Mystic River

Tre amici d’infanzia si ritrovano dopo l’assassinio della figlia di uno di loro. Uno dei tre è proprio il detective incaricato di scopire chi ha ucciso la ragazza. Dovrà confrontarsi con la difficile soluzione del caso e con il desiderio di giustizia di un padre disperato.
«La storia riguarda il modo in cui le vite di tutti i protagonisti vengano sconvolte dal crimine. Possiamo vedere l’impatto che ha avuto un atto violento molti anni dopo che è stato commesso. È un cerchio tragico, tutti e tre gli uomini hanno problemi irrisolti, tutti sono traumatizzati dal passato» Così Clint Eastwood presenta una brutta storia di violenza e omicidi, traumi infantili e stupri, tratta dal romanzo di Dennis Lehane. Tre ragazzini giocano insieme a palla nelle strade, poi succede qualcosa che sconvolge la vita ti tutti e i tre smettono di frequentarsi. Pensano che, con la distanza, i cattivi ricordi potrebbero rimanere lontani. Il più traumatizzato di loro lascia addirittura il quartiere. Non serve a nulla. Il passato torna violento come una frustata. Tornano a riunirsi da adulti, abbruttiti da quel ricordo distruttivo, legati da un filo comune: un orrendo assassinio. Jimmy (Sean Penn) è il padre della vittima, una ragazza diciannovenne trovata uccisa brutalmente nel parco. È vedovo, Jimmy, e ha riversato tutto l’amore che ha in corpo nella figlia. Poco fiducioso verso la giustizia, vuole punire personalmente chi ha commesso l’efferato delitto e pur di portare a termine il suo proposito è pronto a mettere in discussione tutto, la vita che si è ricostruito nella comunità dopo le precedenti grane avute con la legge, la libertà, l’incolumità fisica. Dave (Tim Robbins) è il principale sospettato dell’omicidio. È un uomo disturbato, che non ha superato un trauma infantile, un’esperienza terribile che ha cambiato l’intero corso della sua vita e quella dei suoi vecchi amici. Poi c’è il detective incaricato delle indagini (Kevin Bacon), che deve arrivare all’assassino assolutamente prima della furia vendicatrice di Jimmy. Il problema di Sean è la moglie, che l’ha lasciato, di cui è ancora innamorato. Il tutto avviene a Boston, alla vigilia del Columbus Day, in un quartiere operaio dove tutti si conoscono, dove la domenica si va devotamente alla messa, dove circolano brutti ceffi dal cognome inquietante tipo i fratelli Savage.
Eastwood, con quest’opera in concorso al Festival di Cannes, si sofferma più sulle vicende umane e sulle emozioni che attraversano i personaggi, che non sull’intreccio del crimine. Certo, lo spettatore è comunque intrigato a risolvere il «giallo»: vuole scoprire se Dave è realmente colpevole, se Jimmy troverà giusta vendetta o verrà fermato in tempo, e se Sean riuscirà a risolvere il suo rapporto con la moglie. Il quadro che ne esce è quello di una comunità bigotta, dove pare che tutti sappiano tutto, ma dove nessuno lo dà a vedere, dove i panni sporchi si lavano in famiglia. Per il Columbus Day tutto deve essere sistemato, affinché il quartiere possa festeggiare per le strade senza ulteriori traumi, perché ci si possa scambiare sorrisi ipocriti, falsi saluti di cortesia, nonostante siano accadute le cose più turpi. È l’America del benessere, con le sue contraddizioni e suoi scheletri nell’armadio, con una violenza che esce allo scoperto perché poco repressa o perché il sistema stesso è portatore di violenza. Nel film si preferisce assoggettarsi all’esempio violento piuttosto che aprirsi agli altri, ammettere le proprie debolezze, mettersi in discussione. Un messaggio abbastanza discutibile, che sembra assolvere il comportamento negativo dei protagonisti, come se la risposta violenta alla violenza rimanesse l’unica via di salvezza. Il merito principale della riuscita del film va attribuito alla scelta degli attori: uno Sean Penn in stato di grazia a fianco di due colleghi altrettanto bravi, Tim Robbins e Kevin Bacon. La colonna sonora composta dallo stesso Clint Eastwood è stata registrata dalla Boston Symphony Orchestra dal Coro del Festival di Tanglewood, diretti dallo stesso regista. Oscar 2004 a Sean Penn come miglior attore protagonista e a Tim Robbins come miglior attore non protagonista. (marcello moriondo)

The Interpreter

Silvia Broome (Nicole Kidman), traduttrice dell’Onu nata in Africa, ascolta per caso un complotto contro un discusso capo di stato africano, pronunciato in un raro idioma. Rivela la sua scoperta alla polizia ma Tobin Keller (Sean Penn), l’agente speciale incaricato del caso, dubita da subito della sincerità della donna. Il rapporto fra i due conosce diffidenze e momenti di intimità che si rincorrono, mentre i giorni passano, la vicenda si complica e il momento del possibile attentato si avvicina.

Sidney Pollack ha costruito un thriller di argomento politico ambientato nel Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite a New York, protagonista aggiunto del film. Per la prima volta nella storia un regista è stato ammesso a girare una pellicola nelle stanze dell’Onu, considerate territorio internazionale. Una chance che era stata negata persino a Hitchcock. E proprio alle atmosfere hitchcockiane deve molto questa produzione: basti pensare a

Intrigo internazionale,
ma anche a

La finestra sul cortile,
alla scelta di fare un cameo e al gusto per una suspense costante.

Naturalmente
The Interpreter
è altro rispetto a Hitchcock. È una pellicola hollywoodiana contemporanea, piuttosto tradizionale nello stile e molto curata. La tensione è quasi ininterrotta, fino a raggiungere dei picchi davvero pregevoli in qualche scena. Naturalmente è un film di genere, figlio di una ben precisa cassetta degli attrezzi: la costruzione visiva, quella narrativa, il montaggio, la scelta e la collocazione delle musiche hanno poco di nuovo, anzi. Sono però maneggiati con grande sapienza e danno risultati emotivi che ancora consentono di ridurre al silenzio chi vorrebbe ironizzare sulle decotte convenzioni hollywoodiane. L’intrattenimento formulare sopravvive, si può criticare, ma funziona.

Inoltre
The Interpreter
si preoccupa dell’attualità come rare volte succede. Si interessa di molte irrisolte questioni geopolitiche della contemporaneità: dal terrorismo, alle politiche degli affamati e violenti stati africani, alla delicata posizione dell’Onu. Tutto questo rimpolpa una sceneggiatura che prende volume e si attorciglia, senza però divenire incomprensibile. Ne resta così una trama complessa, come è inevitabile, ma avvincente e calibrata. La commistione fra impegno e intrattenimento convince anche quando ci prova Hollywood.

Una parte sostanziale dell’impatto emotivo del film è poi delegata alla relazione controversa fra i due protagonisti. Silvia è un’affascinante e misteriosa traduttrice, che Nicole Kidman risolve donandole spessore, come richiedeva un personaggio dalla storia così complessa. La Kidman ha avuto anche la costanza di imparare il Ku, un idioma fittizio, inventato appositamente per il film. Sean Penn, se possibile, si disimpegna anche meglio nel rendere l’agente speciale Keller con il suo dramma personale e le incisioni che questo ha lasciato sul suo carattere. Gli andirivieni di questi due personaggi turbati sono seguiti con partecipazione da Pollack, che a loro concede un rallentamento della macchina da presa e del montaggio, quasi a rispettare le loro vicende e a porre i drammi umani in una dimensione diversa da quelli geo-politici.

Il cocktail ha un buon sapore, strutturato e piacevole. Si tratta di un film dalle traiettorie in generale prevedibili, ma che riserva diverse sorprese e alcune scene davvero godibili. Inoltre ha l’abilità di intessere l’attualità internazionale in un thriller dai visibili contorni dell’intrattenimento. Pollack al suo meglio, anche se dentro il suo recinto. Che resta più angusto di quello di Hitchcock. Ma all’interno del quale confeziona una bella pellicola di genere secondo le care, vecchie e spesso premianti tradizioni americane.
(stefano plateo)

Milk

Nel 1977, Harvey Milk è stato eletto consigliere comunale a San Francisco, divenendo il primo omosessuale dichiarato ad avere accesso a una importante carica pubblica in America. La sua vittoria non è stata solo una vittoria per i diritti dei gay, ma ha aperto la strada a coalizioni trasversali nello schieramento politico. Harvey Milk ha incarnato per molti – dagli anziani agli iscritti al sindacato – una nuova figura di militante per i diritti civili; e con la sua morte prematura, avvenuta nel 1978, è diventato un eroe per tutti gli americani. Due Oscar (a Penn e alla sceneggiatura di Black) e altre sei nomination, tra cui film e regia.

Carlito’s Way

Carlito Brigante esce di prigione e vorrebbe rifarsi una vita, ma il suo avvocato lo coinvolge nella vendetta contro un boss mafioso. Uno dei più bei De Palma di sempre, un film in cui il citazionismo (pur presentissimo) è lasciato decantare e in cui domina un sentimento amaro del destino, un’apologia del loser, un sontuoso senso di morte. Anche il più postmoderno dei registi degli anni Ottanta tende a una consistenza dolorosa, e segna la fine del manierismo di quel decennio. Pur impastato di cinema, Carlito’s Way è un film le cui preoccupazioni centrali non sono essenzialmente cinefile. E varrebbe la pena di vederlo solo per ammirare il duetto tra lo stoico Al Pacino e un irriconoscibile Sean Penn nei panni dell’ambiguo avvocato: affascinante, tragico, demoniaco. (emiliano morreale)

La sottile linea rossa

Seconda guerra mondiale: dopo un prologo in cui un gruppo di disertori viene ripescato in un’isola tropicale, seguiamo le fasi dello sbarco a Guadalcanal e la tragica presa di una collina.
Covato per decenni da un regista che dopo soli tre film è già un mito vivente,
La sottile linea rossa
è
il
film filosofico sulla guerra, ideale pendant di
Full Metal Jacket
di Kubrick. Infatti quanto quest’ultimo è anarchico, laico e nichilista, tanto il film di Malick è religioso e metafisico. Tratto da un vecchio romanzo di guerra e attraversato da una pluralità di voci fuori campo, il film è un autentico poema visivo in cui la tragedia della guerra non impedisce continui salti di paradigma, nella visione di una natura immota e sovrastante. Diversi i momenti strazianti, con un prologo che spiazza e comunica fin da subito una vertigine dello sguardo che è difficile scrollarsi di dosso. Un grande film, che ha il coraggio di tentare la strada della poesia e della meditazione: filosofico, pacifista e trascendentalista, al pari di un Whitman o di un Thoreau.
(emiliano morreale)

The Assassination

Nel gioco della vita Samuel Bicke è uno che perde. La moglie, dalla quale è separato, gli è sempre più lontana, il rapporto col fratello è deteriorato e lui, insicuro e idealista fino alla patologia, non riesce nemmeno a mantenere i lavori che trova. Ai suoi tentativi frustrati di riavvicinamento alla famiglia si aggiunge il rifiuto di un prestito che aveva chiesto per far partire un’attività propria, sulla quale puntava da tempo. Sempre più incapace di rientrare nel gioco, comincia a cedere. Siamo nell’inverno fra il 1973 e il 1974, in pieno scandalo Watergate. Il volto di Nixon si sporge da tutti i televisori e Sam comincia a vedervi il simbolo e il vertice di un sistema corrotto e insopportabile. La soluzione cui cercherà di dare vita sarà quella di dirottare un aereo e farlo schiantare contro la Casa Bianca. Il film è tratto da un fatto di cronaca realmente accaduto.

Per il suo esordio alla regia, Niels Mueller sceglie un film pretenzioso e difficile. Non è certo l’evento in sé a mancare di interesse: si va dalle implicazioni sociali alla dimensione psicologica, fino a un sottile e inquietante ponte con l’attualità per la concezione della dinamica dell’attentato. Ma il soggetto rimane dal principio scarsamente cinematografico: pochi gli eventi, lunghe le attese, già nota la direzione della storia. Con questi presupposti, l’elemento di interesse dovrebbe risiedere nel mostrare il processo di decadimento mentale, l’accumulo di frustrazioni e di rancore inespresso che si porta via la mente di Sam Bicke.

Ma per dare spessore a un dramma patologico di questo genere occorrerebbe un tocco che Mueller non possiede né come sceneggiatore né come regista. Così, la produzione chiama Sean Penn per dare vita al personaggio e farne l’elemento di richiamo del film. Il volto dell’attore è eccezionalmente espressivo ma la recitazione finisce spesso col sembrare un po’ sopra le righe: un uomo perennemente imbarazzato più che disturbato. Viene comunque da pensare che ciò sia da ascrivere alla sceneggiatura più che a Penn. Del resto in diversi momenti sembra che a Mueller interessino più le sventure di Sam che la sua montante pazzia, almeno sino al finale in crescendo. Il resto del cast (da Naomi Watts a Don Cheadle, fino a tre spettacolari minuti con Micheal Wincott che interpreta il fratello Julius) funziona bene ma è quasi sottoutilizzato all’interno di ruoli ripetitivi e un po’ sterili.

Le ambizioni della pellicola si specchiano anche nel chiaro riferimento al Travis Bickle di

Taxi Driver,
nella cui direzione va già la leggera deformazione del nome del protagonista (dall’originale Byck a Bicke). Entrambi sono personaggi frustrati e disturbati, che concepiscono una risposta rabbiosa e sterile al sistema. Ma le analogie nella sostanza si fermano qui. Ciò che resta è un’ora e mezza che si regge su qualche buona scena e sull’interpretazione intensa e quasi tremante di Sean Penn. Ma il dramma non si eleva e non coinvolge.
(stefano plateo)

Prima che sia notte

Vita, morte e miracoli dello scrittore cubano Reynaldo Arenas, scomparso in esilio a New York nel 1990 dopo un’esistenza durante la quale ha dovuto fare i conti con la propria omosessualità, in un Paese in cui la dittatura di Castro certamente non apprezzava. I riconoscimenti veneziani (Gran Premio e interprete maschile) ricevuti da una giuria in evidente stato di decomposizione rasentano l’incredibile: l’operina di Schnabel è il santino di un martire alle prese con un mondo pazzo, che non rinuncia ad alcuna delle più trite convenzionalità delle agiografie cinematografiche. Della serie: «Guardate cosa deve sopportare un uomo che voglia esplicitare preferenze (sessuali, politiche e quant’altro) e intelligenza». Ne avevamo proprio bisogno… Il tanto osannato Javier Bardem è talmente concentrato in una recitazione perfetta da risultare spesso irritante; almeno Johnny Depp, nel doppio ruolo del travestito Bon Bon e del tenente del carcere Victor, è divertente. Se proprio si deve portare a casa qualcosa, è la musica di Carter Burwell, uno dei più sottovalutati compositori del cinema attuale (il ½ è per lui). Il resto è pura retorica, e nemmeno di quella sopportabile.
(pier maria bocchi)

Le forze del destino

New York, 2021: John (Joaquin Phoenix) giovane professore universitario diretto in Canada, raggiunge la moglie Elena (Claire Danes) per farle firmare le carte del divorzio. Lei è campionessa mondiale di pattinaggio artistico, ed è il perno del business miliardario della sua famiglia. Presto l’idillio col parentado viene spezzato da oscure minacce: Elena confida al marito il timore di complotti a suo danno, lui vuole vederci chiaro e rinuncia a partire. Scappano, capiscono di amarsi ancora e di non poter vivere senza l’altro, vengono ripresi. «Vi voglio bene», dice il capofamiglia, ma intanto assolda un killer per ucciderli. Con l’aiuto del fratello di lei tentano di raggiungere la natia Polonia, ma moriranno assiderati in una landa innevata…
Non è ben chiaro se Thomas Vinterberg (lo stesso di “Festen,” coautore con Lars von Trier del Dogma di cui qui ribalta i principi) abbia voluto realizzare un thriller romantico con nuance futuristiche, o un dramma sentimentale in una cornice apocalittico-fiabesca. Di certo, gli elementi surreali e simbolici sono la parte migliore del film. Il mondo in cui John ed Elena riscoprono di amarsi ricordando il loro incontro nell’infanzia (allusione a un ritorno alle origini?) è un mondo dal clima schizofrenico (la neve a luglio a New York, africani morti congelati, escursioni termiche di venti gradi in una notte sola) che si avvia verso la glaciazione; un mondo il cui il «disordine» si ripercuote sulle comuni leggi umane sovvertendole (i poveri ugandesi volano come angeli e i ricchi americani muoiono a centinaia ogni giorno per misteriosi «infarti di solitudine»); un mondo in cui contro la disgregazione di ogni ordine e senso ci si può appellare solo all’amore e alle forze del destino (cantati «dal cielo» come fa Sean Penn, il fratello di John, che in seguito a una cura sbagliata contro la paura di volare non può più fare a meno dell’aereo e passa la sua vita in volo sciorinando irritanti sproloqui sui legami fra l’uomo e il mondo).
Un film allegorico più che di trama, dunque? È lo stesso regista che risponde: «Ovviamente esiste una storia, una trama, una drammatica catena di eventi. Ma in un certo senso questo è meno importante. Mi immagino che la trama sia lì per trasmettere i nostri pensieri… Penso che “Le forze del destino” sia una fiaba, una fiaba sulla vita…». In verità, spandendo simboli a manciate si rischia di disperderli in rivoli isolati che non seguono una corrente principale. Il risultato è un’aura di millenarismo dislessico che finisce in tragedia mentre dovrebbe dare speranza e confonde solo le idee. A poco valgono le belle ricostruzioni di New York negli studios di Trollhättan, in Svezia, e le musiche di Zbigniev Preisner (prediletto di Kieslowski). (salvatore vitellino)

In gara con la luna

Storia d’amore tra adolescenti ambientata in una cittadina californiana appena prima che il ragazzo parta per combattere nella seconda guerra mondiale. Star affascinanti e un occhio che ama i dettagli degli anni Quaranta compensano la lentezza del film. Quella pista da bowling è uno spettacolo!

Tutti gli uomini del re

Nella Louisiana degli anni Cinquanta, Willie Stark (Sean Penn), uomo di umili origini, si fa strada nel mondo della politica grazie alle sue doti di oratore che gli permettono di conquistare i cuori della povera gente (gli “zotici”, come li definisce lui) e di diventare Governatore dello Stato, a discapito di un establishment che ne vorrebbe fare il proprio uomo di paglia da sacrificare in nome degli interessi delle potenti famiglie di petrolieri. Testimone di questa ascesa è il giornalista Jack Burden (Jude Law), che pur appartenendo a un ambiente aristocratico è attratto da questo personaggio animato da un populismo, almeno inizialmente, sincero e carico di promesse. Ben presto però, Burden si renderà conto di essere diventato il passepartout utilizzato da Stark per farsi strada nei “salotti buoni” e alimentare così un’ambizione che non si fa scrupoli a servirsi di corruzione e intimidazioni per raggiungere i propri scopi, finendo così per assomigliare a quella dei “professionisti della politica”. La logica di questo esercizio del potere che non si ferma davanti a niente sarà tuttavia inevitabilmente destinata a lasciare dietro di sé un tragico sfaldamento di ideali e affetti personali dal quale non si salverà nessuno dei protagonisti.

A distanza ravvicinata

Molti dei film di James Foley, come questo A distanza ravvicinata e Americani (girato sei anni dopo), meriterebbero di essere presi in considerazione anche solo per le straordinarie performance degli attori. Qui Foley – complici la dimensione tragica, le atmosfere dense e l’azione cruenta da thriller a sfondo criminale – tiene quasi a battesimo due caratteri assolutamente inquieti come Sean e Chris Penn, fratelli nella vita come nel film. Brad e Tommy Whitewood dovranno vedersela con l’uomo che li ha assoldati nella gang, Brad Whitewood sr. (Christopher Walken), loro padre, disposto a tutto pur di conservare il suo ruolo di leader. Interamente giocato sugli eccessi violenti, fisici e psicologici, il film potrebbe essere accostato ad alcuni dei capolavori di Abel Ferrara. (anton giulio mancino)

She’s So Lovely – Così carina

L’ultima follia di un marito bislacco lo fa finire all’ospedale psichiatrico. Intanto la moglie un po’ matta si risposa, mette a posto la sua vita e cresce tre figli. Quando il marito numero uno viene dimesso dieci anni dopo, non vede motivo per cui lui e la sua ex non debbano ricomiciare da dove si erano lasciati. Questa spigolosa commedia drammatica estremamente ben recitata poteva essere scritta solo da John Cassavetes, e così è; il figlio l’ha diretta e la vedova (Rowlands) appare in una piccola parte. Produttori esecutivi Sean Penn, Travolta e Gérard Depardieu. 2.35 Research PLC.

Il mistero dell’acqua

Prima vicenda. Nel 1873, sull’isola di Smuttynose, New Hampshire, si consuma una strage: due donne vengono trovate massacrate a colpi di accetta, una terza sopravvive, mentre un pescatore viene accusato del crimine e impiccato.
Seconda vicenda. Ai giorni nostri, due giovani coppie si aggirano in quegli stessi luoghi: si tratta di Jean, fotoreporter incaricata di un servizio sull’antico crimine, e di suo marito Thomas, scrittore in crisi, più il fratello di Thomas e la sua ragazza. Fra i quattro non tardano a scatenarsi le tensioni.
Che la Bigelow abbia palesato o meno nei suoi film uno sguardo «femminile» è questione dibattuta e in fondo oziosa. Ciò che conta e sconcerta nella sua ultima prova, comunque, è l’esplicita tematizzazione del femminile in termini perfino un po’ programmatici, con tanto di genealogie «alte». Il mistero dell’acqua (ma il titolo italiano, così come il trailer, è fuorviante: in originale è Il peso dell’acqua) da thriller si trasforma in «film d’autore», da Ore 10: calma piatta vira subito verso Cime tempestose . E come per Jane Campion, le sorelle Brontë appaiono il referente immediato più chiaro di questo racconto che Leslie Fiedler avrebbe definito senza dubbio un northern.
Ma, diciamolo subito, la ricerca di padri nobili non è un’operazione particolarmente interessante, perché al contrario il film affascina proprio per la sua incompiutezza e inconcludenza: le due storie non si incontrano mai, ogni suspense muore dopo dieci minuti e la soluzione è quella che tutti si aspettano. Accostabile a Picnic ad Hanging Rock, Il mistero dell’acqua raggiunge tuttavia l’ambiguità e l’enigma non per sottrazione, bensì per accumulo, per furia barocca. Dopo essersi negato come thriller, si distrugge come film psicologico. Sfiora l’erotico, il gotico, il catastrofico, ma è in realtà un viaggio alle radici dell’America, un canto puritano sul Male e l’Innocenza che si arresta alle soglie di un orrore che non riesce a cogliere, confermando in tal modo l’opinione di quel geniale viaggiatore secondo il quale non sono i Paesi dalla Storia più antica i più ossessionati dal passato, bensì quelli più giovani, come l’America. I personaggi del film, uomini e donne, saranno tutti puniti e nessuno di loro – scrittori o fotografi che siano – giungerà a una conoscenza che possa salvare se stesso e gli altri. L’isteria dello stile della Bigelow getta una luce strana sulle sue pellicole precedenti; ma per gli stessi motivi per cui ci incuriosisce sul percorso dell’autrice, Il mistero dell’acqua appare un’opera inesorabilmente di passaggio. (emiliano morreale)

Il gioco del falco

Lasciato il seminario, il giovane Chris trova un posto da fattorino in una fabbrica che lavora per conto della CIA. Raggiunta in breve tempo una buona posizione all’interno dell’azienda, scopre che i servizi segreti americani preparano in Australia dei brogli elettorali ai danni del partito laburista. Non è uno dei migliori lavori di John Schlesinger, neanche lontanamente paragonibile a capolavori come
Billy il bugiardo e Un uomo da marciapiede
. Ma anche in un film poco riuscito, la stoffa del grande regista, quando c’è, si vede. Sceneggiato da Steven Zaillian (in seguito autore del copione di
Schindler’s List
e regista in proprio di
A Civil Action
), da un romanzo di Robert Lindsey. Le musiche sono composte dal chitarrista Pat Metheny. La canzone
This Is (Not) America
è interpretata da David Bowie.
(andrea tagliacozzo)

Stato di grazia

L’agente di polizia Terry Noonan viene infiltrato nel quartiere irlandese di New York, dove è nato e cresciuto in mezzo al crimine. I vecchi amici non sanno che lavora per conto delle forze dell’ordine e si fidano ciecamente di lui. Ritrova così Kathleen, la ragazza della quale era innamorato molto anni addietro, sorella dell’amico d’infanzia Jackie. Un gangster movie originale ed elegante. Ottima la regia iperbolica di Phil Joanou (
Analisi finale
) e l’interpretazione di Gary Oldman nel difficile ruolo del nevrotico Jackie.
(andrea tagliacozzo)

Taps – Squilli di rivolta

In un collegio militare guidato dal generale Blache, vengono addestrati ed educati i giovanissimi cadetti che aspirano a far parte delle più prestigiose accademie statunitensi. Quando l’istituto, messo in vendita dai proprietari, rischia di essere demolito, i ragazzi decidono di ribellarsi. Un film dai risvolti prevedibili che si fa aprezzare soprattutto per l’ottimo e nutrito di cast di interpreti, anche se all’epoca Tom Cruise e Sean Penn erano praticamente dei perfetti sconosciuti (il secondo, che interpreta il ruolo di Alex, era tra l’altro al debutto sul grande schermo). (andrea tagliacozzo)

Shanghai Surprise

Negli anni Trenta, un contrabbandiere americano torna a Shanghai, accompagnato da una missionaria laica, per recuperare un carico d’oppio andato disperso un anno prima. A questo scopo, l’uomo assolda un giovane piazzista squattrinato. Sean Penn e Madonna, all’epoca coppia anche nella vita, ce la mettono tutta, ma i loro sforzi sono vanificati dalla distratta e mediocre regia di Jim Goddard e dall’insipienza della sceneggiatura (scritta da John Kohn e Robert Bentley). Prodotto dalla Handmade, casa di produzione di George Harrison (autore anche della colonna sonora).
(andrea tagliacozzo)

Vittime di guerra

Durante la guerra del Vietnam, un plotone americano, comandato dal cinico sergente Maserve, cattura una giovane contadina, che viene stuprata a turno dai soldati. L’unico ad opporsi all’inumano trattamento a cui è sottoposta la ragazza è la recluta Eriksson. Una volta tornati alla base, questi decide di trascinare i propri compagni davanti alla corte marziale. Film di grande impatto visivo ed emotivo, ingiustamente sottovalutato alla sua uscita. Michael J. Fox si dimostra a suo agio anche nel registro drammatico. Bravissimo anche Sean Penn. (andrea tagliacozzo)

Fair Game

Storia di Valerie Plame, ex-agente della CIA, che dopo aver condotto delle indagini sulle armi di distruzione di massa, e dopo che queste informazioni vennero prese come pretesto per attaccare l’Iraq, vide la sua reputazione infangata per mano di alcuni membri del governo, dopo che suo marito Joseph, un ambasciatore, scrisse un editoriale sul New York Times per rendere conto di come erano andati realmente i fatti…

Dead Man Walking — Condannato a morte

Dead Man Walking – Condannato a morte

mame cinema DEAD MAN WALKING - CONDANNATO A MORTE STASERA IN TV scena
Una scena del film

Diretto da Tim Robbins, Dead Man Walking – Condannato a morte (1995) ha come protagonista una suora, suor Helen Prejean (Susan Sarandon) e un condannato a morte, Matthew Poncelet (Sean Penn). Suor Helen fa visita a Matthew in carcere: l’uomo verrà giustiziato per avere brutalmente assassinato una giovane coppia insieme a un complice, dopo aver violentato la ragazza. Matthew però continua a proclamarsi innocente, sostenendo che il vero colpevole sia il suo compare, il quale se l’è “cavata” con un ergastolo.

Suor Helen non è pienamente convinta della versione di Matthew, tuttavia, mossa da pietà cristiana, tenta di rinviare il giorno dell’esecuzione. Ma è lo stesso condannato a non aiutarla: si dichiara infatti razzista e terrorista, facendo sì che tutti biasimino la suora per il suo aiuto a un individuo così spregevole. Nonostante la frustrazione che deriva da ciò, suor Helen decide di continuare a stare accanto a Matthew, nella speranza di redimerlo. Ne varrà la pena o Matthew si rivelerà il mostro che tutti credono? Da che parte sta la verità?

Curiosità

  • Il film è basato sull’omonimo romanzo autobiografico di suor Helen Prejean.
  • Nella colonna sonora del film c’è la canzone Dead Man Walking di Bruce Springsteen, oltre a brani di Eddie Vedder, Patti Smith, Johnny Cash e Tom Waits.
  • Il crescendo emotivo che porta al finale è stato indubbiamente creato per suscitare un senso di disgusto e un conseguente profondo disappunto verso la pratica della pena di morte, contro la quale il regista e sceneggiatore Tim Robbins, sua moglie Susan Sarandon e il loro amico Sean Penn si battono da sempre come attivisti politici, ben noti sotto questo profilo, soprattutto presso l’opinione pubblica degli USA.
  • Con un budget di 11 milioni di dollari, la pellicola ne ha guadagnati circa 83 milioni, diventando così un gran successo al botteghino.
  • Per i loro ruoli nel film, Susan Sarandon e Sean Penn si sono aggiudicati rispettivamente l’Oscar alla Migliore attrice protagonista e l’Orso d’argento al Festival di Berlino del 1996. La Sarandon ha vinto anche il David di Donatello come miglior attrice straniera, oltre agli Screen Actors Guild Award nella stessa categoria.

Non siamo angeli

Tre detenuti evadono rocambolescamente dal carcere, poi si separano. Jim e Ned, bonaccioni e inoffensivi rispetto al più malvagio Bobby, arrivano in un sperduto paesino dove vengono scambiati per due sacerdoti. Remake dell’omonimo film di Michael Curtiz, girato nel ’55 con Humphrey Bogart e Peter Ustinov, con numerose variazioni rispetto all’originale. Poco riuscito, nonostante i grandi nomi messi in campo, tra i quali David Mamet, autore della sceneggiatura. De Niro, tutto mossette, gigioneggia senza controllo, mentre Penn, leggermente superiore al collega, sembra in più di un’occasione fargli il verso. Incolore la regia di Neil Jordan, al secondo flop consecutivo dopo il sottovalutato High Spirits.
(andrea tagliacozzo)

Accordi e disaccordi

Dopo aver tentato di aggiornare il proprio cinema con passerelle di star e autoanalisi spietate quanto compiaciute, Woody Allen pensa bene di rifugiarsi nella sua più autentica passione: il jazz. Accordi e disaccordi è il ritratto di Emmet Ray, personaggio di fantasia definito da critici veri come «il miglior chitarrista del mondo dopo Django Reinhardt». Come già in Zelig , l’artificio serve ad Allen per raccontare la verità dell’ossessione, ma qui le ambizioni sono più limitate: attraverso la figura di Ray, genio sconclusionato e immaturo, pateticamente ridicolo quando non impugna una chitarra, passa evidentemente una riflessione sul rapporto arte-vita che però non appesantisce mai né il racconto né il divertimento. Ai critici non è piaciuto e in America è stato un flop, ma è il miglior Allen dai tempi di Crimini e misfatti. I jazzofili apprezzeranno lo score di Dick Hyman e la gustosissima ricostruzione di un soundie, cioè uno di quei cortometraggi musicali in voga negli anni Trenta e Quaranta. (luca mosso)

21 Grammi

Paul Rivers è un professore di matematica, cardiopatico, cui resta solo un mese di vita. Sua moglie vuole un figlio da lui, e vuole ricorrere all’inseminazione artificiale. Cristina Peck è moglie e mamma con un bravo marito Michael e due bellissime bambine, anche se in gioventù non deve essere stata una santa. E poi c’è Jack Jordan, un balordo che ha fatto dentro e fuori dalla galera e che è diventato un integralista cattolico (altro che islamici…) al limite del ridicolo. Tre vite, tre famiglie, tre storie. Che fatalmente si intrecciano. Perché il balordo sul suo furgoncino con la scritta «Jesus loves you» prende a tutta velocità una curva, investe il marito e le bambine di Cristina e li uccide. Il cuore di Michael viene donato a Paul che sopravvive. E sarà proprio lui ad andare a cercare Cristina per saperne di più su chi gli ha ridato la vita. I due finiranno uno tra le braccia dell’altra, mentre lo sconclusionato Jack…

Alejandro González Iñárritu è l’acclamato autore messicano di
Amores Perros
(1999) che affronta anche questa volta la vita e i suoi tristi casi. Al centro della vicenda, un incidente automobilistico che stronca la vita a tre persone, la illumina a un’altra, la stravolge a una terza. Queste tre vite (moltiplicate poi per i vari componenti delle tre famiglie) si frantumano come nell’andamento, frammentario e spezzato, del film che procede per quadri, per flash back senza alcuna linearità temporale (e con qualche fastidio per lo spettatore). Nella provincia americana più anonima e più normale (all’inizio il film doveva essere ambientato in Messico) con le villette a schiera, l’oratorio, il furgoncino molto Usa, i motel… Iñárritu mette insieme tanti temi scottanti: i trapianti (ma niente a che e vedere con le emozioni trasmesse da Almodovar), gli incidenti stradali, il fanatismo religioso (irritante ai limiti della sopportazione), l’inseminazione artificiale, la disoccupazione… La morte. Ecco in questo film dal ritmo sostenuto (quasi tutte le riprese sono state fatte con una cinepresa a spalla per accentuare nelle intenzioni degli autori l’atmosfera di tensione e l’immediatezza) manca l’emozione, manca il coinvolgimento. Si guardano tragedie inenarrabili (una mamma che perde le sue bambine, un uomo rantolante che sa di avere le ore contate…) e si rimane freddi. Forse perché le tragedie sono un po’ troppe. E anche l’amore è disperato. Le vie d’uscita – quasi tutte – sono bloccate. Ma è la filosofia di Iñárritu: «Questo film – ha dichiarato – medita su alcune difficoltà della vita: la perdita, l’assuefazione, l’amore, la colpa, la coincidenza, la vendetta, l’obbligo, la fede, la speranza e la redenzione. Mi piacciono i personaggi sfaccettati e contraddittori, come sono io e come, credo, sono tutti gli esseri umani che conosco. Nessuno è semplicemente buono o cattivo. Tutti noi galleggiamo in un immenso universo di circostanze, mi piace mostrare la debolezza e la forza dei miei personaggi, senza giudicarli, perché solo allora essi riescono a rivelare la propria condizione umana».
21 Grammi
è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2003: Sean Penn per la sua interpretazione si è aggiudicato la Coppa Volpi come miglior attore. E davvero Penn è strepitoso riuscendo a passare, in modo assolutamente convincente, dalla parte del marito annoiato a quella del moribondo, dell’uomo fragile e disperato a quello dell’amante forte e protettivo. Bravi anche Naomi Watts
(Mulholland Drive, The Ring)
e Benicio Del Toro (Oscar per
Traffic).
Il titolo merita una spiegazione. quei 21 grammi sarebbero il peso che un essere umano perde nel momento del trapasso. Il peso dell’anima, insomma. «Il peso di cinque nichelini uno sopra l’altro. Il peso di un colibrì. Il peso di una barretta di cioccolata…».
(d.c.i)

Into the Wild

La storia vera di Christopher McCandless, un giovane brillante e di famiglia borghese che il giorno stesso della sua laurea decide di fuggire dalla realtà di plastica nella quale è cresciuto e di andare alla ricerca della verità e della felicità. Dona i suoi risparmi al OXFAM, un’organizzazione non-profit che combatte la povertà, taglia le sue carte di credito, carica lo zaino con molti libri e poco altro e in autostop lascia l’Arizona girando per gli States per due anni, con destinazione finale l’Alaska. Non lascia tracce, cambia il proprio nome in Alexander Supertramp (ossia super “vagabondo”) e gira per terre selvagge e isolate, incontrando persone e stati d’animo che gli forgeranno il carattere e ne segneranno la vita.

Colors – Colori di guerra

Una coppia di agenti di polizia, formata dal giovane Danny e dal più anziano Bob, ha l’ingrato compito di presidiare una delle zone più turbolente di Los Angeles, terra di scontro tra due bande giovanili. Mentre il secondo prova a stabilire un contatto umano con i criminali, il primo preferisce usare metodi più irruenti. Quarto film da regista dell’attore Dennis Hopper, uno dei suo migliori, anche grazie a una buona sceneggiatura (firmata da Michael Schiffer) e all’ottima prova dei due protagonisti.
(andrea tagliacozzo)