La battaglia dei tre regni

Nel 208 dopo Cristo, durante la Dinastia Han, malgrado la presenza dell’Imperatore Han Xiandi, la Cina è suddivisa in molti stati in guerra fra loro. L’ambizioso Primo Ministro Cao Cao, manovrando l’Imperatore come un pupazzo, dichiara guerra a Xu, un regno dell’ovest dominato da Liu Bei, zio dell’Imperatore stesso. L’intenzione di Cao Cao è di eliminare tutti i regni esistenti ed insediarsi come unico imperatore di una Cina unificata. Liu Bei spedisce il suo consigliere militare Zhuge Liang, in qualità di inviato, al Regno Wu, nel sud, nel tentativo di convincere il suo regnante, Sun Quan ad unire le forze. Là Zhunge conosce il Vicerè di Wu, Zhou Yu e i due diventano amici in questa non facile alleanza. Infuriato dall’apprendere che i due reami si sono alleati, Cao Cao invia un esercito di ottocentomila soldati e duemila navi a sud, nella speranza di prendere due piccioni con una fava. L’esercito di Cao Cao si accampa nella Foresta Crow, sulla sponda opposta di Red Cliff (Le Scogliere Rosse), sul Fiume Yangtze, dove gli alleati hanno stabilito la loro base. Gli alleati sembrano spacciati con i viveri che scarseggiano e in enorme inferiorità numerica rispetto all’esercito di Cao Cao. Zhou Yu e Zhuge Liang devono ricorrere alla loro intelligenza e alla loro esperienza militare per capovolgere l’esito delle battaglie. I numerosi scontri di armi e di astuzia, sia su terraferma che in acqua, culminano nella più famosa battaglia della storia cinese: duemila navi vengono incendiate e la storia della Cina viene cambiata per sempre. La battaglia è quella di Red Cliff.

Paycheck

Michael Jennings è uno sviluppatore di progetti ad alto contenuto tecnologico per aziende che lo ingaggiano a suon di dollari e poi cancellano la sua memoria per impedirgli di divulgarne i segreti. Ma dopo aver portato a termine un progetto durato tre anni, non riceve nessun assegno. In banca trova invece una scatola piena di oggetti apparentemente inutili. La cancellazione della sua memoria gli impedisce di comprendere il motivo per cui, gli dicono, ha volontariamente rinunciato al compenso. Con l’aiuto di Rachel, la donna con cui negli ultimi tre anni ha lavorato e vissuto un’intensa storia d’amore, tenterà di risolvere l’enigma e, soprattutto, di capire perché i suoi ex datori di lavoro stanno tentando di toglierlo di mezzo.
Liberamente ispirato all’omonimo racconto scritto da Philip K. Dick nel 1953, il nuovo film di John Woo è un incrocio fra un thriller e un film di fantascienza, descrizione di un mondo in cui tecnocrati senza troppi scrupoli fanno utilizzo di macchine in grado di togliere all’uomo alcune sue facoltà, come quella di ricordare, per poi «regalargliene» altre, come quella di prevedere il futuro. Il regista di Mission: Impossibile 2, colpito dalle questioni di ordine etico sollevate dal racconto di Dick, è riuscito a realizzare un film che pone allo spettatore gli stessi dilemmi, invitandolo a riflettere su ciò che deciderebbe di fare qualora si trovasse nei panni del protagonista. Ben Affleck e Uma Thurman se la cavano con mestiere, nulla più. È invece la sceneggiatura, opera di Dean Georgaris, la parte migliore di un film condito con scene d’azione e sparatorie tipiche delle pellicole dirette da Woo. Imperdibile per i fan di quest’ultimo, un po’ meno per i lettori di Dick e comunque mai noioso, Paycheck diverte senza entusiasmare, perdendo nettamente il confronto con Face Off, il miglior film «americano» del regista di Hong Kong. (maurizio zoja)

Mission Impossible 2

Un agente segreto deve recuperare un virus mortale: e per questo assolda l’ex amante dell’uomo che ha trafugato il virus. Ancora le colombe? Eh sì. E pare che John Woo se le porti da un film sperimentale gay da lui scritto e interpretato nel 1969, The Knot , riscoperto quest’anno a Hong Kong. Ci sono anche i giochini sul doppio resi popolari da Face/Off : va bene che in Mission: Impossible le maschere si sono viste sempre, ma adoperarle con tanta insistenza significa rivendicare l’autorialità («Avete visto come proseguo il discorso sulle apparenze che avevo iniziato in Face/Off? ») dove c’è solo una modesta trovatina, giocata troppe volte. Pennuti e ralenti a parte, il guaio di M:I-2 è che non c’è più pathos. E che c’è Tom Cruise. Lo stile romantico e barocco di John Woo funzionava, a Hong Kong, nel contesto di un cinema che, dai tempi di Zhang Che ( Blood Brothers : assistente alla regia, Wu Yusen), ha codificato l’intensificazione melodrammatica e la ridondanza spettacolare della messa in scena. Gli eroi versano lacrime e sangue: se hanno la faccia nobile di Ti Lung o quella espressiva e infantile di Chow Yun-fat possiamo crederci. Ma che cosa succede a questi codici, tolti dal loro contesto, e con facce come quella di Tom Cruise? Semplice: non funzionano più. Con Chow Yun-fat posso identificarmi e soffrire, anche perché so che non è invulnerabile, e in un film hongkonghese può sempre morire. Con Tom Cruise non mi identifico (così come lui non si identifica col personaggio: è Tom Cruise dall’inizio alla fine, un fighetto 38enne strapagato che cerca di dimostrare 15 anni di meno), e non soffro per lui. Anche perché so che è impossibile che muoia alla fine del film.
Woo non è uno stupido, anche se adesso va in giro a dire che girerebbe di corsa M: I-3 . E appena può la butta sul mélo. Con l’eroina che si sacrifica. Addirittura con i flashback rapidissimi e strazianti nel momenti clou. Ma rimane solo la forma, senza più anima. E a dire il vero comincia a dare segni di americanizzazione preoccupante, dopo un film complicato e coraggioso come Face/Off , che deve avere fatto impazzire più di un mangiatore di pop-corn. Prendiamo il già celebrato inseguimento in macchina/corteggiamento. Che bello, sembra un balletto. E che bisogno c’era di mettere in montaggio alternato le scene del flamenco? Non l’avevamo già capito? Delle due l’una: o prende lo spettatore per scemo, o non si fida più di quello che fa.
Fosse diretto da Stephen Hopkins, sarebbe un passabile polpettone. Ma in omaggio alla politique des auteurs, e per rispetto ai capolavori che Woo ha diretto in passato, ci vuole un po’ di severità. I primi della classe vanno sempre bacchettati. (alberto pezzotta)

Nome in codice: Broken Arrow

Un action movie straordinariamente stupido su un pilota della Air Force, addetto alla sicurezza nazionale, e dotato di un equipaggiamento super tecnologico, che decide di far precipitare un aereo americano in mezzo allo Utah, custodendone l’armamento nucleare per il riscatto. Ma non ha tenuto conto del giovane co-pilota (Slater) e di un ranger (Mathis) che si è unito a quello nel tentativo di ostacolarlo. Carico degli effetti speciali che ci si aspetterebbe in un film d’azione di Woo, ma il cattivo sopra le righe di Travolta è monotono, e la continuità dell’azione, oltre che la sua credibilità, inesistente. Doveva proprio essere così insulso?

The Killer

Se è vero che non solo il futuro, ma anche (da diversi anni) il presente del cinema si trova all’estremo Oriente, The Killer è un classico del cinema contemporaneo. Da vedere anzitutto per coloro che conoscono il cinema di Hong Kong solo dalle trasferte dei loro registi, e tendono dunque a considerarlo come una sorta di action-movie americano al cubo. The Killer è invece lontano anni luce dal consueto cinema d’azione, anche da quello ammirato dai giovani cinefili. È un film «pesante», pieno di dilemmi morali e di passioni lanciate sullo schermo senza vergogna. La teoria del cinema di Hong Kong come «violenza coreografata» è vera fino a un certo punto e sicuramente non per Woo, che non è certo Jackie Chan. Certo, le sparatorie e gli inseguimenti sono complicati, perfetti e mozzafiato; ma anche chi sa poco o nulla del cinema orientale qui si accorge che siamo più dalle parti di Peckinpah (o addirittura di certo Ferrara) che non di Tarantino. (emiliano morreale)

A Better Tomorrow

Il film che ha rilanciato la carriera di Woo, allora in crisi (tant’è che la vicenda dell’ex mafioso diventato storpio in cerca di vendetta – e forse di redenzione, visto che Woo non è estraneo a concetti occidentali – sarebbe da leggersi in senso autobiografico). Doveva rilanciare Ti Lung, star delle arti marziali, ma è servito soprattutto a lanciare Chow Yun-fat nella parte di Mark Gor, look alla Alain Delon, faccia da bambino e da malandrino. Woo, di suo, ha messo una regia dell’azione ispirata in parti uguali a Zhang Che (il suo diretto maestro) e a Sam Peckinpah, oltre al senso dell’onore e dell’amicizia e alla visione tragica della vita che viene dai wuxiapian. Tsui Hark, produttore associato insieme a Karl Maka, garantisce la confezione e il marketing: uno dei colpi di genio che farà la fortuna della Film Workshop. Anni fa si tendeva a ridimensionarlo, oggi convince proprio per il fatto di essere un film di genere, sincero, onesto, senza un ammiccamento. (alberto pezzotta)

Hard Boiled

La storia stilizzatissima e ultraviolenta di un ispettore di polizia (Yun-fat) che si allea con un misterioso sicario (Leung) per sgominare una gang di trafficanti d’armi. I soliti cliché sulla vendetta e l’amicizia virile costituiscono l’innesco di un’esplosione di scene d’azione incredibili, sanguinarie, divertenti e ipnotiche. Yun-fat, come eroe tutto d’un pezzo, è perfetto; il regista Woo (anche autore del soggetto) compare nel ruolo di un barman.

Una scatenata dozzina

Tom Baker è l’allenatore della squadra di football americano di un liceo dell’Illinois. Dopo anni passati nell’ombra, un’importante università gli offre un posto da capo allenatore. La realizzazione del suo sogno professionale implica però il trasferimento di tutta la sua numerosa famiglia, dodici irrequieti figli che gli daranno più di un grattacapo, soprattutto quando la moglie Kate sarà costretta a recarsi a New York per promuovere il suo primo libro.

Già regista del discreto
Big Fat Liar,
totalmente sconosciuto al pubblico italiano, Shawn Levy fa il verso a
Mamma ho perso l’aereo
con una tragicommedia familiare in cui convivono una miriade di elementi già apparsi in decine di film dello stesso genere: il padre in gamba ma sotto sotto dipendente dalla madre, la partita di football, il bimbo superdotato, la figlia ribelle e così via. A Steve Martin il compito di far quadrare i conti, un obiettivo che l’attore non sfiora neanche lontanamente, e non certo per colpa sua. Forse, nel cercare di trasmettere l’idea del caos che regna nella famiglia dei protagonisti, il regista si è un po’ fatto prendere la mano, finendo con il frastornare anche lo spettatore con una sceneggiatura poco convincente. A volte sembra quasi che il film sia un pretesto per inanellare gag neanche tanto spiritose e la storia finisce sepolta dalle bizze dei vari personaggi, nessuno dei quali memorabile. Il cinema americano degli ultimi vent’anni trabocca di commedie famigliari senza pretese ma più divertenti di questa. Meglio risparmiare e noleggiare un home video.
(maurizio zoja)

A Better Tomorrow II

Dove sono iniziati i contrasti tra John Woo e Tsui Hark. Dove John Woo ha cominciato a porsi come Autore, e a sfoggiare consapevolmente il suo trade mark. Ralenti, montaggio caleidoscopico, accelerazioni improvvise. Il massacro finale di mezz’ora è un non plus ultra dell’action di tutti i tempi, superato solo da Hardboiled . Il sangue scorre e si ghigna. Ma ci sono anche inserti mélo strazianti, per fortuna, che in un film hollywoodiano non si troverebbero mai. Il cinema degli estremi emotivi al suo culmine, con l’ombra della meccanicità spettacolare in agguato. Chow, con ovvio escamotage, è il fratello gemello di Mark Gor, morto nel precedente. Ti Lung ha messo la testa a posto. Woo si pente già un po’ della epicizzazione della malavita. Leslie Cheung, il fratello poliziotto straight, ha molto più spazio che nel primo episodio. Dean Shek, comico allora in crisi, ha la parte della sua vita: impazzisce e poi si vendica. (alberto pezzotta)

Bullet in the Head

Racconto intenso e adrenalinico su tre amici che lasciano Hong Kong per far fortuna in una Saigon che nel 1967 è prostrata dalla guerra, cacciandosi in un mare di guai che mette a dura prova la loro lealtà. Un film epico, appassionante e teso, con scene d’azione e di scontri fra le più ardite di Woo: ad esempio, quella ambientata in un campo di prigionia. Woo è co-autore della sceneggiatura e ha anche curato il montaggio. La durata indicata è quella della versione voluta dal regista; la maggior parte delle copie americane dura 100 minuti.

Dead Knot

Finalmente proiettato in pubblico il mitico Dead Knot, cortometraggio gay di John Woo atteso da tutti i fan del regista hongkonghese approdato con M:I-2 al successo mondiale. Ecco il resoconto di uno dei pochi occidentali che hanno potuto vederlo. Finalmente al
24° Hong Kong International Film Festival
dello scorso aprile è emerso dall’invisibilità questo cortometraggio di cui da tempo si vociferava. Pensato e girato da un gruppo di amici abituati ad alternarsi nei ruoli tecnici e artistici (Woo recita, co-sceneggia e finanzia, mentre l’amico Sek Kei – uno dei più noti critici cinematografici di HK – oltre a collaborare allo script sta dietro la macchina da presa) e proiettato al Festival con un’esecuzione dal vivo della musica di Ada Loke,
Dead Knot
risulta essere un oggetto imprescindibile per la conoscenza e l’approfondimento dell’opera futura di Woo. Storia della passione di un ragazzo (Woo) per un marinaio e del relativo interrogarsi sulla fondatezza della propria relazione con la fidanzata, è un’operazione che contiene già tutto il simbolismo interiore-religioso dei film del regista (i veli bianchi, le croci, i piccioni), steso sopra una narrazione nervosa e spezzettata, capace di forare con primissimi piani quasi inafferrabili e di annegare in campi medio-lunghi sorprendentemente claustrofobici. La Nouvelle Vague è dietro l’angolo, così come i lavori di Kenneth Anger (soprattutto
Fireworks
). Forse però il centro d’interesse maggiore risiede nella precoce esplicitazione – davvero hard per l’epoca – dell’omosessualità sempre suggerita e mai detta delle pellicole hongkonghesi di Woo. Tra nudi di schiena nei bagni pubblici, baci ravvicinati e sequenze sadomaso,
Dead Knot
si immerge senza timori in un omoerotismo ruvido e per niente conciliante. Trasuda franchezza, e il fatto che John Woo abbia deciso, dopo anni di silenzio, di concederlo al pubblico (secondo il critico Law Kar i diritti erano e restano nelle mani del regista), non può che far piacere.
(pier maria bocchi)

Senza tregua

Il debutto a stelle e strisce del maestro orientale del cinema d’azione è un deludente thriller in cui Van Damme si erge a difesa di alcuni sfigati veterani vessati dal sadico Henriksen (che ormai potrebbe interpretare ruoli simili anche a occhi chiusi). Nel suo genere, non male: ma siamo molto lontani dal Woo di Hong Kong.

Face/Off – Due facce di un assassino

Forse l’unico incontro felice tra Hollywood e i nuovi maestri dell’action di Hong Kong. John Woo dirige una sceneggiatura immaginosa, inverosimile e avvincente di Mike Werb e Michael Colleary: un poliziotto si sostituisce a uno spietato killer mediante una chirurgia futuristica (gli viene letteralmente applicata la faccia dell’altro); ma il killer riesce a fare altrettanto. E questo è solo il filo conduttore: la storia si complica con continui colpi di scena, l’evidente dimensione di allegoria della lotta tra Bene e Male viene sostenuta da un ritmo travolgente. Qui Woo riesce davvero a trapiantare in un modello «hollywoodiano» tutto il suo mondo e il suo stile, giocando al rialzo e liberando il cinema d’azione occidentale da ogni scrupolo di bon ton. Le passioni esplodono, le sparatorie si moltiplicano, i simboli troneggiano. Una lezione per registi e cinefili occidentali. (emiliano morreale)