Pinocchio

Forse il capolavoro di Disney. Zio Walt, per il suo secondo lungometraggio dopo Biancaneve e i sette nani , si ispira (liberamente) alla fiaba di Collodi con protagonista il burattino che, grazie all’intervento della Fata Turchina, diventa un bambino vero. Ma prima deve dimostrarsi «bravo, coraggioso, disinteressato». Intanto, però, casca nelle tentazioni del Gatto e della Volpe, di Mangiafuoco e di Lucignolo, riscattandosi nel finale quando va a salvare Babbo Geppetto nella pancia della Balena. Tre anni di lavorazione, oltre 750 animatori, un milione di disegni, 80 musicisti, due Oscar. E una innovazione sorprendente, per allora: l’uso della multiplane camera , che consentiva la profondità di campo poco usata in Biancaneve e i sette nani e sperimentata con più insistenza in The Old Mill , un corto del ’37. Efficacissima, nella scena iniziale, la zoomata dal cielo stellato al villaggio addormentato che si restringe alla casa e poi alla finestra di un «intagliatore di legno», Geppetto. E anche al risveglio del villaggio, quando suona la campana e le colombe bianche volano, mentre la camera «si sposta» nelle stradine del villaggio con i bambini che vanno a scuola (solo questa scena, di una manciata di secondi, costò alla Disney 45 mila dollari di allora). La lavorazione subì vari intoppi, il primo lo volle proprio Walt (che stava già lavorando a Fantasia e Bambi ), non soddisfatto dal personaggio di Pinocchio di cui strappò un lungo pezzo di pellicola già pronta: così, con scarsa aderenza all’originale, gli animatori lo resero più umano che burattino, a parte le gambine con le giunture. Ma anche più ingenuo (chiede sempre stupito «Perché?») che discolo (il Pinocchio di Collodi è davvero birbante e lavativo), più vittima dei cattivi compagni di strada che complice furbetto e compiaciuto. Tanto che gli eredi di Collodi denunciarono le storpiature dall’originale. L’esercito di maghi della matita che lavorarono per Disney crearono meravigliosi disegni di sfondo (la bottega di Geppetto, con i carrillon, gli orologi a cucù e i giocattoli animati; le figure di Figaro il gatto e di Cleo la pesciolina rossa; il teatrino di Mangiafuoco con le olandesine o le ballerine di can can; il Paese dei Balocchi; il mare minacciato dalla balena lunga un chilometro…). Fantastico il Grillo Parlante, che dorme in una scatola di fiammiferi e danza sulle corde di un violino, e assume sempre più importanza nella storia, più dello stesso Pinocchio, mentre Geppetto è una figura di secondo piano, che deve solo suscitare tenere emozioni. Enorme fu la cura dei particolari (c’è persino una Gioconda sfregiata nel Paese dei Balocchi, dove i bambini possono bere, fumare, giocare a biliardo e rompere quello che vogliono) e l’impiego di effetti speciali, tanto che in alcune scene si ricorse ad autentica pioggia. Non mancano come in altri film di Walt Disney, le scene drammatiche che, però, non dovevono spaventare troppo i bambini e quindi sono state «ammorbidite»: la crescita del naso di Pinocchio quando racconta le bugie alla Fata Turchina, la trasformazione di Lucignolo in ciuchino e quando Geppetto piange perché crede Pinocchio morto (come quando Mowgli piange l’orso Baloo). Quando Pinocchio uscì nel febbraio del ’40, fu accolto tiepidamente dal pubblico. Ma in Europa era appena scoppiata la guerra e forse la gente non sentiva il bisogno di andare al cinema per vedere una fiaba. (raffaella rietmann)

I tre caballeros

Vivacissimo pastiche Disney derivante alla politica anni Quaranta di buon vicinato degli Usa verso l’America Latina, vista attraverso gli occhi di Paperino. Straripante di musica contagiosa (vedi Baia, You Belong To My Heart), immagini stupefacenti, spassose sequenze disegnate e abili combinazioni di azione dal vivo e animazione. Donald, Jose Carioca e Panchito eseguono la canzone del titolo in un’abbagliante, eccezionale, magica esibizione di tecnica d’animazione. Due nomination agli Oscar.

Lilli e il vagabondo

Uno fra i più teneri cartoni animati di Walt Disney, tratto da un racconto di Ward Greene, su un cane randagio che salva dai guai la cagnolina di razza Lilli e la fa innamorare. Avventura ed emozioni sono mescolati abilmente con musica e commedia in questa pellicola di gran classe, prima produzione Disney in Cinemascope. Canzoni di Sonny Burke e Peggy Lee (che nella versione originale dà la voce a Peg, a Darling e ai gatti siamesi Si e Am). Un sequel per l’homevideo nel 2001. CinemaScope.

La Principessa e il Ranocchio

La celebre fiaba dei fratelli Grim nella versione rivisitata dalla Disney: la principessa che trova il vero amore, baciando un ranocchio e trasformandolo in un magnifico principe, lascia spazio ad un risultato decisamente diverso: invece di vedere davanti a sè un principe, è la ragazza stessa che diventa una rana. In queste sembianze i due personaggi sembrano destinati a vivere nella palude; ma grazie all’aiuto dell’alligatore Louis e della lucciola Ray, andranno alla ricerca di Mamma Odie, una maga che dovrebbe riuscire a spezzare l’incantesimo. Ma il perfido dottor Facilier è in agguato…

Bambi

Nella foresta, è appena nato il principino, un cerbiatto che incomincia a muovere i primi, tentennati passi; pronuncia la prima parola («uccellino»); scopre la natura. E scopre i leprotti, le quaglie, il gufo, gli scoiattoli, il topino, i fiori, la puzzola (che chiamerà «fiore»)… Intanto con mamma cerva si avventura nella prateria dove echeggiano degli spari: «È l’uomo», spiega la madre. Arriva l’inverno con la foresta che imbianca. Un’altra sortita in prateria e uno sparo uccide la mamma – scena terrificante per i bambini, anche se la morte non si vede ma si intuisce dallo sparo, dal mancato arrivo di mamma cerva nella grotta e dalle strazianti invocazioni di Bambi. Il cerbiatto allora comincia la sua vita nella foresta da solo. La natura fa il suo corso, sboccia la primavera, per gli animali è la stagione degli amori. Poi Bambi, già cresciuto, salva gli amici cervi da un incendio. E alla fine diventa padre di due splendidi cerbiatti, accuditi da Faline, la cerbiatta che lo aveva fatto diventare rosso per la timidezza quando era cucciolo.
Quinto lungometraggio di Walt Disney, dopo Biancaneve, Pinocchio, Fantasia e Dumbo , dell’anno prima. Per la verità zio Walt aveva cominciato a pensare alla storia del cerbiatto già dal 1937, prima dell’uscita di Biancaneve , ma il lavoro era costosissimo e pur di non intaccarne la qualità, preferì rimandarne l’uscita. È un film molto poetico, dove protagonista è la natura (è l’unico film Disney, fino al Re Leone , dove non compaiono figure umane). Gli sfondi sono capolavori di lirismo e perfezione. C’è la foresta (dipinta, basta guardare le scene di apertura, con estremo realismo), c’è Bambi, ma ci sono tutti gli altri animali che il team di animatori studiò con ossessività: furono persino portati negli studi dei cervi vivi e vegeti per studiarne i movimenti e la struttura, i dettagli furono analizzati sui libri e guardando decine di documentari. Come negli altri film della Disney, ci sono i personaggi buffi come Tamburino il leprotto o Fiore la puzzola, ci sono le scene comiche (la pattinata sul ghiaccio con relative cadute, i rossori degli animali ai primi amori, la scoperta della neve…).
Eppure, manca qualcosa in Bambi , che non è considerato un capolavoro della ditta del papà di Topolino È come se mancasse la trama. In fondo, a parte la morte di mamma cerva uccisa dai cacciatori, la storia di dipana secondo i ritmi placidi, soliti, tranquillizzanti della natura. E poi come nota Christopher Finch in The Art of Walt Disney c’è altro che non convince, mai, fino a Bambi , gli animali che parlavano e agivano alla maniera umana avevano disturbato. Perché un Pinocchio che incontra il gatto e la volpe sono evidenti metafore dei comportamenti umani. Immediata è la dimensione fantastica. In Bambi è diverso: il film punta a un naturalismo che non rientra nella dimensione fantastica della favola. I coniglietti sono amici del gufo che nella realtà se li mangerebbe vivi e Bambi parla come l’uomo che lo caccia per ucciderlo. «It’s very difficult to reconcile these contraddiction», scrive il Finch, è molto difficile conciliare queste contraddizioni. È comunque un film importante nella storia della Disney: a parte il perfezionamento dell’uso della multiplane camera (effetto profondità), il team dei disegnatori accumulò una tale mole di esperienza da poter affrontare, in seguito, qualunque personaggio. Vale la pena ricordare gli animatori: Marc Davis, Oliver M. Johnston jr., Milt Kahl, Eric Larson, Frank Thomas. (raffaella rietmann)

Mulan

La trasposizione animata e musicata della Disney di un’antica leggenda cinese secondo la quale una cocciuta ragazza si traveste da ragazzo per poter prendere il posto del padre nell’armata imperiale e portare così onore alla famiglia. I disegni e il montaggio sono impressionanti, con un personaggio principale forte e affascinante. La solita formula della commedia, anche se divertente, è irritante e inutile in una storia così drammatica. Seguito da un sequel per il mercato video. Una nomination agli Oscar per il Miglior Brano.

Cenerentola

Una delle migliori fiabe animate di Walt Disney racconta la classica storia aggiungendo deliziose variazioni comiche, tra le quali una coppia di topi di nome Gas e Jack che diventeranno presto amici dell’eroina maltrattata. La melodiosa colonna sonora comprende I sogni son desideri e Bibbidi Bobbidi Bu. Seguito 52 anni dopo da un sequel uscito direttamente in homevideo. Tre nomination agli Oscar all’epoca.

Il libro della giungla

Geniale film animato di Disney, libero adattamento dei racconti di Rudyard Kipling. Il tranquillo orso di nome Baloo (a cui Harris dà una voce memorabile) si prende cura di Mowgli, il ragazzo allevato dai lupi e si unisce a lui nelle avventure nella giungla. Un cast di attori selezionati collaborano a creare vivide caratterizzazioni in questo film rilassato. Tra le canzoni The Bare Necessities, I Wanna Be Like You, Trust in Me. Con un sequel, 36 anni dopo. Rifatto nel 1998 come film “live action”, uscito direttamente in homevideo: The Jungle Book: Mowgli’s Story. Una nomination agli Oscar.

Alice nel paese delle meraviglie

Divertente versione animata del racconto di Carroll, a tratti un po’ fredda. Il team Disney fa rivivere sullo schermo lo Stregatto, la Regina di Cuori e il Cappellaio Matto. Film che si regge sui singoli episodi, con canzoni trascinanti come È tardi e La canzone del non-compleanno. Una nominatio all’Oscar.

I racconti dello zio Tom

Un ragazzino solitario e incompreso, che vive in una piantagione nel vecchio Sud, è felice solo quando ascolta i racconti dello zio Tom. Una storia sentimentale ma commovente fa da cornice a tre straordinarie sequenze animate di casa Disney con Fratel Coniglietto, Comare Volpe e Compare Orso (basate sugli scritti di Joel Chandler Harris). La superba miscela di azione dal vivo e animazione, le prove sincere degli attori (Baskett vinse uno speciale Academy Award per la sua) e le canzoni orecchiabili, fra cui la vincitrice dell’Oscar Zip a Dee Doo Dah, ne fanno una meraviglia. Disponibile solo su laserdisc di importazione giapponese.

Le avventure di Peter Pan

Delizioso lungometraggio a cartoni animati della Disney, tratto dalla classica storia di James M. Barrie: Peter porta Wendy, Michael e John Darling sull’Isola che non c’è, dove combattono contro Capitan Uncino e la sua banda di pirati. Il momento migliore è musicale, You Can Fly, mentre i bambini sorvolano la città di Londra. Seguito nel 2002 da Ritorno all’isola che non c’è.

La spada nella roccia

Versione animata della celebre leggenda di Re Artù. Il giovane Artù, sguattero di un nobile inglese, viene preso sotto l’ala protettrice del Mago Merlino che, prevedendo il futuro del ragazzo, sa che questi è il predestinato che un giorno regnerà sull’Inghilterra. Il giovanotto, all’oscuro del compito che lo aspetta, deve guardarsi dalle manovre di una maga cattiva. Classico minore della Disney, con qualche buon momento (il duello tra Merlino e la Maga Magò) ma decisamente meno invenzioni rispetto al passato. (andrea tagliacozzo)

Dumbo

Uno dei più affascinanti cartoni animati della Disney: protagonisti un minuscolo elefante dalle enormi orecchie e il suo amico topo Timothy, che lo aiuta a acquistare fiducia in se stesso. Non c’è mai un momento insignificante, ma la vera chicca è la sequenza del sogno con gli elefanti rosa. La colonna sonora di Frank Churchill e Oliver Fallace vinse l’Oscar.

La carica dei 101

Simpatico lungometraggio animato della Disney ambientato in Inghilterra, sul furto (e successivo recupero) di alcuni adorabili cuccioli di dalmata da parte di una sgargiante cattiva di nome Crudelia DeMon. La storia è raccontata dal punto di vista di un cane, il che è solo uno degli ingredienti del grande fascino del film. Oltre quarant’anni dopo, il sequel è finito direttamente in homevideo. Rifatto nel 1996.

Robin Hood e i compagni della foresta

Le gesta del celebre arciere di Sherwood realizzate con un notevole impegno produttivo dalla Disney. Approfittando dell’assenza del fratello Riccardo Cuor di Leone, partito per le crociate, il bieco Giovanni usurpa il trono d’Inghilterra. Contro il tiranno si levano però le spade di Robin Hood e dei suoi amici. Il film perde il confronto con il classico interpretato nel 1946 da Errol Flynn, ma è comunque divertente e ben fatto. Due anni più tardi, Richard Todd interpreterà il ruolo di un altro leggendario fuorilegge in Rob Roy, il bandito di Scozia (anche in questo caso per la Disney). (andrea tagliacozzo)

La bella addormentata nel bosco

Il più costoso ed elaborato (per l’epoca) lungometraggio animato di Walt Disney è in realtà una semplice e diretta versione della classica favola, con musiche adattate da Cajkovskij, e personaggi memorabili come Flora, Fauna e Serenella (le tre fate buone) e la strega cattiva Malefica. Eccezionale il finale, con l’impetuoso scontro fra Malefica e il principe Filippo. Destinato a perdere qualcosa in tv, essendo stato girato (e pensato per) il Super Technirama 70, una tecnica per il grande schermo. Una nomination agli Oscar.

Le follie dell’imperatore

L’imperatore Kuzco, cattivo e sfrontato, decide di espropriare un contadino dalla sua casetta in collina. Verà trasformato in lama e proprio quel contadino che aveva preso di mira lo farà tornare il giovane di prima. E per di più meno egoista… Si respira aria nuova in casa Disney. E non è detto che sia un male. Le follie dell’imperatore ci ha favorevolmente sorpreso. Progettato e pensato già a partire dal 1994, influenzato visivamente dall’arte precolombiana e intristito da una trama che gli stessi ideatori osavano definire «poco divertente», il film – dopo parecchie vicissitudini – ha trovato finalmente la sua perfetta dimensione: quella di un musical il cui ritmo si avvicina più allo slapstick, cioè allo stile delle comiche del cinema muto. La storia non è nuova: è un soggetto standard, ambientato nel mondo degli Incas, costruito attorno alle vicissitudini di due figure costrette dalle situazioni a scoprire che l’amicizia non è qualcosa di così irriverente. E fin qui viaggiamo in pieno ambito disneyano. Ma quello che colpisce – e a prima vista insospettisce – sono lo stile e il tratto dei personaggi: Kuzco, un giovane imperatore, viziato, insopportabile e per questo trasformato in lama; Pacha, un contadino erculeo, e soprattutto Yzma, la consigliera del principe, dalle qualità stregonesche nonché sorella della più nota Crudelia.
E pensare che alcuni quotidiani hanno stroncato il film definendolo «piatto e bidimensionale», come se la questione nei cartoni animati si giocasse ormai solo nel campo di una presunta verosimiglianza (o tridimensionalità?) dei caratteri o sulla precisione dell’effetto antropomorfico, magari realizzato attraverso mirabolanti marchingegni computeristici. Per quanto ci riguarda, era da tempo che non trovavamo un film targato Disney così spassoso: figure dai lineamenti cubisti, corpi sgraziati, colori accesi, ritmo scoppiettante e gag a non finire. A volte capita che la vicenda venga colpita da una sorta di amnesia e sono proprio questi i momenti migliori de Le follie dell’imperatore . Quelli in cui il film si dimentica di appartenere alla scuderia e smarrisce i buoni sentimenti, perdendo di vista la famiglia e il buonismo a ogni costo per inscenare alcuni irresistibili siparietti «celibi»: cioè fini a se stessi, macchinati solo per esercitare un proprio diritto al godimento. Quello stesso godimento, quello stesso desiderio, quella stessa pulsione e quello stesso senso di «spreco» che nell’infanzia ci coglievano davanti alle torte in faccia di Laurel e Hardy; davanti ai corpi che cozzano, si scontrano, sfidano la gravità per il puro piacere di farlo. Ci ritroviamo improvvisamente attratti in un universo parallelo, senza psicologia, dove le proporzioni e le dimensioni saltano e non crediamo ai nostri occhi. E ridiamo di gusto, senza vergognarcene. (rinaldo censi)

Biancaneve e i sette nani

«C’era una volta una bella principessa di nome Biancaneve. La sua malvagia e vanitosa matrigna, la regina, temeva che un giorno la bellezza di Biancaneve superasse la sua. E così vestì la piccola principessa di stracci e la obbligò a lavorare come sguattera. Ogni giorno la vanitosa regina consultava il suo specchio magico: specchio servo delle mie brame chi è la più bella del reame? ». Così, sfogliando le pagine di un libro, si apre il primo lungometraggio di Walt Disney. Che continua con la regina che, interrogato lo specchio, viene a sapere che la bellezza della principessa offuscherà la sua. Incarica un cacciatore di ucciderla e di riportarle il suo cuore in uno scrigno. Il cacciatore, però, non ha il coraggio di affondare il coltello. E Biancaneve scappa nella foresta dove gli animali la guidano nella casetta dei sette nani, che sono in miniera a cercare diamanti e oro. Quando la regina scopre che Biancaneve è ancora viva, la va a cercare, trasformata in orribile strega, e le fa mangiare una mela rossa avvelenata. Biancaneve muore. La farà rivivere, dandole un bacio, il principe che aveva incontrato quando era una sguattera.
Ci vollero tre anni di lavorazione, un miliardo e mezzo di dollari e un migliaio di collaboratori per completare la prima, grande opera di Disney, tratta dalla favola dei fratelli Grimm. Dove per la prima volta vengono animate delle figure umane contrapposte agli animali della foresta e ai buffi gnometti, sei con la barba bianca e il piccolo Cucciolo. Ognuno dei sette nani, che diventano i veri protagonisti della storia, ha una sua personalità e una sua caratterizzazione, a partire dal nome, oggetto di lunghe discussioni da parte di Zio Walt e dei suoi artisti. Gli sternuti di Eolo, l’impappinarsi di Dotto, l’incespicare nel suo pigiamone di Cucciolo, il diventar rosso di Mammolo… sono geniali caratterizzazioni delle creature della miniera. Per la prima volta nella storia dell’animazione si ricorre alla multiplane camera , per dare l’effetto quasi tridimensionale della profondità (quando per esempio la regina scende in cantina per preparare il filtro magico, con i topi in primo piano). Disney decise di cimentarsi nel suo primo lungometraggio per mere questioni economiche ( Mickey Mouse non rendeva abbastanza), ma soprattutto perché lo attirava l’idea di un’opera con una trama e dei personaggi da sviluppare. Qui il bene e il male sono ben divisi e immediatamente riconoscibili: Biancaneve e il principe da una parte, la regina malvagia dall’altra, il cacciatore che si redime. E poi le figure non umane: gli animali della foresta, buoni e buffi (gli uccellini, la tartaruga, gli scoiattolini, gli orsetti lavatori, i cerbiatti…), e i nani, che adorano la loro principessa.
Disney fu accusato di aver realizzato un film con scene troppo impressionanti per i bambini (quando il cacciatore leva in aria il coltello; quando Biancaneve fugge nella foresta dove alberi e rami sono trasformati in mostri; quando la regina si muta in strega oppure quando precipita dallo sperone di roccia colpito dal fulmine; quando Biancaneve muore per aver mangiato la mela): eppure la paura, oltre a essere funzionale alla storia, è anche un espediente per mantenere viva l’attenzione dello spettatore. Impareggiabile anche la scelta della musica: Il mio amore un dì verrà , e il ritornello dei nani Hey-ho, hey-ho andiam a lavorar… sono brani ormai storici. Sulla musica, come su ogni altro dettaglio della produzione, Zio Walt ebbe un controllo continuo, che rasentava un maniacale perfezionismo, ma che fa di Biancaneva uno dei capolavori Disney. Un Oscar (anzi uno più sette mini statuette), nove restyling dal 1937 a oggi e mai un passaggio in televisione. Vale la pena citare solo alcuni degli animatori: Fred Moore, Vladimir Tytla, Fred Spencer e Frank Thomas furono assegnati all’animazione dei nani; Art Babbit della regina nella prima parte e Norman Ferguson della regina tramutata in strega; Ham Luske e Grim Natwick di Biancaneve.
Tra le tante curiosità dell’edizione italiana: i nomi dei nani incisi nel legno dei lettini sono tradotti in italiano quando Biancaneve sale per la prima volta nella cameretta, ma quando si sveglia, circondata dai nani, i nomi sono quelli originali in inglese. (raffaella rietmann)

Dinosauri

Sessantacinque milioni di anni fa, il piccolo iguanodonte Aladar, separato dal branco appena nato, viene allevato da una famiglia di lemuri. Quando una pioggia di meteoriti sconvolge il mondo, Aladar cerca rifugio sulla terraferma al seguito di un branco di dinosauri… Miracoli dell’animazione digitale. Ricostruire un mondo che non esiste più – l’epoca del Cretaceo – dando l’illusione che sia più reale del reale. Eppure i dinosauri, protagonisti assoluti del film, parlano e si comportano come il più classico dei cartoni della Disney, da La bella e la bestia a Il re leone . Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, ma estremamente ben fatto e con la novità – o quasi – dell’animazione generata al computer, che riesce non di rado a farci dimenticare che le creature che si muovono sullo schermo in realtà non esistono. E se anche esistessero, non potrebbero di certo parlare…
Nonostante questo, sono i primi dieci minuti del film – quelli in cui veniamo catapultati nel mondo preistorico senza l’ausilio di alcun dialogo – a lasciare il segno… e un minimo di rimpianto. Viene infatti da chiedersi come sarebbe stato Dinosauri se non fosse stato concepito come il «solito» prodotto per famiglie, destinato a portare al cinema frotte di piccoli spettatori, ma come un «documentario» digitale sull’epoca preistorica, un affascinante viaggio virtuale in un mondo che da sempre ha affascinato milioni di persone (come testimonia, più o meno indirettamente, il successo dei due Jurassic Park ).
Tant’è: Dinosauri è «solo» un solido film d’intrattenimento, con un plot tutt’altro che eccezionale ma supportato da meraviglie digitali che lasciano a bocca aperta (come nella sequenza della caduta dei meteoriti). Siamo comunque almeno una spanna al di sotto dello splendido A Bug’s Life , un piccolo capolavoro che poteva contare su una serie praticamente ininterrotta di invenzioni di sceneggiatura (che si estendevano persino agli esilaranti titoli di coda). (andrea tagliacozzo)