La bestia nel cuore

Cristina Comencini unisce il suo talento per la scrittura con quello per il cinema. Da un suo romanzo infatti nasce il soggetto de  La bestia nel cuore, travaglio esistenziale e sentimentale di Sabina (Giovanna Mezzogiorno ) che, saputo di essere incinta, comincia a sognare cose orribili e inquietanti. Decide così di allontanarsi dal marito Franco (Alessio Boni) per raggiungere negli Usa il fratello Davide (Luigi Lo Cascio).

Notturno Bus

Leila e Franz sono due trentenni che non hanno ancora trovato la propria strada: lui è un perdigiorno con il vizio del gioco, lei vive di espedienti truffando i creduloni. Un giorno però, Leila truffa un uomo importante impossessandosi di un prezioso microchip.

L’amore ritorna

Attore sulla quarantina da tempo sulla cresta dell’onda, Luca Florio sta girando un film da protagonista ed è prossimo a debuttare alla regia. Lasciati da giovanissimo la Puglia e il paese natale, è ormai un «cittadino» a tutti gli effetti e i colleghi sono la sua unica famiglia. Durante le riprese del film, viene però colto da malore e immediatamente ricoverato in ospedale. Durante la tormentata attesa della diagnosi, ripercorrerà i momenti più importanti della sua vita, fermandosi per la prima volta a riflettere su se stesso e sul suo rapporto con gli altri.

Settimo film da regista per Sergio Rubini. Dopo il deludentissimo
L’anima gemella,
l’autore de
La stazione
torna su buoni livelli con una commedia sulla memoria e sulla rielaborazione del proprio mondo interiore. Attraverso la malattia e la pausa che essa impone al suo lavoro, Luca Florio (un efficace Fabrizio Bentivoglio) scopre di essere un uomo a prescindere dal suo essere attore di successo: l’ex moglie, la nuova fidanzata, suo padre e il suo vecchio amico del paese gli si stringono intorno in maniera totalmente indipendente dal suo essere personaggio famoso, inducendolo a ripensare i valori su cui ha fondato la sua vita. Scritto assieme a Domenico Starnone, il film può contare sulle ottime prestazioni di Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno ma soprattutto su uno straordinario Rubini, lo stralunato Giacomo, medico ma soprattutto amico del protagonista, per il quale rappresenta l’ultimo possibile aggancio alla terra natia. «Siamo qualcuno anche quando non facciamo nulla, anche quando siamo obbligati a fermarci», ammonisce il regista, che ha voluto accanto a sé sul set il padre Alberto (nei panni del padre del protagonista) e diversi nomi di punta del teatro italiano (Umberto Orsini, Mariangela Melato, Giorgio Barberio Corsetti, Simona Marchini).
(maurizio zoja)

Malefemmene

Che cosa può arrivare a sopportare una donna, per amore del proprio uomo? La tesi del film Malafemmene è molto, moltissimo, forse qualsiasi cosa. Francesca (Giovanna Mezzogiorno) è un’attrice che, dal suo mondo dorato dello spettacolo, viene scaraventata improvvisamente nell’inferno di un carcere femminile. E come tutte le sue compagne di cella, anche per lei l’imputazione è l’articolo 69, cioè quello che configura la chiamata in correità da parte del proprio compagno. Dopo i primi momenti di sgomento, Francesca scopre una rete di solidarietà tra le sue nuove amiche, che difficilmente si potrebbe trovare in una condizione di libertà. Ogni figura in cui Francesca si imbatte nasconde una storia di straziante dolore, ma anche di profonda umanità. In particolare lega con Nunzia (Angela Molina) che la affascina con il romanticismo della sua storia, anche lei vittima, cosciente, di un amore troppo grande, troppo estremo, fantastico e tragico. Lo spunto del racconto è una vicenda realmente accaduta a Gioia Scola, che firma anche la sceneggiatura, ed è il primo film importante del regista Fabio Conversi. Senz’altro lodevole la scelta di non calcare eccessivamente sugli aspetti più macabri e tragici del carcere, che sono sì presenti, ma senza voler strappare a tutti i costi la lacrima allo spettatore. Ed è in qualche modo coraggiosa anche la scelta di un argomento non certo di moda. In tempi, come questi, in cui la donna cerca (e trova) sempre più una collocazione autonoma all’interno della società e una centralità sempre maggiore negli affetti, colpiscono queste storie di donne che si consacrano in maniera così totalizzante, «senza rete», al proprio uomo. La forza del film risiede anche nelle eccellenti prove di tutte le attrici e in particolare di Giovanna Mezzogiorno, i cui silenzi e sguardi sgomenti fanno da contraltare alla verbosità tipicamente meridionale delle altre detenute. (ezio genghini)

Il club delle promesse

Kathy (Giovanna Mezzogiorno), Yann (Pierre Palmade), e Tara (Nathalie Corré), sono tre amici nati e cresciuti in un’isola bretone di pescatori che si giurano eterna amicizia prima di andare a vivere a Parigi. Kathy diviene capo contabile di un’agenzia pubblicitaria, tiene gli uomini fuori dalla sua vita (il bel collega Romain che le fa una corte insistente) e si rifugia nel trio di amici; Yann, gay esuberante, è addetto stampa di una stilista e felicemente convivente; Tara oscilla tra la bulimia e inutili diete per compensare l’infelice convivenza con un professore meschino che in fondo non ama. Quando Yann scopre di essere affetto da un tumore, esige dalle amiche, per la loro stessa felicità, la promessa di mettere a posto le loro vite sentimentali, così Tara dovrà lasciare il professore che la prosciuga e Kathy dovrà sedurre il collega respinto. Inutile dire che finirà a tarallucci e vino (o meglio, a brindisi con champagne), dopo un’ora e mezza senza il minimo balzo inventivo nella sceneggiatura, e con un ritmo (catatonico quasi) da commediola sgangherata.

Al suo esordio alla regia, l’attrice Marie-Anne Chazel – che pure viene da un’esperienza di commedia teatrale, quella del Theatre du Soleil, da lei fondato a fine anni Settanta assieme ad attori oggi noti come Christian Clavier e Michel Blanc, autentiche icone della comicità in Francia e in Belgio – spera di far centro con un soggetto facile e «leggero», adattando il romanzo irlandese
Last Chance Saloon
di Marian Keyes (mai edito in Italia, vorrà dire qualcosa?) e pescando a piene mani nei cliché collaudati di una certa commedia sentimental-melensa di stampo nordico. Ma tutto – dalla nevrosi omofobica di Kathy, alle frustrazioni amorose di Tara, all’arguzia fasulla di Yann – risulta forzato, prevedibile e presto noioso. Sarà che noi grossolani italiani certo umorismo francese non lo capiamo (anche se commedie ben più sofisticate come
Il gusto degli altri
e
Così fan tutti,
dell’accoppiata Bacri-Jaoui, hanno avuto grande successo). O è più onesto dire che il soggetto era mediocre in partenza ed è stato trasposto con poco mestiere e molta ingenuità. Di certo, personaggi piatti (per quanto siano bravini gli interpreti), storia datata (questi triangoli amicali erano una novità a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, oggi non dicono niente di nuovo) e regia impercettibile, condannano questo film a non essere nulla di più di una delle tante anonime commedie di stile televisivo per le serate fiacche.

Intanto la stampa nostrana e soprattutto i Tg fanno un gran parlare del nudo della Mezzogiorno (ma guarda caso glissano sul valore del film), che a sua volta si stupisce di tutto questo stupore e risponde che non lo ha mai fatto prima perché i copioni non lo prevedevano. I voyeur o i fan della brava Giovanna (detto senza ironia, anche se la sua eredità drammatica la rende un po’ rigida rispetto agli altri due attori) non resteranno delusi dalla scena di sesso (niente di così ardito) e dalla sua naturalezza. Se questo vale il biglietto…
(salvatore vitellino)

Lezioni di volo

Pollo e Curry sono amici per la pelle. Il primo è italiano, il secondo è indiano ma è stato adottato da una famiglia italiana. Bocciati all’esame di maturità, decidono di fare un viaggio in India. Uno farà i conti con le proprie radici, l’altro troverà l’amore.

La finestra di fronte

Giovanna (Giovanna Mezzogiorno) e Filippo (Filippo Nigro) hanno trent’anni, sono sposati da nove e hanno due bambini. Giovanna lavora come contabile in una polleria industriale, mentre Filippo in un deposito carburanti, con turni notturni. Giovanna spia un manager single (Raoul Bova) dalla finestra di fronte alla sua cucina. Idealizza quest’uomo, la sua figura, il suo personaggio, apparentemente così diverso da suo marito. Un giorno Filippo e Giovanna incontrano un uomo anziano e distinto per strada (Massimo Girotti), che ha perso la memoria e non ricorda più nulla della sua vita, se non alcuni flashback e allucinazioni che lo riportano a sessant’anni prima. Filippo decide di aiutare questo signore, nonostante la riluttanza di Giovanna, troppo presa dalla sua vita, dai figli, dai sogni frustrati e mai realizzati e dalla sensazione di essere l’unico traino familiare. Giovanna a poco a poco si avvicina a questa persona, riuscendo anche a decifrare il rebus della sua memoria. Ma non è l’unico incontro che cambierà la vita di Giovanna… Dopo il grandissimo successo ottenuto con
Le fate ignoranti,
Ferzan Ozpetek ritorna al grande schermo con un’altra pellicola destinata a riscuotere consensi di critica e pubblico. Sempre più maturo, convincente, poetico e intenso, Ozpetek ci presenta un film sulla memoria, sulla storia che non va dimentica, sui sogni repressi, sulle isole felici che ci si crea per evadere, ma che una volte raggiunte risultano molto meno interessanti. Molta carne al fuoco, ottima regia, leggera e delicata. Solo due note un po’ stonate: un Raoul Bova anello debole del film, finito a recitare in un cast di tutto rispetto da cui ne esce con le ossa rotte. E poi alcuni dialoghi che scadono nell’eccesso di retorica e banalità, errori non commessi nel precedente film. Una nota particolare, invece, per l’ultima grande interpretazione di Massimo Girotti.
(andrea amato)

Palermo Shooting

Fotografo di grande successo conosciuto in tutto il mondo, Finn vive una vita brillante ma alquanto disordinata. Non dorme mai, il suo cellulare suona in continuazione e la musica che ascolta in cuffia è praticamente il suo unico e fedele compagno. E quando all’improvviso la sua vita va in pezzi, Finn decide di abbandonare tutto e di andare a Palermo dove comincerà una nuova ed elettrizzante vita e una nuova storia d’amore.

La prima linea

3 gennaio 1982. Sergio (Riccardo Scamarcio) è a Venezia, dove ha messo insieme un gruppo per attaccare il carcere di Rovigo e far evadere quattro detenute tra le quali Susanna (Giovanna Mezzogiorno), la donna che ama e con cui ha condiviso idee e scelte politiche. Tratto da una storia vera, quella di Rovigo è una delle più audaci evasioni mai messe a punto durante i turbolenti anni di piombo. Mentre il gruppo si avvicina al carcere, Sergio ricorda gli inizi della clandestinità, il passaggio alle armi e l’incontro con Susanna. Intanto la giornata del 3 gennaio volge al culmine: il gruppo è arrivato a Rovigo, all’interno del carcere Susanna e le altre attendono l’ora fissata. Un’esplosione fa saltare in aria il muro di cinta e comincia l’assalto. Susanna e Sergio si ritrovano, l’evasione è riuscita ma non tutto andrà come previsto…

L’ultimo bacio

Dopo i ragazzini-bene del fortunato
Come te nessuno mai
, Gabriele Muccino (che, come dicono tutti, «è bravo») scrive e filma le ansie dei trentenni loro fratelli maggiori. Cioè parla di sé, mettendo in scena dilemmi di pubblicitari e di figli di psicanalisti. È meglio mettere su famiglia o andare (con amici tutti maschi) in giro in camper e saltare dai ponti imbragati da bungee-jumping?

Nel tentativo di dipingere l’affresco di una generazione, imbottisce il film con dolly insensati e con una colonna musicale degna di miglior causa, inzuppando il tutto in una indistinta marmellata audiovisiva (basta con i «cavalli» sonori che anticipano in una scena i rumori della successiva!). Per non dire del sottotesto alla
American Beauty
; alla cui cupa – e in fondo puritana – misoginia sostituisce un molle machomammismo a metà tra Salvatores e Venditti. Peccato, perché gli unici accenti di dolore e di umanità vengono proprio dagli scatti disperati di alcune figure femminili molto sacrificate (su tutte la Giulia di Giovanna Mezzogiorno).

C’è gente che per questo film lagnoso e senile ha citato
I vitelloni
. Ma, per capirci, siamo piuttosto dalle parti dei
I laureati
di Pieraccioni, con l’iniziale commedia generazionale – piuttosto noiosa e roboante – che sfuma in un melodramma privo di senso del tragico. Perché i registi italiani non sanno girare storie d’amore, ma solo commedie all’italiana? Perché in questo film non si piange mai?
(emiliano morreale)

L’amore non basta

Martina è un’assistente di volo. Un giorno, per caso, durante un turno di lavoro, si imbatte in Angelo. Uno scambio di sguardi tra il passeggero e la hostess e un diario dimenticato sembrano il preludio per la nascita di una storia d’amore. Angelo, infatti, ha lasciato il suo diario sull’aereo e Martina, una volta scoperto che il ragazzo è del suo stesso paese, decide di riconsegnarlo personalmente al giovane. Pian piano però Martina, attraverso la lettura del diario, si appropria della vita di Angelo e decide di posticiparne la consegna per vivere ancora le emozioni che quelle pagine le regalano. Quando Martina trova finalmente la forza di riconsegnare l’oggetto al ragazzo, scopriamo che quell’incontro sull’aereo non era casuale e il diario non era stato “dimenticato”: Angelo e Martina infatti, da un pezzo, hanno già una storia d’amore. Un rapporto, il loro, che si trascina tra alti e bassi. Proprio dopo l’ennesima lite Angelo, deciso a riconquistare la sua compagna, sale sull’aereo, nonostante la sua paura di volare, e consegna a Martina una lettera d’amore scritta sul diario.

L’amore ai tempi del colera

Una vicenda epica e coinvolgente, che abbraccia mezzo secolo di vita nella complessa, magica e sensuale città di Cartagena, in Colombia: qui si racconta di un uomo che aspetta più di cinquant’anni per unirsi al suo vero amore. Florentino Ariza (Javier Bardem), poeta e impiegato al telegrafo, scopre la passione della sua vita quando vede Fermina Daza (Giovanna Mezzogiorno) dalle finestre della villa del padre. Grazie ad una serie di lettere appassionate, Florentino gradualmente conquista il cuore della giovane ma…

Ilaria Alpi – Il più crudele dei giorni

Il 20 marzo 1994 la giornalista di RaiTre Ilaria Alpi e il cameraman triestino Miran Hrovatin vengono uccisi tra le vie di Mogadiscio. Il film di Ferdinando Vicentini Orgnani ricostruisce le ultime settimane delle due vittime, sulle tracce di un traffico di armi e rifiuti tossici che li porta dalla Jugoslavia alla Somalia. La Alpi aveva scoperto qualcosa di davvero grosso, uno scoop da fare tremare molta gente, molti delinquenti e molti potenti invischiati in affari loschi. Per questo i due giornalisti sono morti, per tappargli la bocca. Questo ci racconta il film Ilaria Alpi – Il più crudele dei giorni, interpretato alla grande da Giovanna Mezzogiorno e Rade Sherbedgia, nei ruoli delle vittime. Una ricostruzione fedele agli atti, alle testimonianze e ai racconti delle persone vicine a Ilaria Alpi. Il film, oltre alla sceneggiatura puntigliosa e ben scritta, è realizzato e confezionato molto bene. Splendide le musiche di Fresu e pulito e lineare il montaggio, nonostante i molti flashback che avrebbero potuto creare confusione. Un ritorno al cinema italiano d’autore e impegnato, non a caso il regista Vicentini Orgnani cita Francesco Rosi come punto di riferimento. Una pellicola da non perdere, per non dimenticare e per continuare a parlare di due vittime che volevano solo fare il loro lavoro e raccontare la verità. A qualcuno, però, questo dava fastidio. (andrea amato)

Basilicata Coast To Coast

Basilicata Coast to Coast

mame cinema BASILICATA COAST TO COAST - STASERA IN TV scena
La band protagonista

Diretto da Rocco Papaleo nel suo esordio come regista, Basilicata coast to coast (2010) racconta le vicende di una band della provincia di Potenza che decide di partecipare al festival nazionale del teatro-canzone di Scanzano Jonico. I quattro amici e membri del gruppo devono attraversare la Basilicata dalla costa tirrenica alla costa ionica. A questo punto, perciò, ha inizio un viaggio quasi surreale, documentato giorno per giorno da una televisione parrocchiale e da una giornalista (interpretata da Giovanna Mezzogiorno).

Non si tratterà però solo di un viaggio: tutti avranno infatti modo di ripensare alle proprie vite e alla maniera con cui migliorarle. E, al ritorno a casa, niente sarà più come prima.

Nel cast: Rocco Papaleo, Alessandro Gassman, Max Gazzè, Giovanna Mezzogiorno, Paolo Briguglia, Michela Andreozzi, Claudia Potenza e Gaetano Amato.

Curiosità

  • Il film rappresenta l’esordio di Max Gazzè come attore, il quale è anche l’interprete del brano musicale Mentre dormi, presente nella colonna sonora del film.
  • La pellicola è stata girata nei comuni lucani di Maratea, Trecchina, Lauria, Tramutola, Spinoso (Lago di Pietra del Pertusillo), Aliano, Scanzano Jonico e nella città fantasma di Craco.
  • La produzione esecutiva è stata affidata dalla Regione Basilicata che ha finanziato il progetto filmico per la promozione dell’immagine della Basilicata.
  • Alla sua uscita nelle sale italiane il 9 aprile 2010, si è piazzato al sesto posto del botteghino e nel primo fine settimana ha guadagnato circa 600 000 euro. Gli incassi del film ammontano a 3 368 466 euro.
  • Il film ha riscosso perlopiù pareri positivi tra i critici.
    Il manifesto lo ha definito «Un’idea bella e commovente».
    Il Messaggero
    : «Non esplosivo ma dolce
    L’Unità: «ben recitato, ben girato e pieno di magnifiche musiche» oltreché «struggente, randagio, emozionante.»
    Il Corriere della Sera: «Film vitale, simpatico, con qualcosa di prolisso e didascalico, ma pieno di una genuina voglia di cinema e racconto.»
    La Stampa: «Un piccolo film che trova con spontaneità una sua intonata forma artistica.»
  • Rocco Papaleo si è aggiudicato il Nastro d’Argento come regista esordiente 2010, mentre Rita Marcotulli lo ha vinto per la colonna sonora 2010.

Vincere

Benito Mussolini è alla direzione dell’Avanti quando incontra Ida Dalser a Milano. Egli è un ardente agitatore socialista impegnato a guidare le folle verso un futuro di emancipazione sociale. Ida crede fortemente nelle sue idee: Mussolini è il suo eroe. Per lui, per finanziare la fondazione del Popolo d’Italia, vende tutto: appartamento, salone di bellezza, mobilio, gioielli. Allo scoppio della guerra, Mussolini si arruola e scompare dalla vita della donna. Ida lo rivedrà in un ospedale militare, immobilizzato e accudito da Rachele, appena sposata con rito civile. Furente si scaglia contro la rivale, rivendicando di essere lei la vera moglie, di avergli dato un figlio, ma viene allontanata a forza. Disconosciuta, sorvegliata, pedinata, Ida non si arrende, protestando la sua verità. Rinchiusa in manicomio lei – in un istituto il bambino – per oltre undici anni, tra torture e costrizioni fisiche, non ne uscirà mai più e mai più rivedrà suo figlio, a cui toccherà la stessa disperata sorte di esistenza cancellata.