Il diavolo probabilmente

Angosce esistenziali di uno studente parigino, Charles, che non trova ragione di vivere né in Dio né nella politica, né nell’amore né nel sesso. Finirà col pagare un drogato per farsi uccidere in un cimitero. Il film di Bresson, costruito come un unico flashback che parte dall’annuncion della morte di Charles, a tratti è agghiacciante e nel suo pessimismo non risparmia nessuno. Orso d’Argento a Berlino.

Perfidia

Per vendicarsi dell’abbandono di Jacques, la ricca borghese Hélène fa in modo che il suo ex amante si innamori della giovane Agnès. Il secondo lungometraggio di Bresson, ispirato a un episodio di Jacques il fatalista di Denis Diderot, prende spunto da un intreccio mondano piuttosto cinico per farne uno studio di grande essenzialità sulla tragedia dell’amore. I meccanismi alla base del racconto sono gli stessi alla base del melodramma ma lo stile della regia li trasforma negli elementi di una tragedia: Bresson cancella dal suo film quanto può esserci di romanzesco e sceglie di filmare solo i gesti e gli sguardi.

La conversa di Belfort

Il percorso parallelo verso la grazia di Anne-Marie e Thérèse: la prima è una ragazza che entra nella congregazione domenicana di Betania, l’altra cerca nel convento solo un nascondiglio perché ha ucciso l’uomo che l’ha tradita e le aveva fatto scontare un’ingiusta pena in carcere. Opera prima del regista, dove già sono presenti i temi della lotta tra Bene e Male che affronterà in tutte le sue pellicole future, s’impose immediatamente per la rigorosa descrizione di un universo chiuso, sostenuta da una straordinaria fotografia e da un dialogo asciutto e penetrante.

Mouchette – Tutta la vita in una notte

Un’adolescente contadina, cresciuta in un mondo misero e brutale, viene violentata da un guardaboschi e a casa ritrova la madre in fin di vita. Si lascia allora scivolare nel fiume. Dopo Il diario di un curato di campagna , il sommo Bresson si confronta di nuovo con Bernanos, adattandone di nuovo un racconto. Ma molto è cambiato, nel frattempo, e il cinema del maestro francese si è fatto più stilizzato e più «nero». Bresson costruisce un universo di violenza e vi abbandona un corpo e un volto – più che di donna – di «creatura», parente dell’asino di Au hasard Balthazar ma anche precursore della Rosetta dei Dardenne. Dopo questo film, tutti i finali di Bresson saranno implacabilmente chiusi. Ma non c’è altro che pietà nell’epilogo di Mouchette, nel rotolare della ragazza spinta dalla forza di gravità verso l’acqua, ancora e ancora… (emiliano morreale)

Così bella, così dolce

In un lungo flashback, un marito usuraio rievoca la propria esistenza di fronte al cadavere della moglie suicida. Una tormentatissima riflessione sul senso della vita, a partire dalla traccia di un racconto di Dostoevskij, riambientato nella Parigi degli anni Sessanta, e rielaborato in uno stile secco e scarno: i personaggi non hanno nemmeno dei nomi e il film diventa una marcia verso il suicidio. E’ il primo film a coloro di Bresson che però evita i forti contrasti cromatici.

L’argent

Come le manovre meschine di certi ragazzi-bene e di alcuni negozianti finiscono per portare alla rovina l’operaio Patey: i ricchi mentono e inducono a mentire coloro che lavorano per loro, eppure inorridiscono se sono questi ultimi a ingannarli. Film acuto e potente, diretto con essenzialità ed efficacia da un maestro. Tratto da un racconto di Tolstoj e a questo liberamente ispirato, Bresson racconta, con disperazione e un rigore assoluto, il potere distruttore dell’argent, il denaro. Non esiste più nessuna speranza e il male è ormai profondamente radicato nel mondo. Il regista, nella sua ultima opera, elimina ogni descrittivismo: l’inquadratura contiene solo gli elementi strettamente necessari a comunicare il senso di una scena, senza nulla concedere alla curiosità o al piacere dello spettatore. Miglior Regia a Cannes, nominato per la Palma d’Oro.

Diario di un ladro

Diventato ladro per un’insana passione, Michel viene avvicinato da un borsaiolo (pickpocket) che lo coinvolge nelle sue malefatte. Orgogliosamente convinto che gli essere superiori come lui possano mettersi al di sopra della legge, Michel continua nei sui furti ma il suo cuore arido comincia ad apririsi all’amore per Jeanne, una ragazza madre. Lontanissimamente ispirato a Delitto e Castigo, il quinto lungometraggio di Bresson è costruito intorno alla sifda di raccontare il sentimento dell’orgoglio, attraverso una sorta di viaggio nell’anima umana. Facendo leggere a Michel alcuni passi del suo diario, Bresson facilita l’identificazione ma poi allontana ogni possibile simpatia filmando il comportamento sdegnoso e freddo di Michel, sempre più schiavo del proprio vizio. E’ questa la più bella storia d’amore del cinema di Bresson, dolorosa ma anche piena di slanci e desiderio.. Uno stato di grazia, ancora lontano dal cupo pessimismo delle opere degli anni Ottanta, che si vede anche in una delle più belle scene girate dal regista, quella dei furti alla parigina Gare de Lyon.

Un condannato a morte è fuggito

Lione, 1943, prigione di Montluc: il tenente Fontaine, uomo della Resistenza condannato a morte, prepara minuziosamente la fuga dal carcdere nazista. Ispirato da un racconto autobiografico di André Devigny, il qusrto lungometraggio di Bresson riduce al minimo i riferimenti storici e concentra la sua attenzione sull’atmosfera e sul rapporto metafisico dell’uomo con la libertà: per farlo, elimina tutto ciò che è superfluo, arrivando a costruire il film con una lunga serie di primi e primissimi piani dei volti dei protagonisti, ma soprattutto delle mani e degli oggetti con cui Fontaine cerca di preparare la fuga. Per Truffaut, “il film francese più decisivo degli anni Cinquanta”. Nominato alla Palma d’Oro a Cannes.

Quattro notti di un sognatore

Adattamento lento ma girato con stile di Le notti bianche di Dostoevskij, aggiornato alla Parigi moderna. Un pittore incontra una ragazza su un ponte mentre lei sta per suicidarsi e se ne innamora nelle notti seguenti; poi l’amante che l’aveva abbandonata ritorna. Dominato dalle solite qualità liriche di Bresson, il film contiene un inaspettato senso dell’umorismo e del romanticismo ed è il film meno tragico di Bresson, quello dove i temi del suo cinema sono diluiti nella descrizione di un mondo non totalmente astratto e che ruota attorno al nodo centrale: l’incapacità dell’essere umano di adattarsi al mondo circostante. Una nomination all’Orso d’Oro a Berlino.

Au hasard Balthazar

Storie parallele dell’asino Balthazar e dell’adolescente Maria, entrambi vittime della cattiveria umana: l’asino subisce ogni sorta di maltrattamenti e finisce ucciso, la ragazza viene violentata. Il film più composito (e autobiografico) di Bresson dove i destini di diverse persone s’incrociano tra loro. Riflessione sul male del mondo che non ha nulla di predicatorio o ingenuamente didascalico. Bresson lascia parlare le immagini senza pronunciare giudizi: un film così puro da essere sconcertante.

Il diario di un curato di campagna

Vita e morte di un infelice giovane prete che cerca di amministrare la sua prima parrocchia nella campagna francese. Lento ma gratificante, con una direzione stilisticamente brillante. Bresson, che partecipò alla sceneggiatura, racconta la ‘confessione dolorosa di tutta una vita’, scandita dagli umili compiti quotidiani, la lotta per conquistare ogni anima e l’avventura mistica che segue il cammino dell’agonia di Cristo. Fedele allo spirito ma anche al testo di Bernanos, Bresson lega intimamente il dolore fisico alla sofferenza morale, utilizzando numerose scene in cui i simboli materiali della scrittura accompagnano la riproposta di passi interi del romanzo. Una nomination al Leone d’Oro.

Lancillotto e Ginevra

Mentre la sfiducia e i risentimenti serpeggiano tra i Cavalieri della Tavola Rotonda, dopo anni di inutili ricerche del Santo Graal, Lancillotto è dilaniato dai rimorsi per l’amore che prova per Ginevra, moglie di re Artù: per proteggerla ucciderà in duello anche l’amico Gauvin ma poi morirà per difendere il suo re dagli attacchi di un traditore. Lontano da ogni tentazione romantica, Bresson non fa opera di ricostruzione storica, né di attualizzazionema racconta una parabola sulla tragiciità della vita e della morte, sull’impossibilità dell’amore e il silenzio di Dio. Spogliato della sua aura mistica, il mondo bretone rivela il suo smacco totale, dove i protagonisti finiscono per essere soffocati dalla fedeltà alle loro stesse leggi. Il rischio è che questa coerentissima  ricerca di stile finisca per sconcertare lo spettatore troppo abituato a un’immagine troppo tradizionale.