di famiglia e il nonno (Gianni Cavina) che perde invece la testa per una prosperosa maestra di pianoforte (Luisa Ranieri). Ma alla fine, Taddeo che tutti chiamavano “Coso” ce la farà ad essere considerato uno del Bar Margherita.

Avati disegna il solito universo arcaico di perdenti di provincia tra ricordi, amarezze, sentimenti, disillusioni. Ma il copione, inevitabilmente episodico, stavolta è tirato via in più di una situazione, tra fellinismi spudorati e un’inquietante misoginia. Colonna sonora di Lucio Dalla.

Aiutami a sognare

Un musical intrigante, originale e irresistibilmente nostalgico su un affascinante pilota americano, Franciosa, che durante la seconda guerra mondiale si nasconde in una fattoria insieme alla Melato e i suoi figli. Un inno a un’America idealizzata, ricco di belle canzoni d’epoca e impreziosito dalle coreografie di Hermes Pan.

Zeder

Un aspirante romanziere scopre gli appunti di uno scienziato reietto riguardanti i terreni K, in grado di resuscitare i defunti che vi si seppelliscono. Indaga insieme alla moglie e scopre l’orribile verità. Un horror romagnolo, dalla medesima ispirazione di La casa dalle finestre che ridono, molto teso e intrigante, che in qualche modo anticipa il concept di Pet Sematary (il romanzo di Stephen King, poi divenuto film). Da vedere.

Bix – Un’ipotesi leggendaria

La storia di Leon Bix Beiderbecke, uno dei più grandi musicisti jazz di tutti i tempi, morto nel 1931 a soli 28 anni. Il suo più grande amico, il violinista italoamericano Joe Venuti, ripercorre la sua carriera, costellata di successi, ma anche da tantissime delusioni. Film ambizioso, ma poco riuscito. La vita di Bix aveva già ispirato un altra pellicola di ben altro livello, Chimere, realizzata nel 1950 da Michael Curtiz con uno splendido Kirk Douglas nel ruolo del protagonista. (andrea tagliacozzo)

La seconda notte di nozze

Liliana, vedova bolognese, è in difficoltà economiche; si trasferisce così nella masserizia del cognato in Puglia, portando con sé il figlio. Il cognato in gioventù era innamorato di lei e l’arrivo della donna farà risvegliare antichi sentimenti sopiti, creando scompiglio in famiglia. Una delle migliori prove di Avati degli ultmi anni.

Il testimone dello sposo

Commedia romantica piacevole e piena di calore, ambientata a cavallo fra Ottocento e Novecento in una piccola città della provincia italiana. La vicenda prende corpo il 31 dicembre 1899 (data simbolica!): una giovane donna rifiuta all’ultimo secondo di sposarsi con un ricco uomo d’affari, e si innamora del testimone dello sposo. Sceneggiatura del regista.

La rivincita di Natale

Sono passati quindici anni da quando, durante la notte di Natale, quattro ex amici delusi dalla vita si ritrovarono intorno a un tavolo da gioco per spennare un presunto pollo rivelatosi in realtà un astuto giocatore professionista. Al termine di quella partita uno di loro si alzò dal tavolo dopo aver perso cinquecento milioni. Quindici anni dopo ha la possibilità di rifarsi. Lo stesso gioco, gli stessi cinque giocatori. Chi vincerà stavolta?
Girato con gli stessi protagonisti di allora, La rivincita di Natale è il sequel di Regalo di Natale (1986), la pellicola che diede il via alla seconda parte della carriera di Diego Abatantuono dopo i fasti, si fa per dire, dei vari Attila ed Eccezziunale veramente. Quindici anni dopo, nessuno sta meglio di allora, anzi. Pupi Avati racconta cinque piccoli uomini allo sbando, pronti a tradire, oggi come allora, pur di togliersi dai guai. Si ride, più che altro si sorride, molto amaro. Inevitabile, almeno inizialmente, prendere le parti del personaggio interpretato da Diego Abatantuono, colui che uscì con le ossa rotte dalla prima partita. Ma il modo in cui insegue la sua rivincita mette ansia e malinconia, così come il comportamento dei suoi ex amici. Numerosi i colpi di scena, inseriti nella sceneggiatura con la consulenza di Giovanni Bruzzi, esperto di gioco d’azzardo, bluff e affini ed egli stesso ex biscazziere. Fino all’esito finale della partita e del film, tutt’altro che un lieto fine. (maurizio zoja)

Ultimo minuto

Walter Fabbroni è l’anziano mister di una squadra di calcio che non vince da tempo. Viene ingaggiato un nuovo presidente che licenzia Fabbroni. Il suo sostituto, però, ha risultati ancora peggiori e l’anziano allenatore viene richiamato. Nella partita decisiva del campionato un attaccante della squadra (amante della figlia di Fabbroni) accetta una mazzetta per pilotare la partita a sfavore della squadra, ma la partita viene vinta ugualmente grazie a un giovane che l’allenatore decide di far giocare. Un discreto film sul mondo del calcio e sulla rivincita di un uomo, dai consueti toni amari e malinconici di Avati.

Il figlio più piccolo

Un imprenditore truffaldino, mosso dal suo attaccamento al denaro, porta la sua holding verso il fallimento. Nel tentativo di salvare il salvabile, segue il consiglio del suo disonesto commercialista intestando al figlio la proprietà delle società in pericolo.

Avati vorrebbe sferzare l’Italia della corruzione e dei “furbetti” alla Ricucci, e al tempostesso riflettere su ciò che resta della famiglia in una società dominata dal culto del denaro. Ma tutti i personaggi sono caricature sopra le righe, privi di agganci con la realtà: il padre mostruosamente cinico, la madre ex-sessantottina suonata, e soprattutto lo sprovveduto Baldo, ennesima incarnazione del ‘fanciullino’ inetto alla vita tanto cara al regista. Molta pubblicità per l’esordio di De Sica in un ruolo drammatico: non strafà, ma è mal servito da una sceneggiatura sbrigativa e piena di buchi.

L’arcano incantatore

Bologna, anno 1750. Il seminarista Giacomo vacilla nella fede e ingravida una giovane. Dopo il fatto fugge e trova asilo presso un monsignore scomunicato, che vive in un misterioso maniero, pieno di misteriosi e terrificanti segreti. Un ritorno di Avati alle sue origini, per un film di genere ricco d’atmosfera.

Il nascondiglio

22 dicembre 1957. Nel corso di una violenta tormenta di neve, una grande casa isolata in una cittadina dell’Iowa è sconvolta da un terribile delitto. Cinquantacinque anni dopo, in quella medesima abitazione rimasta chiusa per mezzo secolo, una donna di origini italiane decide di aprire un ristorante. È appena uscita dalla clinica psichiatrica dove è stata ricoverata per quindici anni in seguito al suicidio del marito, ed è decisa a costruirsi una nuova vita, ma non appena mette piede nell’edificio, i fantasmi del passato tornano a tormentarla.

Sembra un horror anni Settanta, con un cast di caratteristi dolorosamente invecchiati. Ma Avati evita il soprannaturale e sceglie la soluzione più crudele, beffando la sua eroina. Anacronistico e con varie ingenuità, è privo del sentimentalismo vischioso di un regista a cui preti e suore, inconsciamente, fanno più paura dei fantasmi.

I cavalieri che fecero l’impresa

Anno di grazia 1271. Luigi IX il Santo è perito durante la settima crociata e le sue spoglie, lungo la strada di ritorno per la Francia, vengono bloccate in Italia. Cinque cavalieri, scoperta l’ubicazione della presunta Sacra Sindone (a Tebe, in Grecia), decidono di recarvisi, attraversando l’intera Italia per strapparla ai traditori del Regno di Francia che la custodiscono impropriamente. E sarà per loro un’avventura fuori dal comune.
Il Medioevo di Pupi Avati è un luogo spirituale, una sorta di «posto delle fragole» tosco-emiliano, una dimensione fantastica priva di autentico spirito storiografico. E ciò nonostante I cavalieri che fecero l’impresa ostenti la consulenza storica di Franco Cardini, esattamente come per Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud veniva vantata quella di Jacques Le Goff. Gli storiografi, dietro operazioni nemmeno tanto divulgative come questa, fungono da specchietti per le allodole, mentre gli Eco (in letteratura) e gli Avati (nel cinema) non fanno che ingrossare le fila di chi coltiva e accredita un’immagine fiabesca e fantastica del Medioevo.
Fin qui nulla di male, s’intende. Ma la sensazione è che Avati, dopo aver già esplorato i sentieri medievali nell’anomalo Magnificat , non abbia trovato nemmeno ne I cavalieri che fecero l’impresa la cifra più autentica del suo universo macabro, languido e visionario, oramai appannaggio esclusivo delle sue notevoli incursioni nel fantastico orrorifico puro (quello, per intenderci, de La casa dalle finestre che ridono , di Zeder e persino de L’arcano incantatore ). Nel film convivono troppe cose: dal tocco barbaro e sanguinolento all’afflato epico ed eroico delle gesta dei protagonisti, che si vorrebbero somiglianti ai personaggi di Peckinpah. E l’ambizione autoriale non facilita certo l’amalgama. Certo, c’è un cast internazionale (e un budget all’altezza del cast), ma anche una volontà di non affrancarsi troppo da caratteri, ambienti e umori tipici della filmografia avatiana (Carlo delle Piane continua a essere la mascotte dell’autore di Una gita scolastica ). In sostanza il film manca di un disegno unitario, oscillando tra suggestioni gotiche, disinganni estremi e impeti salvifici. Di stampo, naturalmente, cattolicissimo. (anton giulio mancino)