Howard e il destino del mondo

Howard, giovane papero extraterrestre, viene improvvisamente catapultato sulla Terra. Il primo impatto con gli umani non è tra più felici. Salvando una ragazza da una situazione sgradevole, però, il simpatico alieno riesce finalmente a trovare un’amica. Notevoli effetti speciali al servizio di un film che nei momenti migliori rasenta l’idiozia. Tra i protagonisti anche un giovane Tim Robins. Prodotto, tra gli altri, da George Lucas.
(andrea tagliacozzo)

Mystic River

Tre amici d’infanzia si ritrovano dopo l’assassinio della figlia di uno di loro. Uno dei tre è proprio il detective incaricato di scopire chi ha ucciso la ragazza. Dovrà confrontarsi con la difficile soluzione del caso e con il desiderio di giustizia di un padre disperato.
«La storia riguarda il modo in cui le vite di tutti i protagonisti vengano sconvolte dal crimine. Possiamo vedere l’impatto che ha avuto un atto violento molti anni dopo che è stato commesso. È un cerchio tragico, tutti e tre gli uomini hanno problemi irrisolti, tutti sono traumatizzati dal passato» Così Clint Eastwood presenta una brutta storia di violenza e omicidi, traumi infantili e stupri, tratta dal romanzo di Dennis Lehane. Tre ragazzini giocano insieme a palla nelle strade, poi succede qualcosa che sconvolge la vita ti tutti e i tre smettono di frequentarsi. Pensano che, con la distanza, i cattivi ricordi potrebbero rimanere lontani. Il più traumatizzato di loro lascia addirittura il quartiere. Non serve a nulla. Il passato torna violento come una frustata. Tornano a riunirsi da adulti, abbruttiti da quel ricordo distruttivo, legati da un filo comune: un orrendo assassinio. Jimmy (Sean Penn) è il padre della vittima, una ragazza diciannovenne trovata uccisa brutalmente nel parco. È vedovo, Jimmy, e ha riversato tutto l’amore che ha in corpo nella figlia. Poco fiducioso verso la giustizia, vuole punire personalmente chi ha commesso l’efferato delitto e pur di portare a termine il suo proposito è pronto a mettere in discussione tutto, la vita che si è ricostruito nella comunità dopo le precedenti grane avute con la legge, la libertà, l’incolumità fisica. Dave (Tim Robbins) è il principale sospettato dell’omicidio. È un uomo disturbato, che non ha superato un trauma infantile, un’esperienza terribile che ha cambiato l’intero corso della sua vita e quella dei suoi vecchi amici. Poi c’è il detective incaricato delle indagini (Kevin Bacon), che deve arrivare all’assassino assolutamente prima della furia vendicatrice di Jimmy. Il problema di Sean è la moglie, che l’ha lasciato, di cui è ancora innamorato. Il tutto avviene a Boston, alla vigilia del Columbus Day, in un quartiere operaio dove tutti si conoscono, dove la domenica si va devotamente alla messa, dove circolano brutti ceffi dal cognome inquietante tipo i fratelli Savage.
Eastwood, con quest’opera in concorso al Festival di Cannes, si sofferma più sulle vicende umane e sulle emozioni che attraversano i personaggi, che non sull’intreccio del crimine. Certo, lo spettatore è comunque intrigato a risolvere il «giallo»: vuole scoprire se Dave è realmente colpevole, se Jimmy troverà giusta vendetta o verrà fermato in tempo, e se Sean riuscirà a risolvere il suo rapporto con la moglie. Il quadro che ne esce è quello di una comunità bigotta, dove pare che tutti sappiano tutto, ma dove nessuno lo dà a vedere, dove i panni sporchi si lavano in famiglia. Per il Columbus Day tutto deve essere sistemato, affinché il quartiere possa festeggiare per le strade senza ulteriori traumi, perché ci si possa scambiare sorrisi ipocriti, falsi saluti di cortesia, nonostante siano accadute le cose più turpi. È l’America del benessere, con le sue contraddizioni e suoi scheletri nell’armadio, con una violenza che esce allo scoperto perché poco repressa o perché il sistema stesso è portatore di violenza. Nel film si preferisce assoggettarsi all’esempio violento piuttosto che aprirsi agli altri, ammettere le proprie debolezze, mettersi in discussione. Un messaggio abbastanza discutibile, che sembra assolvere il comportamento negativo dei protagonisti, come se la risposta violenta alla violenza rimanesse l’unica via di salvezza. Il merito principale della riuscita del film va attribuito alla scelta degli attori: uno Sean Penn in stato di grazia a fianco di due colleghi altrettanto bravi, Tim Robbins e Kevin Bacon. La colonna sonora composta dallo stesso Clint Eastwood è stata registrata dalla Boston Symphony Orchestra dal Coro del Festival di Tanglewood, diretti dallo stesso regista. Oscar 2004 a Sean Penn come miglior attore protagonista e a Tim Robbins come miglior attore non protagonista. (marcello moriondo)

America oggi

Insieme a I protagonisti , il film che segnò il grande ritorno di Altman dopo un quindicennio appannato e sotterraneo: America oggi , multiforme affresco losangelino dalla narrazione implosa, rimane il capolavoro di questa «seconda giovinezza». Dei «Seventies» Altman non rinnega niente, anzi preleva dal decennio successivo quella che ne è stata forse la più alta sintesi letteraria: i racconti di Raymond Carver. Il montaggio (musicalissimo) intreccia le canzoni della colonna sonora con un gusto quasi da cantastorie; ogni enfasi è bandita (contrariamente al farraginoso e retorico pseudo-allievo Paul Thomas Anderson di Magnolia ); il cast è semplicemente sbalorditivo e i pezzi di bravura così sciolti che non te ne accorgi nemmeno (il monologo di Jack Lemmon, il seminudo di Julianne Moore). Su tutto una tristezza spettrale e assolata, un blando terremoto osservato da uno sguardo imperturbabile che è già oltre la commedia e la tragedia. (emiliano morreale)

Human Nature

Lila è afflitta, sin dalla pubertà, da un disordine ormonale che le provoca un’abbondante crescita di peli su tutto il corpo ed entra quindi nell’età adulta con poche aspettative e un po’ di tristezza. Con prospettive professionali scoraggianti e la sicurezza di non poter trovare un uomo che l’ami, Lila pensa al suicidio, ma, salvata da un topo, decide di andare a vivere a stretto contatto con la natura. Nell’eremo del bosco scrive libri che ottengono enorme successo e, spinta dalla voglia di trovare un uomo, decide di tornare in città. Trova l’amore in uno scienziato comportamentista, ma presto la natura umana riserverà altri colpi di scena. Film d’esordio di Michel Gondry, regista francese di tanti video musicali e spot pubblicitari,
Human Nature
dovrebbe essere una divertente inchiesta sul coacervo di istinti e desideri che ci guidano, seguendo l’interazione tra una scrittrice irsuta in modo anormale, un comportamentista represso, un giovane selvaggio e un’assistente francese. In realtà, nonostante gli sforzi per essere un’esilarante, surreale commedia, risulta essere un polpettone senza senso che strappa il sorriso in un paio di occasioni. Trascinato fino all’inverosimile, senza neppure dare la sensazione che stia succedendo qualcosa di importante. Il cast è di ottimo livello, ma un soggetto delirante e una regia non eccellente sono riusciti ad affossare il talento degli attori.
(andrea amato)

Erik il vichingo

Terry Jones, ex componente del gruppo comico inglese dei Monty Python, rilegge alla sua maniera ironica e grottesca la leggenda del guerriero vichingo Erik il rosso. Stanco di compiere azioni riprovevoli, Erik decide di porre fine all’era di Ragnarik – dove gli uomini combattono e uccidono – per iniziarne una nuova di pace e prosperità. Ma qualcuno non è d’accordo. Nonostante il bravo Tim Robbins e la presenza di John Cleese (anche questi ex Monty Python), il film riesce a divertire solo a tratti.
(andrea tagliacozzo)

La guerra dei mondi

Ray Ferrier (Tom Cruise), gruista al porto, riceve la vista dei figli Rachel (Dakota Fanning) e Robbie (Justin Chatwin) per il fine settimana. La loro mamma, Mary Ann (Miranda Otto), divorziata da Ray, sta per recarsi a Boston dai genitori con il suo nuovo compagno Tim (David Allan Basche). Intanto, strani «temporali» si verificano un po’ ovunque nel mondo, al termine dei quali tutte le apparecchiature – elettriche o a motore – smettono di funzionare. Un tale evento capita anche nella città dove risiede Ray, ma non è nulla rispetto a quanto accadrà di lì a poco: gli alieni sbucano dalla crosta terrestre a bordo di terrificanti macchine da guerra a tre gambe, lì sepolte milioni di anni prima, e cominciano a distruggere tutto: case, strade. E persone. L’invasione è globale e a nulla paiono servire le armi convenzionali cui ricorre l’esercito per fronteggiarla. Ray e i ragazzi si danno perciò a una precipitosa fuga, con l’obiettivo di ricongiungersi al resto della famiglia.
Eh, sì, E.T. si è proprio incavolato. Steven Spielberg, torna a confrontarsi con il suo genere d’elezione, ma lo fa – sulla soglia dei sessant’anni – gettando sul mondo extraterrestre lo sguardo terrorizzato di chi è ormai abituato a vivere nell’angoscia del dopo 11 settembre. Insieme con l’inadeguatezza del ragazzo-uomo Ray, che non ha mai appreso il mestiere di padre, il regista americano coglie indubbiamente lo Zeitgeist, lo spirito dei tempi in cui viviamo, smarrendo tuttavia il rendez-vous con il capolavoro. Lento l’inizio, inesistente il finale, i caratteri dei personaggi appena sbozzati, sacrificati (quasi) per intero all’azione, che invece è di prim’ordine, con effetti sonori – prima che visuali – da far rizzare i capelli, capaci di risvegliare dalle viscere dell’inconscio le nostre paure ancestrali.
Unico punto di contatto con l’arcadia aliena raffigurata in E.T., il personaggio della bimba: lì era l’ingenua Drew Barrymore, qui è l’altrettanto brava Dakota Fanning, più o meno la stessa età, ma già rosa dall’ansia patologica, cresciuta prematuramente. Innaturalmente saggia come sono oggi i cuccioli d’uomo. Vince ma non convince Tom Cruise, molto più in palla in Collateral di Mann e L’ultimo samurai di Zwick. I ruoli troppo sfaccettati evidentemente non gli si attagliano. Paradossalmente lascia più il segno Tim Robbins nella breve parte dell’ex guidatore di ambulanze-filosofo, cui gli alieni a tre gambe (o sono due braccia e una gamba?) invadono pure la cantina, dopo avergli incenerito la casa.
Chiudiamo ricordando la genealogia di prim’ordine di questa  Guerra dei mondi spielberghiana:  remake della pellicola del 1953 (girata in piena guerra fredda) di Byron Haskin, tratta a sua volta dal romanzo di H.G. Wells del 1898, oggetto, trent’anni dopo, di una lettura radiofonica da parte di Orson Welles che scatenò il panico tra gli americani (mentre in Europa Hitler prendeva deciso la strada che avrebbe condotto alla guerra). Insomma, born to thrill. (enzo fragassi)

Le ali della libertà

L’onesto bancario Robbins viene accusato ingiustamente di un duplice omicidio e condannato alla prigione a vita alla fine degli anni Quaranta. Il compagno ergastolano Freeman e i suoi amici impareranno ad ammirare il codice morale di Robbins e la sua capacità nel fare le cose, nonostante un odioso direttore del carcere e un brutale secondino. Un film molto apprezzato, ben fatto ma terribilmente lungo e (come molti scritti non horror di Stephen King) vacuo e prevedibile. L’esordiente regista Darabont ha adattato il racconto Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank di King. Ben sette nomination agli Oscar.

The Truth About Charlie

Pallido remake di Sciarada, anche questo ambientato a Parigi, con la Newton nel ruolo della fanciulla in difficoltà, Wahlberg in quello del suo nuovo e galante amico e Robbins in quello di un ufficiale governativo fin troppo sospettoso. Invece di giocare la storia con convinzione, il film ci tiene a distanza, portando l’attenzione su di sé con vertiginosi movimenti di macchina, musica cacofonica e indulgenti riferimenti alla Nouvelle Vague, con le apparizioni, inoltre, di tre dei suoi protagonisti (Aznavour, la Karina e la Varda). Accreditati quattro sceneggiatori per complicare la sceneggiatura di Peter Stone del 1963; uno di loro (Peter Joshua) è Stone sotto pseudonimo, che si è guadagnato i titoli per aver integrato la trama originale. Panavision.

I protagonisti

Pungente commedia nera su un giovane e paranoico produttore esecutivo cinematografico (Robbins) che viene minacciato da uno sceneggiatore scontento — fino a quando comincia a farsi giustizia da solo. Mordace disamina dell’avidità e del potere di Hollywood, con l’eterno ribelle Altman quasi al top della forma (specie nel piano-sequenza iniziale di 8 minuti). Spassose interpretazioni, decine di apparizioni cammeo di star (diverse di “allievi” di Altman come Elliott Gould, Lily Tomlin, Sally Kellerman e Cher), molte citazioni… ma un po’ troppo macchinoso. Adattato da Michael Tolkin dal suo romanzo; Tolkin e suo fratello gemello Stephen compaiono anche nei panni di due scrittori che si incontrano con Robbins.

Synapse – Pericolo in Rete

Fantascientifico ma non troppo: il paradosso di
Synapse – Pericolo in rete
sta tutto in questa contraddizione. Dieci o venti anni fa sarebbe stato un film davvero allarmante e utile. Oggi serve solo a ricordare che i monopoli economici hanno come centro nevralgico il sistema informatico e la comunicazione globale. Il tutto, come è logico che sia in un film, avviene all’interno di una trama congegnata secondo le regole di un thriller fantapolitico incentrato su un oscuro e inquietante magnate delle telecomunicazioni, Gary Winston, che rimanda nemmeno troppo velatamente al contemporaneo Paperon de’ Paperoni della Microsoft, Bill Gates. Contro costui, novella incarnazione del gigante avido e pericoloso alla Gordon Gekko di
Wall Street
, finisce per schierarsi l’ignaro brillante programmatore Milo, che credeva di lavorare per il progresso digitale e invece non faceva altro che alimentare le peggiori ambizioni di Winston.

In un film come
Synapse
non conta molto chi l’ha diretto – ovvero l’insignificante e anonimo Peter Howitt di
Sliding Doors
– quanto gli spunti che è in grado di mettere in campo l’intelligente sceneggiatura di Howard Franklin, raffinato e sottovalutato sceneggiatore e regista di
Occhio indiscreto
e
Il diavolo in blu
. Purtroppo, come si accennava, il film risulta anche troppo ingenuo, ricalcando lo schema faustiano dei più interessanti
Il socio
e
L’avvocato del diavolo
. Ci si chiede in fondo quanto possa essere considerato eroico un personaggio come Milo, che di fatto fornisce gli strumenti e i supporti tecnico-ideologici per le trame oscure di Winston. Dopotutto, nel mondo reale, il progettista ambizioso e il capitalista senza scrupoli non sono forse le due facce della stessa medaglia ? Ed è mai possibile credere ancora, sebbene queste siano purtroppo le regole indeclinabili dello spettacolo, che il Male si configuri attraverso oscuri complotti eversivi? Occorre ancora presentarci l’ennesimo Malvagio per eccellenza anziché cogliere dietro questo fenomeno il volto più noto dei fautori della cosiddetta democrazia? Perché contrapporre la libertà e la democrazia al monopolio e al controllo globale se si tratta, ormai, di un unico circolo vizioso? Quello di
Synapse
, dunque, è candore disarmato o malafede camuffata? Opteremmo per la prima soluzione. Ma non è una grande consolazione.
(anton giulio mancino)

Mister Hoola Hoop

Un ingenuo ragazzotto di campagna arriva nella Grande Mela e diventa pedina inconsapevole di un piano per rovinare una fiorente compagnia. La più stravagante creazione dei fratelli Coen: un’impressionante fantasia in stile anni Cinquanta sul business in escandescenza, con Robbins assolutamente perfetto nel ruolo dello stupido con gli occhi spalancati che, miracolosamente, arriva in alto. Newman è un’abile canaglia e la Leigh è divertente (anche se un po’ monocorde) nei panni di una reporter dalla parlantina veloce alla Kate Hepburn. Scritto da Ethan e Joel Coen con Sam Raimi. I Coen rivaleggiano con Fellini per quanto riguarda la selezione di volti inusuali che popolano i loro film.

Bull Durham

Un’appassionata di baseball all’inizio di ogni stagione sceglie un giovane campione, il migliore della squadretta dei dilettanti dei Durham Bulls, per allenarlo a modo suo allo sport, alla poesia e soprattutto all’amore. Quando all’orizzonte si presenta il promettente «Nuke» non ha esitazioni: sarà lui il prescelto. Una divertente e intelligente commedia sullo sport preferito dagli americani, diretto da un esperto del genere e interpretato da un trio d’attori in grande forma. Particolarmente credibile nel ruolo Kevin Costner, che ha un passato da giocatore dilettante. Tim Robbins (all’epoca ancora poco conosciuto) e Susan Sarandon diventeranno marito e moglie. Costner tornerà sull’argomento nel seguente
L’uomo dei sogni
e, undici anni più tardi, nel bellissimo
Gioco d’amore
di Sam Raimi.
(andrea tagliacozzo)

Allucinazione perversa

Un reduce del Vietnam, vittima di mostruose allucinazioni, indaga tra i suoi ex commilitoni e scopre che durante la guerra il suo plotone è stato usato come cavia per sperimentare una nuova potentissima droga. Il migliore tra i film di Adrian Lyne, ma anche, paradossalmente, il più sfortunato al botteghino. Incomprensibilmente ignorato dalla critica (almeno negli Usa), nonostante l’originalità del soggetto e alcuni spunti visivi davvero interessanti. Macaulay Culkin, il piccolo interprete di
Mamma ho perso l’aereo
, fa una fugace apparizione nei panni del figlio del protagonista.
(andrea tagliacozzo)

Cadillac Man (Mister occasionissima)

Assillato dall’ex moglie, dalle amanti e da un boss mafioso a cui deve del denaro, il povero Joey, venditore di macchine usate, rischia anche di perdere il posto se non riuscirà a vendere almeno una dozzina di vetture. Come se non bastasse, proprio in quello stesso giorno, un folle armato di mitra fa irruzione nell’autosalone minacciando di compiere una strage. Robin Williams si fa in quattro per coprire le non poche lacune del film. Ci riesce solo in parte. Bravo anche Tim Robbins, all’epoca poco conosciuto.
(andrea tagliacozzo)

Alta fedeltà

Rob Gordon (John Cusack) è il proprietario del Championship Vinyl, negozio di dischi vecchio stile della periferia di Chicago, frequentato da pochi maniaci collezionisti di pop music. Anche Rob e i suoi due dipendenti (Todd Louiso e Jack Black) sono maniaci collezionisti. E talmente snob da insultare chi ha la sventura di entrare a chiedere un qualsiasi cd da classifica per il compleanno della figlia. Ma non sono le classifiche a irritare il terzetto, perché è l’estemporanea compilazione di top five su qualsiasi argomento il succo delle loro infinite e strampalate conversazioni. E allora, quando Laura (Iben Hjejle) pianta Rob, a quest’ultimo non resta che compilare la «top five delle migliori canzoni per dire alle persone che ti hanno scaricato che, anche se ti hanno spezzato il cuore, non riesci a dimenticarle» e progettare di rincontrare i cinque peggiori fallimenti della propria vita sentimentale. La ricognizione non fa che confermare i presupposti di partenza non producendo alcuna maturazione, anche se porta inaspettatamente alla temporanea riconciliazione con Laura. Tratto da un fortunato romanzo di Nick Hornby (edito in Italia da Guanda), il film ambisce allo spaccato generazionale, radiografando i maschi trentenni e la loro patetica ambizione di tenere sotto controllo l’ansia dell’imprevisto attraverso deliranti mappe del proprio mondo (dischi, telefilm, squadre di calcio – o di baseball – modelli di auto, etichette di birra o ragazze). Per risultare davvero efficace, però, il film avrebbe bisogno di una dose di impietosa precisione in più. Ma attribuire una caratterizzazione sgradevole al protagonista probabilmente non rientrava nelle intenzioni di Cusack, qui anche produttore. Le battute migliori sono tutte nel romanzo, e anche la regia di Stephen Frears non riesce a dare un senso compiuto al partito preso di far recitare sguardo in macchina tutti i monologhi di Gordon. La colonna sonora segue il criterio del famigerato
drop the needle
: niente di straordinario nel rapporto con le immagini, ma il cd è da consigliare per i lunghi viaggi in macchina.
(luca mosso)

Bob Roberts

Bob Roberts, cantante country, si candida alle elezioni presidenziali con un programma ultra-reazionario e con metodi spregiudicatissimi. Sconfiggerà un vecchio senatore liberal, rimasto coinvolto in uno scandalo sessuale. Classica commedia liberal, con in più una gustosa ideuzza di regia dell’esordiente Robbins (che è anche ottimo protagonista): tutto il film è girato come un reportage televisivo, zoom e macchina a mano, mostrando l’orrore del personaggio protagonista solamente attraverso il suo lato pubblico, la sua maniera di presentarsi, le sue canzonette (intelligente la trovata di far cantare a Roberts alcuni hit della canzone libertaria come la dylaniana
The Times They’re A-Changin’
, ma con un nuovo testo parafascista). La storia è molto caustica e divertente; nel sottofinale, la macchina da presa svela l’impostura di Roberts mostrando il suo piede che batte il tempo (e dunque che l’attentato di cui egli si proclamava vittima era un bluff). Il candidato perdente è un simpatico Gore Vidal.
(emiliano morreale)

Dentro la grande mela

Dramma malinconico su alcuni giovani le cui vite convergono in un quartiere del Bronx nel 1964. Uno di loro, appena uscito di prigione, procurerà guai agli altri. Inaspettatamente melodrammatico ma riuscito e credibile… e probabilmente l’unico film ambientato negli anni Sessanta a non usare canzoni dell’epoca per evocare il periodo. La musica d’atmosfera di James Newton Howard è molto più efficace. Scritto da John Patrick Shanley.

Dead Man Walking — Condannato a morte

Dead Man Walking – Condannato a morte

mame cinema DEAD MAN WALKING - CONDANNATO A MORTE STASERA IN TV scena
Una scena del film

Diretto da Tim Robbins, Dead Man Walking – Condannato a morte (1995) ha come protagonista una suora, suor Helen Prejean (Susan Sarandon) e un condannato a morte, Matthew Poncelet (Sean Penn). Suor Helen fa visita a Matthew in carcere: l’uomo verrà giustiziato per avere brutalmente assassinato una giovane coppia insieme a un complice, dopo aver violentato la ragazza. Matthew però continua a proclamarsi innocente, sostenendo che il vero colpevole sia il suo compare, il quale se l’è “cavata” con un ergastolo.

Suor Helen non è pienamente convinta della versione di Matthew, tuttavia, mossa da pietà cristiana, tenta di rinviare il giorno dell’esecuzione. Ma è lo stesso condannato a non aiutarla: si dichiara infatti razzista e terrorista, facendo sì che tutti biasimino la suora per il suo aiuto a un individuo così spregevole. Nonostante la frustrazione che deriva da ciò, suor Helen decide di continuare a stare accanto a Matthew, nella speranza di redimerlo. Ne varrà la pena o Matthew si rivelerà il mostro che tutti credono? Da che parte sta la verità?

Curiosità

  • Il film è basato sull’omonimo romanzo autobiografico di suor Helen Prejean.
  • Nella colonna sonora del film c’è la canzone Dead Man Walking di Bruce Springsteen, oltre a brani di Eddie Vedder, Patti Smith, Johnny Cash e Tom Waits.
  • Il crescendo emotivo che porta al finale è stato indubbiamente creato per suscitare un senso di disgusto e un conseguente profondo disappunto verso la pratica della pena di morte, contro la quale il regista e sceneggiatore Tim Robbins, sua moglie Susan Sarandon e il loro amico Sean Penn si battono da sempre come attivisti politici, ben noti sotto questo profilo, soprattutto presso l’opinione pubblica degli USA.
  • Con un budget di 11 milioni di dollari, la pellicola ne ha guadagnati circa 83 milioni, diventando così un gran successo al botteghino.
  • Per i loro ruoli nel film, Susan Sarandon e Sean Penn si sono aggiudicati rispettivamente l’Oscar alla Migliore attrice protagonista e l’Orso d’argento al Festival di Berlino del 1996. La Sarandon ha vinto anche il David di Donatello come miglior attrice straniera, oltre agli Screen Actors Guild Award nella stessa categoria.

Mission to Mars

Opera incredibilmente piatta che narra di una missione esplorativa su Marte nell’anno 2020, scandita da incidenti, tragedie e alcune strabilianti scoperte cosmiche. Il film adotta un approccio realistico che presto indebolisce il tutto, con un climax fin troppo didascalico, per quelli che ancora non hanno capito 2001: Odissea nello spazio. Frequente comparsa di marchi commerciali come Dr Pepper. Armin Mueller-Stahl compare non accreditato. Panavision.