Final Fantasy

Per la prima volta il cinema e il mondo dei videogiochi si incontrano dando vita a questo film. Tratto dall’omonima serie di videogame, giunto alla decima edizione con 33 milioni di copie vendute,
Final Fantasy
è un cartone animato super sofisticato, con una trama pretenziosa. Una scienziata, aiutata da un professore e da un militare suo amante, cerca di liberare la terra da un’invasione di alieni fantasmi. Grazie allo spirito della terra… I temi trattati, in maniera ambiziosa, sono l’amore, l’amicizia, il sogno, l’avventura, la vita, la morte e la filosofia stile New Age. Sembra proprio, a giudicare dagli incassi miliardari di
Shrek
e dall’attesa per
Tomb Raider
, che il mondo del digitale, del cartoon sofisticato, sia la moda del terzo millennio. Il rischio, guardando il film, è quello di perdere di vista la trama e concentrarsi sui particolari minuziosi con cui è realizzato, scadendo nella più classica delle esclamazioni di stupore: «Ma come hanno fatto, è incredibile».
(andrea amato)

Un weekend da bamboccioni

Una commedia che racconta la storia di cinque amici, vecchi compagni di squadra, che si riuniscono dopo anni per onorare la scomparsa dell’ allenatore di basket dell’ infanzia. Con mogli e figli, trascorrono insieme il weekend del 4 luglio nella casa sul lago dove anni prima avevano festeggiato la vittoria della squadra. Ricreando atmosfere del passato, scoprono che crescere non significa necessariamente diventare adulti.

Armageddon – Giudizio finale

Apertura col botto, poi si continua con l’appassionante (anche se improbabile) storia di un esperto di perforazione petrolifera a cui viene affidato il compito di salvare la Terra, minacciata da un enorme asteroide in caduta libera. Ma dopo un po’ tutto diventa prevedibile, e piano piano il divertimento iniziale lascia il posto alla noia. La versione “director’s cut” dura 153 minuti.

Manuale d’infedeltà per uomini sposati

Un consulente finanziario di una grossa società di investimenti a Manhattan, ben pagato e apprezzato, sposato con una donna bella e intelligente, con due bambini ugualmente belli e simpatici, ha un problema: non fa più sesso con la sua compagna. L’abitudine che può accompagnare la vita matrimoniale, l’impegno dei figli, la stanchezza dopo giornate piene di lavoro o di colloqui con gli insegnanti… Nemmeno lui sa spiegarsi il perché, ma l’incontro con un’amica sexy e disinvolta che non vedeva più da anni lo mette in crisi. Fedele e corretto, comincia però a spingersi fino oltre il limite di una relazione di pura amicizia che rischia di travolgere affetti e sicurezze, in un continuo e divertente sovrapporsi di situazioni ambigue e imbarazzanti.

Crocevia della morte

Opera umorale, piena di stile e un po’ pretenziosa, firmata dai fratelli Coen (Joel ha diretto e scritto la sceneggiatura insieme a Ethan, anche produttore). Byrne interpreta un gangster irlandese dal cuore di pietra che agisce secondo un codice etico conosciuto a lui soltanto, fedelmente devoto al re del crimine Finney. Denso e duro, all’inizio è quasi irritante, ma si fa sempre più coinvolgente man mano che l’intreccio si dispiega sinuoso. Alcuni momenti di bravura vanno a braccetto con la spettacolare fotografia di Barry Sonnenfeld. Frances McDormand, non accreditata, ha una piccola parte da segretaria.

Fargo

I fratelli Coen raccontano la storia di un caso di omicidio secondo la loro inimitabile angolazione, arricchendola con buffe osservazioni sugli abitanti del Minnesota e finendo col realizzare un commedia assolutamente disarmante! La McDormand è formidabile nei panni di una poliziotta efficiente (e incinta) con molti omicidi fra le mani; Macy è altrettanto bravo in quelli di un intrallazzatore da due soldi che cerca di mantenere il sangue freddo quando si ritrova invischiato fino al collo in una serie di delitti. E che belle le musiche di sottofondo! Vincitore dell’Oscar per la migliore sceneggiatura (Joel ed Ethan Coen) e la migliore attrice (McDormand).

Coffee & Cigarettes

Undici cortometraggi girati a partire dal 1985. Seduti intorno a un tavolino, sorseggiando caffè o tè e fumando sigarette, gli stravaganti personaggi del film discutono, sono parole dello stesso Jarmusch, di «argomenti che spaziano dai ghiaccioli al caffè a Gianni e Pinotto, dai complotti sulla morte di Elvis all’esatta preparazione del tè inglese, dalle invenzioni di Nikola Tesla alla rock band immaginaria SQÜRL, dalla Parigi degli anni Venti all’uso della nicotina come insetticida…».
Roberto Benigni, Bill Murray, Steve Buscemi. E stelle del rock come Tom Waits, Iggy Pop e i White Stripes. Le premesse per fare del nuovo lavoro di Jim Jarmusch un film di culto c’erano tutte. Eppure il regista di Daunbailò ha allestito un’opera tanto caratterizzata dal punto di vista formale (la fotografia in bianco e nero di Frederick Elmes, Ellen Kuras, Tom Di Cillo e Robby Muller, quest’ultimo già all’opera proprio in Daunbailò) quanto carente da quello dei dialoghi. Un difetto non da poco per una pellicola interamente ambientata attorno a tavolini da caffè. L’elogio di nicotina e caffeina regge per un paio di episodi ma poi la noia si impadronisce dello spettatore fino alla penultima scena, la migliore del lotto, che vede un surreale Bill Murray chiacchierare amabilmente con GZA e RZA, due membri del gruppo hip hop dei Wu-Tang Clan. Poche, quasi nessuna, le battute da ricordare. Persino il divertente inglese maccheronico di Roberto Benigni viene «sprecato» a causa della decisione di doppiare l’audio originale. Cinque-dieci minuti di commedia ben riuscita non bastano a giustificare la visione integrale di un film che ne dura 96. (maurizio zoja)

Il Grande Lebowski

Un giovane perdigiorno viene scambiato per un boss della mala suo omonimo, e viene poi cooptato da quest’ultimo per pagare un riscatto. La trama è poco più di una scusa per mettere in fila una serie di vignette surreali, alcune riuscitissime, altre semplicemente… strane. Il cast regala grandi interpretazioni, come quella di Turturro nei panni del giocatore di bowling Jesus.

Romance & Cigarettes

Stati Uniti, anni Trenta. Una famiglia dell’East Side newyorkese. Nick (James Gandolfini), il padre, è un operaio metallurgico che trascorre il suo tempo a fantasticare su una mezza prostituta (Kate Winslet) dai capelli rossi e dal gergo da scaricatore di porto, mentre la moglie (Susan Sarandon) lo aspetta disperatamente a casa con le tre figlie in pieno delirio canzonettaro che strillano nel giardino di fronte a casa. Quando la donna si accorge dei tradimenti del marito dà il via a una lotta spietata nei suoi confronti, sorretta dalla solidarietà delle figlie. L’uomo si rifugia nell’agognata avventura carnale, che però entro breve lo lascia insoddisfatto per la troppa brutalità e volgarità della partner. Stufatosi di un rapporto banale e puramente a sfondo sessuale, decide di tornare dalla dolce e triste moglie che lo accoglie in casa ma gli impone di dormire sul divano…

Barton Fink – È successo a Hollywood

1941: un importante scrittore teatrale (Turturro) decide di recarsi a Hollywood nel per sceneggiare un film, esperienza che ben presto si tramuta in un vero inferno. Uno sguardo disincantato e dettagliato sulla Hollywood anni Quaranta, con l’inconfondibile stile dei fratelli Coen. Peccato che a un certo punto il film diventi bizzarro e grottesco, senza più riuscire a tornare sui binari giusti. Ottimo il cast, in ogni caso. Tre nomination agli Oscar.

La tela di Carlotta

Natale alla fattoria Zuckerman è un momento felice per gli uomini, ma non certo per gli animali. Anche per il maialino Wilbur le preoccupazioni non mancano: rischia infatti di finire tra le portate del banchetto come arrosto. Insieme a Carlotta, la sua amica ragno, cerca di studiare un piano per la fuga

Con Air

Megafilm megastupido, ambientato a bordo di un aeroplano della polizia pieno di efferati criminali e di una manciata di prigionieri in libertà vigilata: tra questi ultimi c’è Cage, che era stato ingiustamente incarcerato. Una volta che l’aereo è decollato, i cattivi raggirano la sorveglianza e hanno la meglio. Alcuni buoni attori non possono fare di meglio con una sceneggiatura così insulsa, anche se zeppa di esplosioni e numeri acrobatici. Due nomination all’Oscar per il sonoro e la miglior canzone.

Ghost World

Enid e Rebecca si sono appena diplomate alla scuola superiore. Di college non vogliono neanche sentire parlare. Rebecca trova subito un lavoro come cameriera in un bar, perché vuole guadagnare i soldi per poter andare a vivere da sola con la sua amica del cuore. Enid ha le idee molto più confuse: sa cosa odia, cosa non le piace e cosa non vuole essere, ma non ha la più pallida idea di cosa vuole fare e di chi vuole diventare. Perfidamente rispondono all’annuncio di un uomo che cerca una donna, lo pedinano e decidono di spiarlo. Per Rebecca il gioco finisce lì, ma Enid invece vuole entrare più a fondo nella vita di questo strano uomo, Seymour, un collezionista di dischi e di roba vecchia. Inizia così un gioco di ruoli tra l’uomo e l’adolescente, che si isola sempre più dalla sua vita normale. Tratto dal libro comico di fumetti di Daniel Clowes, Ghost World è il film generazionale sui teen ager americani più riuscito degli ultimi anni. Le demenze dei vari American Pie e Road Trip sono lontane anni luce. I giovani americani assomigliano molto più alla Enid della bravissima Thora Birch: cattiva, spietata, paffutella, frustrata e con difficoltà di inserirsi in una società fatta di ville con vialetti o di periferie angoscianti. Poca progettualità, vita day-by-day, in più con i tipici problemi degli adolescenti che pensano di avere tutto il mondo contro. Amaro, ironico, grottesco, irriverente, Ghost World è davvero un film ben riuscito. (andrea amato)

King of New York

Nella sua infausta avventura americana, Reteitalia finì col produrre anche un piccolo gioiello, una prova generale del Ferrara maggiore. Scritto come al solito da Nicholas St. John, realizzato insieme ai fidati collaboratori Bazelli e Delia, una piccola «summa» dello stile e dei temi del regista. Uscito dal carcere, un gelido e perfetto Christopher Walken torna nel giro del grande spaccio per finanziare un ospedale. Ferrara sembra affilare le armi in vista dei suoi capolavori, e l’atmosfera della metropoli – con Walken che guarda da dietro un finestrino – risente ancora di certo Scorsese. Lo spunto è persino troppo scoperto, senza la nera perdizione (e dunque la maggior potenza di riscatto) che sarà del
Cattivo tenente
; ma il contesto è già atono, metallico, postumo. Ed è soprattutto il finale a dare la misura della visione del cineasta newyorkese.
(emiliano morreale)

Billy Bathgate

Siamo negli anni Trenta. Il giovane Billy Bathgate riesce ad entrare nella banda di Dutch Schultz, leggendario gangster newyorkese. Le cose si mettono bene e il ragazzo fa rapidamente strada. Commette un solo tragico errore: s’innamora di Drew Preston, la bellissima amante del boss. Poco amato dalla critica, il film ha il suo punto di forza nell’interpretazione di Hoffman, che giganteggia nella parte di Dutch Schultz. Bravo anche Bruce Willis, che appare in un memorabile cammeo all’inizio del film. Notevoli anche la fotografia di Nestor Almendros e l’apparato scenografico messo in piedi da Patrizia von Brandenstein, Dennis Bradford e Tim Galvin. Sceneggiatura di Tom Stoppard. (andrea tagliacozzo)

Interview

Il giornalista Pierre Peders (Buscemi) conosce bene la violenza e la crudeltà umana. Si è fatto un nome come reporter di guerra, ha viaggiato in tutto il mondo e vissuto esperienze raccapriccianti. Non sorprende quindi che si irriti quando deve “abbassarsi” a fare un’intervista alla più famosa star di soap opera, Katya (Sienna Miller). I due si incontrano ed entrano immediatamente in contrasto, provengono da mondi troppo diversi – l’impegno politico di Pierre e il mondo superficiale delle celebrità di Katya. Ma spesso le cose non sono come appaiono. Mentre le loro confessioni si fanno sempre più intime, Pierre e Katya trovano una profonda connessione.

The Island

In un futuro non troppo lontano, Lincoln Six-Echo (Ewan McGregor) vive in un ambiente controllato sotto ogni punto di vista. Sogna di essere prescelto per andare sull’Isola, un luogo mitico, propagandato come l’ultimo paradiso incontaminato rimasto sul pianeta Terra. Ignora tuttavia la verità: egli, come migliaia di altri, è un clone, creato in segreto e fatto vivere in un ambiente totalmente virtuale, in attesa di essere soppresso (mandato sull’Isola) per ricavare organi, tessuti o prole, che saranno poi ceduti a facoltosi clienti. Gli umani sono infatti disposti a pagare cifre astronomiche pur di non invecchiare o soffrire. L’opinione pubblica tuttavia ignora l’esistenza di questa «fabbrica dei cloni». Viene lasciato credere che i vari «pezzi di ricambio» siano ricavati da organi prodotti in laboratorio. Lincoln e la bella Jordan Two-Delta (Scarlett Johansson), smascherano l’imbroglio ed evadono dalla loro prigione virtuale per andare alla ricerca dei «creatori» umani, con l’intento di convincerli a denunciare pubblicamente il complotto.
Peccato, occasione sprecata. Un film che aveva tutte le premesse per diventare un nuovo cult fantascientifico, mutuando atmosfere cupe e temi avveniristici (ma non troppo) da Matrix come da Blade Runner. Invece The Island è un polpettone fumettistico dove si salva solo l’azione, elargita con fin troppa generosità. Michael Bay non è Ridley Scott e neppure il duo dei fratelli Wachowski. E si vede. Come si vede l’ancora acerba interpretazione della Johansson (bella ma a due dimensioni, come una Jessica Rabbit bionda) e quella invece più spessa di McGregor, impegnato nella parte del clone protagonista e del suo omologo umano. Il tema – quello della ricerca priva di scrupoli dell’immortalità – rimane di estrema attualità. Speriamo che qualcun altro lo raccolga con intenti meno commerciali. (enzo fragassi)

Animal Factory

La vita da carcerato di uno spacciatore che assiste a continue violenze sessuali. Cercherà protezione dal boss dei detenuti con il quale progetta un’evasione… Aumentano sempre più gli attori americani che con minore o maggiore assiduità si dedicano alla regia. Ma di Steve Buscemi, uno degli attori più cari ai fratelli Coen, avevamo già apprezzato l’opera prima
Mosche al bar
per non attendere con una certa impazienza e con interesse
Animal Factory
, tratto da un romanzo di Edward Bunker. Bunker, che co-firma anche la sceneggiatura, è stato autore dello script di
A 30 secondi dalla fine
di Andrej Konchalovskij e ha impersonato il Mr. Blue de
Le iene
di Quentin Tarantino. Insomma, è uno che di ambienti duri e di canaglie matricolate se ne intende, non foss’altro perché in carcere c’è stato davvero e ha potuto verificare di persona cosa voglia dire sopravvivere all’interno di strutture rieducative solo sulla carta. E infatti l’aspetto più convincente di
Animal Factory
, servito da un’inquietante e ossessiva colonna sonora di John Lurie, è proprio la capacità di riflettere con consapevolezza su un’esperienza vissuta. Decisamente più carente appare invece il lato registico. A differenza di
Mosche al bar
, Buscemi – che qui si ritaglia un piccolo ruolo positivo – non riesce a dare adeguato spessore visivo a una sceneggiatura estremamente solida, priva di concessioni banali agli stereotipi del genere carcerario oltre che aperta a diversi e sottili livelli di lettura. Peraltro lavora molto di più, e meglio, sulla recitazione, che è evidentemente un terreno sul quale si sente più sicuro: ne risulta una galleria di interpretazioni tutte memorabili, da quella del galeotto senior e intrallazzato Willem Dafoe, che fa da pigmalione al giovane delinquente Edward Furlong (già ottimo protagonista di
American History X
), al bravissimo e irriconoscibile Mickey Rourke – un attore che pochissimi registi hanno saputo valorizzare – nei panni del travestito.
(anton giulio mancino)

La zona grigia

Potente dramma sulla quotidianità di Auschwitz, basato sulle memorie di un medico ebreo che mise in pratica gli esperimenti di Josef Mengele per poter preservare la propria vita e quella della sua famiglia. Ad aiutarlo c’erano i “Sonderkommandos”, prigionieri ebrei che prolungavano la propria esistenza guidando i compagni di sventura verso le camere a gas. Frammentario e stilizzato ma comunque intenso, perché pone la questione su fino a che punto ci si possa spingere per sopravvivere. Keitel è anche co-produttore esecutivo. Sceneggiato dallo stesso Nelson, dal suo dramma teatrale.

Unico testimone

Il piccolo Danny assiste casualmente all’omicidio di un uomo a opera del nuovo marito di sua madre. Nessuno gli crede tranne il padre (John Travolta), fresco di divorzio. Alla fine chi gli aveva dato del visionario dovrà ricredersi. È un raro caso di suspense al contrario, fino alla fine si pensa che stia per accadere un qualsiasi colpo di scena che giustifichi 90 minuti di prevedibili banalità, ma arrivano i titoli di coda. L’assassino, Vince Vaughn (Swingers), non convince più di tanto, ma fa il suo dovere, mentre Travolta sfodera tutta la gamma dei suoi sorrisi più ebeti che gli hanno regalato la sua seconda giovinezza in Pulp Fiction, qui però c’entrano pochino. Steve Buscemi si aggira per lo schermo incredulo, forse chiedendosi dove è capitato. Il regista Harold Becker (Malice, City Hall) è specializzato in thriller, ma questo film sembra proprio tra i meno riusciti, forse anche a causa dei notevoli buchi nella sceneggiatura, che ne minano ancor più la credibilità. Sul tema del testimone ragazzino, poco credibile per via della giovane età, non c’era poi ancora molto da dire dopo Witness e Il cliente, e in effetti Unico testimone finisce per attorcigliarsi un po’ su stesso, sfiorando blandamente le tematiche del divorzio e dell’affidamento dei figli. Non maggiore la fantasia dei distributori italiani che sono ormai convinti che un thriller debba per forza avere il titolo formato da un aggettivo e un sostantivo: sarà anche una scelta che mira ad un target di pubblico ben definito, ma che noia! (ezio genghini)

Le iene – Cani da rapina

Una rapina ai danni di una gioielleria finisce in un bagno di sangue per il tempestivo intervento della Polizia. I criminali superstiti, rifugiatisi in un magazzino abbandonato, sospettano che tra di loro si nasconda un infiltrato. Straordinario esordio di Quentin Tarantino che s’ispira a Kubrick, a Scorsese e ai polizieschi di Hong Kong (lo spunto è ricavato dal finale di
City On Fire
di Ringo Lam), ma riesce a filtrare tutte le influenze attraverso uno stile originale e personalissimo. Gli elementi che contribuiscono alla riuscita del film sono soprattutto una rigorosa messa in scena, una sceneggiatura dalla struttura piuttosto ardita e un cast d’interpreti a dir poco eccezionale.
(andrea tagliacozzo)

Monster House

Dj Walters è un ragazzino che vive insieme ai genitori in una qualunque e ordinaria cittadina americana. Da tempo spia fuori dalla finestra di camera sua, convinto che nella casa di fronte accadano cose sinistre: ogni giocattolo, animale o innocente bambino che finisce sul suo prato viene catturato dall’oscura dimora e mai più liberato. Al suo interno vive l’anziano Nebbercracker, un ossuto vecchietto con lo sguardo spiritato che, dietro la faccia corrucciata, sembra nascondere un segreto.

La vigilia di Halloween, Dj e Timballo giocano spensieratamente a basket quando la loro palla rotola tragicamente sul prato della casa di fronte: Dj prende coraggio (spinto di Timballo) e tenta di recuperarla ma Nebbercracker lo ha visto e sbuca dalla casa avventandosi su di lui. L’uomo però ha un malore e cade a terra rigido come una statua. Sembra tutto finito, ma in realtà la casa continua a vivere anche senza il suo abitante. Quando poi la piccola imprenditrice del dolcetto o scherzetto, Jenny, rischia di essere risucchiata dalla casa e la polizia non fa nulla, i tre ragazzini, Dj, Timballo e Jenny, decidono di agire di propria iniziativa. Entreranno nell’abitazione grazie a un astuto stratagemma e ne scopriranno i misteri.

La recensione

Possiamo inserire questo nuovo prodotto della Imageworks (vincitrice dell’Oscar per gli effetti visivi di
Spider-Man 2
nel 2005 e per l’esilarante corto in computer-grafica
The ChubbChubbs

Fuga da Los Angeles

Nell’anno 2013, l’isola di Los Angeles è una colonia penale per i soggetti scomodi: Jena — in originale “Snake” — Plissken (Russell) viene spedito sul luogo per recuperare un prezioso sistema di distruzione che era stato rubato dalla figlia del presidente degli Stati Uniti. Scialbo seguito di 1997 — Fuga da New York, è tuttavia ironico, ma privo di genio. Difficilmente darà soddisfazione agli amanti dei film d’azione. Russell ha collaborato alla produzione e alla stesura della sceneggiatura. Panavision.