L’africana

L’italiana Anna, reduce da una delusione sentimentale, viene ospitata a Parigi dall’amica Martha e dal suo convivente Victor. Tra quest’ultimo e la nuova arrivata nasce una reciproca passione che induce Martha, ferita nell’animo, a lasciare il Paese. Il film, presentato al Festival di Venezia 1990, raccolse da parte della critica unanimi e ampiamente meritati pareri negativi (stessa sorte, più o meno, che era toccata al precedente
Paura e amore
).
(andrea tagliacozzo)

Il federale

Nel giugno 1944, un graduato delle brigate nere cattura un noto filosofo, oppositore del regime, nel paesino abruzzese dove si era rifugiato. Il viaggio che li porta verso Roma, attraverso l’Italia occupata, diventa una vera e propria odissea. Una delle migliori regie di Luciano Salce, abile nel realizzare una commedia pungente, azzeccata nella satira dell’italiano medio travolto dagli eventi (magnificamente interpretato da Ugo Tognazzi). Sceneggiatura di Castellano & Pipolo. Dopo il grande successo del film (campione d’incassi della stagione 1961/1962), il binomio Tognazzi-Salce tornò l’anno successivo con
La voglia matta
.
(andrea tagliacozzo)

La donna della mia vita

Due fratelli, Leonardo (Luca Argentero) e Giorgio (Alessandro Gassman), sono molto diversi tra loro: tanto il primo è affidabile e sensibile, quanto il secondo è incostante e donnaiolo. A tenerli uniti e proteggerli ci pensa Alba (Stefania Sandrelli), una madre chioccia con la tendenza a controllare tutto, marito (Giorgio Colangeli) e figli inclusi.

E ci riesce, almeno fino al giorno in cui Giorgio scopre che la nuova fidanzata del fratello non è altri che Sara (Valentina Lodovini), con cui ha avuto una delle sue turbolenti relazioni extraconiugali. A quel punto ogni cosa verrà alterata: gli affetti, le relazioni, i comportamenti, e l’ordine (apparente) lascerà il posto a un grande scompiglio. E come sempre, sarà Alba a intervenire per riportare l’armonia in famiglia e lo farà non senza sorprese e colpi di scena.

Hijos-Figli

Argentina, 1977, una donna partorisce due gemelli che vengono divisi immediatamente. La donna, dopo il parto, viene portata via da due militari golpisti. Milano, 2000, un ragazzo di buona famiglia è turbato via mail da una ragazza argentina che sostiene di essere sua sorella. La ragazza arriva in Italia e racconta tutto: «Siamo fratelli e i nostri genitori sono desaparecidos. I tuoi finti genitori sono i carnefici». La vita del ragazzo, fatta di sicurezze e tranquillità, di colpo vacilla paurosamente. Javier segue la «sorella», Rosa, a Barcellona, dove c’è l’ostetrica che li ha fatti nascere. Lì fanno il test del DNA per avere la certezza della loro parentela. Dopo il bellissimo Garage Olimpo (1999), Marco Bechis ci regala un altro bel film sul tema della tragedia dei desaparecidos argentini. Ottima la sceneggiatura, scritta anche questa volta con Lara Fremder, perfetto il ritmo, lento al punto giusto per far riflettere su ogni sguardo e inquadratura. L’unica pecca, anche se non particolarmente grave, è forse il montaggio che in alcuni punti presenta sbavature. Per realizzare il film, presentato all’ultimo Festival di Venezia, Bechis si è servito delle testimonianze dell’Associazione Hijos, creata dai figli dei desaparecidos, alcuni dei quali hanno scoperto la loro vera identità e sono tornati a vivere con le vere famiglie. Hijos-Figli elabora perfettamente lo stato d’animo di chi a 25 anni scopre di non essere quello che pensava di essere e dall’altra parte scandaglia il rapporto di amore-odio, che nasce con i genitori adottivi, assassini materiali dei genitori naturali. Si può odiare comunque due persone che ti hanno cresciuto con amore? La ricerca di se stessi porta, inevitabilmente, alla ricerca di un impegno sociale «per non dimenticare». (andrea amato)

La prima cosa bella

Anna Nigiotti nel Settantuno era una giovane e bellissima mamma proclamata Miss del più popolare stabilimento balneare di Livorno, ignara di suscitare le attenzioni maliziose della popolazione maschile, i sospetti rabbiosi del marito Mario e la vergogna del primogenito Bruno. Oggi, ricoverata alle cure palliative, Anna sbalordisce i medici con la sua irresistibile e contagiosa vitalità e fa innamorare i degenti terminali. Bruno invece, ha ormai tagliato i ponti con la sua città, la sua famiglia, il suo passato.

Insegna senza entusiasmo in un Istituto Alberghiero e conduce un’esistenza cocciutamente anaffettiva. Ma la sorella Valeria lo convince a venire a salutare la madre per l’ultima volta, e Bruno torna malvolentieri a Livorno. L’incontro, dopo tanti anni, con quella mamma esplosiva, ancora bella e vivacissima, che a dispetto delle prognosi mediche sembra non aver nessuna intenzione di morire, costringe Bruno a rievocare le vicissitudini familiari che aveva voluto a tutti i costi dimenticare. Il vagabondare di quelle notti e di quei giorni di tanti anni fa in cerca di una sistemazione, lui e la sorella Valeria, all’epoca dolce, ignara e piagnucolosa, cacciati di casa dal babbo accecato dalla gelosia, ma sempre rincuorati dall’incrollabile ottimismo di quella loro mamma allegra e incosciente. A far da coro alle peripezie di questo terzetto di creature sciagurate e coraggiose, una provincia maliziosa in preda a nuove smanie, l’ignavia dei tanti uomini volubili che vorrebbero appropriarsi della grazia e del candore di Anna, ma che in fondo non ne hanno il coraggio e la forza. Ma soprattutto le manovre dell’astiosa zia Leda per impadronirsi del marito e dei figli di quella sorella sconcia e chiacchierata.

Sedotta e abbandonata

Un anno dopo il grande successo di
Divorzio all’italiana
, Germi torna a satireggiare con i costumi (e gli stereotipi) dei siciliani. Una ragazza di sedici anni viene sedotta dal futuro cognato e il padre, capofamiglia meridionale di vecchio stampo, esige una riparazione immediata. Il giovanotto, però, non ne ha nessuna intenzione e si dà alla macchia. Germi eccede con alcune caratterizzazioni e luoghi comuni, accentuando il tono grottesco del film, ma in compenso mostra mostra lampi di vero genio nella realizzazione tecnica.
(andrea tagliacozzo)

Un avventuriero a Tahiti

Mentre è ospite di un’affascinante baronessa su uno yacht diretto a Tahiti, Tony, un avventuriero, conosce una ragazza, Veronique. Questa lascia intendere a Tony di essere l’unica erede di un’isola tahitiana ricca di un giacimento di manganese. Terza collaborazione tra Belmondo, dinamico e simpatico protagonista della pellicola, e il regista Becker, dopo
Quello che spara per primo
del ’61 e
Scappamento aperto
del ’64.
(andrea tagliacozzo)

Divorzio all’italiana

In Sicilia, un nobile, innamoratosi di una provocante sedicenne, pensa di liberarsi della moglie, donna noiosa e soffocante. Spinge questa nella braccia di un antico spasimante per poter poi sorprenderla in flagrante adulterio. Divertente satira dei costumi siciliani (che, nel ’65, ispireranno ancora Germi in
Sedotta e abbandonata
), il film vinse un meritato Oscar nel 1962 per la migliore sceneggiatura originale (firmata dallo stesso Germi con Ennio De Concini e Alfredo Giannetti).
(andrea tagliacozzo)

Alfredo Alfredo

Con l’aiuto di un amico, il timido Alfredo riesce a portare all’altare la ragazza che ama, la farmacista Maria Rosa. Fin dai primi giorni di matrimonio, il giovanotto comprende di aver commesso un terribile sbaglio: la moglie, possessiva ed isterica, gli rende la vita impossibile. Alfredo trova conforto nell’amicizia di Carolina, della quale s’innamora. Non è tra le cose migliori di Pietro Germi, ma contiene alcuni momenti davvero divertenti. Buona la prova di Dustin Hoffman, che aveva già lavorato in Italia nel ’68 in
Un dollaro per 7 vigliacchi
.
(andrea tagliacozzo)

D’Annunzio

Un ritratto di Gabriele D’Annunzio nel periodo della sua vita che va tra i 25 e i 30 anni, quando è giornalista, critico d’arte, scrittore di opere scandalistiche e cronista mondano. Benché sposato, padre e con un altro figlio in arrivo, D’Annunzio affascina le donne con i suoi modi seducenti. Dalla biografia del poeta scritta da Piero Chiara, un film patinato, eccellente sul versante della fotografia e del décor, ma completamente nullo in tutto il resto.
(andrea tagliacozzo)

Un giorno perfetto

Emma e Antonio, genitori di due figli, l’adolescente Valentina e il piccolo Kevin, sono separati da circa un anno. Mentre Antonio vive solo nell’appartamento che era stato di famiglia, Emma e i figli si sono trasferiti dalla madre di lei. Ma una notte, una vicina di Antonio chiama la polizia, dicendo di avere sentito degli spari venire dall’appartamento. Gli agenti della volante fanno così irruzione nella casa dell’uomo… Il film è il racconto di ciò che accade nelle ventiquattro ore precedenti questo momento, la vita della famiglia e di un gruppo di personaggi che entrano in contatto con loro durante questo “giorno perfetto”.

Io ballo da sola

Lucy torna nella villa in Toscana dove è cresciuta per scoprire chi è il suo vero padre. In una comunità internazionale di ricchi annoiati, troverà invece l’amore. Bertolucci torna a raccontare una storia italiana dopo quindici anni, con aria distesa e occhio giovanissimo. Riunisce un cast bizzarro da vecchio cinefilo (da Jeremy Irons a Jean Marais a Stefania Sandrelli) e filma con curiosità lo schiudersi della bellezza nel corpo di Liv Tyler. Libero dalle sovrastrutture ideologiche che altrove lo ingabbiano, dà libero sfogo a un piacere di raccontare che si è visto in poche altre pellicole del decennio. Un film solare, un film di morte. E una descrizione di ricchi intellettuali che ad alcuni ha ricordato addirittura La regola del gioco di Renoir. Un film giovane, da conservare per i decenni a venire. (emiliano morreale)

L’ultimo bacio

Dopo i ragazzini-bene del fortunato
Come te nessuno mai
, Gabriele Muccino (che, come dicono tutti, «è bravo») scrive e filma le ansie dei trentenni loro fratelli maggiori. Cioè parla di sé, mettendo in scena dilemmi di pubblicitari e di figli di psicanalisti. È meglio mettere su famiglia o andare (con amici tutti maschi) in giro in camper e saltare dai ponti imbragati da bungee-jumping?

Nel tentativo di dipingere l’affresco di una generazione, imbottisce il film con dolly insensati e con una colonna musicale degna di miglior causa, inzuppando il tutto in una indistinta marmellata audiovisiva (basta con i «cavalli» sonori che anticipano in una scena i rumori della successiva!). Per non dire del sottotesto alla
American Beauty
; alla cui cupa – e in fondo puritana – misoginia sostituisce un molle machomammismo a metà tra Salvatores e Venditti. Peccato, perché gli unici accenti di dolore e di umanità vengono proprio dagli scatti disperati di alcune figure femminili molto sacrificate (su tutte la Giulia di Giovanna Mezzogiorno).

C’è gente che per questo film lagnoso e senile ha citato
I vitelloni
. Ma, per capirci, siamo piuttosto dalle parti dei
I laureati
di Pieraccioni, con l’iniziale commedia generazionale – piuttosto noiosa e roboante – che sfuma in un melodramma privo di senso del tragico. Perché i registi italiani non sanno girare storie d’amore, ma solo commedie all’italiana? Perché in questo film non si piange mai?
(emiliano morreale)

Novecento

In un paese della Bassa Emiliana, agli albori del Novecento, Alfredo, futuro erede dei possedimenti terrieri di famiglia, nonostante i privilegi di casta stringe amicizia con Olmo, figlio di una contadina e di padre ignoto. Nel secondo atto del film, girato contemporaneamente al primo, le vicende politico-sentimentali dei protagonisti – tra i quali spiccano De Niro e Depardieu – si dipanano negli anni che vanno dall’inizio del secolo alla seconda guerra mondiale. Sullo sfondo, le lotte contadine, il fascismo e la Resistenza. Bertolucci, un cast d’eccezione e la splendida fotografia di Vittorio Storaro danno vita a un racconto epico e spettacolare, anche se non sempre il regista riesce a coniugare le esigenze dello spettacolo con il discorso politico in un’ambiziosa e didattica Storia della lotta di classe in Italia.
(andrea tagliacozzo)

Non chiamarmi Omar

Il film è ambientato in una grigia città del Nord Italia, dove si agita una folla di strambi personaggi. La valigia del proprietario di una rinomata clinica, il chirurgo Omar Tavoni, contenente alcuni misteriosi e riservatissimi documenti, viene smarrita dal medico in un taxi e passa di mano in mano, fino ad arrivare in quelle di un’acida femminista. Più che grottesco, il film sembra confuso e privo di senso. Qualche buona idea in un marasma di cose non riuscite. Sceneggiatura del regista Staino e Tullio Altan (tratto da un racconto scritto dal secondo intitolato «Nudi e crudi»).
(andrea tagliacozzo)

Un film parlato

Esiste, anzi esisteva una «mediterraneità» che per secoli ha unificato lingua e culture diverse, nate però da un unico grembo. Parafrasando Predrag Matvejevic, Manoel de Oliveira filma una stupefacente parabola, per capire a fondo la quale si devono attendere gli ultimi cinque minuti che ne ribaltano la prospettiva e, innanzi tutto, bisogna recuperare la nostra sepolta «naivetè», ovverosia la capacità di tornare a vedere la realtà come se fosse la prima volta, come fossimo bambini. Ed è infatti con gli occhi di una bimba di otto anni che, per buona parte del film, vengono colte le immagini dei luoghi topici della nostra civiltà.

Una giovane professoressa universitaria di storia coglie l’occasione di ritrovarsi a Bombay col marito, pilota di linee aree civili, per fare una crociera e visitare con la figlia Maria Joana tutti quei luoghi che lei finora ha conosciuto solo sui libri. Si parte da Lisbona e dalla sua Torre di Belèm, si scorge Ceuta lontana, si scende a Marsiglia, a Napoli si visitano le rovine di Pompei, poi Atene e il suo Partenone, Istanbul, l’Egitto e le sue piramidi e infine Aden, come ultima tappa, dopo la quale il viaggio si interrompe e non vi racconto perché. Durante queste soste «turistiche», scandite dal primo piano della prua della nave che solca il mare, salgono a bordo tre donne in carriera, una francese (Catherine Deneuve), ricca donna d’affari, un’italiana (Stefania Sandrelli), ex-modella famosa e una greca (Irene Papas), attrice e cantante. Il comandante della nave (John Malkovich) gentiluomo e charmeur, americano ma di origine polacca, le invita come ospite alla sua tavola cui, in un secondo momento, si aggregheranno anche la professoressa e la piccola figlia.

Questa seconda parte del film, prima della sorpresa finale, è costruita quasi come un’unica sequenza, con pochi stacchi di macchina, spesso fissa, come nel grande Ozu, ed è un solo inno – sotto la forma di una conversazione anche sempliciotta, quasi banale, da chiacchiera da tavola – alla nostra civiltà in declino, una civiltà fondata sui valori della cultura greca, dove tutti si capiscono pur parlando lingue diverse, perché la cultura unifica nella diversità democratica, dove tutte le opinioni sono accette, dove l’educazione, la gentilezza, l’arte di intrattenere predominano. Ci si rende conto che a quel tavolo siede un’umanità in via di estinzione, che la nave è una narrenschift, se si sostituiscono ai narren, ai folli, quei superstiti laudatores di valori non più in commercio. Con il suo modo essenziale, forse un po’ tanto semplicistico, ma disarmante, incantato e struggente di raccontare, il «grande vecchio» del cinema riesce ancora una volta a commuoverci e a lasciarci, grazie alla sequenza finale, con l’animo ulcerato e sgomento.
(piero gelli)

Eccezzziunale… veramente

Abatantuono superstar, qui impegnato in tre personaggi: Donato, capo degli ultrà del Milan obbligato però a rinnegare la sua fede calcistica per amore della fidanzata; Franco, tifoso interista sempre nei guai con la moglie e vittima di scherzi e scommesse iellate; e Tirzan, scalmanato camionista jueventino che per seguire la sua squadra si fa pure rubare il camion a Parigi. Vanzina crea personaggi riuscendo a disegnare lo spaccato di un’Italia cialtrona, ma comunque simpaticamente genuina. E lo fa grazie a un’interpretazione di Diego Abatantuono che qui crea definitivamente un’icona del cinema italiano: quella di un grande comico con trovate, modi di dire e battute ancora oggi irresistibili.

Novecento

Travolgente spaccato dell’Italia del XX secolo, incentrato su due famiglie in contrasto. Un film ambizioso e potente che creò uno straordinario scompiglio anche in America, dove uscì in una versione di 243 minuti. Il restauro del 1991 sembra ancora discontinuo, ma le immagini — poderose e bellissime — compensano una durata oppressiva.

Mi faccia causa

In un tribunale romano, davanti al giudice Giovanni Pennisi, sfila un variegato campionario di vicende e di individui: una impiegata dello Stato che diserta l’ufficio per fare la squillo; un pugile fallito che ha rapito un cane a scopo di lucro; un mafioso che vorrebbe servirsi di un incidente d’auto come alibi per un omicidio; due tifosi scalmanati e altri ancora. Un imponente gruppo di interpreti italiani banalmente sprecato in un film che vorrebbe rifarsi a
Un giorno in pretura
(diretto nel 1954 dallo stesso Steno), ma che è ben lontano dai livelli del modello (in cui imperversava Alberto Sordi nel ruolo di Nando Mericoni).
(andrea tagliacozzo)

Christine Cristina

Pochi conoscono il nome di Cristina da Pizzano. Eppure Cristina è stata una figura esemplare nella storia della letteratura.
Italiana, vissuta in Francia nel momento del passaggio dalla notte del Medioevo all’alba dell’Umanesimo, fu la prima donna a vivere soltanto grazie alla propria penna, cioè scrivendo e pubblicando opere poetiche.
Poeti si nasce o si diventa? Nel caso di Cristina fu precisamente una conquista. Ed è proprio la storia di questa conquista avventurosa che si vuole raccontare.
Da un’agiata condizione precipita nella miseria più nera, con due figli piccoli, nell’imperversare delle lotte tra Armagnacchi e Borgognoni. Cristina ha un solo imperativo: sopravvivere.
Costretta ad immergersi nella Parigi insidiosa dei derelitti schiacciati da guerre centenarie, Cristina dovrà risorgere dopo aver toccato il fondo, vincendo fame, paura e disperazione. Ci riuscirà per l’appunto grazie alla scoperta di un dono che portava dentro di sé senza saperlo: il talento poetico.

Prosciutto, prosciutto

Geniale commedia-melodramma erotica di sesso e cibo, che serve anche a rispecchiare la società spagnola in transizione. La sceneggiatura si accentra sui vari membri di due famiglie di classi sociali differenti e su ciò che segue dopo che la bellissima Cruz si innamora (e resta incinta) del figlio viziato del suo capo (MollÄ). Un piacere dall’inizio alla fine e un successo tardivo in Europa.

L’attenzione

Opera prima di Giovanni Soldati, figlio dello scrittore e regista Mario, tratta dal romanzo omonimo di Alberto Moravia. Sull’aereo che lo riporta a Roma, un giornalista si abbandona a strane fantasie, pensando di scrivere un libro sulla moglie. I rapporti con questa sono da tempo cessati, anche se lei, per tenerlo legato a sé, gli procura incontri con altre donne. Grandi ambizioni, scarsi risultati.
(andrea tagliacozzo)

La chiave

Dal romanzo (1956) di Junichiro Tanizaki. Una coppia dalle pulsioni erotiche in declino affida alle pagine dei rispettivi diari sensazioni e avventure, sperando che il coniuge le legga. Successo di scandalo, che rilanciò la Sandrelli come star erotica e alzò le quotazioni di Brass dopo il disastro di Io, Caligola.

Il piccolo diavolo

Esorcizzando una grassa parrucchiera posseduta dal demonio, un sacerdote americano si trova davanti a un piccolo e scatenato diavoletto, simpatico quanto irriverente e dispettoso. Ai colleghi del convento, il prete presenta lo strano essere, fonte inesauribile di guai, come suo nipote. Commedia ricca di momenti esilaranti, ma anche di grandi lacune e una struttura narrativa praticamente inesistente. La sceneggiatura del film, tutt’altro che esaltante, è firmata dall’attore toscano assieme a Vincenzo Cerami. (andrea tagliacozzo)

Il conformista

Inquietante connubio di analisi dei personaggi e del contesto storico degli anni Trenta: l’omosessualità repressa indurrà Marcello Clerici (Trintignant) a cercare di condurre una “vita accettabile” come membro dei servizi segreti fascisti e a trovarsi una fidanzata borghese, finché una serie di eventi lo porterà a commettere un omicidio. Un film di straordinaria tensione e intensità. Da uno scritto di Moravia.