Le fate ignoranti

Antonia, felicemente sposata, dopo la morte accidentale del marito scopre che questi la tradiva. La seconda sorpresa è che, per sette anni, il compagno fisso del consorte era stato un uomo. Antonia scopre così una sorta di famiglia gay, vi si ambienta e arriva sul punto di innamorarsi dell’ex amante di suo marito…

Lo spunto non è originalissimo, per la verità, né gli sviluppi sono imprevedibili. Özpetek ha però una sua sobrietà di messinscena, riesce a non essere televisivo, tenta un film «medio» e anche un po’ buonista mettendosi in ascolto dei personaggi, lasciando spazio alle atmosfere e alle sfumature. La comune gay è piuttosto rosea, anche se ognuno dei caratteri conserva, chi più chi meno, un proprio spessore o un proprio interesse. La Buy ce la mette tutta; Accorsi per la verità pure, ma non ce la fa e rimane statico e forzato, specie quando la vicenda si dirige verso il melodramma con l’aiuto delle belle musiche di Andrea Guerra. C’è qualche scivolone (qualche momento più da commedia, la scena in cui si accenna «Gracias a la vida»); un po’ narciso e demagogico il finale, che alterna brani di backstage e riprese del Gay Pride. Ma è uno di quei film che sembrano sapere di cosa parlano, e non è poco.
(emiliano morreale)

Romanzo criminale

Romanzo criminale

mame cinema ROMANZO CRIMINALE - STASERA IN TV scena
Il Libanese, il Freddo e il Dandi

Diretto da Michele Placido, Romanzo criminale (2005) è ambientato a Roma negli anni ’70. Quattro ragazzini rubano un’auto e a un posto di blocco investono un agente. Riescono comunque a scappare e a nascondersi nel loro rifugio, una roulotte vicino alla spiaggia. Quella notte decidono i loro soprannomi: si chiameranno il Libaneseil Dandiil Freddo e il Grana. Poco dopo arriva la polizia: Libano rimane ferito ad una gamba, Freddo viene fermato, Dandi scappa e Andrea, vero nome del Grana, muore per le ferite riportate durante la corsa con l’auto rubata.

Anni dopo, il Libanese (Pierfrancesco Favino), il Dandi (Claudio Santamaria) e il Freddo (Kim Rossi Stuart), insieme ad altri delinquenti, danno vita alla banda della Magliana, conquistando la capitale. Diventano infatti i padroni assoluti del traffico di droga, della prostituzione e del gioco d’azzardo. Ma il commissario Nicola Scialoja (Stefano Accorsi) dà loro la caccia.

Curiosità

  • La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo del 2002 scritto da Giancarlo De Cataldo ed edito dalla casa editrice Einaudi.
  • Il film si è aggiudicato ben otto David di Donatello 2006 e cinque Nastri d’argento.
  • Il regista Michele Placido appare brevemente nel ruolo del padre di Freddo mentre l’autore del romanzo, Giancarlo De Cataldo, interpreta il giudice che legge la sentenza di condanna per i componenti della banda.
  • In sede di montaggio è stata tagliata circa mezz’ora di girato, che verrà successivamente pubblicata nella seconda edizione del DVD del film, uscito il 7 novembre 2007. La parte tagliata comprende i discorsi di Silvio Berlusconi e i “cavalli” di Vittorio Mangano e il ritrovamento e segnalazione al SISMI di Aldo Moro.
  • Non tutti i membri della banda si conoscevano da bambini: il Libanese (nella realtà Franco Giuseppucci) era amico di Dandi (nella realtà Enrico De Pedis) e fece conoscenza con il Freddo (nella realtà Maurizio Abbatino) in seguito al furto della sua automobile.
  • Franco Giuseppucci non aveva un problema alla gamba come mostrato nella pellicola, bensì un occhio di vetro a causa di un incidente.

RECENSIONE

Tentativo coraggioso e appassionato di portare sul grande schermo Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo. Vi si racconta la storia della Banda della Magliana e, intrecciata a essa, la storia di quindici anni (fra il ’77 e il ’92) di misteri d’Italia, con i quali la potente organizzazione romana è venuta più o meno direttamente a contatto. Dal caso Moro, alla Strage di Bologna: la Banda della Magliana, un potere criminale dei più ramificati (e sottovalutati) a partire dagli anni Settanta, ha sempre saputo e visto qualcosa in più. Ma il film non si esaurisce qui. Si tratta infatti di un gangster movie teso e potente. Che racconta l’ascesa di alcuni ragazzetti di periferia divenuti in breve tempo la spina dorsale di una nuova, onnipresente organizzazione criminale.

Un kolossal all’italiana: cast ricco di nomi famosi, risorse imponenti, durata ampia. Alla Cattleya si sono associate l’inglese Crime Novel Films, la francese Babe e soprattutto la Warner Bros. Il risultato si vede nella cesellatura di scene come quella dell’esplosione della bomba a Bologna ma anche nell’aggregazione di un cast imponente, dalle figure principali a quelle dei comprimari.

Ed è proprio sugli attori che un decano del set come Placido compie il lavoro migliore. Tutti i protagonisti sono decisamente in parte e mettono in mostra una complicità che dal set deve essersi trasferita alla pellicola. Belli e dannati che rievocano il gangster movie di qualche decennio fa, con grinta e le battute giuste in bocca agli attori giusti. Rossi Stuart sa cambiare espressioni per dare ragione della sua inquietudine, Favino e Santamaria sono perfettamente credibili nei loro ruoli, la Mouglalis e Accorsi sono intensi. E altrettanto si può dire di molti comprimari: dallo Zio Carlo, al Terribile, a Carenza. Il risultato è un film corale, senza primattori. Così come la Banda della Magliana non ha mai avuto capi indiscussi e durevoli.
Le atmosfere risultano in genere tese e credibili, la violenza bene misurata, le psicologie dei personaggi principali emergono al di là degli stereotipi. Ma se la sceneggiatura è di buona qualità un merito importante se lo prende De Cataldo che ha scritto un romanzo molto cinematografico, semplificando il lavoro di Placido con Rulli e Petraglia. Siamo comunque di fronte a un lavoro coinvolgente e credibile, superiore alle prove recenti del regista. In particolare per quanto riguarda le storie dei personaggi della Magliana e di coloro che gli sono ruotati intorno. Offrono invece il fianco a qualche appunto le parti in cui la storia della banda si intreccia con gli eventi storici: per quanto le ricostruzioni siano coinvolgenti, proporre delle tesi in merito è sempre un azzardo. Placido non batte strade troppo impervie e accetta comunque un rischio non da poco affrontando questi snodi narrativi: un coraggio che va premiato al di là di un risultato ideativo e tecnico comunque valido.

Romanzo Criminale è un film forte e denso. Non brilla per l’originalità dello stile, ma funziona per la sua coerenza ed efficacia. In verità il gusto spesso patinato della regia – e della produzione tutta – risulta qua e là naif o fastidioso. Ma il film mantiene un buono spessore civile e un’intensità drammatica costante. Ce n’è per tutti: per chi subisce la fascinazione dei belli e cattivi, per chi cerca storie umane al limite, per chi vuole cinema d’azione e per chi si interessa alla cronaca e alla storia del nostro paese. Di questi tempi in Italia non è poco. (stefano plateo)

Triplice inganno

Francia, 1907. Un’ondata di criminalità senza precedenti insanguina la Belle Époque. Trovandosi dinanzi ai banditi del nuovo secolo, il Ministro dell’Interno Georges Clemenceau istituisce una forza di polizia alla loro altezza: le Brigate Mobili. 1912. In tutta la Francia diventano note con un altro nome: Le brigate del tigre. Protagonisti della vicenda tre poliziotti dai baffetti sottili e dal grilletto facile: Valentin, Pujol e Terrasson.

Santa Maradona

Che cosa si fa da grandi? Si va dallo zio a vendere box doccia o si prova a far qualcosa con la propria testa? Alla soglia dei trent’anni un ragazzo torinese, Andrea, trascina la sua esistenza tra casa, fidanzate, colloqui di lavoro, assillo dell’affitto, bar, discoteca, la partita della Juve, qualche furtarello per divertirsi, pizza e videocassetta… Solita roba. Vive con Bart, simpaticissimo fancazzista con pearcing sul sopracciglio, e un terzo amico che torna a casa un giorno pieno di soldi e di droga. Poi chiede ospitalità anche Lucia, indio-napoletana, che ha posato nuda facendo venire un infarto alla madre. Niente stress, apparentemente. Inquietudine, sì. Andrea, mentre è in ritardo per un colloquio, si scontra per strada con una ragazza, Dolores, bella ma non esattamente un’intellettuale, forse nemmeno troppo intelligente, aspirante attrice. La incontra di nuovo. E comincia una storia, con gelosie retroattive, litigi e rappacificazioni. Intanto, un colloquio va male, un altro potrebbe andar bene, ma Andrea dovrebbe trasferirsi a Roma. «No grazie – risponde – devo prima sistemare le cose qui…». Meglio provarci, ad affrontare la vita, o meglio il box doccia?

Commedia generazional-schizzata. Dialoghi serrati, veloci, battute a raffica, come il linguaggio non esattamente da signorine dei quasi trentenni, magari con laurea, senza grandi problemi se non quello di tirare a campare. Sicuramente si ride. Libero Di Rienzo è un’ottima spalla di un ottimo Accorsi. Ma manca la storia, manca l’intreccio, o forse Marco Ponti, al suo esordio alla regia, vuol proprio fare un quadro di questa non-generazione che non-agisce e solo a un certo punto si sveglia e decide di prendere la vita di petto. Qualche banalità, qualche scena già vista (ma perché Accorsi ogni tanto si mette a correre come un dannato, manco fosse la Lola di
Lola corre
?), comunque un film divertente e furbo. Diventerà, complice il bell’Accorsi, un altro cult della stagione? Spiegazione del titolo: il film è girato a Torino, il calcio è solo un particolare, Maradona appare in un filmato solo all’inizio. Dunque,
Santa Maradona
è il titolo di una canzone di Manu Chao, quando cantava con i Mano Negra nel 1994. Maradona, lì, era un santo che vegliava sugli italiani. Ma qui? Lo spettatore se lo domanda scorrendo i titoli di coda (che bisogna fermarsi a leggere anche perché inframmezzati da alcune battute degli interpreti)…

Saturno contro

Un eterogeneo gruppo di amici affronta i problemi della vita quotidiana e della coabitazione tra festose cene e brevi week-end. Hanno tutti dai trenta ai quarant’anni, c’è chi deve mandare avanti una famiglia, chi di figli non ne ha e chi di figli non ne avrà mai perché non ne vuole o perché non può farli con il suo partner del suo stesso sesso. Una coppia eterosessuale affronta una repentina separazione dovuta ai continui tradimenti di lui con una fioraia di lusso dal corpo sensuale dal seno prorompente ma la vera separazione la dovrà vivere la coppia omosessuale, perché uno dei due improvvisamente muore e l’altro ha irrimediabilmente e catastroficamente Saturno contro. Un’amica finta astrologa e con veri problemi di droga, l’unica single del gruppo, rimane esterrefatta e incapace di vegliare l’amico che prima di morire “vive” gli ultimi giorni in coma. Tutti gli amici aspetteranno in ospedale la morte definitiva e cercheranno in tutti i modi di stargli vicini, ricostruendo una parvenza di stabilità.

La recensione

Il sesto film di Ferzan Ozpetek è anche quello che racconta in maniera più diretta il mondo gay. Già ne

Le fate ignoranti

La stanza del figlio

Giovanni, civile e vitale, fa lo psicanalista; Paola, dolce e bella quarantenne, ha una piccola casa editrice; i figli Andrea e Irene vanno al liceo e fanno sport: una bella famiglia. Quando, preceduta da una serie di presagi, nella loro vita irrompe la tragedia con la morte di Andrea in un incidente subacqueo, tutto va in pezzi. Paralizzati dall’enormità del dolore, i tre si richiudono in se stessi: Irene reagisce in modo abnorme sul campo da basket, Paola non riesce a controllarsi al telefono, mentre Giovanni – ormai incapace di un rapporto equilibrato con i pazienti – decide di abbandonare la pratica analitica. Finché arriva Arianna, fidanzatina di Andrea. Un breve viaggio nella notte, l’alba davanti a un altro mare: forse la vita può ricominciare.

È un film spiazzante, quello che ci consegna Nanni Moretti dopo una lunga attesa. E – lo diciamo subito – si tratta di un buon film. Moretti abbandona finalmente i panni del saccente critico sociale e si concentra su qualcosa che gli sta molto a cuore. Nella sua discesa nell’ottusa profondità del dolore toglie quasi tutto l’inessenziale e lavora sui personaggi, che acquisiscono uno spessore finora sconosciuto all’elementare cinema del regista romano. Soli di fronte alla perdita, muti, incapaci di trovare consolazione nella religione o nella scienza, i protagonisti del film soffrono. Immobili, si concedono allo spettatore, che non può evitare di partecipare al loro strazio. Non c’è però confusione: lo sguardo di Moretti rimane quello del moralista, discosto dal mondo che mette in scena. Forse per la prima volta, però, utilizza la giusta distanza analitica per parlare di sé. Delle proprie insufficienze di padre e soprattutto di uomo. È la chiave d’accesso giusta per l’universale, cui il film apertamente aspira e che a tratti consegue.

Una generosità (verso i personaggi prima che verso lo spettatore) nuova e promettente garantisce al film una buona tenuta emotiva: la prima mezz’ora è ottima, e se poi il film rallenta visibilmente la colpa è del Moretti attore, statico e ingombrante. Ed è esattamente questo, oggi, il vero limite del cinema morettiano. Il regista sa di poter contare su un attore dalla gamma espressiva limitata e si sforza di sviluppare passo passo il percorso del personaggio. Ne risultano un eccesso di didascalismo (ogni pensiero ha la sua espressione, ogni sospetto la sua enunciazione, ogni sentimento la sua smorfia) e una certa rigidità narrativa. È sempre stato così, ma se la struttura a blocchi era in fondo funzionale alle strisce unidimensionali del passato, ora – alle prese con una storia più complessa e di fronte ad attori così bravi (tranne Accorsi, come al solito modestissimo) – se ne percepisce tutta l’inadeguatezza. In attesa che Moretti si decida ad affidare a un vero attore le sorti del suo alter ego (e ad articolare maggiormente le scelte musicali: lo stesso pezzo di Brian Eno ripetuto due volte è veramente troppo), questo è il massimo che può raggiungere.
La stanza del figlio
ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes, edizione 2001, come miglior film.
(luca mosso)

L’ultimo bacio

Dopo i ragazzini-bene del fortunato
Come te nessuno mai
, Gabriele Muccino (che, come dicono tutti, «è bravo») scrive e filma le ansie dei trentenni loro fratelli maggiori. Cioè parla di sé, mettendo in scena dilemmi di pubblicitari e di figli di psicanalisti. È meglio mettere su famiglia o andare (con amici tutti maschi) in giro in camper e saltare dai ponti imbragati da bungee-jumping?

Nel tentativo di dipingere l’affresco di una generazione, imbottisce il film con dolly insensati e con una colonna musicale degna di miglior causa, inzuppando il tutto in una indistinta marmellata audiovisiva (basta con i «cavalli» sonori che anticipano in una scena i rumori della successiva!). Per non dire del sottotesto alla
American Beauty
; alla cui cupa – e in fondo puritana – misoginia sostituisce un molle machomammismo a metà tra Salvatores e Venditti. Peccato, perché gli unici accenti di dolore e di umanità vengono proprio dagli scatti disperati di alcune figure femminili molto sacrificate (su tutte la Giulia di Giovanna Mezzogiorno).

C’è gente che per questo film lagnoso e senile ha citato
I vitelloni
. Ma, per capirci, siamo piuttosto dalle parti dei
I laureati
di Pieraccioni, con l’iniziale commedia generazionale – piuttosto noiosa e roboante – che sfuma in un melodramma privo di senso del tragico. Perché i registi italiani non sanno girare storie d’amore, ma solo commedie all’italiana? Perché in questo film non si piange mai?
(emiliano morreale)

L’amore ritrovato

Litorale toscano, 1936. Giovanni ha trent’anni, un buon impiego in banca, una moglie e un figlio piccolo. Sul treno con il quale va a lavorare incontra Maria, con la quale in passato ha vissuto una breve ma intensa storia d’amore. Fra i due scoppia di nuovo la passione ma il padre di lei lo ricatta, minacciando di far sapere a tutti dell’adulterio, in un epoca in cui questo costituiva ancora una violazione della legge. I due rompono in maniera violenta ma, scoppiata la guerra in Africa, Giovanni viene richiamato alle armi per seguire un corso di quaranta giorni a Livorno, la città in cui Maria lavora. Riconciliatisi, i due trascorrono un periodo di grande serenità, vivendo come marito e moglie ma l’idillio si romperà nuovamente.

Tratto da
Una relazione
di Carlo Cassola, il nuovo film di Carlo Mazzacurati vive interamente dell’interpretazione di Stefano Accorsi e Maya Sansa. Ai due è affidato il compito di far vivere una storia d’amore travagliata, che il regista preferisce definire «educazione sentimentale», ambientata nella Toscana degli anni Trenta ma in realtà senza tempo. Il film scorre senza particolari sussulti ma la sensazione che suscita è quella di una sostanziale inutilità. Accorsi e la Sansa fanno la loro parte, a deludere è invece Mazzacurati, autore in passato di pellicole assai riuscite e oggi accontentatosi di raccontare una storia banale e tutto sommato insipida. Le risate amare de
Il toro
e l’Italia provinciale de
La lingua del santo
sono molto lontane da questo
L’amore ritrovato,
non sgradevole ma francamente prescindibile.
(maurizio zoja)

Radiofreccia

Correggio, provincia emiliana, anni Settanta. Con un trasmettitore da 5 watt, il suo giradischi e una manciata di LP, Bruno crea
Radio Raptus,
una radio libera.
L’emittente chiuderà diciotto anni dopo, un minuto prima di diventare maggiorenne.
Durante l’ultima trasmissione, Bruno ne ripercorre al microfono la storia, indissolubilmente legata alla figura di Ivan, detto Freccia, tragicamente scomparso.

Un viaggio chiamato amore

Non ha avuto una vita facile Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo. Ha visto la madre tentare il suicidio, è stata violentata da un collega che è stata obbligata a sposare, le hanno portato via il bambino che non vede da vent’anni… Una esistenza movimentata, una cerchia di amicizie illustri, di amori famosi, una vita intellettuale vivacissima. Legge le poesie di Dino Campana. Gli scrive. E decide di incontrarlo nel paesello toscano dove lui passa per matto. Lei è una splendida quarantenne, lui ha dieci anni di meno. Scoppia una passione travolgente, folle, delirante, violenta e tenera. Fino alla invitabile conclusione.
Michele Placido firma la regia di questo film che ha per protagonisti due belli del cinema italiano in un periodo di gloria: Laura Morante e Stefano Accorsi (Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia 2002 come miglior attore). Una storia d’amore forte che, però, non riesce a coinvolgere né tantomeno ad appassionare, con i suoi flash-back e le incursioni nella guerra in bianco e nero. Troppa carne al fuoco, forse. La guerra, la cultura, il femminismo, la passione, la malattia, il nuovo secolo… Un film pretenzioso, insomma. Sempre brava Laura Morante, ma Accorsi convince poco con la sua recitazione sempre sopra le righe e francamente poco espressiva.

La vita facile

Mario Tirelli, chirurgo di fama, ricco e arrivato, decide all’improvviso di partire per l’Africa ad aiutare il suo amico di sempre, Luca Manzi che è arrivato in Africa da anni per tirar su un ospedale, e che si è lasciato dietro tutto e anche qualcosa che non ha capito.
Poi c’è Ginevra, la donna che hanno conosciuto insieme ed è diventata moglie di Mario.

Tre amici, tre visioni opposte del mondo, tre vite facili che si sono terribilmente complicate. L’amore non è quello che sembra, il buono non è quello che sembra, il cattivo non sembra quello che è.

Cosa succederà quando si guarderanno ancora una volta negli occhi tutti assieme? Chi avrà il coraggio di tirare fuori la verità?