Un segreto tra di noi

La famiglia Taylor sembra avere tutto per essere la tipica famiglia felice americana: il padre Charles è un affermato professore universitario, il figlio Michael è uno scrittore di successo, la figlia minore Ryne è appena stata ammessa a un’esclusiva facoltà di legge mentre la madre Lisa sta per diplomarsi al college, dopo avere dedicato la vita alla famiglia. Ma un incidente getta in crisi la famiglia, riaprendo vecchie ferite e riportando a galla problemi mai risolti.

Daybreakers – L’ultimo vampiro

Siamo nel 2019: una misteriosa malattia si è diffusa sul pianeta, trasformando la maggior parte degli esseri umani in vampiri. L’umanità è ormai una specie in via di estinzione costretta a nascondersi, ma Edward Dalton, vampiro e al tempo stesso ricercatore, rifiuta di nutrirsi di sangue umano: sta cercando di creare un sangue artificiale che possa nutrire i vampiri e al tempo stesso evitare l’estinzione della razza umana. Si troverà così al centro di una lotta per decidere le sorti del genere umano.

Mississippi Burning – Le radici dell’odio

Nel 1964, nello Stato del Mississippi, alcuni giovani, bianchi e neri, vengono assassinati dal Ku Klux Klan locale. Due agenti dell’FBI vengono spediti sul luogo per compiere delle indagini. Tratto da una storia vera, il film suscitò alla sua uscita diverse polemiche, anche se risulta un po’ blando nella sua prevedibile (e giusta) retorica antirazzista proveniente – chissà perché – dall’unico punto dei vista dei bianchi. Alan Parker dirige con indubbio professionismo, ma scarso coinvolgimento emotivo (a parte l’emozionante sequenza d’apertura). Gli interpreti – Gene Hackman su tutti – sono comunque eccellenti. Sette candidature agli Oscar ’88, ma una sola statuetta vinta per la migliore fotografia (di Peter Biziou).
(andrea tagliacozzo)

Miral

La storia ha inizio nel 1948, in una Gerusalemme consumata dalla Guerra. Mentre si reca a lavoro Hind Husseini (HIAM ABBASS) si imbatte in 55 bambini, sono degli orfani che vagano per la strada. Incapace di voltare loro le spalle li porta a casa con sé, per sfamarli e dargli un rifugio. Nell’arco di alcuni mesi, i 55 orfani diventano quasi 2000. Hind decide così di trasformare la sua casa nell’Istituto Al-Tifl Al-Arabi e, in seguito, l’istituto diverrà anche una scuola, il cui scopo è offrire un’istruzione agli orfani e di fungere da simbolo di speranza per tutte quelle ragazze vittime del conflitto Israelo-Palestinese.

Sono trascorsi trent’anni, siamo nel 1978, una bambina di 7 anni arriva all’Istituto in seguito alla morte della madre. E’ Miral (FREIDA PINTO), che crescerà tra le mura protettrici dell’Istituto, completamente ignara delle problematiche che infiammano il paese. All’età di 17 anni, all’apice della resistenza dell’Intifada, a Miral viene affidato il compito di lavorare come insegnante in un campo rifugiati, lì, Miral viene a conoscenza dell’odio, della frustrazione e della guerra che sembrano essere un antico retaggio della sua stessa famiglia. Miral si innamora del fervente attivista politico, Hani (Omar Metwally, Munich, Rendition), e così si ritroverà a dover affrontare un lacerante conflitto interiore, che rispecchia la situazione che si verifica nel paese: combattere come hanno fatto quelli prima di lei, oppure seguire gli insegnamenti di Mama Hind, secondo cui l’istruzione è la chiave che aprirà la strada per la pace.

My Son, My Son, What Have Ye Done

Ispirato da vicende reali, la storia di un mito antico e di una moderna follia. Brad Macallam, un aspirante attore che recita in una tragedia greca, commette nella realtà il crimine che deve mettere in scena sul palcoscenico: uccide la madre. Il film si apre nel momento in cui agenti di polizia giungono sulla scena di un delitto trovando una donna anziana in una pozza di sangue. Davanti alla casa sono radunati vicini curiosi e stupefatti. Il presunto colpevole si è barricato in un edificio dall’altra parte della strada e a quanto pare ha con sé degli ostaggi. Arrivano i due amici cui Brad ha telefonato nelle prime ore del mattino, ma ormai è troppo tardi. Mentre assieme ai vicini cercano di capire quanto è successo, raccontano la loro storia agli investigatori che si occupano del delitto.

The loveless

Don Ferguson, Willem Dafoe, Marin Kanter, Robert Gordon, Tina L’Hotsky, Liz Gans. Un gruppo di motociclisti si ferma in una piccola cittadina del Sud lungo la strada per le gare di Daytona. Omaggio diseguale a Il selvaggio: pretenzioso e praticamente senza trama, con musica rockabilly in proporzione di cinque a uno sulle parti dialogate. Tuttavia, impressionante sul piano visivo, come un quadro di Edward Hopper degli anni Cinquanta.

American Dreamz

Il Presidente degli Stati Uniti è appena stato rieletto ma è caduto in una profonda crisi personale: non si muove dal letto e non legge alcun giornale da settimane. Praticamente un uomo nell’anticamera della depressione. Nel frattempo nel paese spopola American Dreamz, reality-show canoro che seleziona giovani di talento da lanciare sul mercato discografico. Martin Tweed, presentatore e produttore senza scrupoli, punta su due ragazzi dall’ugola d’oro: una biondina della provincia con un’ordinaria storia d’amore alle spalle e un giovane arabo da poco arrivato negli Usa da un campo di addestramento terroristi in Medio Oriente (informazione che ovviamente non rivela alla produzione). Intanto alla Casa Bianca hanno l’illuminazione di far partecipare il Presidente all’ultima puntata di American Dreamz per rilanciarne l’immagine traballante: sarà il momento della verità per molti dei protagonisti della trasmissione.

Vivere e morire a Los Angeles

Un agente federale coglie sul fatto il falsario Eric Masters, ma viene da questi ucciso. Il caso resta nelle mani di Richard Chance, collega e amico del defunto poliziotto. Per incastrare Masters, protetto da un abile quanto ambiguo avvocato, Chance si serve dell’aiuto di un delinquente e di una bella informatrice. Veloce, duro e violento – come ci si aspetta da un grande come William Friedkin – con almeno una sequenza (un inseguimento d’auto mozzafiato) d’antologia del cinema d’azione.
(andrea tagliacozzo)

American Psycho

Patrick Bateman è un vicepresidente, ma più che sugli affari è concentrato ossessivamente sul corpo. Il proprio lo cura con una maniacalità degna di una sfiorita diva di Hollywood, mentre quelli degli altri, o meglio delle altre, li tortura, li sbrana e li mangia. Tratto dal libro di Bret Easton Ellis, è stato uno dei film più attesi degli ultimi anni (annunciato più volte, doveva essere diretto da Oliver Stone e interpretato da DiCaprio) ma ora, finalmente nelle sale, fa l’effetto di un reperto. Mary Harron, autrice del non memorabile
Ho sparato a Andy Warhol
, coadiuvata dalla sceneggiatrice di
Go Fish
Guinevere Turner, cerca una chiave originale per raccontare la trucida vicenda dello yuppy assassino. Rinuncia agli effettacci che il libro avrebbe autorizzato e inserisce qualche suggestione femminista, ma non basta per aggiornare la vicenda: vabbè che Bush jr. minaccia di rinverdire i fasti del babbo e del presidente attore, ma gli anni Ottanta ormai sono storia e la metafora del reaganismo cannibale appare un poco consunta. Il risultato è un film che non sa da che parte parare, sospeso in una via di mezzo che non riesce mai a diventare ambiguità. Rimane il protagonista, interpretato con efficacia da Christian Bale, effettivamente terribile nella sua gelida sostanza di macchina da stupro: sarebbe stato un ottimo punto di partenza, ma rimane l’unico atout del film.
(luca mosso)

Aiuto vampiro

Dopo aver assistito allo spettacolo di un misterioso circo itinerante insieme al suo migliore amico, Darren, fa la conoscenza di uno dei membri dello show, il quale si rivela essere un vampiro. L’uomo morde Darren, trasformandolo in un suo simile e costringendolo così ad unirsi alla compagnia, proprio mentre si sta scatenando una sanguinosa guerra tra vampiri…

Inside Man

Quattro malviventi travestiti da imbianchini entrano in una banca di New York, il Manhattan Trust, prendendo in ostaggio cinquanta persone tra clienti e dipendenti. Il caso viene affidato al negoziatore della polizia Keith Frazier, ancora coinvolto in un caso di corruzione. All’interno dell’istituto i ladri fanno spogliare gli ostaggi e gli ordinano di indossare i loro stessi indumenti (tute e maschere bianche, opportunamente introdotte). Nessuno, in questo modo, capirà chi è l’altro. I contatti tra autorità e rapinatori tardano a essere stabiliti e le successive richieste dei malviventi sono troppo assurde per essere prese in considerazione. Il caso appare da subito anomalo…

La recensione

Una banca che cela un segreto. Una banda di rapinatori determinati. Un detective che si deve riscattare. Questi gli elementi che si intrecciano a formare la trama del nuovo joint firmato Spike Lee. C

In ostaggio

Un uomo d’affari di successo viene rapito di mattina. Mentre la moglie e le figlie sperimenteranno le traversie di avere le loro vite invase dall’Fbi, in attesa di una comunincazione, la vittima inzia a conoscere il suo carceriere durante la fuga per i boschi. Più un’analisi dei personaggi che una scenenggiatura convenzionale, questo interessante film ermetico gioca con la cronologia in modo avvincente ma non termina con una conclusione soddisfacente. Le tre star sono eccellenti.

C’era una volta in Messico

Sands è un agente non proprio segreto (sulla sua t-shirt c’è scritto «agente della Cia»…), ma sicuramente corrotto. Deve sventare un attentato al presidente messicano ordito dal cattivissimo narcotrafficante Barrillo e da alcuni generali dell’esercito messicano. Per salvare il presidente, si rivolge al mitico chitarrista El Mariachi, che vive in isolamento tra ricordi, rimpianti e sete di vendetta…

Terzo episodio della saga di El Mariachi (iniziata nel 1993 con
El Mariachi
e proseguita nel 1995 con
Desperado)
confezionato da Robert Rodriguez (nel frattempo ha girato anche la saga di
Spy Kids)
che ne ha curato anche sceneggiatura, montaggio, scenografia, fotografia e persino la colonna sonora. Un doppio, ironico, divertito omaggio a due maestri del regista messicano: Sergio Leone (basta il titolo…) e Quentin Tarantino (basta contare i cadaveri…). Eppure, questo film che ha messo in pista una parata di stelle (Antonio Banderas, Johnny Depp, Willem Dafoe, Mickey Rourke, Eva Mendes, Enrique Iglesias, Salma Hayek, Marco Leonardi…) è divertente. Con i suoi personaggi irreali, forzati, incredibili. Con le situazioni paradossali, al limite di ogni forzatura. Con un numero di morti ammazzati, tagliati, ridotti a brandelli da grande pulp in salsa messicana. Divertente un nevrotico Johnny Depp, con terzo braccio finto e una sfilza di spacconate (ammazza il cuoco perché cucina troppo bene…). E grande il chitarrista con le armi nella custodia della chitarra, Banderas, qui ancora afflitto per la morte (violenta) della compagna Carolina e del figlio neonato. Un film – girato in digitale – sicuramente spettacolare (inseguimenti, fughe, esplosioni…), rumoroso ed esagerato. Gli amanti del genere non possono perderlo. Gli altri si fanno due risate e si rifanno gli occhi con cotanto cast…
(d.c.i.)

Cry-Baby

Baltimora, 1954: una brava ragazza (Locane) è combattuta tra le sue origini e dei giovinastri bardati di pelle nera… soprattutto un tipo che sembra Elvis (Depp), molto desideroso di farla scorazzare sulla sua moto. Più patinato del precedente Grasso è bello dello stesso Waters, ma non così ben centrato, nonostante le ottime interpretazioni. Discontinuo e spossante, anche se alcune ambientazioni sono davvero efficaci. La versione director’s cut dura 95 minuti.

Body of Evidence – Il corpo del reato

Dafoe, avvocato a cui nessuno vorrebbe rivolgersi, rimane sentimentalmente coinvolto con una sua cliente (Madonna), accusata di aver ucciso un amante facoltoso durante un gioco erotico particolarmente violento. Le scene di sesso sono più scoraggianti che eccitanti. In circolazione c’è, ovviamente, anche la versione non censurata.

Manderlay

Dopo Dogville arriva Manderlay. Lars Von Trier prosegue con il secondo episodio della sua trilogia. Anno 1933. Grace, il padre e i suoi scagnozzi hanno abbandonato Dogville. Si stanno dirigendo a Denver, ma durante il loro viaggio, si fermano per riposarsi in Alabama, presso la piantagione di Manderlay. Qui, nel momento in cui se ne stanno andando, vengono fermati da una donna di colore che..

L’ombra del vampiro

Il dottor Murnau intende trarre un film dal romanzo di Bram Stoker, «Dracula». Ossessionato dal realismo e dalla forma cinematografica, sfianca i suoi collaboratori nel tentativo di raggiungere una maniacale perfezione. Quando tutto sembra ormai pronto per iniziare le riprese, manca all’appello solo l’attore che deve interpretare Nosferatu, il «non morto». Si tratta di un talento fuori dal comune, che per calarsi nel suo ruolo necessita di una concentrazione e di un isolamento altrettanto fuori dal comune. Ma intanto sul set iniziano a verificarsi strani incidenti… Sulla carta il progetto di Merhige non è male: il cinema è il primo (l’ultimo?) dei vampiri, e nel filmare se stesso – ossia un vampiro vero – deve necessariamente sacrificare i corpi che vivono sulla linea che separa il reale dal dispositivo di riproduzione. Il problema è che invece di sviscerare questo dramma dello specchio, dell’identificazione impossibile, Merhige preferisce semplificare la posta in gioco (che si è scelto da solo) e blandire lo spettatore con strizzatine d’occhio cinefile che al massimo strappano un sorrisino di circostanza.

Non invocheremo nemmeno il delitto di lesa «murnauità» (la caricatura che Malkovich fornisce senza colpo ferire del grande tedesco), ma anche restringendo il campo al semplice film – senza tener conto degli invocati rimandi metalinguistici – si salvano solo la ricostruzione ambientale e un divertito Willem Dafoe. Davvero un magro bottino, oltretutto ottenuto ispirandosi a uno dei massimi cineasti di tutti i tempi. Il punto è che Murnau è un vero vampiro e i suoi discepoli/film hanno trionfato sul tempo: Merhige tenta invece di imitare il mistero dei vampiri per rivelarne il segreto. Inevitabile, quindi, il fallimento.
(giona a. nazzaro)

Lo spacciatore

John percorre insonne la metropoli. Di lavoro fa lo spacciatore per Ann, donna fredda e affascinante, di cui è stato l’amante. In un ospedale ritrova la moglie (dalla quale si era separato dopo una storia devastata dalla droga) che assiste la propria madre morente. Le sta vicino finché la donna, che ancora assume stupefacenti, si suicida per sottrarvisi. John allora prende una decisione…

Lo spacciatore
è uno dei migliori risultati di Schrader negli anni Novanta. Un dichiarato e sentito omaggio al Robert Bresson di
Pickpocket
, dostojevskiano percorso di delitto, castigo e redenzione. Schrader trova in Dafoe un interprete essenziale e scarno, più funzionale di De Niro in
Taxi Driver
e meno stolido di Cage in
Al di là della vita
, di cui
Lo spacciatore
è un evidente precedente.

L’ossessiva immutabilità di una routine da cui solo l’arbitrio può salvare, la claustrale oppressione della metropoli, la ricorsività delle notti bianche trovano nel volto scavato di Dafoe la manifestazione di una passione cristologica. Affetto freddo e stoico, cesellato dal calvinista Schrader nelle battute puntuali e irrevocabili dei suoi personaggi.
(francesco pitassio)

Platoon

Il giovane Chris, partito volontario per la guerra del Vietnam, è l’attonito testimone di ogni genere di atrocità e degli aspri contrasti tra lo spietato sergente Barnes e il più comprensivo sergente Elias. Una delle migliori pellicole sulla guerra del Vietnam (nonché una delle più riuscite dello stesso Oliver Stone), visionaria e vigorosa, di grande impatto spettacolare, anche se non priva della retorica e degli scivoloni didascalici che, con sempre maggiore evidenza, accompagneranno il regista nei suoi film successivi. Quattro Oscar, tra i quali miglior film, regia, suono e montaggio. In quello stesso anno, Stone aveva ricevuto anche altre due nomination (compresa quella per la sceneggiatura di
Salvador
).
(andrea tagliacozzo)

L’ultima tentazione di Cristo

Dal romanzo di Nikos Kazantzakis, una personale e suggestiva ricostruzione della vita di Cristo, non più essere divino e soprannaturale, ma uomo, con tutti i dubbi e le debolezze che lo caratterizzano. Considerato blasfemo da alcuni esponenti della Chiesa, il film in realtà è molto più rispettoso nei confronti della religione di quanto non possa sembrare a prima vista (e viene il dubbio che i suoi detrattori non abbiano visto le sequenze finali in cui Gesù rifiuta la famosa «ultima tentazione» del titolo). Straordinarie la regia di Scorsese (in vena di sperimentalismi visivi) e la tormentata sceneggiatura di Paul Schrader, anche se una durata più contenuta avrebbe giovato all’equilibrio del film.
(andrea tagliacozzo)

Animal Factory

La vita da carcerato di uno spacciatore che assiste a continue violenze sessuali. Cercherà protezione dal boss dei detenuti con il quale progetta un’evasione… Aumentano sempre più gli attori americani che con minore o maggiore assiduità si dedicano alla regia. Ma di Steve Buscemi, uno degli attori più cari ai fratelli Coen, avevamo già apprezzato l’opera prima
Mosche al bar
per non attendere con una certa impazienza e con interesse
Animal Factory
, tratto da un romanzo di Edward Bunker. Bunker, che co-firma anche la sceneggiatura, è stato autore dello script di
A 30 secondi dalla fine
di Andrej Konchalovskij e ha impersonato il Mr. Blue de
Le iene
di Quentin Tarantino. Insomma, è uno che di ambienti duri e di canaglie matricolate se ne intende, non foss’altro perché in carcere c’è stato davvero e ha potuto verificare di persona cosa voglia dire sopravvivere all’interno di strutture rieducative solo sulla carta. E infatti l’aspetto più convincente di
Animal Factory
, servito da un’inquietante e ossessiva colonna sonora di John Lurie, è proprio la capacità di riflettere con consapevolezza su un’esperienza vissuta. Decisamente più carente appare invece il lato registico. A differenza di
Mosche al bar
, Buscemi – che qui si ritaglia un piccolo ruolo positivo – non riesce a dare adeguato spessore visivo a una sceneggiatura estremamente solida, priva di concessioni banali agli stereotipi del genere carcerario oltre che aperta a diversi e sottili livelli di lettura. Peraltro lavora molto di più, e meglio, sulla recitazione, che è evidentemente un terreno sul quale si sente più sicuro: ne risulta una galleria di interpretazioni tutte memorabili, da quella del galeotto senior e intrallazzato Willem Dafoe, che fa da pigmalione al giovane delinquente Edward Furlong (già ottimo protagonista di
American History X
), al bravissimo e irriconoscibile Mickey Rourke – un attore che pochissimi registi hanno saputo valorizzare – nei panni del travestito.
(anton giulio mancino)

Spider-Man

«Un grande potere comporta grandi responsabilità», questo il consiglio di zio Ben a Peter Parker, un ragazzo orfano del Queens di New York, timido, impacciato, secchione e un po’ sfigato. Peter un giorno viene morso da un ragno mutato geneticamente e dal quel momento la sua vita cambia, acquista super poteri e un sesto senso fuori dal comune. Un giorno lo zio Ben viene ucciso e Peter decide così di mettere i suoi poteri al servizio della giustizia, considerando anche la comparsa del pericoloso Green Goblin, un «cattivo» che spaventa la città. In occasione del quarantesimo anniversario dalla sua prima apparizione in fumetto, l’Uomo Ragno approda sul grande schermo, frantumando negli Usa tutti i record di incassi degli ultimi anni: da
Titanic
a
Harry Potter.
Stan Lee, padre del fumetto Marvel, ha aspettato 40 anni, ma alla fine il suo sogno si è realizzato e
Spider-Man
è diventato un film, un gran bel film. Gli appassionati del comix americano non potranno bocciare la pellicola di Sam Raimi che, nella sceneggiatura e nella psicologia dei personaggi, ricalca fedelmente l’originale cartaceo. Il rischio di proporre il solito polpettone infarcito di effetti speciali era dietro l’angolo, ma si è riusciti a evitarlo, producendo un film che non stufa, ma appassiona. Il finale lascia presagire l’arrivo di un sequel e infatti è così, anzi, si parla già del terzo episodio. E un’altra saga è iniziata.
(andrea amato)

L’ultimo attacco

Da
Flight of the Intruder
di Steven Coonts. Durante la guerra del Vietnam, il pilota Jake Grafton, già frustrato per le inutilità delle missioni alle quali è assegnato, rimane sconvolto dalla morte del suo compagno. Con l’aiuto del veterano Cole e senza l’autorizzazione del comando, decide di compiere un raid su Hanoi. Retorico e militarista, nel più classico stile del regista di
Alba rossa
e
Addio al re.
Lo spettacolo, però, non manca.
(andrea tagliacozzo)

Così lontano, così vicino!

Il cast perfetto di Wenders (se non il film perfetto di Wenders) riprende da dove aveva lasciato il più riuscito, Il cielo sopra Berlino. Stavolta è l’angelo Sander a divenire mortale, unendosi al vecchio amico celeste Ganz: il quale è ora sposato con l’acrobata di circo Dommartin, con cui sta crescendo una figlia e gestisce una pizzeria nella Germania riunificata. Il film procede in maniera più leggera del precedente, ma anche più superficiale; nelle parti iniziale e finale è sempre una prova ai limiti, pur essendo stato ridotto da 164 minuti.

Auto Focus

Bob Crane (Greg Kinnear) è il fortunato presentatore radiofonico del programma mattutino
Gene Krupa alla batteria… eh, no signori, era il sottoscritto ad avere in mano le bacchette,
nella Los Angeles del 1964. Crane è felicemente sposato e padre di due bambini, va a messa la domenica e conduce una vita ineccepibile. Il suo agente gli propone il ruolo principale in una puntata pilota di una nuova serie televisiva: una commedia ambientata in un campo di prigionia all’epoca della seconda guerra mondiale. Crane è dubbioso, ha paura del progetto, ma alla fine accetta e il programma diventa un cult, con il titolo
Gli eroi di Hogan.
Intanto la moglie scopre riviste pornografiche in garage e così viene alla luce la passione di Crane per le donne nude. L’incontro con un tecnico audio-video, John Carpenter (Willem Dafoe), cambierà completamente la sua vita, portandolo a una totale dipendenza per il sesso: «Un giorno senza sesso è un giorno sprecato». La sua popolarità, unita ai piaceri della carne e alla passione per la fotografia, fanno di Bob Crane un lascivo personaggio che manda all’aria la carriera e due matrimoni. Quasi nel baratro decide di abbandonare il suo amico di scorribande e di cercare di rimettersi in carreggiata. Ma una notte…
Auto Focus
è la vera storia di Bob Crane, tratta dal libro di Robert Graysmith
The Murder of Bob Crane.
Una pellicola vivace, dotata di humour e risvolti noir. Il decadimento morale di Bob Crane, abbinato al morboso rapporto con John Carpenter. E poi la sua ossessione maniacale per riprendere e fotografare i suoi amplessi. I due attori principali, Greg Kinnear e Willem Dafoe, appaiono molto credibili e ben calati nei personaggi. Ma la cosa migliore della pellicola, oltre alla storia, è la regia. Paul Schrader, man mano che la vicenda procede, cambia progressivamente metodo di direzione e di ripresa, arrivando in alcuni punti anche alla presa diretta. Interessante anche il lavoro fatto sulla fotografia del film. Si può vedere.
(andrea amato)

Le avventure acquatiche di Steve Zissou

Steve Zissou è un leggendario esploratore subacqueo, «vanesio e anche un po’ stronzo» (sono parole sue). Durante la sua ultima missione il suo migliore amico nonché socio di lunga data, Esteban, è stato da divorato da un feroce squalo giaguaro. Nell’ambiente si mormora che Steve non sia più quello di una volta, una voce che l’oceanografo vuole mettere a tacere organizzando una nuova missione, durante la quale intende rintracciare lo squalo giaguaro e ucciderlo per vendicare il suo amico. Proprio alla vigilia della partenza, a un equipaggio già sufficientemente ricco di eccentrici personaggi, si aggiungono anche un’affascinante giornalista, incinta di qualche mese, e un pilota d’aerei che, presentandosi a Steve, sostiene di essere suo figlio.
Già regista del memorabile I Tenenbaum, Wes Anderson fa il bis con una strepitosa commedia girata a Cinecittà. Esilarante, geniale e a tratti toccante, Le avventure acquatiche di Steve Zissou riprende numerosi elementi del precedente film del regista (la centralità della famiglia, il mito della seconda possibilità, l’età dell’oro ormai terminata, un’estetica a cavallo fra anni Settanta e anni Ottanta, i personaggi sempre vestiti allo stesso modo, come nei fumetti) applicandoli a una nuova storia.
Un film riuscitissimo, sia dal punto di vista della narrazione, che tiene lo spettatore avvinto all’attesa di sapere cosa sta per succedere, sia soprattutto da quello delle trovate comiche, che è meglio non svelare in sede di recensione per non togliere al lettore il gusto della visione in sala.
Molto bella anche la colonna sonora, curata da Mark Mothersbaugh dei Devo e contenente diversi classici di David Bowie reinterpretati in versione voce-chitarra e in lingua portoghese da Seu Jorge, popstar brasiliana che recita anche nel film nei panni del marinaio Pelé Dos Santos. (maurizio zoja)

Speed 2: senza limiti

Allucinante e stupido action movie che si apre con una scena di inseguimento che non ha senso e non migliora mai. La Bullock (il cui personaggio è particolarmente irritante) accetta di andare in crociera ai Caraibi con il fidanzato Patric, un ufficiale della polizia di Los Angeles. Quando il pazzo Dafoe prende controllo della nave, Patric si sente in dovere di fermarlo. Ma qualcuno aveva letto la sceneggiatura prima di firmare il contratto? Panavision.

eXistenZ

Una pellicola assurda, ambientata in un prossimo futuro: una creatrice di giochi virtuali si trova intrappolata in una delle sue stesse invenzioni con un uomo che dovrebbe proteggerla. A un certo punto, i due si chiedono come fare per uscire dal gioco, ma per lo spettatore è molto più semplice uscire dal film. Cronenberg è anche co-sceneggiatore di questa stupida macchinazione.

New Rose Hotel

A Tokyo c’è un gangster che assolda una prostituta italiana (Asia Argento) per sedurre un ingegnere genetico. Ma se ne innamora e… Dopo un capolavoro come
Fratelli
e un’operazione incerta ma a tratti folgorante come
Blackout
, Ferrara sconcertò tutti con questo film di fantascienza da camera tratto da William Gibson, tutto teorico, mentale e a tratti incomprensibile. Con certe atmosfere alla Alphaville, ma lavorando con il montaggio come un artista sperimentale, Ferrara costruisce una specie di film-truffa, con la storia che si arena, non va da nessuna parte, ricomincia uguale. Chi scrive l’ha visto una sola volta e ne porta un ricordo atterrito, oltre all’immagine di una Asia Argento molto hard. I fan si sono divisi: c’è chi lo giudica una bufala e chi il capolavoro estremo del regista. Chissà. Comunque, meglio le visioni di Ferrara che quelle di don Wim Wenders.
(emiliano morreale)