Thelma and Louise

Thelma, una casalinga frustrata, decide di prendersi qualche giorno di libertà scorrazzando per le autostrade americane assieme all’amica Louise. Durante una sosta in un night-club, Thelma rischia di essere violentata. Louise uccide l’assalitore e le due si ritrovano improvvisamente ricercate dalla legge. Road-movie tutto al femminile, indubbiamente ben congegnato e realizzato, anche se l’elogio filofemminista sembra studiato a tavolino, non senza un pizzico di furbizia e calcolo commerciale. Comunque brave la Davis e la Sarandon. Il migliore, però, è Harvey Keitel nel ruolo del poliziotto comprensivo.
(andrea tagliacozzo)

Un’arida stagione bianca

A metà degli anni Settanta, in Sud Africa, un insegnante bianco si scontra con le autorità per rendere giustizia a un ragazzo nero, ucciso dalla polizia durante una dimostrazione. Lodevole nelle intenzioni, la pellicola è però malamente sostenuta da una regia poco più che mediocre. Dal canto suo, Marlon Brando, carismatico come sempre anche se relegato in un ruolo di secondo piano, ha ricevuto una nomination all’Oscar come attore non protagonista. Tratto dall’omonimo romanzo di André Brink. (
andrea tagliacozzo
)

Twilight

Newman, per fare un favore a un suo vecchio amico (Hackman) si ritrova implicato fino al collo in una storia di omicidio e complotto, quando gli scheletri escono dall’armadio. Storia investigazione privata in vecchio stile, ambientata a Los Angeles. Newman è in ottima forma, circondato da un bel cast, ma il film non ha lampi né slancio e neppure un punto di vista originale. Benton ha co-sceneggiato con Richard Russo, ma non c’è confronto con La vita a modo mio, la loro precedente collaborazione (sempre con Newman).

Romance & Cigarettes

Stati Uniti, anni Trenta. Una famiglia dell’East Side newyorkese. Nick (James Gandolfini), il padre, è un operaio metallurgico che trascorre il suo tempo a fantasticare su una mezza prostituta (Kate Winslet) dai capelli rossi e dal gergo da scaricatore di porto, mentre la moglie (Susan Sarandon) lo aspetta disperatamente a casa con le tre figlie in pieno delirio canzonettaro che strillano nel giardino di fronte a casa. Quando la donna si accorge dei tradimenti del marito dà il via a una lotta spietata nei suoi confronti, sorretta dalla solidarietà delle figlie. L’uomo si rifugia nell’agognata avventura carnale, che però entro breve lo lascia insoddisfatto per la troppa brutalità e volgarità della partner. Stufatosi di un rapporto banale e puramente a sfondo sessuale, decide di tornare dalla dolce e triste moglie che lo accoglie in casa ma gli impone di dormire sul divano…

Fratelli in erba

Quando Bill Kincaid (Edward Norton) riceve la notizia dell’assassinio del suo gemello Brady (Edward Norton), morto in un affare di droga andato male, lascia il suo posto di professore di Filosofia Classica alla Brown University e torna al suo paese nativo, nella rurale Oklahoma. Al suo arrivo però si rende conto che i racconti sulla morte di suo fratello sono “alquanto esagerati” e presto si trova coinvolto in uno dei complotti di Brady. Seppure con molte perplessità e dopo delle resistenze iniziali, Bill accetta di partecipare al piano del fratello trascorrendo un po’ di tempo nei panni di “Brady” in compagnia della madre Daisy (Susan Sarandon), fuggita alla contro-cultura scegliendo di andare prematuramente a vivere in una casa di riposo per anziani, e di Janet (Keri Russell), donna colta che ha abbandonato la vita movimentata per viverne una più tranquilla in un angolo appartato dell’America. Nel frattempo Brady e il suo migliore amico nonché socio Bolger (lo scrittore- regista Nelson) usano questo alibi perfetto per risolvere i loro problemi con Pug Rothbaum (Richard Dreyfuss, premio Oscar), un membro di spicco della sinagoga, nonché spacciatore di narcotici a Tulsa a cui devono dei soldi.

The Rocky Horror Picture Show

Una coppia appena sposata, rimasta con la macchina in panne dopo un improvviso temporale, trova rifugio in uno strano castello. Proprietario del maniero è l’eccentrico e ambiguo dottor Frank-N-Furter, un extraterrestre proveniente dal pianeta Transsexual. Il film culto per eccellenza, strepitoso successo nei circuiti underground americani. Leggermente sopravvalutato, anche a causa delle gradevoli musiche di Richard O’Brien. Per quanto divertente, la pellicola non regge comunque il confronto con il quasi contemporaneo, similare (e ben superiore) Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma. (andrea tagliacozzo)

Amabili resti

Susie Salmon viene brutalmente assassinata a soli 14 anni mentre torna a casa da scuola in un pomeriggio di dicembre del 1973. Dopo la morte, Susie continua a vegliare sulla sua famiglia mentre il suo assassino è ancora libero. Intrappolata in una dimensione onirica fra cielo e terra, Susie si ritrova a dover scegliere fra la sete di vendetta e il desiderio di vedere guarire i suoi cari. Uno sconvolgente omicidio diventa un viaggio ricco di suspense e immaginazione nei meandri della memoria, dell’amore e della speranza, fino allo struggente finale.

Moonlight Mile – Voglia di ricominciare

Primi anni Settanta, gli Usa sono in piena guerra del Vietnam, intere generazioni di giovani mandati al fronte. Nel New England due genitori e un fidanzato (Jake Gyllenhaal) stanno per seppellire una ragazza uccisa per errore in un bar. Tutta la città è sconvolta, ma il fidanzato della vittima sembra sapere qualcosa che gli altri non sanno. A giorni si dovevano sposare e poi lavorare insieme nella ditta del padre (Dustin Hoffman), un’agenzia immobiliare e commerciale. La madre (Susan Sarandon), scrittrice, si chiude in se stessa, senza dare cenni di ripresa, mentre il padre si immerge immediatamente nel lavoro, coinvolto e coinvolgendo il nuovo socio, quello che doveva essere il genero e che ora appare come un figlio. Si rimane sospesi in una sorta di attesa, aspettando che il ragazzo vuoti il sacco e dica quello che ha dentro. Un dramma che ricorda molto
La stanza del figlio
di Nanni Moretti. L’elaborazione del lutto da parte dei genitori, che non si rassegnano alla perdita della figlia, con sensi di colpa per non essere stati un bravo padre e una brava madre. La figura del ragazzo come seconda chance, per cercare di recuperare gli errori fatti, ma proprio lui aprirà gli occhi ai due adulti. Un cast d’eccezione, ben assortito, con tre Oscar e quindici candidature a fare da richiamo, per un film scritto in maniera troppo retorica e prevedibile.
(andrea amato)

Elizabethtown

Drew Baylor (Orlando Bloom) ha fatto perdere milioni di dollari all’azienda produttrice di scarpe per cui lavora come designer. Il fiasco della calzatura sportiva di sua creazione è tale che il giovane pensa addirittura al suicidio. Ma mentre sta trasformando la sua cyclette in un’imporabile macchina di morte, riceve la telefonata della sorella minore che gli comunica la notizia della morte del padre. Bisogna recuperare la salma e organizzare la cerimonia funebre a Elizabethtown in Kentuky, città d’origine del genitore, dove è avvenuta la disgrazia. Drew si scrolla di dosso la delusione per il fallimento professionale e parte in aereo alla volta del Kentuky. Sul suo volo, dov’è l’unico passeggero, conosce la bella hostess Claire (Kirsten Dunst) che lo consola riuscendo anche a lasciargli il proprio numero di telefono nella speranza di rivederlo. Drew arriva ad Elizabethtown e affronta tutti gli inconvenienti della situazione con responsabilità e tatto, guadagnandosi così la simpatia della gente della piccola comunità. Una sera chiama Claire e i due iniziano a frequentarsi. Ol’inizio di una dolce storia d’amore che porterà il giovane Drew a ritrovare se stesso.
Cameron Crowe, (Quasi famosi, e Vanilla Sky), confeziona una piacevole commedia romantica affiancando le due star Orlando Bloom e Kirsten Dunst. Esordisce con la rappresentazione del fallimento e dell’illusione del pluricelebrato sogno americano come già aveva fatto nel film con Tom Cruise, ottenendo i medesimi brillanti risultati. Ci si diverte e ci si emoziona partecipando attraverso l’occhio di Crowe al fiasco del povero Drew e alla sua autocommiserazione.
Nel prosieguo della pellicola è proprio il personaggio interpretato da Orlando Bloom a entrare nelle simpatie dello spettatore con le sue fragilità, le puerili nevrosi e l’affascinante timidezza. Kirsten Dunst invece abbaglia la scena con la sua bellezza e la vitalità del suo personaggio, ma tra i due protagonisti manca quella chimica che renderebbe la loro storia irresistibile. Ci sono la tenerezza e l’innocenza dell’innamoramento ma nessuna traccia di quell’energia straripante che il vero amore suscita. Il resto della vicenda non manca di intrecci interessanti e brillantemente divertenti grazie all’ottima interpretazione di tutto il cast e alla buona ideazione dei dialoghi. Brilla per intensità drammatica la performance di Susan Sarandon, la madre di Drew, che durante il party in ricordo del marito si esibisce in un emozionante quanto nostalgico tip tap sulle note di Moon River. La pellicola trova il tempo di trasformarsi anche in film on the road in cui Drew, attraverso una sorta di guida turistica realizzata da Claire, attraversa in macchina gli Usa visitando luoghi affascinanti e bizzarri.
Un lavoro che nelle intenzioni iniziali sicuramente voleva dire molto di più, presentando un dramma familiare, una storia d’amore e il percorso di rinascita spirituale di un giovane, ma che poi, nella sua realizzazione, si perde in soluzioni narrative ordinarie senza approfondire in modo significativo le tematiche affrontate. La regia è in ogni caso apprezzabile nelle sue soluzioni visive e, insieme a una colonna sonora ben costruita dati i trascorsi professionali di Crowe come redattore del magazine Rolling Stone, la pellicola risulta di gradevole intrattenimento. (mario vanni degli onesti)

Cercasi papà

Un bambino (Will Weathon) è deciso a trovare un nuovo compagno alla madre (Susan Sarandon): il prescelto è uno strano quanto simpatico inventore di strampalati aggeggi (Richard Dreyfuss) che aspira a diventare scrittore. Tutto sembra andare secondo i piani del ragazzo, ma sorgono improvvise complicazioni. Prevedibile quanto si vuole, ma piacevole, ben scritta e interpretata in modo straordinario dai due protagonisti. Il soggetto ricorda molto da vicino quello di
Goodbye amore mio
, il film del ’77 che fece vincere a Dreyfuss un meritatissimo Oscar.
(andrea tagliacozzo)

Bull Durham

Un’appassionata di baseball all’inizio di ogni stagione sceglie un giovane campione, il migliore della squadretta dei dilettanti dei Durham Bulls, per allenarlo a modo suo allo sport, alla poesia e soprattutto all’amore. Quando all’orizzonte si presenta il promettente «Nuke» non ha esitazioni: sarà lui il prescelto. Una divertente e intelligente commedia sullo sport preferito dagli americani, diretto da un esperto del genere e interpretato da un trio d’attori in grande forma. Particolarmente credibile nel ruolo Kevin Costner, che ha un passato da giocatore dilettante. Tim Robbins (all’epoca ancora poco conosciuto) e Susan Sarandon diventeranno marito e moglie. Costner tornerà sull’argomento nel seguente
L’uomo dei sogni
e, undici anni più tardi, nel bellissimo
Gioco d’amore
di Sam Raimi.
(andrea tagliacozzo)

Piccole donne

Squisita versione cinematografica del classico di Louisa May Alcott ambientato ai tempi della guerra civile che narra di quattro sorelle affiatate che finiscono per dover lasciare il loro rifugio nel New England. Un cast perfetto è capitanato dalla Ryder, la testarda Jo, con la Sarandon, quella forza della natura di Marmee. Non un momento sbagliato o una mossa falsa per l’intero film, anche se i puristi obietteranno che Marmee si riempe la bocca di tesi femministe stile anni Novanta. La veterana caratterista Wickes minaccia di rubare ogni scena in cui compare nei panni della capricciosa zia March. Sceneggiatura di Robin Swicord.

Nella valle di Elah

Mike Deerfield scompare misteriosamente subito dopo essere ritornato dall’Iraq, dove ha combattuto, e viene considerato “assente ingiustificato” dall’esercito. Quando la sconvolgente notizia raggiunge Hank Deerfield, ex soldato della polizia militare, e sua moglie Joan, Hank decide di mettersi alla ricerca del figlio, con l’aiuto della riluttante investigatrice di polizia Emily Sanders. Man mano che le indagini proseguono e il quadro si compone, Emily si rende conto che la scomparsa è solo una montatura.

Lo spacciatore

John percorre insonne la metropoli. Di lavoro fa lo spacciatore per Ann, donna fredda e affascinante, di cui è stato l’amante. In un ospedale ritrova la moglie (dalla quale si era separato dopo una storia devastata dalla droga) che assiste la propria madre morente. Le sta vicino finché la donna, che ancora assume stupefacenti, si suicida per sottrarvisi. John allora prende una decisione…

Lo spacciatore
è uno dei migliori risultati di Schrader negli anni Novanta. Un dichiarato e sentito omaggio al Robert Bresson di
Pickpocket
, dostojevskiano percorso di delitto, castigo e redenzione. Schrader trova in Dafoe un interprete essenziale e scarno, più funzionale di De Niro in
Taxi Driver
e meno stolido di Cage in
Al di là della vita
, di cui
Lo spacciatore
è un evidente precedente.

L’ossessiva immutabilità di una routine da cui solo l’arbitrio può salvare, la claustrale oppressione della metropoli, la ricorsività delle notti bianche trovano nel volto scavato di Dafoe la manifestazione di una passione cristologica. Affetto freddo e stoico, cesellato dal calvinista Schrader nelle battute puntuali e irrevocabili dei suoi personaggi.
(francesco pitassio)

Un detective… particolare

Una metropoli americana è terrorizzata dagli omicidi di un maniaco, autore di undici strangolamenti di altrettante donne. Il commissario Frank Starkey è incaricato di condurre le indagini, ma chiede aiuto al fratello Nick, un ex poliziotto radiato dal corpo. Un mix di generi – poliziesco, commedia, dramma romantico – amalgamato alla bell’e meglio. Poco convincente, nonostante il cast di tutto rispetto. Da Kevin Kline, all’epoca reduce dall’Oscar di
Un pesce di nome Wanda
, si attendeva comunque qualcosa di più.
(andrea tagliacozzo)

La guerra privata del cittadino Joe

Film dal successo inatteso ha portato Boyle in evidenza nel ruolo di un fanatico, operaio edile, che esercita un raffinato ricatto sul pubblicitario Patrick, che ha ucciso il boyfriend hippie della figlia. Film superquotato deve molto alla caratterizzazione di Boyle, non alla trama artificiosa. Debutto cinematografico della Sarandon.

Le verità negate

Sophie Hartley (Susan Sarandon) è una donna fortunata. Ha un lavoro che la appaga, un marito che l’ama e due meravigliose figlie. La sua vita è però improvvisamente sconvolta dall’istillarsi nella sua mente del dubbio che il marito (Sam Neill) conduca una relazione extraconiugale con la bella e giovane assistente, Mara Toufley (Emily Blunt). Nessuno pare dare credito alla parole della donna, che si risolve perciò a indagare per proprio conto. Scoprirà una realtà ancora più agghiacciante di quanto avesse potuto im

Ritrovarsi

Impacciato e prevedibile, quasi come un tv movie, ritratto di una famiglia difficile, con la Sarandon (brava come sempre) nel ruolo di una donna che, allontanatasi dal marito, ha messo in attesa la sua vita per crescere sette figli. La famiglia si riunisce quando scoprono che uno dei ragazzi potrebbe essere stato ucciso.

Atlantic City U.S.A.

Dopo aver sottratto un ingente quantitativo di droga ad alcuni mafiosi, i giovani Chrissie e Dave trovano rifugio ad Atlantic City: la prima si sistema presso sua sorella Sally, ex moglie di Dave; il secondo da un ex gangster, ormai anziano. Il film, seconda esperienza in terra americana del regista Louis Malle (in realtà si tratta di una produzione franco-canadese), vinse il Leone d’oro alla mostra del cinema di Venezia 1980 ex-aequo con
Gloria
di John Cassavetes. Premio ampiamente meritato grazie all’abile regia di Malle, capace di realizzare sequenze di struggente intensità, e alla splendida la prova di Burt Lancaster.
(andrea tagliacozzo)

Come cani e gatti

Nessuno degli umani ne è al corrente, ma dalla notte dei tempi tra cani e gatti è in atto una guerra senza fine. Con tanto di armi, servizi segreti (CIS, Canine Intelligence Service), tecnologie avanzatissime nascoste nelle cucce. L’agente speciale numero uno dei cani è improvvisamente fuori uso, per uno strano caso prende il suo posto, Lou, da Lumaca, cucciolo di beagle molto tenero ma nient’affatto esperto di faccende militari. I gatti, capitanati dal perfido Mr. Tinkles, persiano bianco e pelosissimo, ne approfittano. Attaccano. Come base casa Brody, dove in un laboratorio blindato il professor Brody sta cercando l’antidoto all’allergia dei cani. Il mondo sta per essere rovesciato. Ma i cani riusciranno a difendere il genere umano dalla minaccia felina.

Grosso modo così si svolge la trama del film di Lawrence Guterman, capolavoro di tecnica di animazione: cani e gatti parlano, ridono, mangiano e si arrabbiano come fossero veri. Le immagine degli attori a quattro zampe sono state scannerizzate ed elaborate al computer in modo da rappresentare tutte le espressioni possibili. Al di là del canino e del felino. La preparazione del film è durata un anno: solo per il beagle Lou sono stati impiegati cinque cani diversi addestrati da due istruttori per circa duemila ore. Il film, sulla scia di
Babe
e
Dr. Doolittle
, è per bambini. Ma a complicare la visione dei più piccoli c’è una storia a volte troppo astrusa con storie nella storia. Gatti ninja, controspionaggio felino, un esercito di topi, un moribondo con flebo al cui capezzale sta Mr. Tinkles, gli esperimenti del professor Brody… forse troppo. Soprattutto per il pubblico al quale il film è destinato. E poi, perché i cani sono i buoni e i gatti fanno la parte dei cattivi e antipatici? Simpaticissimi comunque i quattro cani protagonisti, Lou il beagle, Butch il pastore, Peek il pechinese, Ivy, la randagia ex squillo… Nell’originale americano la voce di Lou era diTobey Maguire, quella di Butch di Alec Baldwin, quella di Ivy di Susan Sarandon.

Dead Man Walking — Condannato a morte

Dead Man Walking – Condannato a morte

mame cinema DEAD MAN WALKING - CONDANNATO A MORTE STASERA IN TV scena
Una scena del film

Diretto da Tim Robbins, Dead Man Walking – Condannato a morte (1995) ha come protagonista una suora, suor Helen Prejean (Susan Sarandon) e un condannato a morte, Matthew Poncelet (Sean Penn). Suor Helen fa visita a Matthew in carcere: l’uomo verrà giustiziato per avere brutalmente assassinato una giovane coppia insieme a un complice, dopo aver violentato la ragazza. Matthew però continua a proclamarsi innocente, sostenendo che il vero colpevole sia il suo compare, il quale se l’è “cavata” con un ergastolo.

Suor Helen non è pienamente convinta della versione di Matthew, tuttavia, mossa da pietà cristiana, tenta di rinviare il giorno dell’esecuzione. Ma è lo stesso condannato a non aiutarla: si dichiara infatti razzista e terrorista, facendo sì che tutti biasimino la suora per il suo aiuto a un individuo così spregevole. Nonostante la frustrazione che deriva da ciò, suor Helen decide di continuare a stare accanto a Matthew, nella speranza di redimerlo. Ne varrà la pena o Matthew si rivelerà il mostro che tutti credono? Da che parte sta la verità?

Curiosità

  • Il film è basato sull’omonimo romanzo autobiografico di suor Helen Prejean.
  • Nella colonna sonora del film c’è la canzone Dead Man Walking di Bruce Springsteen, oltre a brani di Eddie Vedder, Patti Smith, Johnny Cash e Tom Waits.
  • Il crescendo emotivo che porta al finale è stato indubbiamente creato per suscitare un senso di disgusto e un conseguente profondo disappunto verso la pratica della pena di morte, contro la quale il regista e sceneggiatore Tim Robbins, sua moglie Susan Sarandon e il loro amico Sean Penn si battono da sempre come attivisti politici, ben noti sotto questo profilo, soprattutto presso l’opinione pubblica degli USA.
  • Con un budget di 11 milioni di dollari, la pellicola ne ha guadagnati circa 83 milioni, diventando così un gran successo al botteghino.
  • Per i loro ruoli nel film, Susan Sarandon e Sean Penn si sono aggiudicati rispettivamente l’Oscar alla Migliore attrice protagonista e l’Orso d’argento al Festival di Berlino del 1996. La Sarandon ha vinto anche il David di Donatello come miglior attrice straniera, oltre agli Screen Actors Guild Award nella stessa categoria.

Alfie

Via via che che il film procedeva il ricordo di quello precedente a sprazzi riaffiorava, e tutto a svantaggio di questo rifacimento. Perchè altro non è, l’attuale Alfie, che un dichiarato remake di quel lontano film di Lewis Gilbert (1966), con uno smaltatissimo Michael Caine e una pimpante e già attempata Shelley Winters (all’epoca 44 anni, portati maluccio).

Oggi i ruoli sono affidati a Susan Sarandon, splendida nella parte di assatanata di carne fresca, e a Jude Law, meno tipico, meno sfaccettato di Caine, un po’ troppo giovanotto-Variety o per dirla con una parola il cui uso oggi appare vomitevolmente esteso, troppo trendy. Come lo sfondo, che sostituisce la Londra tardo-swinging di Gilbert, con una New York splendidamente fotografata ma banalmente pettinata, da spot pubblicitario.

I primi trenta minuti sono terrificanti, per noia e disagio: il viso perfettino di Law, sempre in primo piano, che monologa con la camera e commenta ogni sua mossa, ogni scena, ogni atto, pedissequamente, inesorabilmente, che scopi, che minga o che mangi. Poi, per fortuna, questa monologazione teatrata e asfittica, pur rimanendo uno stilema (una croce) del film, diminuisce e il regista mostra di saper descrivere un ambiente, di saper drammatizzare personaggi e situazioni anche con acri sapori e veleni, come quando il protagonista teme di avere un tumore al pene, oppure quando la tardona (la Sarandon) lo tradisce con uno ancora più giovane di lui.

Al piglio irritante dell’inizio, da verboso play televisivo, si sostituiscono toni più sfumati, più acidi; la commedia diventa di costume. Ma di un costume che sa di vecchio, e che contrasta con la veste così trendy (di nuovo questa parolaccia) che il regista si è imposto, dagli ambienti alla colonna sonora. Perché, per esempio, tutte le ragazze, a parte la tardona, soccombono al fascino di uno squinzio e vengono lasciate o lo lasciano dopo amare disillusioni? Perché non ce ne è una che se lo porti a letto con divertimento, senza tanti pensamenti? E si arriva così all’altro grosso handicap di questo filmetto, così ben girato, così abile e presuntuoso: il suo moralismo e puritanesimo, che è sì una connotazione del cinema americano tipica in anni lontani ma che pensavamo abbandonata dopo il sessantotto (come avviene, per esempio in
Closer).
L’epoca Bush invece sembra stendere la sua ala su tutto, anche sull’ennesima variante di uno stupidello play-boy.
(piero gelli)

Nemicheamiche

Curata mega-produzione ricca di star sul tema della vita dopo il divorzio. La Sarandon interpreta una donna che disapprova la presenza della fidanzata del suo ex nella vita dei suoi figli. Melodramma patinato con qualche tocco di humor; i protagonisti riescono a dare lustro a una storia sdolcinata. Panavision.

Speed Racer

Speed Racer è un campione alla guida della sua Mach 5, l’auto che suo padre, Pops Racer, ha realizzato nel corso degli anni. Quando scopre che una grossa industria automobilistica trucca i risultati di diverse importanti gare, Speed Racer si allea con il suo rivale storico, Racer X, e tenta di vincere a tutti i costi il circuito del Crucible.

Il temerario

Negli anni Venti, Waldo Pepper, ex pilota dell’aviazione, si cimenta assieme ad altri colleghi in spericolate acrobazie aeree per il divertimento delle sterminate platee americane. In seguito a due tragici incidenti, Waldo è costretto ad abbandonare l’attività. Buone la ricostruzione d’epoca e le sequenze aeree in un film che, tra dramma e commedia, alterna buoni momenti ad altri meno riusciti. Dal punto di vista commerciale, un clamoroso flop, del tutto inaspettato se si pensa che in precedenza Redford aveva lavorato agli ordini di George Roy Hill nei fortunatissimi
Butch Cassidy e La stangata
.
(andrea tagliacozzo)

Prima pagina

Dal lavoro teatrale di Ben Hecht e Charles Mac Arthur, una commedia già portata sullo schermo nel ’31 da Lewis Milestone e nel ’39 da Howard Hawks (col titolo La signora del venerdì). Un cronista di Chicago, in procinto di sposarsi e di cambiare lavoro, è costretto dal proprio direttore a intervistare un condannato a morte. Quest’ultimo riesce a fuggire durante un interrogatorio nascondendosi proprio nella Sala Stampa della prigione. Sicuramente non si tratta di una delle migliore regie di Billy Wilder, anche se il tocco del maestro affiora qua e là e gli interpreti sono a dir poco impeccabili. (andrea tagliacozzo)

Le streghe di Eastwick

Uno sconosciuto arriva ad Eastwick, un paesino della provincia del New England, insediandosi in una faraonica villa. L’uomo altri non è che il Demonio, giunto in paese per sedurre le giovani Alexandra, Jane e Sukie ed avere un figlio da ciascuna di loro. Una debordante favola horror diretta dall’abile George Miller che conferma le doti già intraviste nella serie
Mad Max
: un’accentuata propensione allo spettacolo e un uso disinvolto della macchina da presa. Jack Nicholson, memore della diabolica interpretazione di
Shining
, gigioneggia come non mai.
(andrea tagliacozzo)

Shall We Dance?

Che cosa spinge un avvocato di mezza età, un professionista di successo, con una moglie che ama, due figli adolescenti che non gli danno preoccupazioni, un bell’appartamento nel centro di Chicago e una villa in campagna, a cercare altrove una ragione di vita? La noia? Il tedio di una serenità troppo raggiunta e quindi dai processi iterativi? Tutto nasce per caso quando, rientrando con la sopraelevata a casa, la sera, nota un palazzone tra il liberty e il tudor, fatisciente e vagamente sinistro. Chicago ne è piena. Ma al secondo piano del palazzo, al di là di un’insegna che indica una scuola di danza, l’avvocato (Richard Gere) vede dietro il vetro della finestra una bellissima ragazza latina dallo sguardo triste.
Ecco, incomincia così il film, con l’ennesima riproposta della donna del mistero, che dalla narrativa romantica arriva al grande cinema degli anni Quaranta e Cinquanta. Attratto da quella misteriosa figura l’avvocato si iscrive a un corso di ballo per principianti, imparerà il walzer, la rumba, la beguine, il cha-cha-cha con crescente passione, si affezionerà ai nuovi coloriti amici, tra cui anche un collega di ufficio allontanandosi sempre più dalla famiglia.
La moglie (Susan Sarandon) si accorge ben presto dei sospetti mutamenti del coniuge: torna a casa sempre più tardi e accampa scuse, le sue camicie hanno strani profumi. Ricorre a un investigatore che le dice la verità: l’uomo non la tradisce, neppure con la bellissima ballerina latina (una stupenda Jennifer Lopez), frequenta solo una scuola di ballo. La sorpresa non è meno amara: perché il marito ha sentito il bisogno di quel diversivo, di tenerne all’oscuro lei e i figli? Che cosa non funziona nel loro menage? Mi fermo, non racconto oltre, ché la fine è scontata, trattandosi di una commedia. Ma rileggendo quanto sopra, mi accorgo di aver parlato di un altro film, pur raccontando esattamente questo. Ed è un merito in più della regia, dietro parametri di genere così collaudati e citati: quello di partire con atmosfere torbide, vagamente alla Tennessee Williams, con tutta la sua galleria di perdenti. La scuola di ballo è al limite del fallimento, è un ricettacolo di casi patologici, la direttrice e proprietaria è un’anziana ballerina, al limite dell’alcolismo, la clientela è scarsa. L’avvocato ha come compagni di corso un giovane macho, che poi si rivelerà gay, e un ragazzone nero, grasso e sudoroso. Altrettanto pittoresche sono le insegnanti di corso, a parte la bella ispanica che se ne sta misteriosamente da parte e non dà confidenze. Su questa base commista di esotico e patetico, ma cambiando immediatamente registro, il film si muove con estrema grazia e levità, quella levità che viene da lontano, dalle commedie di Lubitsch, Hawks, Minelli, con il loro perfetto artigianato, grazie anche all’aiuto di una divertente e allegrissima colonna musicale in cui risuonano ritmi e canzoni ben note.
Così, il poco significativo regista Peter Chelsom – ricordo tuttavia Il commediante (1994) con Jerry Lewis e una curiosa commedia, Serendipity (2001) – fornito di una sceneggiatura calibratissima, riesce a disegnare felicemente tutta una serie di caratteri, di personaggi azzeccatissimi per rilievo psicologico ed esplosiva comicità, che costituiscono la forza del film, e nello stesso tempo a contenere entro limiti accettabili il melenso sentimentalismo della storia portante. Insomma, ci si diverte, grazie anche a tutti gli interpreti, davvero straordinari. Perfino – ed è una sorpresa – il maturato Richard Gere, qui in un ruolo che in altri tempi Gary Grant ha magnificamente variato. (piero gelli)