L’amore ritorna

Attore sulla quarantina da tempo sulla cresta dell’onda, Luca Florio sta girando un film da protagonista ed è prossimo a debuttare alla regia. Lasciati da giovanissimo la Puglia e il paese natale, è ormai un «cittadino» a tutti gli effetti e i colleghi sono la sua unica famiglia. Durante le riprese del film, viene però colto da malore e immediatamente ricoverato in ospedale. Durante la tormentata attesa della diagnosi, ripercorrerà i momenti più importanti della sua vita, fermandosi per la prima volta a riflettere su se stesso e sul suo rapporto con gli altri.

Settimo film da regista per Sergio Rubini. Dopo il deludentissimo
L’anima gemella,
l’autore de
La stazione
torna su buoni livelli con una commedia sulla memoria e sulla rielaborazione del proprio mondo interiore. Attraverso la malattia e la pausa che essa impone al suo lavoro, Luca Florio (un efficace Fabrizio Bentivoglio) scopre di essere un uomo a prescindere dal suo essere attore di successo: l’ex moglie, la nuova fidanzata, suo padre e il suo vecchio amico del paese gli si stringono intorno in maniera totalmente indipendente dal suo essere personaggio famoso, inducendolo a ripensare i valori su cui ha fondato la sua vita. Scritto assieme a Domenico Starnone, il film può contare sulle ottime prestazioni di Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno ma soprattutto su uno straordinario Rubini, lo stralunato Giacomo, medico ma soprattutto amico del protagonista, per il quale rappresenta l’ultimo possibile aggancio alla terra natia. «Siamo qualcuno anche quando non facciamo nulla, anche quando siamo obbligati a fermarci», ammonisce il regista, che ha voluto accanto a sé sul set il padre Alberto (nei panni del padre del protagonista) e diversi nomi di punta del teatro italiano (Umberto Orsini, Mariangela Melato, Giorgio Barberio Corsetti, Simona Marchini).
(maurizio zoja)

La terra

Luigi (Fabrizio Bentivoglio), professore di filosofia, vive a Milano ma non può dimenticare la sua Puglia, nonostante traumi e brutti ricordi siano indissolubilmente legati al paesino in cui è cresciuto. In occasione di un affare economico di famiglia dovrà rituffarsi nell’atmosfera torbida e ambigua della Puglia più remota. Un ritorno al passato, ma alla luce del presente, dei suoi fratelli ormai cresciuti e cambiati inesorabilmente, ma pur sempre sangue del suo sangue. Luigi è il sopravissuto, colto e risoluto, che impartisce lezioni di vita ai fratelli rimasti impigliati nei fili della terra da dove lui è scappato. La sua presenza farà da trait d’union alle loro vite separate e diverse, ma legate dalla nascita. E sarà proprio quest’incontro a riunire une volta per sempre la famiglia.

Qualunquemente

Perché Cetto La Qualunque torna in Italia dopo una lunga latitanza all’estero? E’ stata una sua scelta? O qualcuno trama nell’ombra? Con lui arrivano anche una bella ragazza di colore ed una bambina di cui non riesce a ricordare il nome: la sua nuova famiglia. Al ritorno in patria Cetto ritrova il fidato braccio destro Pino e la famiglia di origine: la moglie Carmen e il figlio Melo.

I vecchi amici lo informano che le sue proprietà sono minacciate da un’ inarrestabile ondata di legalità che sta invadendo la loro cittadina. Le imminenti elezioni potrebbero avere come esito la nomina a sindaco di Giovanni De Santis, un “pericoloso” paladino dei diritti. Così, Cetto, dopo una lunga e tormentata riflessione in compagnia di simpatiche ragazze, non ha dubbi e decide di “salire in politica” per difendere la sua città. La campagna elettorale può cominciare…

La Passione di Cristo

Impossibile parlare di un film come
La Passione di Cristo
senza tenere conto delle polemiche che ne hanno preceduto l’arrivo nelle sale. Esiste forse uno spettatore che andrà al cinema con la mente sgombra dai giudizi espressi, fin dalla scorsa estate, da commentatori più o meno autorevoli? Davvero si tratta di un film antisemita? I fatti si sono realmente svolti come Gibson ha deciso di raccontarli? Girato fra Cinecittà e i Sassi di Matera, dove Pasolini realizzò il suo
Il Vangelo secondo Matteo,
il film è recitato in latino e aramaico, la lingua parlata da Gesù Cristo. Una scelta che da un lato ne rende ostica, nonostante i sottotitoli, la fruizione da parte dello spettatore ma dall’altra sottolinea l’intenzione dichiaratamente filologica di Gibson. «Andò proprio così», pare abbia detto Papa Giovanni Paolo II, una notizia però smentita dal suo portavoce Joaquin Navarro-Valls, che ha sottolineato che il Pontefice «non esprime giudizi pubblici su opere artistiche», pur riconoscendo che il film è «una trasposizione cinematografica del fatto storico secondo il racconto evangelico». Non vi sono, in effetti, evidenti discrepanze tra i Vangeli e il racconto di Gibson. Quel che manca è però una spiegazione del senso di quanto rappresentato: le sofferenze di Cristo occupano la gran parte della pellicola, mentre la risurrezione, confinata in pochi minuti, non gode assolutamente dello stesso risalto dato alle frustate inferte al figlio di Dio. E le accuse di antisemitismo? Dopo un primo montaggio e alcune successive e riservatissime anteprime, il regista ha deciso di eliminare dal montaggio definitivo la scena in cui il sommo sacerdote Caifa, di fronte alla crocifissione, pronuncia la frase «il suo sangue sia su di noi e sui nostri figli». Una decisione che dimostra come Gibson si sia effettivamente reso conto del rischio di essere accusato di antisemitismo. Alcuni critici hanno però fatto notare come gli ebrei descritti nel film rispecchino l’iconografia e l’immaginario dell’antisemitismo medievale. «Dire che il film è antisemita equivale ad affermare che lo sono anche i Vangeli», ha ribattuto Navarro-Valls. Una polemica infinita che di sicuro ha contribuito ad accrescere in maniera esponenziale l’interesse per la pellicola. Gibson ha già ampiamente recuperato i 25 milioni di dollari sborsati di tasca propria per realizzare il film: al 30 marzo, nei soli Stati Uniti, l’incasso complessivo è di 317 milioni di dollari. Sotto l’aspetto più strettamente tecnico vanno apprezzati il perfezionismo del regista, che è giunto a spendere 350mila euro per un robot con le sembianze di Jim Caviezel (Gesù Cristo), utilizzato nelle giornate più fredde, durante le quali l’attore non avrebbe potuto resistere seminudo per ore, e la bella fotografia di Caleb Deschanel, cui Gibson ha chiesto di riprodurre le tonalità di Caravaggio. Tutt’altro che disprezzabile, infine, la prova dei molti attori italiani che hanno partecipato al progetto, da Rosalinda Celentano (Satana) a Luca Lionello (Giuda), da Claudia Gerini (la moglie di Pilato) all’ottimo Sergio Rubini (il buon ladrone).
(maurizio zoja)

No problem

Arturo Cremisi recita il ruolo del padre ideale in una fortunata serie televisiva dal titolo Un bambino a metà. Il piccolo protagonista della fiction è il biondo Federico: nella serie tra padre e figlio, un amore sconfinato; nella realtà, invece, un’aperta e dichiarata competizione. A curare la carriera di Federico è la madre Barbara, press agent di ferro, con conoscenze importanti, cosicché rapporti e vita sul set sono tutt’altro che facili.

Un giorno nella vita di Arturo entra in scena Mirko, sei anni, minuto, capelli scuri, uno sguardo impaurito, quasi implorante. Una famiglia allo sfascio alle spalle, un padre morto, una madre giovane bella e ribelle, uno zio squinternato. Finzione e realtà si confondono al punto che Mirko, per una sorta di transfert, sceglie Arturo come suo padre.

L’ossessiva richiesta d’amore del bambino, l’attenzione del pubblico intorno all’insolita vicenda, i pressanti suggerimenti di Enrico Pignataro, amico e volenteroso agente, di sfruttare l’interesse dei media costringeranno Arturo ad interpretare anche nella vita il ruolo della fiction. Un ruolo di padre fittizio che trascinerà Arturo in una spirale di situazione sempre più paradossali.

Manuale d’amore

Film in quattro episodi dedicati ad altrettante fasi dell’amore fra un uomo e una donna. Nel primo episodio lo stralunato Tommaso (Silvio Muccino) si innamora della bella Giulia (Jasmine Trinca). Inizialmente non ricambiato, riuscirà far cambiare idea alla ragazza. Il secondo episodio vede invece Barbara (Margherita Buy) e Marco (Sergio Rubini) affrontare la loro prima crisi coniugale, mentre nel terzo Ornella (Luciana Littizzetto) viene tradita dal marito Gabriele (Dino Abbrescia) ma si rifà con gli interessi portandosi a letto un affascinante anchor man televisivo. Nell’ultimo episodio, infine, Goffredo (Carlo Verdone) viene abbandonato dalla donna che ama, trovando un tenue motivo di speranza nell’incontro con Livia (Anita Caprioli).
Un’occasione perduta. Allenatore, parole sue, di un «dream team» formato da alcuni tra i migliori attori di ciò che resta della commedia italiana, Giovanni Veronesi firma un film incredibilmente debole, affossato da una sceneggiatura assai banale, firmata dallo stesso regista insieme a Ugo Chiti e nata da un’idea di Vincenzo Cerami. Se il primo episodio potrebbe essere salvato per il rotto della cuffia, non altrettanto si può dire del secondo e del terzo, mentre il quarto, forse il migliore, vede un ottimo Verdone reggere da solo la baracca. Troppo poco. Con un cast del genere si poteva e si doveva fare molto meglio. Aurelio De Laurentiis, produttore del film, dice che gli incassi crollano a causa della pirateria. Forse potrebbe decidere di investire le sue risorse in film più interessanti, cosa che ci permettiamo di consigliare anche ai nostri lettori. (maurizio zoja)

Colpo d’occhio

Adrian (Riccardo Scamarcio) è un giovane scultore di provincia desideroso di affermare il suo talento nel mondo dell’arte. Fin dalla sua prima esposizione nella Capitale, all’interno di una collettiva di esordienti, la sua personalità balza agli occhi di Gloria (Vittoria Puccini), una giovane studiosa d’arte alla ricerca del “suo” artista. Tra i due nasce subito un’intesa e ben presto Gloria diventa per Adrian compagna, musa ispiratrice delle sue opere nonché agente. Ma un altro critico s’innamora del lavoro di Adrian: Lulli (Sergio Rubini), intellettuale di fama internazionale. L’uomo conosce molto bene Gloria, essendone stato prima il tutore e poi l’amante, fino all’arrivo di Adrian. Quest’ultimo, proprio grazie all’influenza di Lulli, assapora il gusto del successo e decide di affidarsi al totale controllo del critico, dando vita a un sodalizio che porta all’inevitabile rottura con Gloria. Ma un’ombra minaccia l’ascesa del giovane: in occasione della presentazione della mostra che lo consacrerà definitivamente come artista, Gloria scopre che l’opera da lui presentata nasconde uno scandaloso segreto…

Mio cognato

Bari. Lungomare. Champagne e ostriche per il battesimo del figlio di Tony, detto «il professore», un assicuratore di Bari invischiato nei traffici della malavita locale. Brindisi e baci ma al cognato, Vito, viene rubata la macchina. Al suo posto viene lasciato un limone. La festa è ormai rovinata e Tony cerca di aiutare il cognato a recuperare l’automobile. Contatta tutti i suoi «amici», personaggi che vivono nel chiaroscuro della malavita, quelli che sanno o potrebbero sapere. Vito viene così catapultato in un mondo a lui sconosciuto, fatto di codici, in cui il cognato sguazza senza problemi. La ricerca va avanti tutta la notte. Ma che fine ha fatto la macchina?

Gli autori de
LaCapaGira
(David di Donatello, Nastro d’Argento e Ciak d’Oro per la migliore regia esordiente nel 2000) tornano a parlarci di Bari e del suo sottosuolo di personaggi malavitosi. Rispetto alla precedente pellicola,
Mio cognato
non è un film in dialetto ma utilizza comunque molto il barese. Il dialetto diventa una marca distintiva nel rapporto tra i due cognati. La bocca di Tony, il professore, si riempie di forme dialettali e modi di dire. Vito invece parla in italiano, e spesso viene scambiato per uno di fuori. È come se fosse sprovvisto del passe-partout per navigare in certi ambienti. Nel micro
on-the-road,
alla ricerca dell’auto rubata, Vito è come un turista, spettatore di un film mai visto. Pian piano però le due posizioni tendono ad amalgamarsi e Vito verrà sempre più trascinato dentro il mondo di Tony. Scoprirà le sue abitudini e i suoi vizi e finirà per apprezzarli e invidiarli quasi fosse un bambino desideroso di emulare un ragazzo più grande. L’Italia di
Mio cognato
aggira l’ostacolo, truffa le assicurazioni per intascare i soldi, mantiene la giovane amante. È l’Italia in cui il prestigio malavitoso regala rispetto, favori, rapporti di «vassallaggio». Sergio Rubini (Tony) e Luigi Lo Cascio (Vito) reggono gran parte del film. Il primo con gli anni sta acquistando sempre più lentezza e rughe, diventare sempre più una maschera da cinema. La sua origine pugliese lo avvantaggia e la parte sembra scritta apposta per lui. Lo Cascio invece affronta il sistema «Italia», con una bella faccia pulita. Ma anche la cornice del quadro è pregiata. La storia non annoia. Gli altri attori, molti dei quali baresi, danno colore al film. Buona anche la fotografia di un film in prevalenza un «notturno», con le figure dei due protagonisti che si stagliano tra le luci della Bari vecchia, dei ristoranti, delle luminarie per le feste religiose.
(francesco marchetti)

Amnèsia

Tre storie che si intrecciano sull’isola più trasgressiva e trendy del mondo, Ibiza. Sandro (Diego Abatantuono) è un produttore di film porno e riceve la visita di sua figlia diciassettenne (Martina Stella). Tra i due non c’è un gran rapporto, ma una notizia e un imprevisto li farà avvicinare. Angelino (Sergio Rubini) gestisce un bar sulla spiaggia e desidera fare tanti soldi per mettere su famiglia. Per caso si imbatte in quattro chili di cocaina purissima e nel cercare di piazzarla si mette nei guai. Xavier (Juango Puigcorbè), invece, è il capo della polizia locale, vedovo, alle prese con un figlio irrequieto (Ruben Ochandiano). Senza rovinare i tre finali, si può solo dire (per bocca di Gabriele Salvatores) che: «Nessuna cosa è solo buona o solo cattiva». Il «gruppo vacanze» della premiata ditta Salvatores-Abatantuono sceglie ancora una volta un’isola del Mediterraneo, ma dopo l’atmosfera leggera e poetica di una Grecia di mezzo secolo
(Mediterraneo),
si piomba in una Ibiza psichedelica e frenetica di inizio millennio.
Amnèsia
è un film divertente, con un buon ritmo e un montaggio accattivante. A metà tra il videogame e il videoclip, Salvatores mescola sapientemente le tre storie, con giochi registici molto funzionali. Con leggerezza, poi, affronta lo scontro generazionale tra padri e figli. Proprio i due attori più giovani dimostrano già un talento notevole. Per i veterani nulla da dire, una prestazione assolutamente convincente.
(andrea amato)

L’anima gemella

Un paesino del Sud Italia, in Puglia, affacciato su un coloratissimo Mediteraneo. Tonino (Michele Venitucci) e Maddalena (Violante Placido) si amano in maniera pura e incondizionata. Teresa (Valentina Cervi) cugina ricca di Maddalena, però, è innamorata di Tonino e fa di tutto per portarlo all’altare. Stretto tra le pressioni familiari dei genitori e quelle di Teresa, Tonino sembra cedere all’offerta di matrimonio. Ma Teresa si sente brutta e non sopporta la bellezza angelica di Maddalena, è disposta a tutto pur di essere come lei. La sua ossessione la porta da una fattucchiera del paese, per ordire qualche magia contro i due innamorati. Angeloantonio, barbiere scalcagnato e truffaldino, figlio della fattucchiera, spera di riuscire a ricavare un po’ di soldi da questa situazione, ma dopo aver complicato la vita a tutti, riuscirà a rimettere le cose a posto. Una storia irreale, una favola, raccontata in una cornice molto passionale, colorata e vivace. Dove credenze antiche si mescolano a frenesie attuali. Un film sui doppi, sugli equivoci, con una trama che rimanda alla tradizione shakespiriana. Un amore forte, una passione che va oltre le percezioni fisiche, ma che è radicato nell’anima e che quindi non si può raggirare con nessun incantesimo. Sesto lungometraggio di Sergio Rubini nella veste di regista, con una storia ambientata a casa sua, nel Sud. Ben scritto, fantasioso, ben recitato e ben confezionato, con alcune trovate registiche di tutto rispetto. A partire dai piccoli effetti speciali usati come raccordi nel montaggio. Da fare attenzione anche alle musiche di Pino Donaggio.
(andrea amato)

Commediasexi

Deputato, padre e marito apparentemente irreprensibile e in procinto di presentare una legge sulla famiglia, Massimo Bonfili (Bonolis) intrattiene in realtà una relazione clandestina con una soubrette in cerca di successo (Elena Santarelli). Per evitare un possibile scandalo, incarica il suo fedele e ignaro autista Mariano (Rubini) di stare vicino alla ragazza e parte per una vacanza a Parigi con moglie (la Rocca) e figlie. Le foto di Mariano accanto alla ragazza, pubblicate da un settimanale scandalistico, manderanno la moglie dell’autista (la Buy) dritta all’ospedale, dando il via a una serie di equivoci.

La recensione

Dopo aver trasformato Fabio Volo in un attore nei gradevoli (ma nulla più)

La febbre
e

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Al lupo, al lupo

Tre fratelli — il compassato pianista Rubini, il dj giovanilista Verdone e la sorella in crisi matrimoniale Francesca Neri — cercano di mettere da parte le loro passate incomprensioni per ritrovare loro padre (Morse), misteriosamente scomparso. Attraverso la ricerca del genitore e il loro stare assieme, Verdone sviluppa una riflessione nostalgica sulla difficoltà di capirsi ma sembra non poter rinunciare a sketch e caricature, talvolta grevi.

Chiedi la luna

A Verona, Marco manda avanti assieme al fratello, lo scapestrato Giacomo, un’agenzia di noleggio auto. Quando Giacomo scompare sottraendo cinque milioni alla cassa dell’azienda, Marco va a Perugia, dove vive la fidanzata del fratello, nel tentativo di rintracciarlo. La giovane non ha notizie del ragazzo, ma decide di aiutarlo nella sua ricerca. Il prototipo dei film intimisti all’italiana a cavallo tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta: ben recitato, gradevole, ma irrimediabilmente piccolo piccolo. Comunque migliore della media.
(andrea tagliacozzo)

Manuale d’amore 2

Film in quattro episodi. Nel primo, Riccardo Scamarcio è un giovane che, costretto su una sedia a rotelle in seguito a un grave incidente stradale, viene sedotto dalla sua fisioterapista, Monica Bellucci. Nel secondo, Fabio Volo e Barbora Bobulova sono due sposi alle prese con le difficoltà di concepire un figlio: ricorreranno alla fecondazione assistita in una clinica di Barcellona. Nel terzo, Antonio Albanese e Sergio Rubini sono una coppia gay la cui unione è osteggiata dal tradizionalismo del padre di quest’ultimo. Anche loro andranno a Barcellona, per sposarsi con il rito civile. Nel quarto, infine, Carlo Verdone è il maitre di un ristorante di lusso che, stanco della vita matrimoniale, si lascia coinvolgere in un vortice di passione da una bella e sensuale ragazza spagnola.

Mortacci

Durante la notte, in un cimitero romano, i morti escono dalle loro tombe per fare quattro chiacchiere, allegri e pimpanti, ma infastiditi dai familiari che, con il loro ricordo, li tengono ancora vivi. Un film dai toni grotteschi che alterna episodi riusciti ad altri decisamente meno interessanti. Imponente ma disomogeneo il cast. (andrea tagliacozzo)

Denti

Sergio Rubini ha due incisivi enormi e una compagna bella e aggressiva che, nel corso di una lite, si premura di spezzarglieli. La peregrinazione da un dentista all’altro alla ricerca di un rimedio si trasforma in un viaggio allucinato alla ricerca della felicità e di una nuova vita. Come al solito, con Salvatores, ci si ritrova alle prese con un film e un cineasta divisi da una profonda incomprensione. Da un lato il regista profondamente legato agli anni Settanta (Procol Harum & co.), dall’altro l’intellettuale che tenta in tutti i modi di sintonizzarsi sulle nuove emergenze tecnologiche e linguistiche. In mezzo, un vuoto pneumatico di idee che un florilegio di stili non riesce a nascondere: anzi denuncia crudelmente. Ma poi, nella vicenda odontoiatrica del film, qualche idea potrebbe pure esserci. Salvatores intuisce che il cinema che conta oggi si gioca tutto sulla sparizione del campo: sull’immanenza dell’immagine autosufficiente e senza profondità, sull’abolizione del fuori-campo. E fin qui ci siamo. Salvatores intuisce gli snodi cruciali del raccontare per immagini oggi. Sa come manipolare suoni e montaggio, anche se il prologo (in perfetto stile
Pink Floyd Live at Pompei
) dice tutt’altro sul Nostro… Ma, come ogni buon contenutista della sua generazione, non riesce ad accettare la libertà che il vuoto necessariamente comporta. Salvatores, insomma, non riesce a far cinema dopo «la morte del cinema» e quindi si aggrappa inutilmente alla parola nella sua forma più deteriore: la sceneggiatura.
Denti
, invece di inebriarsi del nulla che lo costituisce e che solo avrebbe potuto salvarlo, arretra terrorizzato e cerca redenzione in un inquietante psicologismo d’accatto (viva la mamma…). Errore di prospettiva e di metodo. Il flusso visuale post-cinematografico, infatti, non è l’equivalente del flusso di coscienza di Joyce, di Svevo, di Musil. Non basta smontare la linearità della narrazione per ritrovare la vertiginosa profondità della parola-sonda che rivela mondi e sentimenti. La contraddizione di
Denti
, film di pure superfici, è di voler annullarsi in una parola in grado di orientare il flusso delle immagini. Il suo fallimento è tutto racchiuso in questo cortocircuito: la parola non può redimere l’immagine e l’immagine ormai viaggia senza la parola. In questo senso, la letteratura del Novecento non solo ha anticipato il cinema, ma si è spinta in regioni che sono e saranno sempre restie al
visuel
. Al cinema (quel che ne resta…), per trovare una nuova forma di verginità linguistica, non rimane altro che dover giocare con i simulacri della propria finitezza. Salvatores invece continua a parlarci di corpi addirittura pre-cinematografici, con un linguaggio che invece si vorrebbe giunto alla fine stessa delle immagini.
(giona a. nazzaro)

Una pura formalità

In una notte di pioggia, un fuggiasco viene arrestato e condotto in uno sperduto commissariato. Lui afferma di essere lo scrittore Onoff, ma il commissario lo irretisce con una serie di domande e trappole. Onoff si contraddice e non riesce a ricordare, mentre ancora si ignora l’identità della vittima…Il miglior film di Tornatore, il più sotterraneo e anche il più autobiografico. Se l’idea dell’arte è ancora mistificata e la ricerca del sublime un partito preso, mai il cinema di Tornatore è stato così dolorante, così spudorato e morboso (forse solo in
Malèna
, ma con esiti opposti). Straziante, con una sceneggiatura insolitamente compatta senza che venga tirato in ballo il solito folklore siculo, e proprio per questo assai vicina alla grande letteratura isolana di Pirandello, Pizzuto, Bufalino. Un film di morte, un giallo metafisico inconsueto nel cinema italiano.
(emiliano morreale)

L’uomo nero

Gabriele Rossetti torna in un paesino della Puglia per l’estremo saluto al padre morente, Ernesto. Le ultime parole dell’anziano risvegliano in lui il ricordo di un episodio lontano nel tempo.

Siamo negli anni ’60. Gabriele è un bambino vivace. Suo padre è il capostazione della
ferrovia locale, la mamma, Franca, insegna lettere alla scuola media. I tre non vivono da soli. Con loro c’è anche zio Pinuccio, il fratello di Franca, un giovane sotto i trenta, scapolo, con una redditizia drogheria sul corso.

La vita del piccolo Gabriele scorrerebbe alla perfezione, se non fosse per gli sbalzi d’umore del padre. Ernesto infatti è uno scontento. Ha sicuramente un certo talento, – l’uomo dipinge, da ragazzo avrebbe voluto fare il liceo artistico, cosa che suo padre gli ha impedito – ma non riesce a raggiungere i risultati che sogna. Per di più l’ambiente paesano si accanisce, soprattutto per bocca di due rappresentanti del ceto colto, il Professor Venusio e l’Avvocato Pezzetti, contro la sua vocazione artistica. I due lo considerano un dilettante che farebbe meglio a dedicarsi al suo lavoro di capostazione e alla famiglia, piuttosto che perdere tempo con colori e pennelli. E in questo modo gli avvelenano la vita.

Le tensioni di Ernesto si rovesciano sulla moglie Franca, sul tran tran domestico. Gabriele, perciò, cerca conforto presso lo zio Pinuccio. Il giovane commerciante infatti, concreto, scanzonato e un po’ vitellone, ottimo maestro di allegre malizie, appare agli occhi del piccolo molto più seducente di quel “pesantone” del padre.

Senza contare che Gabriele ha un altro suo segreto punto di fuga: le evasioni
visionarie a cui fa ricorso grazie a una fantasia accesissima, che gli permette di vedere anche ciò che agli altri rimane nascosto. Il tempo dell’infanzia scorre, così, pieno di sorprese e Gabriele, stretto tra i giochi con i compagni, le incomprensioni con il padre mitigate dalla dolcezza severa della mamma e la fascinazione di zio Pinuccio, diventerà parte di una storia familiare il cui senso vero, tuttavia, gli sfuggirà.

Solo quando il Gabriele adulto dovrà occuparsi della sepoltura del vecchio genitore e
passerà la notte nella casa della sua infanzia, scoprirà una verità fino ad allora
inimmaginata che modificherà profondamente la prospettiva da cui ha sempre guardato suo padre.

La stazione

In un piccolo scalo ferroviario, la notte di Domenico, giovane capostazione, è ravvivata dall’arrivo dell’affascinante Flavia, in lite con il violento fidanzato. Costretta ad attendere il mattino per prendere il primo treno utile, la ragazza comincia lentamente ad apprezzare il carattere sincero del giovane. Buon esordio dell’attore Sergio Rubini dietro alla macchina da presa. Notevole la sicurezza con cui conduce la storia: un inizio da commedia, poi l’atmosfera si fa sempre più cupa fino a sfociare in un violento finale.
(andrea tagliacozzo)