America oggi

Insieme a I protagonisti , il film che segnò il grande ritorno di Altman dopo un quindicennio appannato e sotterraneo: America oggi , multiforme affresco losangelino dalla narrazione implosa, rimane il capolavoro di questa «seconda giovinezza». Dei «Seventies» Altman non rinnega niente, anzi preleva dal decennio successivo quella che ne è stata forse la più alta sintesi letteraria: i racconti di Raymond Carver. Il montaggio (musicalissimo) intreccia le canzoni della colonna sonora con un gusto quasi da cantastorie; ogni enfasi è bandita (contrariamente al farraginoso e retorico pseudo-allievo Paul Thomas Anderson di Magnolia ); il cast è semplicemente sbalorditivo e i pezzi di bravura così sciolti che non te ne accorgi nemmeno (il monologo di Jack Lemmon, il seminudo di Julianne Moore). Su tutto una tristezza spettrale e assolata, un blando terremoto osservato da uno sguardo imperturbabile che è già oltre la commedia e la tragedia. (emiliano morreale)

Streamers

Un paio di giorni in una caserma dell’esercito alla vigilia del coinvolgimento americano in Vietnam diventano una parabola sull’umanità, la morte e i rapporti fra le razze. Lungo e deprimente ma pur sempre meritevole, con ottime performance in ruoli di sostanza: nulla di nuovo anche se Altman evita il finto naturalismo e l’enfasi didascalica del teatro filmato. Sceneggiatura di David Rabe dalla sua pièce.

Buffalo Bill e gli indiani

L’idea di Altman è che Buffalo Bill fosse un imbroglione con manie di grandezza, e insiste su questo punto per due ore. Non privo di interesse, il film affronta il tema del rapporto tra realtà e leggenda in un prodotto ibrido falsato dai tagli del produttore Dino De Laurentiis che modificarono sotanzialmente il montaggio, ma si tratta diuno dei film più noiosi del regista. Orso d’oro a Berlino.

The Company

Ry è la prima ballerina della Joffrey Ballet Company di Chicago. Di giorno condivide con i suoi compagni allenamenti, fatica, speranze e soddisfazioni. Di sera invece lavora come cameriera in un locale tutt’altro che raffinato. Alla vigilia della tanto attesa prima, un infortunio la costringerà a rinunciare allo spettacolo, che avrà successo nonostante la sua assenza.
Scritto da Barbara Turner assieme alla protagonista Neve Campbell, in passato ballerina e tornata ad allenarsi duramente per l’occasione, il nuovo film di Robert Altman è ambientato in un mondo, quello della danza, di cui la maggior parte del pubblico cinematografico sa poco o nulla. Forse per questo motivo, la pellicola del regista di America oggi ha un taglio quasi documentaristico, come se Altman volesse guidare lo spettatore durante l’osservazione di ambienti e personaggi, non rinunciando a mostrarsi egli stesso stupito e ammirato per ciò che vede. La ricerca del realismo è confermata dalle modalità con cui il film è stato realizzato: per due anni le sceneggiatrici hanno seguito i veri ballerini del Joffrey Ballet, mentre la Campbell si allenava come se anche lei avesse dovuto partecipare ai loro spettacoli. Altman, dal canto suo, che nulla sapeva del mondo del balletto, ha in seguito espresso la sua ammirazione e il suo stupore definendo i danzatori «belli, vulnerabili, espressivi, artisti che fanno l’impossibile». Proprio come i protagonisti di un film eccessivamente didascalico ma efficace nel mostrare l’umanità e la fragilità di chi dedica tutta la propria vita all’arte della danza, sottoponendo il proprio corpo e la propria psiche a disciplina e sacrifici. (maurizio zoja)

I protagonisti

Pungente commedia nera su un giovane e paranoico produttore esecutivo cinematografico (Robbins) che viene minacciato da uno sceneggiatore scontento — fino a quando comincia a farsi giustizia da solo. Mordace disamina dell’avidità e del potere di Hollywood, con l’eterno ribelle Altman quasi al top della forma (specie nel piano-sequenza iniziale di 8 minuti). Spassose interpretazioni, decine di apparizioni cammeo di star (diverse di “allievi” di Altman come Elliott Gould, Lily Tomlin, Sally Kellerman e Cher), molte citazioni… ma un po’ troppo macchinoso. Adattato da Michael Tolkin dal suo romanzo; Tolkin e suo fratello gemello Stephen compaiono anche nei panni di due scrittori che si incontrano con Robbins.

Il lungo addio

Aggiornamento bizzarro, quasi parodistico, del romanzo di Raymond Chandler, con Gould un Philip Marlow consumato, coinvolto dalla misteriosa Van Pallandt, dall’alcolizzato Hayden, dal malvagio Gibson, dal tipo scomparso Bouton e dal gangster ebreo Rydell. Alcuni tocchi carini, specialmente la colonna sonora scherzosa di John Williams, ma la disposizione di Altman verso il genere confina col disprezzo. Sceneggiatura di Leigh Brackett, cosceneggiatore in precedenza per Il grande sonno. Cercate Arnold Schwarzenegger culturista e David Carradine carcerato. Panavision.

Conflitto di interessi

Un arrogante avvocato di Savannah (Branagh) va a letto con una donna appena conosciuta (un’intensa Davidtz), quindi si mette nei guai fino al collo quando cerca di proteggerla da un padre pazzo (Duvall). Se è tanto furbo, come ha fatto a rendersi così vulnerabile? Chiedetelo a John Grisham, l’autore di questo thriller che diventa sempre più improbabile a ogni snodo della narrazione. Debole soprattutto la resa dei conti nel finale. Sceneggiatura accreditata ad Hayes, uno pseudonimo.

La fortuna di Cookie

Racconto rocambolesco ambientato in una piccola cittadina del Sud, dove la morte di una donna eccentrica mette in moto una serie di eventi che porteranno alla luce la vera natura — sia generosa che avida – di vari parenti e amici. Film leggero e fantasioso è ricco di personaggi pittoreschi, è arricchito dalla splendida interpretazione di Dutton; nella commedia scritta da Anne Rapp Altman si diverte a ironizzare sulle tradizioni del Sud con colpi di scena imprevedibili e divertenti, ma anche con inutili cadute di tono. Con gli anni Altman sembra aver perso la capacità (o la voglia) di controllare tutti i personaggi dei suoi affreschi, concentrandosi solo su alcuni.

Gang

Tre disadattati scappano da un campo di prigionia nel Midwest degli anni Trenta, per una serie di crimini a catena: il più giovane (Carradine) si innamora di una semplice ragazza di campagna (Duvall). Nonostante le cifre familiari, Altman si immerge profondamente nell’atmosfera del periodo e in forti caratterizzazioni; un film che migliora a ogni visione. Remake di La donna del bandito di Nicholas Ray. Sceneggiato da Calder Willingham, Joan Tewkesbury e dallo stesso Altman.

Kansas City

Ritratto ricco di atmosfera, ma spento dal punto di vista drammatico, della Kansas City degli anni Trenta, un focolaio di racket, macchine della politica, e jazz, che gira intorno a Belafonte, capobanda locale, al giovane arrogante Mulroney, e a sua moglie, Leigh. Tanto sapore ma poca sostanza e una trama ridondante. Parte migliore: il jazz che è suonato quasi continuamente (spesso in diretta) da tutta una schiera di star tra cui Nicholas Payton, Joshua Redman, Mark Whitfield, Christian McBride, Cyrus Chestnut, e Ron Carter.

Aria

Terribile collezione di corti, ognuno (teoricamente) ispirato a una famosa opera lirica. Pochi riescono a mettere insieme qualcosa che c’entri con la musica, mentre la maggior parte dei tentativi sono francamente imbarazzanti. Le parti migliori — relativamente parlando — sono quelle di Roddam e di Beresford, rispettivamente sulle note del Tristano e Isotta di Wagner e della Tote Stadt di Korngold. Questo incredibile spreco di tempo e di talento segna anche il debutto di Bridget Fonda.

Popeye – Braccio di ferro

Il beneamato marinaio (Williams, nel suo primo ruolo da protagonista) abborda una nave che affonda in questo film incredibilmente noioso. Un cast risoluto fa il possibile con la sceneggiatura di Jules Feiffer che non diverte, con la disordinata messa in scena di Altman, e alcune presunte canzoni di Harry Nilsson. Piuttosto cercate in tv un vecchio cartone di Max Fleischer.

Una coppia perfetta

Commedia romantica, bizzarra ma accattivante, su un improbabile incontro combinato (via computer) tra un rigido puritano (Dooley), succube di un padre opprimente, e una cantante (Heflin) la cui vita è legata al suo gruppo rock, che è come una famiglia. Divertenti le musiche dei Keepin’ ‘em Off the Streets, il gruppo di Neeley creato apposta per il film.

Images

Una donna sposata, vittima di un esaurimento nervoso che la sta rapidamente portando verso la schizofrenia, si rifugia per un periodo di riposo nella casa dove è nata e cresciuta. I fantasmi del suo passato improvvisamente riaffiorano. Una pellicola di non facile lettura, ma molto affascinante. Gran parte della riuscita del film è da attribuire alla bravura di Susannah York, che vinse il premio come miglior attrice al Festival di Cannes del 1972. (andrea tagliacozzo)

Il dottor T & le donne

L’ultimo lavoro di Robert Altman, classe 1925, è un film infantile e senile allo stesso tempo. Dr. T and the Women narra sui modi della sit-com americana la storia di un ginecologo di successo a Dallas, il dott. Sullivan Travis (Richard Gere), che ovunque vada è attorniato da donne: le pazienti, una moglie improvvisamente impazzita (Farrah Fawcett), una cognata con tre gemelle (Laura Dern), due figlie, il personale di ambulatorio, un’amante golfista… Nei più consueti e prevedibili modi altmaniani riconosciamo la stanchezza del cineasta: la giuliva e vociante comunità femminile della sequenza dei titoli di testa è la versione aggiornata e manierista del mondo mediatizzato da sempre protagonista dei film di Altman: pubblico e artisti di Nashville , circo americano di Anche gli uccelli uccidono , varia umanità losangelina di America oggi , frivolo ambiente della moda di Prét-à-porter … Ma è sufficiente rinchiudere venti persone in una stanza e farle parlare cacofonicamente insieme per avere un’intuizione di regia? Dopo vent’anni? In questo senso, anche la scelta di scenografie e linguaggio mutuati dalla tv, che in passato fece di Altman il grande fustigatore delle forme contemporanee della cultura americana, appare sempre più un’opzione di maniera, priva della propria finalità critica. Dr. T and the Women accelera e coreografa con grazia le forme e i tempi degli attori della sit-com. Nella direzione degli attori il cineasta di Kansas City mantiene una delle sue maggiori doti: eppure le battute pronunciate non sono meno telefonate, e la risata preregistrata è già tutta nei dialoghi. Allo stesso modo, il gioco di contrasti tra narrazione e tracce grafiche (cartelli, insegne) e fotografie sembra servire unicamente a stabilire dei percorsi facilitati nel film. Il registro del grottesco, ottenuto per deformazione e accrescimento dei caratteri dell’alta borghesia texana, è l’ennesimo capitolo di una galleria di caratteri della società sudista sempre meno graffianti, colpiti da zampate sempre più stanche…
Detto questo, Dr. T and the Women resta un film che nel proprio infantilismo ha le migliori qualità. Il film si apre con la divaricazione di una vagina: modo pecoreccio e ben metaforico di «entrare in un film». E in fin dei conti, Dr. T non è che questo: un costante scivolare tra le pareti di una femminilità avvolgente, che attornia il protagonista; una femminilità riportata ai dati primari del sesso. La stessa donna è destinata a regredire irrevocabilmente verso l’infanzia: la dea del focolare del dottor T, la moglie affetta dal complesso di Hastia, rifiuta la propria sessualità e ritorna bambina – come forse tutte le donne starnazzanti intorno al ginecologo. Il casting di Richard Gere appare come una riuscita boutade infantile, in cui attore e personaggio si scambiano con leggerezza un ruolo da american gigolo . La stessa altmaniana inquietudine per la progressiva culturalizzazione della natura, palesata da piani di paesaggi invasi da strumentazioni varie (ricordate i mulini de I protagonisti ? E i paesaggi di Conflitto di interessi ?), sembra non essere altro che un infantile peana per un’epoca che non è più… Il regista ha piuttosto inspiegabilmente – e certo, di nuovo, in maniera infantile – richiesto di non divulgare il finale del film, a suo giudizio sorprendente. Non contravverremo alla sua volontà. Ci limitiamo a notare il movimento semi-circolare, o meglio, la chiusura del cerchio che la conclusione compie. Come nei sogni di un bambino, tutti i conti tornano. Tranne quelli del film. (francesco pitassio)

Anche gli uccelli uccidono

Un giovanotto ritardato, che si nasconde sotto il tetto dell’osservatorio di Houston, progetta uno strano apparecchio con cui vorrebbe volare. Tutti quelli che cercano di ostacolarlo nell’impresa trovano la morte in circostanze misteriose. Un film corrosivo, allo stesso tempo amaro e divertente, realizzato da Robert Altman subito dopo il grande successo di M.A.S.H.. Il regista privilegia ancora una volta i toni grotteschi e surreali del racconto, ma senza commettere l’errore di trasformare i personaggi in anonime macchiette. Ottimo Bud Cort, in seguito protagonista del bellissimo Harold e Maude . Tra i migliori film di Altman, nonostante la poca fama. (andrea tagliacozzo)

Jimmy Dean, Jimmy Dean

Vent’anni dopo la morte di James Dean, avvenuta nel 1955, cinque vecchie fans dell’attore si ritrovano in un torrido emporio texano per commemorarlo insieme. Rievocano quelli che avrebbero dovuto essere bei tempi e invece viene a galla la falsità e la vanità di quei ricordi. Film d’impianto teatrale, realizzato in un unico ambiente, tratto da una commedia di Ed Graczyk. Davvero straordinarie le interpreti. (andrea tagliacozzo)

Radio America

A ottantuno anni Robert Altman gira uno dei suoi film più belli, accorati e nostalgici. E se la carica vitale e satirica che nel 1975 riversava in quell’altro suo capolavoro, Nashville, che a questo rimanda, si è smussata con gli anni, il regista ha saputo compensarla con un sapiente dosaggio di umorismo rivestito di un’ affettuosa, tenera e un po’ lugubre malinconia.
La storia è stata scritta da Garrison Keilor, ideatore e presentatore di un celebre programma radiofonico, A Prairie Home Companion, che negli Stati Uniti viene trasmesso da oltre trent’anni e viene seguito ogni settimana da oltre quattro milioni di ascoltatori. Altman e Keilor, che nel film recita se stesso, hanno immaginato l’ultima serata del fortunato radioshow, prevedendo l’estinzione di un genere sotto i duri colpi del mercato dominato dalla televisione. Trasmesso da una cittadina del Minnesota, St. Paul, nell’amato Midwest del regista, dentro il Fitzgerald Theatre (Scott Fitzgerald è nato proprio a St. Paul), quasi un reperto arcaico degli anni Trenta, lo show vive la sua ultima serata in un’atmosfera di schizofrenica e patetica sopravvivenza, come in certe pièce d’antan di Tennessee Williams.
D’altra parte, tutto, nel film, è d’altri tempi, dichiaratamente, spudoratamente nostalgico, a partire dalle cantanti country alle barzellette grasse dei cowboy singer, ai vetusti messaggi pubblicitari. Sfilano davanti al microfono, applauditi in sala da un pubblico fedele, personaggi teneri e scombinati, superstiti di un modo di fare spettacolo che in Italia a suo tempo solo il grande Fellini seppe glorificare. È la stessa tenera crudeltà, lo stesso sguardo incantato che unisce da distanze siderali il regista italiano e Altman. Il quale imbastisce la sua elegia, racchiusa dentro due inquadrature alla Hopper, come un affresco corale, ricco di musica country e di numeri a parte, alternando il palcoscenico con il dietro le quinte, nell’ultima sera in cui tutto accade, nell’attesa dei «tagliatori di teste» che trasformeranno il teatro in un parcheggio, e nell’illusione dei suoi protagonisti che tutto possa andare avanti come se il mondo non cambiasse, quasi a voler fermare la morte.
Che invece puntualmente arriva, nelle vesti di una bionda chandleriana (Virginia Madsen) a significare l’angelo che annuncia, conforta e traghetta, e a dare alla vicenda una tornure da ghost-story, tra Renè Clair e Frank Capra, ma anche un po’ per celia e un po’ per non morire, per omaggiare anche il cinema di un’epoca, oltre al varietà e alla musica. Nessun regista sa muovere la macchina da presa come Altman, animare di mille sfumature le scene, dar corpo in poche sequenze a una vicenda e a un personaggio. Certo ci vuole anche la meravigliosa galleria di interpreti a suo servizio: da uno straordinario Kevin Kline nel ruolo di Guy Noir, addetto alla sicurezza del teatro, a Tommy Lee Jones in quello del gelido manager incaricato di chiuderlo, dalle meravigliose Meryl Streep e Lily Tomlin nelle parti di due sorelle residuo di un gruppo country di quattro a Woody Harrelson e John C. Reilly in quelle dei due sboccati cowboy singer. Insomma, si ride e ci si commuove in questo tardo grande Altman, che canta la sua America e la sua cultura popolare, come un mondo chiuso, una civiltà finita nel retaggio dei ricordi, come le creature smarrite e perdute che ne animarono quegli ultimi giorni. (piero gelli)

Terapia di gruppo

Il bisessuale Bruce è conteso fra la pudica Prudence e il suo amante Bob. I loro destini sono condizionati da due psicanalisti, Stuart e Charlotte: il primo interessato a sedurre le pazienti; la seconda a risolvere i suoi problemi personali. Un film d’impostazione tipicamente teatrale, girato a Parigi a dispetto dell’ambientazione newyorchese, che Robert Altman ha tratto da una commedia di Christopher Durang. Ma nonostante l’ottimo cast, si tratta di una delle prove più deludenti (per non dire avvilenti) realizzate dal regista di Nashville . Deludente anche (e soprattutto) sotto il profilo tecnico. (andrea tagliacozzo)

Un matrimonio

Sguardo generale sugli intrighi attorno un matrimonio tra nuovi ricchi; ci sono alcuni momenti divertenti e delle buone caratterizzazioni, ma non ha una forma ben precisa. Dopo Nashville, un altro film-mosaico corale, lucido e ghignante sotto l’apparenza caotica. La morale è amara ma non gridata., mentre il divertimento é genuino  e immediato.

Vincent e Théo

Sguardo potente, emozionante ed evocativo sulla relazione tra Vincent van Gogh (Roth) e suo fratello Theo (Rhys). Molto lontana dalle normali biografie hollywoodiane degli artisti torturati, con la solita regia di Altman non convenzionale ed eccellenti performance dei protagonisti. Bella la fotografia di Jean Lepine e la direzione artistica di Stephen Altman (figlio del regista). Originariamente concepito come sceneggiato televisivo di quattro ore.

Nashville

Brillante mosaico di Altman sulla vita americana, vista attraverso 24 personaggi coinvolti in una manifestazione politica a Nashville. Ricco di convincenti studi caratteriali e di bozzetti acuti e divertenti, e apparentemente realizzato in totale libertà stilistica. Caleidoscopico, frammentario melodramma musicale, uno dei capolavori del cinema anni Settanteìa, con cui Altman rinnova e critica il cinema classico hollywoodiano.

La struttuta narrativa aperta, dove tutto s’intreccia con tutto, permette al film di affrontare una serie di temi e aspetti della società americana senza imporre un punto di vista preciso, ma anche senza preoccupazioni didascaliche e moralistiche. E la “babele dei personaggi” è sottolineata dalla babele delle colonne sonore che riverberano la confusione esistenziale che attraversa il film. Oscar alla canzone I’m Easy di Carradine. Elliott Gould e Julie Christie compaiono nei panni di se stessi. 

Conto alla rovescia

Descrizione impeccabile dei problemi e delle paure degli astronauti americani, ma anche delle loro mogli e assistenti, che per primi volarono sulla luna. Bellissime interpretazioni d’insieme, sceneggiatura intelligente di Loring Mandel, dal romanzo di Hank Searls. Una tecnologia ormai superata è la sua unica pecca. Una delle prime perle di Altman.

I compari

Film d’atmosfera, riccamente stratificato, su un uomo ambizioso ma di nessuna importanza che apre un bordello in una città durante il boom a cavallo fra Ottocento e Novecento. Altman leva la patina dall’immagine hollywoodiana dell’epoca, con la sua visione realistica. Beatty dà il meglio di sé nel ruolo di McCabe, fanfarone da due soldi. Il romanzo McCabe di Edmund Naughton è stato adattato da Brian McKay e Altman. Panavision.

M.A.S.H.

Il già maturo Robert Altman, con alle spalle più di dieci anni di regie televisive e tre lungometraggi, vince a Cannes e diventa l’autore americano più importante degli anni ‘70. Una farsa scatenata e scorrettissima, che fa il paio con l’adattamento (per la verità piuttosto blando) di Comma 22 di Heller che Mike Nichols gira l’anno dopo. Il meglio del fast talking e della sit-com, di Neil Simon e delle farse militari di Frank Tashlin, fusi in un film che se ha inevitabilmente smarrito molta della sua carica politica rimane pur sempre esilarante. Altman, nel raccontare il suo sadico e cinico ospedale da campo, dice con ogni evidenza Corea per non dire Vietnam, e già spappola allegramente il racconto tradizionale hollywoodiano. Da rivedere oggi anche per evitare di sopravvalutare le mille sciocchezze finto-trasgressive della commedia Usa contemporanea (tipo fratelli Farrelly). Al confronto il vecchio Altman è dinamite. (emiliano morreale)