La Favorita

Un successo al Festival del cinema di Venezia

mame cinema THE FAVORITE - IL FILM PREMIATO A VENEZIA emma stone
Emma Stone in una scena del film

Tra i film premiati alla 75° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia c’è anche The Favourite, film in costume diretto da Yorgos Lanthimos. L’attrice Olivia Colman, infatti, si è aggiudicata la Coppa Volpi per il ruolo della regina Anna nel film. La pellicola, inoltre, ha ottenuto il Gran Premio della Giuria. Un ottimo successo, insomma, per questo film ambientato nel XVII secolo nel Regno Unito.

Fanno parte del cast anche l’attrice premio Oscar Emma Stone e Rachel Weisz, altro volto noto di Hollywood. La colonna sonora del film è a cura di Komeil S. Hosseini e la sceneggiatura si basa da un copione originale di Deborah Davis e Tony McNamara.

Olivia Colman ha dichiarato che interpretare la regina Anna è stato «una gioia perché è un personaggio che sente tutto». Ha poi aggiunto: «Lei (il personaggio della regina Anna) è semplicemente una donna insicura che non sa se qualcuno la ama genuinamente. Ha troppo potere, troppo tempo nelle proprie mani».

Emma Stone, invece, ha dichiarato che la difficoltà maggiore per questa interpretazione è stata adattare l’accento in base all’epoca rappresentata: «Il film è ambientato nel 1705, cioè 300 anni prima di qualunque epoca in cui mi sia mai calata. Quindi, è stato difficile su diversi livelli – come per esempio sembrare davvero britannica».

The Favourite

Durante il governo della regina Anna del Regno Unito, viene rappresentata la complessa relazione fra tre donne: la sovrana, la sua amica Sarah Churchill (Rachel Weisz) e la cugina della regina Abigail Masham (Emma Stone). Tra Sarah e Abigail nasce una grande rivalità per il ruolo di favorita della sovrana. Quale delle due otterrà l’ambito ruolo?

Inizialmente, il ruolo di Sarah Churchill sarebbe dovuto essere di Kate Winslet, ma nell’ottobre 2015 Rachel Weisz l’ha sostituita. The Favourite, quindi, è la terza collaborazione tra Lanthimos, la Colman e la Weisz: i tre infatti hanno lavorato insieme anche in The Lobster (2015). Rispettivamente nel febbraio e nel marzo del 2017, Nicholas Hoult e Joe Alwyn si sono uniti al cast.

Un bacio romantico

Dopo la dolorosa rottura di una storia d’amore, Elizabeth (Norah Jones) parte per un viaggio attraverso l’America. Si lascia alle spalle i ricordi, un sogno e un nuovo amico (Jude Law) e va in cerca di una cura per il suo cuore spezzato. Durante il viaggio, Elizabeth lavora come cameriera e fa amicizia con diversi clienti – fra i quali un poliziotto tormentato (David Strathairn) e la moglie che l’ha lasciato (Rachel Weisz), e una sfortunata giocatrice d’azzardo (Natalie Portman) con un grosso debito da saldare.

About a boy

TRAMA

Will è un ricco londinese. Vicino ai quarant’anni, single e frequentatore di locali alla moda, vive di rendita grazie ai diritti su una famosa canzone di Natale composta dal padre molti anni prima e che lui odia profondamente. Il passatempo preferito di Will? Cercare nuove conquiste femminili. Infatti un giorno si reca ad un incontro per genitori single fingendosi un ragazzo padre per cercare di abbordare qualche madre desiderosa di compagnia. Invece si troverà coinvolto nella vita di una di queste e, soprattutto, di suo figlio, Marcus con il quale Will istaurerà un rapporto capace di cambiargli la vita per sempre.

Tratto dal best seller omonimo di Nick Hornby, About a boy, diretto dai fratelli Weitz nel 2002, è una commedia gradevole, divertente e che fa anche riflettere. Una pellicola il cui titolo può essere riferito ai due protagonisti: Will e Marcus.  Tutto è costuito sul rapporto tra i due “ragazzi” e il loro reciproco e diverso confronto con la solitudine. Will è un uomo immaturo, egocentrico e superficiale senza nessun vero amico: una persona sola per scelta e convinzione. Marcus, invece, è un ragazzino solo ed emarginato che, al contrario di Will, non vorrebbe esserlo. Le due solitudini si incontrano e si aiutano cambiandosi reciprocamente. About a boy è una commedia di spessore che veicola un messaggio semplice ma intenso: nessun uomo è un isola. Un Hugh Grant in stato di grazia e un bravissimo, e allora giovanissimo, Nicholas Hoult.

CURIOSITÀ SU ABOUT A BOY

Brad Pitt e Emma Thompson rifiutarono di far parte del cast.

Il giovane Marcus, in un monologo ad inizio film, cita il Il sesto senso. Curiosamente l’attrice che iterpreta la madre di Marcus, Toni Collette, fu anche interprete della mamma di Haley ossia il ragazzino che vedeva la gente morta, protagonista del film di Shyamalan.

La mummia – Il ritorno

1933, Londra. Un legionario e un’egittologa vivono a Londra dove allevano il loro bambino. La vita tranquilla della famigliola viene sconvolta quando il corpo mummificato nel 1000 a. C. del sacerdote Imhotep ritorna alla vita per ricominciare la sua diabolica richiesta di immortalità… Dopo l’incredibile successo di due anni fa, il seguito de
La mummia
dovevamo aspettarcelo. A scanso di equivoci si intitola
La mummia – Il ritorno
e lo firma di nuovo, come regista e come sceneggiatore, uno
yes-man
del calibro di Stephen Sommers che sembra aver così scoperto un’inesauribile gallina dalle uova d’oro. Eppure Sommers, cineasta non proprio originale ma brillante, aveva firmato l’interessante e davvero pauroso Stephen
Deep Rising
che si potrebbe vantaggiosamente recuperare in videocassetta per confrontarlo con questi recenti lavori. Quello che si deve rimproverare alle due
Mummie
infatti è proprio la scarsa vocazione orrorifica. È però vera una cosa:
La Mummia – Il ritorno
è più divertente del film precedente, pur mantenendosi sempre nell’ambito di uno spettacolo freddo e programmato. Rispetto ai modelli del passato, dall’originale interpretato da Boris Karloff (regia di Karl Freund, anno 1932) al remake interpreto da Christopher Lee (regia di Terence Fisher, anno 1959), anche a questo secondo episodio manca la preziosa semplicità ed essenzialità che rende inimitabile un classico.

Fra effetti speciali digitali da luna-park e grande consapevolezza del patchwork,
La mummia – Il ritorno
esibisce piuttosto una parentela con il ciclo di Indiana Jones. Così, il piede resta perennemente sull’acceleratore e l’umorismo, lungi dal frustrare lo spavento come nell’opera precedente, diventa un ingrediente primario. Il risultato è che non ci troviamo più nei paraggi di un film dell’orrore, bensì di una commedia avventurosa leggera e leggermente irritante. E di cui, senza per questo pretendere di essere dei veggenti, siamo pronti ad attenderci tra uno o due anni un terzo capitolo. Frattanto, si accettano scommesse.
(anton giulio mancino)

Certamente, forse

Will è un papà poco più che trentenne alle prese con il divorzio: viene preso alla sprovvista quando sua figlia Maya comincia a fargli domande sulla sua vita prima del matrimonio. Maya vuole sapere assolutamente tutti i particolari di come i suoi genitori si sono conosciuti e innamorati. La storia di Will inizia nel 1992 quando era un giovane aspirante politico dagli occhi splendenti e pieni di speranza trasferitosi a New York dal Wisconsin per lavorare alla campagna presidenziale. Per Maya, Will fa rivivere il suo passato da giovane idealista che impara dettagli e retroscena della politica di una grande città e racconta la storia delle sue relazioni sentimentali con tre donne molto diverse tra loro.

Agora

Alessandria d’Egitto. Siamo nella metà del IV secolo dopo cristo e cristiani, pagani ed ebrei riescono a convivere anche se in un equilibrio sempre più precario. La città é un rinomato centro per la ricerca scientifica ed é ricco di personaggi di comprovata intelligenza, tra i quali spicca Ipazia, filosofa e figlia a sua volta di un filosofo e geometra. La donna é molto affascinante e la sua cultura unita alla sua bellezza fanno perdere la testa al suo schiavo Davus, che dovrà scegliere tra la sua passione per la donna e la possibilità di diventare un uomo libero unendosi ai cristiani, che con la forza stanno cercando di prendere il controllo della città…

Amenábar ha suscitato qualche polemica per il fatto di descrivere i cristiani come fanatici sanguinari, molto simili ai talebani di oggi. Peccato, però, che la forma del kolossal non sia la più adatta a trasmettere idee: i personaggi sono scoloriti e convenzionali e la ricostruzione storica non è memorabile.

Il nemico alle porte

Un film sulla battaglia di Stalingrado era il grande progetto irrealizzato di Sergio Leone. Affrontare una simile impresa è toccato invece a un regista per tutte le stagioni come Jean-Jacques Annaud, che dopo Il nome della rosa e Giovanna d’Arco sembra essersi specializzato in kolossal pseudo-storici con cast internazionali. E il risultato è una sorta di thriller bellico dove c’è praticamente di tutto: lo spettacolo esaltante e macabro della guerra, lo scontro individuale vissuto attraverso i cannocchiali di due fucili di precisione, il sacrificio di un popolo, i personaggi storici, la critica ideologica e la vicenda d’amore e di gelosia tradotta nel classico triangolo che unisce e lega due uomini alla stessa donna. Il nemico alle porte è un film senz’anima o, piuttosto, con troppe anime. Nei primi quindici minuti contende a Salvate il soldato Ryan il primato dei morti ammazzati in battaglia, tutti in bella vista accatastati come in un mattatoio. Poi comincia a farsi strada l’ex contadino russo Vasili Zaitsev (Jude Law), che al fronte ha scoperto un’autentica vocazione da cecchino, diventando – attraverso le corrispondenze del commissario politico Danilov (Joseph Fiennes) – un eroe nazionale capace con la sua leggenda di tenere alto il morale all’esercito sovietico assediato. A questo punto, mentre le complicazioni sentimentali e politiche hanno già messo radici, inizia il terzo e appena più convincente capitolo della saga: il duello tra Vassili e l’aristocratico maggiore Konings (Ed Harris), cecchino d’eccezione proveniente direttamente da Berlino per eliminare l’eroe.
La vicenda, tratta dal romanzo omonimo di William Craig, dovrebbe essere vera, ma così come viene riproposta non potrebbe risultare più incredibile. Annaud non sa legare i momenti privati alle imponenti pagine storiche, ostenta scenari devastati con un’enfasi smorzata dalla visibile artificiosità della grafica digitale, diluisce l’intrigo con digressioni a non finire e poi pretende di ricattarci con tragedie di bambini uccisi o di eroine votate al sacrificio. E, come se non bastasse, condisce il tutto con un motivo musicale scopiazzato a Schindler’s List . Il risultato alla fine è modesto. (anton giulio mancino)

Amabili resti

Susie Salmon viene brutalmente assassinata a soli 14 anni mentre torna a casa da scuola in un pomeriggio di dicembre del 1973. Dopo la morte, Susie continua a vegliare sulla sua famiglia mentre il suo assassino è ancora libero. Intrappolata in una dimensione onirica fra cielo e terra, Susie si ritrova a dover scegliere fra la sete di vendetta e il desiderio di vedere guarire i suoi cari. Uno sconvolgente omicidio diventa un viaggio ricco di suspense e immaginazione nei meandri della memoria, dell’amore e della speranza, fino allo struggente finale.

The constant gardener – La cospirazione

L’attivista politica Tessa Qualyle viene trovata assassinata in una remota area del Kenya. La scena del crimine fa pensare a un delitto passionale: inoltre, alcuni testimoni dichiarano di aver visto un medico, l’amante della donna, allontanarsi di corsa dal posto. Il marito di Tessa, fino a ora ai ferri corti con la donna a causa della sua infedeltà, inizia un’indagine per scoprire i responsabili della sua morte. Verranno a galla dinamiche che coinvolgono un’importante multinazionale farmaceutica.

Io ballo da sola

Lucy torna nella villa in Toscana dove è cresciuta per scoprire chi è il suo vero padre. In una comunità internazionale di ricchi annoiati, troverà invece l’amore. Bertolucci torna a raccontare una storia italiana dopo quindici anni, con aria distesa e occhio giovanissimo. Riunisce un cast bizzarro da vecchio cinefilo (da Jeremy Irons a Jean Marais a Stefania Sandrelli) e filma con curiosità lo schiudersi della bellezza nel corpo di Liv Tyler. Libero dalle sovrastrutture ideologiche che altrove lo ingabbiano, dà libero sfogo a un piacere di raccontare che si è visto in poche altre pellicole del decennio. Un film solare, un film di morte. E una descrizione di ricchi intellettuali che ad alcuni ha ricordato addirittura La regola del gioco di Renoir. Un film giovane, da conservare per i decenni a venire. (emiliano morreale)

La mummia (1999)

La mummia

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Imhotep e Anck-su-namun

Diretto da Stephen Sommers, La mummia (1999) ha inizio nell’antico Egitto, precisamente nel regno del Faraone Seti I (Aharon Ipalé). Il suo alto sacerdote Imhotep (Arnold Vosloo) ha una relazione segreta con Anck-su-namun (Patricia Velasquez), l’amante del Faraone. Il sovrano però li scopre e i due lo uccidono.

Sapendo che tale atto li ha condannati, Anck-su-namun decide di suicidarsi per dargli il tempo di fuggire, consapevole del fatto che Imhotep potrà riportarla in vita grazie al Libro dei Morti. Ma proprio mentre il sacerdote compie il rito, le guardie reali irrompono nel tempio e impediscono la resurrezione della donna. Imhotep e i suoi seguaci vengono catturati e torturati. Ma è proprio Imhotep a subire la pena più terribile: gli viene mozzata la lingua e viene sepolto vivo, con numerosi scarafaggi carnivori addosso. Tale rituale scatena una maledizione: chiunque riporterà in vita il sacerdote scatenerà le sette piaghe d’Egitto e lo renderà immortale.

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Il ritrovamento del sarcofago di Imhotep

Molti secoli dopo, nel 1923, Evelyn e John Carnahan (Rachel Weisz e John Hannah) si trovano al Cairo, dove trovano un misterioso cofanetto. Essendo un’appassionata egittologa, Evelyn chiede dunque informazioni sull’oggetto a colui che lo ha trovato, Rick O’Connel (Brendan Fraser). Dopo averlo salvato dall’impiccagione, Evelyn si fa guidare da Rick verso Hamunaptra, la leggendaria città egiziana che cela innumerevoli tesori, ma anche terribili minacce. Infatti, nel tentativo di trovare il Libro D’Oro di Amon Ra, Evelyn, Rick e Jonathan si imbattono nel sarcofago di Imhotep. Un’altra squadra di esploratori presente sul posto riesce invece a riesumare il Libro dei Morti, oltre ai vasi canopi di Anck-su-namun.

Evelyn, incapace di trattenere la curiosità, legge la formula di resurrezione del Libro dei Morti, riportando involontariamente Imhotep in vita. E a questo punto, la maledizione della mummia si abbatte sull’Egitto e sul mondo intero. Riusciranno i protagonisti a fermare Imhotep prima che riesca a dominare l’umanità?

Curiosità

  • Il film è il remake de La mummia (1932), diretto da Karl Freund nel 1932 e con Boris Karloff nel ruolo di Imhotep. Il nome di Ardeth Bey nel film di Karl Freund era lo pseudonimo usato da Imhotep, qui è il nome del comandante degli Horas.
  • Le riprese sono state effettuate fra l’Arizona, il Marocco, l’Egitto e l’Inghilterra, oltre che in molte altre località.
  • La pellicola ha incassato 10.680.651 € in Italia, 155.385.488 $ negli Stati Uniti e 415.933.406 $ in tutto il mondo.
  • Il film fa parte di una trilogia che comprende La mummia – Il ritorno (2001) e La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone (2008). Il secondo film ha inoltre avuto uno spin-off, Il Re Scorpione, che a sua volta ha generato un prequel, Il Re Scorpione 2 – Il destino di un guerriero, e due sequel, Il Re Scorpione 3 – La battaglia finale e Il Re Scorpione 4 – La conquista del potere.

L’albero della vita

Racconto dell’odissea di un uomo che lotta per salvare la sua amata. Prima vive come Tomas, un conquistador spagnolo del Sedicesimo secolo impegnato nella ricerca della Fonte della Giovinezza per la sua Regina. Poi è Tommy Creo, un medico dei giorni nostri che si affanna nello studio di una cura contro il cancro per salvare la moglie Isabel. Infine è un astronauta del ventiseiesimo secolo in viaggio attraverso i segreti dell’Universo. Tre storie accomunate da una singola verità.

Ambizioso e fallimentare poema onirico sul tema dell’amore e della morte, scopertamente influenzato dal surrealismo e dallo stile dei fumetti. il regista-sceneggiatore di Pi – Il teorema del delirio ha coltivato questo progetto per anni, fronteggiando defezioni di produzioni e star, ma ne è uscito un pasticcio che si offre masochisticamente alla derisione.  A essere sbagliata è proprio l’idea di partenza: fondere la tradizione del mèlo fantastico anni Quaranta, puzzle temporali cyberpunk e misticismo insulso new age. Si salva solo la colonna sonora di Clint Mansell.

Reazione a catena

Un tecnico che sta lavorando a un progetto sull’energia a idrogeno è accusato di aver provocato una devastante esplosione e fugge con una sua collaboratrice. Ma cosa c’è davvero dietro tutti questi loschi traffici? Assurdo e poco ispirato mix di azione, inseguimenti e spunti di thriller politico, che riesce a stento a essere credibile.

La giuria

La vedova di un uomo assassinato a colpi di pistola affida a un esperto avvocato la causa intentata nei confronti di una casa produttrice di armi, da essa ritenuta responsabile della morte del marito. Per meglio difendersi in tribunale, l’azienda ingaggia un consulente incaricato di studiare i singoli membri della giuria per cercare di influenzarli nel modo più efficace. Ma uno dei giurati è tutt’altro che disinteressato nei confronti dell’esito del processo…

Ennesimo legal-thriller tratto da un romanzo di John Grisham,
La giuria
è il quinto film di Gary Fleder, autore dell’ottimo esordio di
Cosa fare a Denver quando sei morto
e dei trascurabili
Il collezionista, Don’t Say A Word
e
Impostor.
Stavolta ai tradizionali protagonisti delle pellicole ambientate in tribunale (l’avvocato leale, il faccendiere e così via) si affiancano i giurati, coloro che dovranno decidere delle sorti del processo e, inevitabilmente, del finale del film. Anche se nel romanzo di Grisham si parlava di sigarette, il «cattivo» è stato trasformato dagli sceneggiatori in un’azienda produttrice di armi, forse perché una causa intentata contro un gigante del tabacco era già stata raccontata, e molto bene, da
The Insider
di Michael Mann. La sceneggiatura tiene a bada i colpi di scena in maniera efficace e gli attori, a partire da Dustin Hoffman (l’avvocato buono) e Gene Hackman (il consulente cattivo) svolgono il loro compito con mestiere. Purtroppo, come nel caso dei precedenti romanzi di Grisham portati sullo schermo, il film fa rimpiangere il libro e la sua maggiore accuratezza nel descrivere la psicologia dei personaggi. Un film da consigliare solo agli appassionati del genere.
(maurizio zoja)