La Cina è vicina

Vittorio è un professore insoddisfatto che decide di tentare la carriera politica. Elena, la sorella acida e single, è tutta presa nell’amministrazione del patrimonio familiare. Camillo, l’ultimo fratello, è un universitario ribelle e idealista. Queste tre vite così diverse si intrecciano e si scontrano, sullo sfondo dell’Italia degli anni Sessanta. Una pellicola che divenne una sorta di manifesto per il movimento studentesco, nella sua tagliente ironia diretta ai partiti politici tradizionali.

La visione del sabba

Maddalena è rinchiusa in un ospedale psichiatrico: ha ucciso il proprio violentatore e sostiene di essere una strega nata nel 1630. Un giovane psichiatra deve fare una perizia su di lei e si lascia coinvolgere nel suo universo visionario. Pellicola suggestiva dal punto di vista figurativo, ma irrisolta a livello di storia.

L’ora di religione (Il sorriso di mia madre)

Ernesto (Sergio Castellitto) è un pittore, illustratore di favole per bambini, separato dalla moglie e padre del piccolo Leonardo. Un giorno gli comunicano che un comitato promosso dai suoi parenti vuole fare beatificare sua madre, da tre anni. Capisce che dietro tutta l’operazione ci sono solo motivi venali e gli appare tutto una buffonata. Contemporaneamente conosce la maestra di religione di suo figlio e se ne innamora. Il suo essere libero e ateo contrasta con il processo di beatificazione, ma questo è il pretesto per ripensare alla madre e rielaborare il passato. Vive nel dubbio e non sa se fare il gioco dei fratelli, della zia e della moglie, oppure continuare a vivere senza violare i suoi valori e principi. Un film con derive surreali, incontri decontestualizzati, immagini e situazioni quasi felliniane, dialoghi che sfiorano il grottesco. Bellocchio ritorna sul grande schermo dopo La balia (1999) e lo fa con un film non di facilissima lettura, sostenuto però dal cast di attori tutto di grande livello. Castellitto tiene il personaggio molto bene, anche se ogni tanto irrita per la sua cieca integrità, appena sfiorata dal dubbio. La mano sapiente del regista si nota e l’aiuto di un montaggio e di una fotografia, che rendono Roma a tratti mistica, non è certo indifferente. (andrea amato)

Sbatti il mostro in prima pagina

Il redattore capo di un quotidiano scatena una campagna contro il membro di un gruppo extraparlamentare, incolpandolo dell’omicidio di una giovane. Un giornalista scrupoloso scopre, invece, la verità. Una pellicola sul mondo dei media, analizzato nei suoi meccanismi e perversioni. Da molti considerato un classico, è un film di genere molto efficace, con un Volonté in eccezionale forma.

Marcia trionfale

Un giovane appena laureato parte per il servizio militare. Si trova profondamente a disagio in nel mondo della caserma, ma il suo superiore (un uomo in crisi depressiva) lo elegge a suo confidente; così facendo involontariamente facilita la nascita di una relazione adulterina del giovane con sua moglie. Uno dei film meno riusciti di Bellocchio, in cui la volontà di dissacrare l’odioso baraccone delle forze armate cade nel vuoto della retorica e della banalità.

Enrico IV

Deludente aggiornamento della brillante satira pirandelliana sulla natura della follia e dell’illusione. In seguito a una caduta da cavallo, un nobiluomo si convince di essere l’imperatore Enrico IV… e se fosse vero? Gli interpreti fanno quello che possono per cavare qualche momento di lucidità dalla confusione, ma il risultato non è all’altezza.

Il principe di Homburg

La critica salutò questo adattamento del capolavoro di Heinrich von Kleist come una rinascita di Bellocchio dopo il periodo psicanalitico segnato dal sodalizio con Massimo Fagioli. Qui il regista non compie affatto una lettura psicanalitica del testo, ma semmai torna indietro, a scoprire nel romanticismo le radici di inquietudini che poi saranno della psicanalisi (e nostre). Dopo aver prosciugato il testo (che è un classico/anticlassico, inconciliato e attratto dall’horror vacui come contraltare della giovinezza), fa pronunciare a un attore protagonista volutamente impacciato battute a velocità vertiginosa, come se fosse sperduto (anzi – letteralmente – sfuocato). I nobili temi del conflitto tra individuo e dovere e della responsabilità individuale non hanno nulla di moralistico; anzi si collocano in un ambito pre-morale, tra luci e ombre, tra potenze oscure come il Leviatano o come il Dio di Isacco. E tutto sfocia nelle agghiaccianti sequenze della guerra, che non si vede mai: basta un polverone in una radura, o alcune gigantesche ombre di cavalieri proiettate su una parete. (emiliano morreale)

Il regista di matrimoni

Si può amare un film anche di fronte ogni logica obiezione, seguirne le immagini con crescente irritata ammirazione o ammirata irritazione, a seconda del prevalere dell’uno o dell’altro stato d’animo? Sì, se si tratta di un film di Marco Bellocchio, a cui è stato concesso un credito illimitato da quando, nel 1965, esordì nel lungometraggio, con quei Pugni in tasca che stupì e commosse.
Da allora però ha altalenato pericolosamente tra film in cui il grottesco poetico investito di rabbia di quel capolavoro riusciva a catalizzarsi in un risultato notevole (Nel nome del padre, Marcia trionfale, Salto nel vuoto, Gli occhi,la bocca, L’ora di religione) ad altri di sconsolata irrealizzazione, malati di infantilismo e velleitarismo, di cui molti critici hanno accusato anche il sodalizio con lo psicanalista Massimo Fagioli.
Ma veniamo a questo Regista di matrimoni, che raccontando la crisi di un «maestro» celebre sviluppa e intreccia in soggettiva tre storie, dove la soggettiva appunto dovrebbe servire a coagulare il tutto. Il regista Franco Erica (Sergio Castellitto) assiste allibito al matrimonio neocatecumenico della figlia, evidentemente angustiato da quella scelta e da quella fastidiosa ritualità. In più sta girando, probabilmente per motivi economici, l’ennesima versione dei Promessi sposi, ma nella fase preparatoria, gli studi vengono visitati dalla finanza e lui è inquisito ingiustamente di violenza carnale. Fugge in Sicilia, in uno scenario di mare stupendo tra Cefalù e Palermo e lì, mentre si aggira meditabondo sulla spiaggia, osserva un regista di matrimoni, Baiocco (Bruno Cariello), che riprende una coppia di sposi e relativi parenti. Viene riconosciuto con devota ammirazione dal registello che gli chiede come lui, maestro, girerebbe una scena così necessariamente bloccata nell’ovvietà del rito.
Questa prima scena di matrimonio non è che il preludio a un’altra, che nascerà in seguito. Perché Erica, ospite del nuovo amico e di sua moglie, conosce il principe di Gravina, interpretato magnificamente da Samy Frey (quanto mutato dai tempi Godard!). Il principe che abita la splendida villa Palagonia invita Erica, che ha conosciuto tramite Baiocco, a girare il film delle nozze della figlia Bona (una splendida Donatella Finocchiaro). In realtà, il principe, completamente spiantato per motivi di gioco, obbliga la ragazza a un matrimonio di convenienza con un giovane e spettinato avvocato, rampollo di una ricca famiglia locale vagamente mafiosa; come nei Promessi sposi ci sono «bravi» che seguono il regista; e fanno bene, perché questi s’innamora, contraccambiato, della bellissima principessa triste e fa di tutto per buttare all’aria le nozze.
Tutta questa storia è condotta con una visionarietà fiabesca, intrisa di una levità grottesca dai tocchi felliniani, che altro non è che la proiezione in soggettiva libera di un possibile film futuro. Tanto è vero che il finale lascia aperte tre soluzioni, ipotesi da mise en abyme godardiana molto pericolosa oggi in tempi di banali telefiction; anche se l’immagine di chiusura, del regista in treno, solo, che se ne torna «in continente», dovrebbe bastare a far capire che ogni spettatore può scegliersi la sua, di fine: quella trucida del padre che uccide lo sposo, quella fiabesca del regista che scappa con la principessa, o quella realista, flash di immagini filmiche in fieri.
Se il film fosse restato in questi due binari, tra il fiabesco lirico e decantato, un po’ alla Anna Maria Ortese (anche se qui siamo in Sicilia e non a Napoli) e tra la parodia e l’ironia grottesca di un regista ormai fuori gioco, Bellocchio avrebbe scritto uno dei suoi film più belli e intelligenti. Purtroppo a questi due temi ne ha aggiunto un altro, carico di messaggio e di rabbia pochissimo sopita e molto vociferata, affidata a un regista amico/nemico Smamma (Gianni Cavina), che si finge morto in un incidente stradale perché il suo film, appena terminato, possa vincere l’ambito premio «David di Michelangelo», il che rigorosamente avviene. «Perché in Italia contano le pastette politiche di centro e di sinistra», blatera il morto redivivo, «perché in Italia comandano solo i morti». Leit-motiv, quest’ultimo, che ripete al regista anche il principe di Gravina.
A parte che l’esplicito messaggio puzza di personali incazzature, è anche fuori tono in un film così risolto in visionarietà polivalente, più adatto a un Nanni Moretti – così poco regista e così tanto promotore di se stesso come faro di impegno politico e saggezza generazionale – che non a Marco Bellocchio, cui riconosciamo, nella sua lunga carriera così coerente con i suoi desideri di artista, la capacità di rendere in immagini i malesseri e i fantasmi della realtà d’oggi, privata e pubblica; e perfino la perspicacia di raccontare la sensazione o consapevolezza di sentirsi un sopravvissuto, senza bisogno che un alter-ego posticcio infantilmente banale le verbalizzi. (piero gelli)

Gli occhi, la bocca

Deprimente pappa pretenziosa riguardo gli effetti del suicidio di un uomo sul fratello-attore (Castel), sulla madre (Riva) e sull’amante incinta (Molina). A un certo punto Castel e Molina guardano I pugni in tasca, altro film girato da Bellocchio e interpretato da Castel. Suggeriamo agli spettatori di fare lo stesso.

Il diavolo in corpo

Andrea, un liceale, s’innamora di una ragazza, Giulia, che ha visto solo di sfuggita. Quest’ultima, figlia di una vittima delle Brigate Rosse, è fidanzata con un brigatista pentito. In tribunale, durante il processo ad alcuni terroristi, la giovane si accorge della presenza dello studente. Uno dei film meno interessanti di Bellocchio che destò grande scalpore per un’esplicita scena di fellatio (prontamente censurata in televisione).
(andrea tagliacozzo)

La condanna

Una donna si trova rinchiusa in un museo con un architetto e ha un rapporto sessuale con lui, salvo denunciarlo per stupro subito dopo. Il tribunale deve stabilire se si è trattato effettivamente di violenza o se c’era un’intesa tra i due. Film controverso (sul confine, a volte labile, tra stupro e sesso consensuale), non completamente riuscito: troppo astratto e teorico.

Il sogno della farfalla

Massimo, un attore, ha deciso di non parlare più. Le persone a cui è caro si preoccupano, ma lui non reagisce. Incontra una giovane che conosce un linguaggio fatto di gesti e la sua strana crisi inizia a sbloccarsi. Una delle migliori pellicole del Bellocchio maturo: vette di lirismo delle immagini molto alte fanno da contrappunto alla difficoltà di una pellicola in cui è evidente il rifiuto dell’utilizzo del dialogo.

Sorelle mai

Sara Mai (Donatella Finocchiaro) è un’attrice e vive a Milano, cercando di affermarsi, mentre sua figlia, la piccola Elena (Elena Bellocchio), passa gran parte del tempo nella casa di famiglia a Bobbio, dove è accudita dalle due anziane zie (le sorelle Letizia e Maria Luisa Bellocchio).
A Bobbio torna spesso anche il fratello di Sara, Giorgio (Pier Giorgio Bellocchio), sempre più inquieto e incerto sul proprio futuro. Giorgio e le due zie sono ormai la famiglia di Elena, finché un giorno, dopo aver ottenuto una parte importante, Sara decide di portare la figlia con sé a Milano, e trasferirsi in una casa più grande.
A questo scopo, torna a Bobbio per formalizzare la vendita della sua parte della casa, trovando in Giorgio un alleato prezioso, malgrado i rapporti difficili intercorsi in passato tra i due.
Gli anni passano, Elena cresce e si ritrova di nuovo a vivere con le zie, che ospitano anche una giovane professoressa di liceo (Alba Rohrwacher) che, travolta dalla sua angoscia d’amore, durante gli scrutini finali, per “assenza” rischia di far bocciare un suo studente. Anche Giorgio fa ritorno a Bobbio, in fuga dai debiti e inseguito da due personaggi loschi: stavolta sarà la sorella ad aiutarlo. La famiglia al completo si riunisce infine sulla riva del Trebbia per assistere a una rappresentazione ideata dall’amico Gianni (Gianni Schicchi Gabrieli), che, vestito in frac, si immerge nelle acque dell’antico fiume del paese dove tutti i personaggi sono nati e dove hanno trascorso la loro prima giovinezza…

I pugni in tasca

Splendida pellicola, unica nel suo genere, su una folle famiglia di epilettici in cui il protagonista uccide la madre e annega il fratello più giovane, mentre la sorella si deve accontentare di un incesto represso. Uno dei grandi film degli anni Sessanta, anche se non sempre riconosciuto, con un Castel più che adeguato alle esigenze del suo difficile ruolo.

Vincere

Benito Mussolini è alla direzione dell’Avanti quando incontra Ida Dalser a Milano. Egli è un ardente agitatore socialista impegnato a guidare le folle verso un futuro di emancipazione sociale. Ida crede fortemente nelle sue idee: Mussolini è il suo eroe. Per lui, per finanziare la fondazione del Popolo d’Italia, vende tutto: appartamento, salone di bellezza, mobilio, gioielli. Allo scoppio della guerra, Mussolini si arruola e scompare dalla vita della donna. Ida lo rivedrà in un ospedale militare, immobilizzato e accudito da Rachele, appena sposata con rito civile. Furente si scaglia contro la rivale, rivendicando di essere lei la vera moglie, di avergli dato un figlio, ma viene allontanata a forza. Disconosciuta, sorvegliata, pedinata, Ida non si arrende, protestando la sua verità. Rinchiusa in manicomio lei – in un istituto il bambino – per oltre undici anni, tra torture e costrizioni fisiche, non ne uscirà mai più e mai più rivedrà suo figlio, a cui toccherà la stessa disperata sorte di esistenza cancellata.

Matti da slegare – Nessuno o tutti

Tratto dal documentario in due parti Nessuno o tutti. Si tratta di un documento girato in 16 mm nell’ospedale psichiatrico di Colorno (Parma), a sostegno delle teorie di Basaglia (promotore dell’omonima legge per la tutela dei pazienti psichiatrici). Toccante: uno dei pochi esempi di cinema militante italiano capace di sviscerare il tema della pazzia con un’analisi reale.

Buongiorno, notte

Il 16 marzo del 1978 i terroristi delle Brigate Rosse rapiscono il Presidente della Democristiana Cristiana, Aldo Moro. Sono tre uomini e una donna: Mariano, Enzo, Ernesto e Chiara. Affittano un appartamento, lo arredano, preparano la stanza dove terranno segregato Moro. Lo trasportano dentro una cassa. Lo Stato italiano e le sue istituzioni vengono colpite al cuore. I cinque trascorrono insieme 55 giorni. Mangiano le stesse cose. Chiara esce ogni giorno per andare al suo lavoro, torna con la spesa e i giornali. Sembra che tutto debba andare avanti all’infinito ma poi le Brigate Rosse votano per la condanna a morte del leader democristiano.
Ispirato a Il prigioniero, il libro di Anna Laura Braghetti, una dei carcerieri di Moro, Buongiorno, notte ripercorre uno dei periodi più drammatici del dopoguerra. Chiara è l’occhio dei terroristi sul mondo. Annusa le reazioni della gente, porta dentro casa l’odio, l’incomprensione, l’indifferenza. Si commuove per le lettere di Moro che le ricordano quelle del padre, partigiano giustiziato dai fascisti. Non condivide la decisione di ucciderlo. Bellocchio immagina per la brigatista una conversione finale, un risveglio. Così Chiara sogna Moro libero per la città. Un finale diverso, surreale. Nel film gli uomini e le donne fanno la storia, mentre piegano le calze, cucinano la minestra e guardano la televisione. È stato detto che il pregio del film è quello di non cercare a tutti i costi la teoria del complotto politico. La delicatezza della scelta stilistica non salva però nessuno. Le immagini del funerale di Moro con la sfilata dei politici, il papa sulla portantina, vale molto di più di ogni parola. Buongiorno, notte merita di essere visto: ottimi gli interpreti tra cui Maya Sansa (Chiara), Luigi Lo Cascio (Mario Moretti) e Roberto Herlitzka (Moro). Una pellicola che tiene bassi i toni e lascia nello spettatore la voglia di approfondimento, di ricerca storica. Bellocchio ha dichiarato: «l’oggetto del mio film non è la verità storica. Non mi ha interessato, pur essendo argomento di fondamentale importanza, capire chi c’era dietro i terroristi, affrontare quel dibattito sul complotto che per anni ci siamo portati dietro. Da lì l’invenzione, che a un certo punto reagisce, non ci sta, come invece non è avvenuto nella realtà». (francesco marchetti)

Diavolo in corpo

Bellocchio rigira e aggiorna il classico francese del 1946 nel suo percorso di studio della pazzia. L’olandese Detmers buca lo schermo con la sua straordinaria bellezza, divisa fra il fidanzato terrorista (De Torrebruna) e un bel giovanotto (Pitzalis). A quanto pare, si tratta del primo film destinato alla grande distribuzione in cui una rispettabile attrice è stata coinvolta in una scena di sesso esplicitamente pornografica. Disponibile in diverse versioni, più o meno censurate.