M – Il mostro di Düsseldorf

A Düsseldorf, la polizia ricerca un assassino che ha già ucciso diverse bambine. La stretta sorveglianza instaurata dalle forze dell’ordine danneggia la piccola malavita locale che decide perciò di mettersi sulle tracce del mostro. Il film, uno dei migliori di Fritz Lang (il suo primo tentativo nel cinema sonoro), si può quasi ritenere il manifesto e, probabilmente, la punta più alta dell’espressionismo tedesco. Straordinario Peter Lorre, al suo esordio sul grande schermo. Nel 1951, Joseph Losey ne realizzò un remake.
(andrea tagliacozzo)

M — Il mostro di Düsseldorf

A Düsseldorf, la polizia ricerca un assassino che ha già ucciso diverse bambine. La stretta sorveglianza instaurata dalle forze dell’ordine danneggia la piccola malavita locale che decide perciò di mettersi sulle tracce del mostro. Il film, uno dei migliori di Lang, si può quasi ritenere il manifesto dell’espressionismo tedesco. Straordinario Lorre, al suo esordio sul grande schermo.

M 5 Codice diamanti

L’uomo d’affari Graner viene scambiato per una spia internazionale in questa parodia così così dei film di agenti segreti con belle location a Roma e Lisbona. La colonna sonora di Bert Kaempfert comprende il successo Strangers in the Night. Panavision.

M. Butterfly

Un Cronenberg sorprendentemente debole e convenzionale adatta il lavoro teatrale vincitore del Tony di David Henry Hwang sulla relazione stranamente lunga fra un diplomatico francese e una diva/spia cinese che riesce a nascondergli di essere un uomo. I primi piani svelano spudoratamente la mascolinità di Lone. È sintomatico che le trame politiche e perfino lo stanco matrimonio di Irons risultino più avvincenti dello stratagemma principale.

M.A.S.H.

Il già maturo Robert Altman, con alle spalle più di dieci anni di regie televisive e tre lungometraggi, vince a Cannes e diventa l’autore americano più importante degli anni ‘70. Una farsa scatenata e scorrettissima, che fa il paio con l’adattamento (per la verità piuttosto blando) di Comma 22 di Heller che Mike Nichols gira l’anno dopo. Il meglio del fast talking e della sit-com, di Neil Simon e delle farse militari di Frank Tashlin, fusi in un film che se ha inevitabilmente smarrito molta della sua carica politica rimane pur sempre esilarante. Altman, nel raccontare il suo sadico e cinico ospedale da campo, dice con ogni evidenza Corea per non dire Vietnam, e già spappola allegramente il racconto tradizionale hollywoodiano. Da rivedere oggi anche per evitare di sopravvalutare le mille sciocchezze finto-trasgressive della commedia Usa contemporanea (tipo fratelli Farrelly). Al confronto il vecchio Altman è dinamite. (emiliano morreale)

Ma che colpa abbiamo noi

Otto pazienti sono in una seduta di analisi di gruppo. Mentre raccontano i loro problemi e i loro sogni, la dottoressa che li cura muore di vecchiaia. Gli otto, tre donne e cinque uomini, decidono così di fare una terapia autogestita, senza l’aiuto di uno specialista. Gegè è figlio di un industriale severo, ne è ancora vittima alla sua età. Di nascosto frequenta una ragazza più giovane di lui, appassionata di palestra. Ha un figlio in Argentina che non vede da una decina di anni, perché ha paura di viaggiare in aereo. Flavia è una professoressa, nevrotica per le scarpe e amante di un uomo che non lascerà mai la famiglia. Chiara è una studentessa di architettura, bulimica, innamorata di un compagno di chat, che non ha mai visto. Marco è figlio di un ambasciatore, silenzioso e introverso. Ernesto ha tradito la moglie, che lo ha cacciato, e adesso vuole riconquistarla. Per riuscire a dormire deve prendere il treno. Luca è un omosessuale innamorato di un bisessuale sposato. Alfredo è un orchestrale obeso, molto cattolico, che vive ancora con la madre. Gabriella è una donna eccessiva, che non vuole rassegnarsi al passare del tempo. Il gruppo di analisi riesce a sopravvivere grazie all’unità, all’amicizia e alla solidarietà reciproca, che ogni tanto però sembra soccombere all’egoismo di ognuno. Un film sulle fragilità umane, sul disperato bisogno di aggrapparsi al proprio analista come se solo lui potesse riuscire a trovare la via della salvezza. Un film corale, con un ottimo cast, per una commedia che non fa ridere, ma che fa sorridere sulle debolezze comuni. Dopo tre anni di silenzio, e 22 anni di carriera, Carlo Verdone ritorna sul grande schermo con una pellicola che ricorda Compagni di Scuola e Maledetto il giorno che ti ho incontrato, ma che comunque riscopre il piacere di raccontare la nostra Italia, dopo il flop di C’era un cinese in coma. Non uno dei suoi film migliori, ma ben lontano dal peggiore. (andrea amato)