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Holy Smoke

Cosa succede a mettere insieme in un prefabbricato nel deserto australiano Kate Winslet e Harvey Keitel, a far correre nuda lei e vestire con un abito femminile – per di più rosso – lui? Che accade se, nel delirio collettivo, l’angelo nero destinato a fare chiarezza è Pam Grier? Cosa avviene se il conflitto natura/cultura caratteristico della civiltà australiana viene caricato a tal punto da inturgidire le immagini? Quanto di meglio, se la cineasta è Jane Campion, che rilegge i temi dei propri film attraverso il filtro ironico della cultura americana minoritaria: il gusto camp del travestitismo di un insuperabile Keitel, la controcultura della blaxploitation, gli eccessi della para-mistica californiana liberano Holy Smoke dai lacciuoli di un cinema di autore, imbriglianti per Lezioni di piano e Ritratto di signora . L’esuberanza e l’inventività visiva dei primi film della regista neozelandese fanno nuovamente capolino, filtrati da uno sguardo sardonico e distanziato. Leggerezza della maturità. ( francesco pitassio )

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