Quarantaduesima strada

La prima donna di una rivista musicale si rompe una gamba proprio la sera della prima. Il compito di sostituirla tocca a una giovane emozionatissima esordiente. Un film entrato nella leggenda, grazie alle canzoni di Harry Warren e Al Dubin (tra le quali Young and Healthy, You’re Getting to Be a Habit With Me e Shuffle Off to Buffalo ) e, soprattutto, alle stupefacenti coreografie di Busby Berkley. Quello stesso anno, Dick Powell e Ruby Keeler torneranno agli ordini di Lloyd Bacon in Viva le donne , un altro straordinario musical coreografato dal geniale Berkley. (andrea tagliacozzo)

Chorus Line

Sedici ballerini, usciti da una selezione di centinaia di concorrenti, affrontano un provino per un musical in allestimento. A giudicarli sarà il regista Zack, alle prese con problemi personali. Debole trasposizione cinematografica dell’omonima commedia musicale che a Broadway tenne cartello per numerosi anni. Nonostante lo sforzo degli interpreti, il film, ambientato tutto nella sala del teatro dove si svolgono le audizioni, finisce per risultare statico. Molto belle, invece, alcune delle canzoni composte da Marvin Hamlish, già premiato con l’Oscar nel ’73 per la colonna sonora di Come eravamo. Meno riusciti gli arrangiamenti, dai suoni tipicamente anni Ottanta. (andrea tagliacozzo)

Bring on the Night – Vivi la notte

Documentario musicale di gran classe sulla nascita della band rock-jazz di Sting, culminante nel primo concerto: il repertorio è quello estratto dal serio e piuttosto politicizzato album The Dream of the Blue Turtles. Più di un semplice film-concerto, soprattutto grazie alla regia di Apted. Molto elegante la fotografia di Ralf Bode.

De-Lovely

In una scena di De-Lovely, musical bio-romanzato del compositore americano Cole Porter, sua moglie, dopo l’ennesimo sgarro alla loro complicità sponsale, decide di lasciarlo, e più o meno dice: «Sopportare tutto questo, soltanto per un pugno di canzoni. Troppo poco». Ma quel pugno in realtà è costituito dalle più belle canzoni che mai siano state scritte nel secolo scorso, superiori a mio avviso a quelle di Gershwin e di Berlin, di una raffinatezza compositiva, sia di musica che di testo, che rivela una conoscenza tecnica raffinatissima.
Infatti, Cole Porter, a Parigi, dopo la prima guerra mondiale, aveva studiato sotto Vincent D’Indy. Tutto questo il film non lo dice, del suo arruolamento nella legione straniera, della sua partecipazione alle vicende belliche e non di un’Europa, dove accorrevano tanti suoi poi famosi connazionali, Hemingway, Dos Passos, la Stein, Fitzgerald e via di seguito.
Il film taglia tutta la giovinezza di Porter e si concentra soprattutto sul suo legame affettivo e coniugale, assai particolare data l’incapacità del musicista di «tenere a freno» il suo cotè omosessuale, che lo porterà negli anni del successo anche hollywoodiano a cadere in mano a ricattatori: siamo negli anni Trenta e il Gay Liberation Front è ancora lontano. In fondo la moglie, interpretata da una splendida Ashley Judd, era da sempre al corrente delle sue predilezioni e non chiedeva che rispetto, discrezione e amore. Amore che Cole Porter comunque nutrì per lei tutta la vita. Infatti dopo a una disastrosa caduta di cavallo, in seguito alla quale perderà una gamba, tornarono insieme fino alla morte di lei.
Il film è costruito con una serie di flash-back, attraverso i quali si ripercorrono momenti della vita del compositore, la vita come palcoscenico; e sulla scena a lui vecchio e sciancato appaiono amici amanti e compagni, e la moglie naturalmente, inclusa la divertente citazione dell’altra pellicola dedicata alla sua vita: con lui vivo, infatti, fu girato nel 1946 Night And Day di Michael Curtiz, con Cary Grant nel ruolo di Porter, naturalmente rigorosamente eterosessuale. De-Lovely – che curiosamente azzera ogni riferimento storico, ambientato com’è in un generico Novecento e dimenticando che Porter ha passato due guerre ed è morto nel ’64 – alterna sequenze esistenziali a numeri musicali, con brani dei suoi musical più noti e le canzoni suoi più celebri, spesso affidate a star come Robby Williams e sono, inutile dirlo, il fascino essenziale di questo film oltre alla recitazione di Kevin Klein, perfetto nel rendere le ambiguità sentimentali del personaggio.
Per il resto, il film è stilisticamente, o meglio strutturalmente, vecchio, sembra girato negli anni Ottanta, sotto l’influsso di Bob Fosse, e capisco come sia stato bistrattato dalla critica. Ma per chi ama il genere, nonostante tutto, sono due ore abbondanti di grande godimento. (piero gelli)

Neil Young: Heart of Gold

Coloro che hanno vissuto gli anni del “baby boom” in generale e, più in particolare, i fan di Young assaporeranno questo sublime film-concerto girato durante i due spettacoli del 2005 al Ryman Auditorium di Nashville. Young e i componenti della sua band interpretano pezzi nuovi e vecchi. Ciò che rende questo film particolarmente toccante è sapere che il cantante folk scrisse le sue composizioni più recenti dopo aver appreso di avere un aneurisma cerebrale, per il quale ha subito, con successo, un intervento chirurgico.

Fascino

La trama piena di stereotipi è sorretta dalla grazia della Hayworth, dall’ottima colonna sonora di Jerome Kern e Ira Gershwin (che annovera Long Ago and Far Away) e soprattutto dai balletti di Kelly da solo. Silvers aggiunge qualche risata, ma la Arden ruba la scena nel ruolo della sagace assistente di Krüger.

Il denaro non è tutto

Un musical arioso e brillante, ma a corto di ironia: le atmosfere giocose compensano la carenza di idee, mentre Errol — un ex riccastro ormai sul lastrico — tenta di recuperare le proprie fortune tramando con la servitù. Belli i brani di Sinatra, al debutto come protagonista: The Music Stopped e I Couldn’t Sleep a Wink Last Night. Due nomination all’Oscar.

Cry-Baby

Baltimora, 1954: una brava ragazza (Locane) è combattuta tra le sue origini e dei giovinastri bardati di pelle nera… soprattutto un tipo che sembra Elvis (Depp), molto desideroso di farla scorazzare sulla sua moto. Più patinato del precedente Grasso è bello dello stesso Waters, ma non così ben centrato, nonostante le ottime interpretazioni. Discontinuo e spossante, anche se alcune ambientazioni sono davvero efficaci. La versione director’s cut dura 95 minuti.

Cenerentola a Parigi

Stilizzatissimo musical con Astaire nel ruolo di un fotografo di moda che a Parigi trasforma la Hepburn in un’elegante modella. Con un’eccellente colonna sonora di Gershwin (How Long Has This Been Going On, He Loves and She Loves, S’Wonderful, Funny Face), un sorprendente uso del colore e una divertente prova della Thompson nella parte della direttrice della rivista. Fotografia di Ray June e John P. Fulton. Leonard Gershe ha basato la sceneggiatura su un musical teatrale non realizzato; il personaggio di Astaire è ispirato a Richard Avedon, accreditato come consulente d’immagine. VistaVision. Quattro nomination agli Oscar.

Banana Split

Trito, ma visivamente folgorante, musical sulla guerra: il soldato Ellison va al fronte mentre la Faye e la Ryan credono entrambe di essere la sua fidanzata. Due strepitosi numeri musicali, per gentile concessione di Bubsy Berkeley: The Lady with the Tutti-Frutti Hat (con una Miranda in piena forma) e la finale The Polka Dot Polka. La Faye canta No Love, No Nothin’. E come ciliegina kitsch sulla torta, anche Benny Goodman si mette a cantare! Da segnalare June Haver in veste di guardarobiera e Jeanne Crain sdraiata a bordo piscina.

La Bamba

Solida biografia musicale di Ritchie Valens, un povero messicano d’America che divenne un fenomeno del rock ‘n’ roll all’età di diciassette anni. Valdez (anche sceneggiatore) non riesce a evitare qualche appesantimento biografico tipico di Hollywood, ma una buona musica di accompagnamento e l’interpretazione autorevole e piacevole di Phillips è più che una compensazione. Morales è eccellente nel ruolo del fratello inquieto di Ritchie. La musica di Valens è eseguita da Los Lobos (che appaiono come “Tijuana Band”) su una base. Musica originale di Carlos Santana e Miles Goodman.

Aria

Terribile collezione di corti, ognuno (teoricamente) ispirato a una famosa opera lirica. Pochi riescono a mettere insieme qualcosa che c’entri con la musica, mentre la maggior parte dei tentativi sono francamente imbarazzanti. Le parti migliori — relativamente parlando — sono quelle di Roddam e di Beresford, rispettivamente sulle note del Tristano e Isotta di Wagner e della Tote Stadt di Korngold. Questo incredibile spreco di tempo e di talento segna anche il debutto di Bridget Fonda.

Funny Girl

Debutto cinematografico premiato con l’Oscar per la Streisand nel ruolo di Fanny Brice, cantante e attrice di varietà la cui infelice vita privata contrasta con la sua esuberanza comica in scena. Come biografia è deludente, ma come musical è di prima categoria, con le belle musiche di Bob Merrill e Jule Styne (People è la canzone del titolo), il memorabile finale sulle trascinanti note di Don’t Rain on My Parade e dei classici della Brice, My Man e Second Hand Rose. Seguito da Funny Lady. Panavision.

Big Time

Spezzoni di un concerto di Tom Waits all’L.A. Wiltern Theater, più altre performance in cui il camaleontico musicista americano offre tutte le sue diverse facce al pubblico: dal crooner con la voce profonda all’animale da palcoscenico. Se siete dei fan di Waits e non avete mai avuto l’occasione di vederlo dal vivo, questo è il film che fa per voi.

Il mago di Oz

Un eccezionale uragano trasporta la piccola Dorothy e la sua fattoria in un mondo sconosciuto e fantastico. L’unico in grado di farla tornare a casa è il misterioso Mago di Oz. Dai libri di Lyman Frank Baum, un musical a dir poco straordinario (specialmente per quanto riguarda musica e scenografie, piuttosto che nelle più modeste coreografie, alcune delle quali accorciate brutalmente in sede di montaggio) ma anche una bellissima favola e, implicitamente, un inno alla fantasia. Il regista Victor Fleming era subentrato a Richard Thorpe, George Cukor e King Vidor che si erano in tempi diversi alternati dietro la macchina da presa. La colonna sonora di Herbert Stothart e la canzone Over the Rainbow , composta da Harold Arlen e E.Y. Harburg, vinsero l’Oscar 1939. In quello stesso anno, Fleming realizzò un altro film destinato ad entrare nella leggenda: Via col vento (per il quale si aggiudicò l’Oscar come miglior regista). (andrea tagliacozzo) .

Il valzer dell’imperatore

Musical stravagante ma fiacco, ambientato nell’Austria di Francesco Giuseppe, con Crosby venditore di giradischi alla famiglia reale. Materiale esageratamente sentimentale per Wilder (anche sceneggiatore). Girato nel 1946: le montagne del Jasper National Park in Alberta, in Canada, rimpiazzano le Alpi Tirolesi. Due nomination all’Oscar (Costumi e Colonna Sonora).

Buena Vista Social Club

Seducente documentario su un piccolo gruppo composto da veterani musicisti e cantanti dell’Avana, riuniti dal chitarrista americano Ry Cooder dopo anni passati nell’oscurità. Due dopo aver realizzato un disco, grande successo di vendite e di critica, vengono filmati da Wenders durante una sessione di registrazione, in concerto e mentre ripercorrono le tappe della loro vita e della loro carriera musicale. Anche se alcuni hanno già ottant’anni (se non novanta), la loro musica è senza tempo e la loro arte è ancora vigorosa. Nomination al Miglior Documentario nel 2000.

Sette spose per sette fratelli

Un musical esuberante che integra alla perfezione canzoni, balli e storia: la decisione di Keel di prendere moglie (Powell) ispira i suoi scalmanati fratelli a fare lo stesso. Orecchiabile colonna sonora di Johnny Mercer e Gene DePaul (con la direzione musicale di Adolph Deutsch e Saul Chaplin, che vinsero l’Oscar), ma sono i vibranti numeri di ballo di Michael Kidd a essere veramente eccezionali, con una delle rare apparizioni sullo schermo dei ballerini Jacques D’Amboise e Marc Platt. La scena in cui viene sollevato il fienile è assolutamente geniale. Sceneggiatura di Albert Hackett, Frances Goodrich e Dorothy Kingsley, da un soggetto di Stephen Vincent Benet. Divenne poi una serie tv e un musical di Broadway. CinemaScope. Anche altre quattro nomination dall’Academy.

Dirty Dancing – Balli proibiti

In vacanza con la famiglia nella East Coast, la sedicenne Baby s’innamora di Johnny, aitante animatore in un albergo e maestro di danza. Durante una gara di ballo, l’intraprendente ragazza si trova a sostituire l’abituale partner del giovane, momentaneamente indisposta. Un film scaltro ma quasi irritante diretto da un regista che in altre occasioni (suoi Tre scapoli e una bimba e Uno strano caso ) ha dimostrato di possedere una buona mano per la commedia. Jennifer Grey è la figlia di Joel Grey, indimenticabile interprete di Cabaret . Oscar per la miglior canzone: (I’ve Had) the Time of My Life, (andrea tagliacozzo)

 

Aiutami a sognare

Un musical intrigante, originale e irresistibilmente nostalgico su un affascinante pilota americano, Franciosa, che durante la seconda guerra mondiale si nasconde in una fattoria insieme alla Melato e i suoi figli. Un inno a un’America idealizzata, ricco di belle canzoni d’epoca e impreziosito dalle coreografie di Hermes Pan.

Sulle ali dell’arcobaleno

Questa eccentrica e fantasiosa commedia musicale (scritta da Burton Lane e E.Y. Harburg) sulla discriminazione razziale era in anticipo sui tempi nella Broadway dei tardi anni Quaranta, ma terribilmente datata due decenni dopo: tuttavia, Coppola e un cast affascinante ne fanno miracolosamente uno straordinario e immaginifico musical, forse il migliore del periodo. I dialoghi di Harburg rimangono eleganti e arguti, e Astaire è divertente nei panni dell’immigrato irlandese il cui folletto prende vita nel Sud degli Stati Uniti. Da vedere — se possibile — in sala. Due nomination agli Oscar per il Sonoro e la Miglior Canzone.

La taverna delle stelle

La storia ambientata in tempo di guerra dell’amore tra un soldato e una cameriera in una famosa taverna newyorkese è piena di cammei, comparsate, dialoghi e numeri musicali da parte di un incredibile sfilza di stelle, fra cui Katharine Hepburn, Harpo Marx, Paul Muni, Helen Hayes, Benny Goodman, Count Basie, Edgar Bergen. Due nomination agli Oscar. Alcune edizioni durano 93 minuti.

Alleluja!

Il primo grande successo sonoro di King Vidor, uno sguardo stilizzato sulla negritudine incentrato su un raccoglitore di cotone del Sud che, pur diventando un predicatore, conserva alcune umanissime debolezze. Irrimediabilmente datato sotto alcuni aspetti, e insopportabilmente melodrammatico, ma tutto sommato toccante. Belle le riprese on location e assolutamente sopra la norma le sequenze musicali.

Non ti appartengo più

Dramma romamtico molto sentito (di Borzage, maestro del genere) su una giovane donna che studia da pianista con un maestro brillante ma rigoroso — e si innamora di lui. Bellissima la fotografia in Technicolor, con Artur Rubinsteinche esegue le interpretazioni al pianoforte della colonna sonora.Nella scena di apertura si vede il giovane André Previn nella parte di uno studente di pianoforte.

Grasso è bello

Gerard, Debbie Harry, Ricky Lake, Lesile Ann Powers, Jerry Stiller, Shawn Thompson, Pia Zadora, Ric Ocasek, John Waters. Il “trasgressivo” John Waters si rabbonisce con un’irresistibile e nostalgica satira sull’esplosione di un programma Tv per ragazzi nella Baltimora del 1962. Fra le performance da segnalare, la Harry nei panni della cotonatissima madre di una ex celebrità locale, una Pia Zadora spinellata e bohémienne, la Brown nel ruolo della proprietaria di un negozio di dischi r

George Balanchine – Lo schiaccianoci

Versione fin troppo teatrale del celebre e amato balletto, ambientata la vigilia di Natale: la storia di una ragazzina (Cohen) che si ritrova in un fantastico mondo di giocattoli giganti. Culkin (la star del film) non è niente di speciale nei panni del Principe Schiaccianoci. Adattato da Peter Martins dalla produzione del New York City Ballet. Conosciuto anche con il titolo George Balanchine’s The Nutcracker.

Moonwalker

Film-tributo dedicato alla pop star per eccellenza degli anni Ottanta, Michael Jackson. Dopo una iniziale carrellata dei suoi video-clip più famosi, vediamo Michael e tre suoi piccoli amici combattere, in una miriade di trasformazioni, musiche ed effetti speciali, contro un abietto magnate della droga. Come spettacolo cinematografico non è un granché, ma gli ammiratori del cantante non rimarranno delusi. Uno dei tre ragazzi è Sean Lennon, figlio dell’ex beatle John. (andrea tagliacozzo)

Shall We Dance?

Che cosa spinge un avvocato di mezza età, un professionista di successo, con una moglie che ama, due figli adolescenti che non gli danno preoccupazioni, un bell’appartamento nel centro di Chicago e una villa in campagna, a cercare altrove una ragione di vita? La noia? Il tedio di una serenità troppo raggiunta e quindi dai processi iterativi? Tutto nasce per caso quando, rientrando con la sopraelevata a casa, la sera, nota un palazzone tra il liberty e il tudor, fatisciente e vagamente sinistro. Chicago ne è piena. Ma al secondo piano del palazzo, al di là di un’insegna che indica una scuola di danza, l’avvocato (Richard Gere) vede dietro il vetro della finestra una bellissima ragazza latina dallo sguardo triste.
Ecco, incomincia così il film, con l’ennesima riproposta della donna del mistero, che dalla narrativa romantica arriva al grande cinema degli anni Quaranta e Cinquanta. Attratto da quella misteriosa figura l’avvocato si iscrive a un corso di ballo per principianti, imparerà il walzer, la rumba, la beguine, il cha-cha-cha con crescente passione, si affezionerà ai nuovi coloriti amici, tra cui anche un collega di ufficio allontanandosi sempre più dalla famiglia.
La moglie (Susan Sarandon) si accorge ben presto dei sospetti mutamenti del coniuge: torna a casa sempre più tardi e accampa scuse, le sue camicie hanno strani profumi. Ricorre a un investigatore che le dice la verità: l’uomo non la tradisce, neppure con la bellissima ballerina latina (una stupenda Jennifer Lopez), frequenta solo una scuola di ballo. La sorpresa non è meno amara: perché il marito ha sentito il bisogno di quel diversivo, di tenerne all’oscuro lei e i figli? Che cosa non funziona nel loro menage? Mi fermo, non racconto oltre, ché la fine è scontata, trattandosi di una commedia. Ma rileggendo quanto sopra, mi accorgo di aver parlato di un altro film, pur raccontando esattamente questo. Ed è un merito in più della regia, dietro parametri di genere così collaudati e citati: quello di partire con atmosfere torbide, vagamente alla Tennessee Williams, con tutta la sua galleria di perdenti. La scuola di ballo è al limite del fallimento, è un ricettacolo di casi patologici, la direttrice e proprietaria è un’anziana ballerina, al limite dell’alcolismo, la clientela è scarsa. L’avvocato ha come compagni di corso un giovane macho, che poi si rivelerà gay, e un ragazzone nero, grasso e sudoroso. Altrettanto pittoresche sono le insegnanti di corso, a parte la bella ispanica che se ne sta misteriosamente da parte e non dà confidenze. Su questa base commista di esotico e patetico, ma cambiando immediatamente registro, il film si muove con estrema grazia e levità, quella levità che viene da lontano, dalle commedie di Lubitsch, Hawks, Minelli, con il loro perfetto artigianato, grazie anche all’aiuto di una divertente e allegrissima colonna musicale in cui risuonano ritmi e canzoni ben note.
Così, il poco significativo regista Peter Chelsom – ricordo tuttavia Il commediante (1994) con Jerry Lewis e una curiosa commedia, Serendipity (2001) – fornito di una sceneggiatura calibratissima, riesce a disegnare felicemente tutta una serie di caratteri, di personaggi azzeccatissimi per rilievo psicologico ed esplosiva comicità, che costituiscono la forza del film, e nello stesso tempo a contenere entro limiti accettabili il melenso sentimentalismo della storia portante. Insomma, ci si diverte, grazie anche a tutti gli interpreti, davvero straordinari. Perfino – ed è una sorpresa – il maturato Richard Gere, qui in un ruolo che in altri tempi Gary Grant ha magnificamente variato. (piero gelli)