La guerra dei mondi

Ray Ferrier (Tom Cruise), gruista al porto, riceve la vista dei figli Rachel (Dakota Fanning) e Robbie (Justin Chatwin) per il fine settimana. La loro mamma, Mary Ann (Miranda Otto), divorziata da Ray, sta per recarsi a Boston dai genitori con il suo nuovo compagno Tim (David Allan Basche). Intanto, strani «temporali» si verificano un po’ ovunque nel mondo, al termine dei quali tutte le apparecchiature – elettriche o a motore – smettono di funzionare. Un tale evento capita anche nella città dove risiede Ray, ma non è nulla rispetto a quanto accadrà di lì a poco: gli alieni sbucano dalla crosta terrestre a bordo di terrificanti macchine da guerra a tre gambe, lì sepolte milioni di anni prima, e cominciano a distruggere tutto: case, strade. E persone. L’invasione è globale e a nulla paiono servire le armi convenzionali cui ricorre l’esercito per fronteggiarla. Ray e i ragazzi si danno perciò a una precipitosa fuga, con l’obiettivo di ricongiungersi al resto della famiglia.
Eh, sì, E.T. si è proprio incavolato. Steven Spielberg, torna a confrontarsi con il suo genere d’elezione, ma lo fa – sulla soglia dei sessant’anni – gettando sul mondo extraterrestre lo sguardo terrorizzato di chi è ormai abituato a vivere nell’angoscia del dopo 11 settembre. Insieme con l’inadeguatezza del ragazzo-uomo Ray, che non ha mai appreso il mestiere di padre, il regista americano coglie indubbiamente lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi in cui viviamo, smarrendo tuttavia il rendez-vous con il capolavoro. Lento l’inizio, inesistente il finale, i caratteri dei personaggi appena sbozzati, sacrificati (quasi) per intero all’azione, che invece è di prim’ordine, con effetti sonori – prima che visuali – da far rizzare i capelli, capaci di risvegliare dalle viscere dell’inconscio le nostre paure ancestrali.
Unico punto di contatto con l’arcadia aliena raffigurata in E.T., il personaggio della bimba: lì era l’ingenua Drew Barrymore, qui è l’altrettanto brava Dakota Fanning, più o meno la stessa età, ma già rosa dall’ansia patologica, cresciuta prematuramente. Innaturalmente saggia come sono oggi i cuccioli d’uomo. Vince ma non convince Tom Cruise, molto più in palla in Collateral di Mann e L’ultimo samurai di Zwick. I ruoli troppo sfaccettati evidentemente non gli si attagliano. Paradossalmente lascia più il segno Tim Robbins nella breve parte dell’ex guidatore di ambulanze-filosofo, cui gli alieni a tre gambe (o sono due braccia e una gamba?) invadono pure la cantina, dopo avergli incenerito la casa.
Chiudiamo ricordando la genealogia di prim’ordine di questa  Guerra dei mondi spielberghiana:  remake della pellicola del 1953 (girata in piena guerra fredda) di Byron Haskin, tratta a sua volta dal romanzo di H.G. Wells del 1898, oggetto, trent’anni dopo, di una lettura radiofonica da parte di Orson Welles che scatenò il panico tra gli americani (mentre in Europa Hitler prendeva deciso la strada che avrebbe condotto alla guerra). Insomma, born to thrill. (enzo fragassi)

La lista di Schindler

Dopo l’invasione nazista in Polonia, l’industriale tedesco spregiudicato Oskar Schindler riesce a impiegare i prigionieri ebrei come manodopera nella sua fabbrica di pentole. La guerra va avanti e dal ghetto di Varsavia gli ebrei vengono deportati nei campi di concentramento. Anche qui Schindler riesce a mantenere i suoi operai e a poco a poco si rende conto della tragedia che si sta compiendo sotto i suoi occhi. La guerra sta per finire, i nazisti capiscono che la stanno perdendo e così parte la tremenda «soluzione finale». Con scaltrezza e altruismo Schindler riuscirà a salvare ben 1100 persone. Sette Oscar per questo kolossal di Spielberg: film, regia, fotografia, musica, montaggio, sceneggiatura non originale e scenografia. Un film mastodontico, con una minuziosa ricostruzione, anche se per scelta Spielberg evita accuratamente di farci vedere l’orrore delle camere gas. Ritmo incalzante e stile perfetto per un film che, come da consuetudine del suo regista, non risparmia qualche scivolone nella retorica. Ma questo sa fare Spielberg e questo amano soprattutto gli americani. Il soggetto è tratto dal romanzo di Thomas Keneally,
Schindler’s Ark
.
(andrea amato)

Salto nel buio

Variazione quasi comica sul tema di Viaggio allucinante , celebre film di fantascienza del 1966. In un attrezzato laboratorio scientifico, il pilota Tuck Pendelton viene miniaturizzato assieme a una capsula spaziale per essere iniettato nel corpo di un coniglio. L’improvvisa irruzione degli scagnozzi di un bieco affarista interrompe l’esperimento. Dopo un rocambolesco inseguimento, uno degli scienziati inietta la capsula nei glutei di un timido commesso di un supermercato. Ricco di invenzioni visive e trovate comiche, il film non ha praticamente un attimo di sosta. Grande regia di Joe Dante, uno dei pochi (con Steven Spielberg, che produce il film) in grado di coniugare il divertimento e lo spettacolo con le proprie esigenze autoriali. Oscar per gli effetti speciali. (andrea tagliacozzo)

I Goonies

Divertente pellicola per ragazzi, diretta con mano anonima ma sicura dal regista di Superman e Arma letale , Richard Donner. In una soffitta, un ragazzo trova la mappa di un tesoro sepolto anni prima dal mitico pirata Willy l’Orbo. Seguendo le indicazioni della carta, il giovane, assieme ad alcuni intraprendenti amici, si mette alla caccia del bottino. Tratto da un soggetto di Steven Spielberg, il film è stato scritto da Chris Columbus, più tardi regista di Mamma ho perso l’aereo e Mrs. Doubtfire . (andrea tagliacozzo)

Il colore viola

Dal romanzo di Alice Walker vincitore del premio Pulitzer. Agli inizi del Novecento, nel profondo Sud degli Stati Uniti, l’esistenza di Celie, una mite donna di colore, è resa difficile dai soprusi e dalle violenze del marito, Albert. L’uomo insidia Nettie, sorella minore di Celie, ma la ragazza lo respinge. Prima vera incursione di Steven Spielberg nei territori del dramma puro, il film non ottenne il successo che meritava, né tantomeno alcun riconoscimento ufficiale: candidato a 11 premi Oscar, non riuscì ad aggiudicarsi nemmeno una statuetta. Ottime l’interpretazione della Goldberg, al suo secondo film, e la regia di Spielberg, che riesce a coniugare magistralmente le esigenze dello spettacolo con la natura intima del racconto. (andrea tagliacozzo)

Lo squalo

Lo squalo

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Una scena del film

Basato sull’omonimo romanzo di Peter Benchley, Lo Squalo ha come protagonista un feroce squalo che si aggira nelle acque che bagnano l’isola di Amity, una location di fantasia. Il capo della polizia, Martin Brody (Roy Scheider) vuole chiudere le spiagge dopo che una ragazza è stata sbranata dalla bestia. Tuttavia, il sindaco dell’isola teme che ciò possa danneggiare il turismo della località, perciò diffonde la notizia secondo cui la ragazza è morta a causa di un incidente. Ma lo squalo uccide ancora e la madre della vittima mette una taglia sull’animale. Si scatena quindi una caccia frenetica, che si conclude con l’uccisione di uno squalo tigre. Ma si tratta della bestia assassina oppure è stato commesso un errore? Lo squalo è stato sconfitto o tornerà a uccidere?

Curiosità

  • Lo Squalo è il prototipo thriller del blockbuster estivo. Inoltre, la sua uscita segna un momento di svolta nella storia del cinema e per l’avvento della New Hollywood.
  • La critica ha accolto bene il film, che è stato il film di maggiore incasso nella storia all’epoca fino all’uscita di Star Wars nel 1977.
  • In più, la pellicola ha ottenuto 3 premi Oscar per Miglior montaggio, Miglior sonoro e Miglior colonna sonora.
  • Il film si è aggiudicato anche un Golden Globe, un Grammy Award e un premio BAFTA per la Miglior colonna sonora (dato a John Williams).
  • I Saturn Award, invece, hanno premiato la pellicola in qualità di Miglior film del 1975 e Miglior pubblicità.
  • Il film è presente nella classifica dei 250 migliori film nell’Internet Movie Database.
  • Il 18 giugno 2017 la rivista Empire lo ha inserito all’8º posto nella lista dei 100 migliori film mai realizzati. E nel 2010 anche Total Film lo seleziona come uno dei The 100 Greatest Movies of All Time.
  • La composizione di John Williams è alla posizione n. 6 nella classifica AFI’s 100 Years of Film Scores.
  • Nel 2006 la sceneggiatura del film venne considerata dal Writers Guild of America la 63ª migliore mai scritta.

Indiana Jones e l’ultima crociata

Episodio conclusivo (almeno per ora) della serie Indiana Jones . Questa volta il celebre archeologo e avventuriero è sulle tracce del leggendario Santo Graal del quale anche i nazisti vorrebbero entrare in possesso. A spalleggiarlo c’è nientemeno che Henry Jones, suo padre. Discontinuo (complice la non perfetta sceneggiatura di Jeffrey Boam) ma a tratti esilarante, soprattutto grazie alla vena di follia che pervade l’intero film e ai duetti tra Harrison Ford e l’autoironico Sean Connery nel ruolo del genitore del protagonista (e i riferimenti a 007, più o meno velati, si sprecano). Da notare che la differenza d’età tra i due attori, in realtà, non è poi così grande: appena dodici anni. (andrea tagliacozzo)

Duel

Mentre si trova a bordo della propria auto, un commesso viaggiatore si accorge di essere seguito da una enorme autocisterna. Il conducente dell’imponente mezzo, del quale non riesce mai a vedere il volto, tenta ripetutamente di ucciderlo. Il film, originariamente realizzato per la televisione, riesce a creare un grande clima di suspense e funziona splendidamente su due livelli: quello metaforico (il camion assassino può assumere diversi significati) e quello puramente spettacolare. Il giovanissimo Steven Spielberg (praticamente all’esordio se si esclude la realizzazione di un episodio di un film televisivo intitolato
Night Gallery
) dimostra una padronanza del mezzo cinematografico degna di un veterano.
(andrea tagliacozzo)

Indiana Jones e il tempio maledetto

Seguito de
I predatori dell’arca perduta
. Dopo essere sopravvissuto assieme a una cantante e al piccolo orientale che gli funge da guida a un disastro aereo, l’archeologo Indiana Jones accetta di recuperare una pietra sacra che è stata sottratta agli abitanti di un villaggio dell’India. Ingiustamente sottovalutato dalla critica, il film è un eccellente esercizio tecnico-virtuosistico che accentua, se mai ce ne fosse stato bisogno, il legame tra le avventure di Indiana Jones e i serial avventurosi degli anni Quaranta. Meno raffinato ma più ricco del predecessore, con un ritmo indiavolato, un inarrestabile fuoco di fila di trovate e un gustoso numero musicale sui titoli di testa (
Anything Goes
di Cole Porter). Dan Aykroyd appare a sorpresa nelle vesti di Weber. La Capshaw in seguito diventerà la signora Spielberg.
(andrea tagliacozzo)

Minority Report

Washington 2054. La Pre-Crime, unità speciale del Dipartimento della Giustizia, è in grado di prevedere gli omicidi prima che questi avvengano grazie a tre veggenti chiamati Pre-Cog che vivono in una sospensione liquida. Le loro premonizioni vengono trasmesse a un sistema video che permette di rintracciare il tempo, il luogo e, soprattutto, i responsabili delle future uccisioni. Il reparto è comandato da John Anderton, un uomo che si è dedicato con grande impegno al suo lavoro dopo la sparizione del figlio, rapito e probabilmente ucciso sei anni prima da uno sconosciuto. Una delle visioni dei Pre-Cog rivela ai monitor un nuovo omicidio: l’autore dello stesso sarà proprio John che per evitare l’arresto decide di fuggire, quasi certo di essere vittima di una diabolica macchinazione. Tratto da un racconto di Philip K. Dick (tanto per capirci, l’autore che ha ispirato Blade Runner e Atto di forza), Minority Report sembra quasi essere una prosecuzione naturale di A.I. – Intelligenza artificiale; anzi, paradossalmente sembra addirittura più kubrickiano del precedente (che era ispirato, come è noto, da un soggetto firmato dall’autore di Eyes Wide Shut), sia per alcune soluzioni della messa in scena (si veda la sequenza con Peter Stormare nei panni di un chirurgo clandestino) che nell’approccio ad alcune tematiche di fondo (come il libero arbitrio, affrontato da Kubrick nel suo Arancia meccanica, esplicitamente citato da Spielberg nella stessa sequenza). Minority Report è il più impegnato dei film commerciali di Steven Spielberg (o il più commerciale dei suo film «impegnati»), un film di genere a tutti gli effetti, ricco di suspense e d’azione, ma altrettanto prodigo di spunti e riflessioni: sui pericoli e gli abusi della tecnologia, sulla presunta infallibilità della Giustizia, sulla fine completa di ogni privacy (i cittadini vengono controllati e riconosciuti tramite gli occhi, salutati da invitanti spot tridimensionali, proprio come gli internauti sono oggigiorno controllati tramite l’indirizzo IP navigando sul Web). Non manca, infine, l’elemento umano, la commozione, fondamentale in Spielberg, costituito dallo struggente dolore della perdita di un figlio, quasi un rovesciamento del tema portante di A.I., dove era invece il piccolo David, essere artificiale, a soffrire dell’assenza della madre. Il tutto filtrato attraverso la maestria tecnica del regista, capace ancora di stupire, ammaliare e girare numerosi pezzi di bravura: una per tutte, la sequenza, realizzata quasi completamente dall’alto, dei ragni elettronici partiti in uno stabile fatiscente alla caccia del protagonista. (andrea tagliacozzo)

E.T. l’Extra Terrestre

Un piccolo e indifeso extraterrestre si ritrova tutto solo sulla Terra, abbandonato dai suoi sbadatissimi compagni. Rifugiatosi nella casa di un famiglia americana, l’alieno s’imbatte in tre bambini che, dopo l’iniziale timore, decidono di tenerlo con loro. Grazie all’aiuto dei ragazzi, l’extraterrestre riesce a lanciare un segnale di soccorso indirizzato ai compagni. Uno dei maggiori successi della Storia del Cinema, allo stesso tempo divertente e commovente, realizzato con stile impeccabile e un entusiasmo quasi infantile da un ispiratissimo Steven Spielberg. Vincitore di tre Oscar, per la colonna sonora (straordinaria, di John Williams), gli effetti visivi e quelli sonori.
(andrea tagliacozzo)

Ai confini della realtà

Dan Aykroyd e Albert Brooks offrono un divertente prologo ad alcuni racconti bizzarri (in effetti, tre riprese dalla serie tv di culto creata da Rod Serling), ma nessuno di questi rende lo spettacolo indimenticabile… e per dirla tutta, nessuno migliora l’originale. Il migliore è quello finale, remake di Nightmare at 20,000 Feet, con Lithgow passeggero aereo terrorizzato, anche se pure questo è più esplicito (e quindi meno intrigante) della versione anni Sessanta.

Prova a prendermi

Prova a prendermi

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Una scena del film

New Rochelle (New York), 1964. La famiglia del giovane Frank Abagnale Jr. (Leonardo DiCaprio) affronta dei problemi con il fisco e viene costretta a trasferirsi in un modesto appartamento. Questo è motivo di grande sconforto per gli Abagnale, che fino a questo momento hanno condotto una vita agiata. Inoltre, la madre del ragazzo, Paula (Nathalie Baye), tradisce il marito, causando la fine del loro matrimonio. Incapace di decidere con quale dei due genitori restare, Frank scappa di casa. Per sopravvivere, il giovane inizia a compiere delle truffe. Ma l’agente dell’FBI Carl Hanratty (Tom Hanks) comincia a dare la caccia al truffatore. Da qui il titolo Prova a prendermi, sfida canzonatoria di Frank nei confronti di Carl.

Riuscirà l’agente a catturare il piccolo delinquente? Se sì, che ne sarà di Frank? Per quanto ancora vivrà come un fuorilegge?

Curiosità

  • Il film è un adattamento del romanzo autobiografico Catch Me If You Can di Frank Abagnale Jr.
  • La pellicola ha ottenuto un buon successo, aggiudicandosi anche due nomination agli Oscar 2003 per la migliore colonna sonora e per il miglior attore non protagonista a Christopher Walken.
  • La regia del film era stata affidata inizialmente a Gore Verbinski. Il regista, tuttavia, era già impegnato con le riprese di Pirati dei Caraibi: La maledizione della prima luna (2003).
  • Il ruolo dell’agente Carl Hanratty era stato dato a James Gandolfini, il quale dovette poi rinunciare per i suoi impegni con la serie tv I Soprano.
  • La pellicola è stata la prima dal 1988 in cui Tom Hanks non riceve il compenso più alto, concesso invece a Leonardo DiCaprio.
  • Il film è stato girato in soli 56 giorni in più di 140 location degli Stati Uniti e del Canada.
  • Leonardo DiCaprio ha recitato quasi sempre in cattive condizioni di salute. Inoltre, il vero Frank Abagnale Jr. fa una comparsa nel ruolo di un poliziotto francese.
  • Nel film compare anche il figlio di Spielberg: si tratta del ragazzo che dorme sull’aereo dietro DiCaprio quando viene riportato negli Stati Uniti dalla Francia.

Always-Per sempre

Mieloso senza ritegno, modulato sulle note di
Smoke Gets in Your Eyes
, è però uno dei lavori in cui la nostalgia di Spielberg per la vecchia Hollywood si fa più limpida, specie nei momenti in cui tralascia il racconto e le sue trappole e si mette a gironzolare sull’aereo, nell’hangar. Senza grandi effetti speciali, un remake di Joe il pilota e di mille altri fantasy avio-consolatori della seconda guerra mondiale (tra cui il capolavoro
Scala al paradiso
di Powell e Pressburger, di cui Spielberg comprò i diritti impedendone per anni la circolazione). Molto anni Novanta, con Dreyfuss che sembra emerso da certi film semitrasgressivi di due decenni prima e uno scialo di vecchi aerei wellmaniani che il regista adora da sempre (
L’impero del sole
,
La missione
). Di gran lunga preferibile allo Spielberg più serio tipo
Soldato Ryan
. Non incassò granché e fu in parte plagiato da Zucker in
Ghost
, che è una schifezza su tutti i fronti e ha la colpa supplementare di aver lanciato Demi Moore.
(emiliano morreale)

Munich

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di questo film

Settembre 1972, Olimpiadi di Monaco. Un commando di estremisti palestinesi uccide due membri della squadra israeliana e ne prende in ostaggio altri nove. I corpi speciali tedeschi tentano un blitz per liberare gli ostaggi ma la reazione dei palestinesi dà luogo a un massacro con morti da entrambe le parti. Ad Avner, un giovane ufficiale dei servizi segreti israeliani, viene richiesto di mettersi a capo di una squadra incaricata di stanare e uccidere i responsabili dell’eccidio.

Ispirato a
Vendetta
di George Jonas (pubblicato in Italia da Rizzoli) e sceneggiato da Eric Roth con la supervisione del drammaturgo Premio Pulitzer Tony Kushner, il nuovo film di Steven Spielberg affronta con stile quasi documentaristico le conseguenze di uno degli eventi più drammatici nella storia del conflitto fra israeliani e palestinesi.

Il messaggio di
Munich
è chiaro: la violenza chiama altra violenza e l’uso della forza non serve a risolvere i conflitti. L’ultima scena, con le Torri Gemelle sullo sfondo, è esemplificativa in questo senso. Trattandosi di un film di Spielberg,
Munich
è ben girato (pur peccando di eccessiva ingenuità nel mostrare città da cartolina), oltre che utile ad approfondire un momento importante di un conflitto tuttora in atto. Fin qui i lati positivi.

Commentatori più autorevoli di noi hanno però fatto notare che il libro di George Jonas che ha ispirato il film è considerato da molti una montatura. Secondo fonti israeliane Yuval Aviv, colui che ha sostenuto di essere il modello ispiratore del personaggio di Avner, non ha mai lavorato per i servizi segreti. Inoltre, nonostante abbia più volte dichiarato che il suo non è un film anti-israeliano ma piuttosto un tributo agli atleti che morirono a Monaco, Spielberg non mostra mai i palestinesi nell’atto di compiere le azioni per cui sono stati poi braccati, mentre gli israeliani si comportano in maniera efferata per tutta la durata della pellicola. Infine, nel film non c’è traccia dell’Islam radicale e delle dittature arabe, per le quali la distruzione di Israele era un obiettivo non certo secondario. Abolendo questi fattori, Spielberg crea uno scorretto miscuglio di storia e fiction, all’interno del quale è molto facile lanciare il suo messaggio politicamente corretto.
(maurizio zoja)

Salvate il soldato Ryan

Salvate il soldato Ryan

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Una scena del film

Con soggetto e sceneggiatura di Robert Rodat e con la regia di Steven Spielberg, Salvate il soldato Ryan (1998) è un grande flashbakc che, dalla fine degli anni ’90, torna ai tempi della Seconda guerra mondiale. Più precisamente, si torna al celebre sbarco in Normandia (6 giugno 1944), data in cui il capitano John Miller (Tom Hanks) sopravvive allo scontro coi tedeschi. Ma il giorno dopo, a Washington, il generale George Marshall (Harve Presnell) scopre che il giovane soldato James Francis Ryan (Matt Damon) è disperso. Al capitano Miller, di conseguenza, viene affidata la missione per trarre in salvo il soldato Ryan.

Riuscirà la squadra a riportare a casa James Francis Ryan? Nel caos generato dalla guerra, sarà possibile ritrovare il ragazzo? Come si concluderà questa pericolosa missione?

Nel cast anche Vin Diesel, Edward Burns, Giovanni Ribisi, Jeremy Davies, Adam Goldberg, Tom Sizemore e Barry Pepper.

Curiosità

  • L’idea alla base di questo film risale al 1994, quando Robert Rodat vede un monumento presso Putney Corners, nel New Hampshire, in memoria dei caduti durante differenti conflitti, dalla guerra civile americana alla guerra del Vietnam. Lì, quindi, nota i nomi di otto fratelli caduti durante guerra civile e, ispirato da questa storia, fa qualche ricerca e decide di scrivere una storia ambientata nella seconda guerra mondiale.
  • Il produttore Mark Gordon, quando viene a conoscenza di questo progetto, ne parla con Tom Hanks. Sarà proprio lui a convincere Steven Spielberg a occuparsi della regia.
  • Prima dell’avvio delle riprese, inoltre, diversi attori del film affrontano una decina di giorni di addestramento militare per poter recitare in modo più realistico le loro parti. Tra questi Tom Hanks, Edward Burns, Barry Pepper, Vin Diesel, Adam Goldberg e Giovanni Ribisi.
  • Matt Damon, tuttavia, non prese parte all’addestramento intenzionalmente, per far sì che i protagonisti potessero interpretare al meglio il risentimento verso il suo personaggio.
  • Le scene iniziali dello sbarco sono state riprese a Ballinesker Beach, a est di Curracloe, nella contea irlandese di Wexford.
  • Il film, in più, si è aggiudicato cinque premi Oscar, due Golden Globe e due premi BAFTA. Un successo, insomma, sensazionale.
  • La pellicola in Italia venne vietata ai minori di 14 anni per via delle numerose scene di violenza estrema, come per esempio quella di apertura.

1941 allarme a Hollywood

Nel 1941, l’attacco di Pearl Harbour getta gli americani nel panico più totale. Mentre a Los Angeles si scatena l’isteria collettiva, un sommergibile giapponese si avvicina indisturbato alle coste californiane con l’intenzione di colpire il simbolo principe degli Stati Uniti: Hollywood. Uno dei rari flop di Steven Spielberg, nonostante il ritmo indiavolato, l’irresistibile umorismo demenziale (ma tutt’altro che lasciato al caso o all’improvvisazione) e un cast a dir poco imponente. Un insuccesso inspiegabile e immeritato, specie se si pensa alla mole di gag che offre il film in due ore di continuo divertimento. Sceneggiatura di Robert Zemeckis e Bob Gale (in seguito autori della serie
Ritorno al futuro
).
(andrea tagliacozzo)

Transformers

Direttamente da un pianera lontano (e dagli anni ’80) arriva sul pianeta terra una razza aliena più simile a un’aspirapolvere che a ET. Si tratta di robot viventi, capaci di assumere le sembianze di mezzi di trasporto di uso comune per gli esseri umani (autocarri e automobili soprattutto). Ovviamente si distinguono in buoni (gli Autobot, pronti a difendere disinteressatamente la nobile razza americana) e cattivi (i Decepticon, interessati a conquistare il pianeta Terra).

Il produttore Steven Spielberg (in questo caso più determinante del regista) non commette l’errore di “nobilitare” il materiale di partenza inserendo temi adulti o letture di secondo livello: e quel che ne esce è solo un gande spettacolo per ragazzi. Perfetta la prima parte, con toni da commedia fantastica; nella seconda, più fracassona e ostaggio degli effetti speciali, subentra un filo di noia. Ma anche così, resta uno dei migliori popcorn movie degli ultimi anni.

A.I. Intelligenza artificiale

Verso la metà del Ventunesimo Secolo, la scienza della robotica ha raggiunto un livello tecnologico di perfezione quasi inimmaginabile. Il professor Hobby, scienziato della Cybertronic Manifacturing, ha progettato un nuovo prototipo di robot-bambino capace perfino di amare. Si chiama David. Il piccolo androide viene dato in custodia ai coniugi Swinton, Henry e Monica. Il loro unico figlio naturale, Martin, affetto da un male terminale, è ibernato nell’attesa si riesca a trovare una cura adatta. David ha l’ingrato compito di sostituirlo. Inizialmente scettica, la sensibile Monica finisce gradualmente per legare con il nuovo arrivato e ad affezionarsi a lui. Ma improvvisamente avviene il miracolo: Martin guarisce e torna a casa. La coesistenza dei due figli – quello naturale e quello meccanico – diventa problematica, anche perché il comportamento di Martin, infastidito dalla presenza del fratellastro meccanico, destabilizza il povero David. Quest’ultimo, messo quasi da parte, ascolta incantato la dolce Monica raccontare al figlio la favola di Pinocchio, il burattino che riuscì a diventare un vero bambino. Un giorno, senza volerlo, David mette in pericolo la vita di Martin. Henry decide quindi che è arrivato il momento di sbarazzarsi del piccolo androide. Monica, seppur a malincuore, abbandona David in una sperduta foresta, con l’unica compagnia di un Supergiocattolo, un orso robot di nome Teddy. Per David, affranto, impaurito e indifeso, inizia un lungo calvario, alla ricerca della fata turchina della favola di

Pinocchio
, l’unica in grado di trasformarlo in un vero bambino per essere finalmente amato da Monica.
Come è noto, il film, oltre che dal racconto di Brian Aldiss
Super-Toys Last All Summer Long
, è tratto da un soggetto a cui stava da tempo lavorando Stanley Kubrick (che avrebbe dovuto realizzarlo ben prima di

Eyes Wide Shut
). Se originariamente il progetto avrebbe dovuto rispettare il più possibile la visione del regista di
Full Metal Jacket
, il risultato attuale è invece al 100 per cento un film di Steven Spielberg, permeato irrimediabilmente dalla sua incredibile sensibilità, dal suo inconfondibile incedere narrativo, avvolgente, magico e sinuoso. Spielberg si conferma ancora una volta come uno dei pochi cineasti (assieme a James Cameron e Martin Scorsese) in grado di coniugare il proprio estro visionario (indimenticabili alcune inquadrature, come quella del corpo di David immobile sul fondo della piscina) con le esigenze del racconto. È facile intuire che la versione di Kubrick sarebbe stata più gelida e narrativamente frammentata, sicuramente più teorica e pungente, indubbiamente affascinante sul piano visivo, ma priva della commossa partecipazione che traspare da ogni fotogramma del film di Spielberg.
A.I.
pone in campo un problema etico (è legittimo ricorrere alla scienza per soddisfare le nostre egoistiche esigenze? Quelle di genitori, in questo caso…), ma anche un affascinante quesito: cosa contraddistingue l’essere umano dalla macchina? I sogni e la determinazione nel volerli realizzare, sembra rispondere il regista. Spielberg riesce – senza sotterfugi di sorta – nell’impresa di far provare compassione per gli esseri meccanici, visti alla stregua di derelitti ed emarginati, usati, sfruttati e poi gettati in fosse comuni (agghiaccianti le sequenze notturne della foresta, con gli androidi rabberciati che si aggirano tra le carcasse inanimate dei loro simili in cerca di pezzi di ricambio). Da brivido. Ma il tono e l’andamento, seppur inquietante, rimane quello della favola, una favola nera e tinta di morte, con un lieto fine tra i più strazianti mai realizzati sul grande schermo.
(andrea tagliacozzo)

Terminal

Viktor Navorski
(Tom Hanks)
giunto all’aeroporto
JFK
di New York, scopre che durante il volo la sua patria, la
Krakozhia,
è stata oggetto di un colpo di stato. Il direttore dell’aeroporto, Frank Dixon
(Stanley Tucci),
constata una «falla» nel Regolamento aeroportuale: Viktor è cittadino di uno Stato che non c’è più. Non può essere detenuto perché non ha compiuto alcun reato, ma non può neppure varcare le porte del terminal, perché il suo passaporto non è più valido. Comincia così la divertente odissea dell’uomo (che non parla che poche parole di inglese) costretto a vivere all’interno della sala arrivi internazionali per oltre nove mesi, fino al prevedibile lieto fine. Durante questo periodo Viktor saprà farsi apprezzare per la sua onestà e bontà d’animo dai dipendenti dello scalo – che provengono dai quattro angoli del mondo – e si innamorerà di una bella hostess, Amelia Warren
(Catherine Zeta-Jones),
vogliosa ma incapace di sciogliere il suo legame con un uomo sposato.

Basato sulla vera storia di un rifugiato iraniano che soggiornò anni nell’aeroporto
Charles De Gaulle
di Parigi in attesa di un visto,
Terminal
segna il passaggio di Steven Spielberg dalle parti della commedia sentimentale. Un genere che non ha mai saputo maneggiare con l’irraggiungibile maestria dimostrata in altri campi, come quello dell’avventura
(Indiana Jones),
della fantasia
(Incontri ravvicinati, E.T., A.I.),
della storia
(Schindler’s List, Amistad, Salvate il soldato Ryan).

Occorre dire che, se non fosse stato diretto dal genio di Cincinnati,
Teminal
avrebbe spuntato un giudizio più benevolo. Tom Hanks – improbabile nella parte dello slavo – rimane un bravo attore e lo dimostra, riuscendo a sostenere l’intera durata della pellicola con la sua mimica e una gestualità appesantita da qualche chiletto di troppo. Zeta-Jones piange piange piange (avrà versato più lacrime lei o Demi Moore in
Ghost?)
Il resto del cast è formato da buoni caratteristi che però non donano alla vicenda quella coralità che avrebbe dovuto alleggerire un po’ il
one man show
di Hanks. Il messaggio sociale, che non manca mai nei film di Spielberg, è scontato, anche se è lodevole l’intento di ambientare la commedia nell’aeroporto probabilmente più sottoposto a vessatorie quanto indispensabili misure di sicurezza del mondo. Un po’ come girare un film di barzellette in un carcere di massima sicurezza. Neppure ci è parso originale il misterioso motivo che spinge il prode Viktor a imbarcarsi nell’assurda vicenda. Non sveliamo nulla per non togliere il gusto a nessuno ma ci si creda sulla parola.

Terminal
è un film divertente che strappa sorrisi ma non ammirazione, Un buon diversivo per trascorrere in serenità qualche quarto d’ora, nulla più. Distante un bel pezzo da
Frank Capra
e il suo cinema dei buoni sentimenti a cui forse è ispirato. Non si può essere maestri in tutto.

(enzo fragassi)

Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo

1957. Piena guerra fredda: Indiana (Harrison Ford) e Mac (Ray Winstone) sono da poco scampati ad un agguato sovietico nel deserto del Southwest e stanno facendo ritorno al Marshall College. Qui si imbattono nel giovane Mutt (Shia LaBeouf) che convince Indiana a una pericolosa spedizione in Perù per il ritrovamento del mitico Teschio di Cristallo di Akator. Non saranno soli: alle loro spalle avranno anche i russi guidati dall’agente Irina Spalko (Cate Blanchett), intenzionati a mettere le mani sull’antico teschio al fine di dominare il mondo.

Incontri ravvicinati del terzo tipo

Sopra un altipiano del Wyoming, il governo degli Stati Uniti, sotto la direzione dell’ufologo Claude Lacombe, organizza un incontro con gli esseri di un altro pianeta. Alcuni semplici cittadini vengono guidati dall’istinto verso il luogo dello storico appuntamento. Una straordinaria favola fantascientifica che pone il tema dell’esistenza di forme di vita extraterrestri sotto una nuova luce, non più minacciosa, come raramente era accaduto in passato (forse con l’unica, parziale eccezione di
Ultimatum alla Terra
di Robert Wise, dove l’alieno, interpretato da Michael Rennie, non veniva ovviamente compreso dagli abitanti del nostro pianeta). In seguito, lo stesso spirito venne comunque ripreso solo saltuariamente (in
Starman
e nel quasi similare
The Abyss
di James Cameron, quasi una versione acquatica del film di Spielberg). Al grande successo del film contribuirono anche gli ottimi effetti speciali di Douglas Trumbull. Nello stesso anno, Richard Dreyfuss ebbe la definitva consacrazione aggiudicandosi l’Oscar come miglior attore con
Goodbye amore mio!
. Lacombe è ben interpretato da François Truffaut. Esistono due versioni del film; la seconda, leggermente più corta, mostrava l’interno dell’astronave aliena.
(andrea tagliacozzo)