Fratello, dove sei?

Nel Mississippi degli anni Trenta, tre detenuti evasi condividono una serie di avventure e inavvertitamente diventano un’attrazione canora interpretando vecchi classici musicali. Adattamento deliziosamente eccentrico dell’Odissea di Omero, pieno di idee ingegnose, musica irresistibile e dialoghi taglienti. Sceneggiatura di Ethan e Joel Coen; il titolo deriva da I dimenticati di Preston Sturges. Innovativo l’uso del colore del direttore della fotografia Roger Deakins. Super 35. Due nomination agli Oscar.

Thirteen

Ingenua tredicenne con interessi da adolescente, Tracy diventa amica di Evie, la ragazza più attraente e popolare della scuola. Lentamente ma inesorabilmente, sesso, droga e autolesionismo entreranno nella sua vita, sconvolgendo il suo fino a quel momento sereno rapporto con la madre, gli insegnanti e i vecchi amici.

Vincitore del Director’s Award all’ultimo Sundance Festival,
Thirteen
è l’opera prima della giovane regista Catherine Hardwicke, coadiuvata nella stesura della sceneggiatura dalla quindicenne Nikki Reed, l’attrice che nel film interpreta il ruolo di Evie. Ancora prima della sua uscita il film ha scatenato ampi dibattiti su diversi giornali italiani. «Ma i tredicenni sono davvero così?» era la domanda più ricorrente. Cocaina, furti, violenza priva di qualsiasi scopo non fanno parte della vita della maggior parte dei giovanissimi. Eppure, guardando questo film, si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un ritratto sincero e non a un prodotto confezionato con il solo scopo di scioccare il pubblico. Forse perché la solitudine di cui le protagoniste sono vittime è tipica della società contemporanea.
Thirteen
non sciocca. Piuttosto mette ansia al pensiero che la mancanza di punti di riferimento possa essere colmata esclusivamente comportandosi come adulti viziosi e che nemmeno una madre un po’ fricchettona ma di buon senso, ben interpretata da Holly Hunter, possa influenzare la propria figlia più della sua nuova amica del cuore.

Le cose che so di lei

Rodrigo García è il figlio di Gabriel García Márquez. È bene saperlo, se non altro per rispondere a una domanda che sorge spontanea: come fa un «giovane» alla sua prima prova come regista a raccogliere le firme di un cast stellare come quello che vanta
Le cose che so di lei?
Sinceramente, e fuori da ogni pregiudizio, l’unica risposta risiede nell’affermazione iniziale. Glenn Close, Cameron Diaz, Holly Hunter da sole valgono tre film con incassi sicuri al botteghino. Qui tutte insieme, ma separatamente, non riescono a tenere neanche tre cortometraggi, nonostante lo script sia, non a caso, costituito da alcuni brevi racconti intrecciati, nei quali vengono presentati i ritratti di sei donne: una ginecologa, una detective, una direttrice di banca, una cartomante, una madre single, una donna cieca, tutte alle prese con i problemi della vita moderna, nella solitudine del quartiere di San Fernando Valley a Los Angeles. Un’antologia drammatica che è cresciuta come un mostro tra le mani del povero Rodrigo. Subito dopo aver vinto nel 1999 il premio Sundance-International Filmmakers, ha ricevuto le attenzioni di Jon Avnet che, nelle vesti di produttore, gli ha proposto di realizzare il film. Per incanto è piombata l’adesione di Glenn Close, che dice di non aver resistito all’avvincente sceneggiatura di Rodrigo («A pagina 5 ho detto: lo faccio»), e a seguire quella di Holly Hunter, di Cameron Diaz e così via. Ora, sarebbe stato difficile anche per un regista navigato come Robert Altman riuscire a contenere in una pellicola la bravura di queste «corazzate» hollywoodiane: figuriamoci per un giovane alle prime armi, sebbene figlio d’arte… Il risultato non fa che dimostrarlo e a commento viene in mente il detto popolare, saggezza vera, «Dio dà il pane a chi non ha i denti». Qui in verità più che di pane si trattava di prelibate focaccine speziate, che nel «gran cesto» di questo film non hanno reso la flagranza che ci si aspettava.
(dario zonta)

Arizona Junior

Commedia formidabilmente eccentrica su una strana coppia (Cage nei panni di un rapinatore cronico di minimarket e la Hunter in quelli di un ex ufficiale di polizia) che, non potendo avere un bambino proprio, decide di rapire uno fra cinque gemelli. Un senso dell’umorismo così aggressivamente stravagante potrà non essere per tutti i gusti, ma è un inebriante mix di ironia e “slapstick”. Attenzione alle scene di inseguimento! Scritto da Ethan e Joel Coen; vivace fotografia di Barry Sonnenfeld e musica di Carter Burwell.

Gli Incredibili

Film della Pixar in animazione computerizzata: una famiglia di supereroi vive sotto un programma di protezione testimoni e deve reprimere i propri superpoteri… finché un anonimo cliente si rivolge a Mr. Incredibile per avere una mano. Inizia come una commedia tagliente, poi si trasforma in un film d’azione stile fumetto: ne consegue uno slittamento del tono e un allungamento della storia, ma alla fine tutto va a posto. Il regista-sceneggiatore Bird fornisce la voce alla designer Edna Mode, e vi è un cammeo (che è anche un tributo) di Frank Thomas e Ollie Johnston, leggendari “cartoonist” della Disney. Oscar come miglior film d’animazione e per gli effetti sonori. Digital Widescreen.

Il socio

Benché di sicuro non il miglior lavoro di Sydney Pollack, con il passare del tempo Il socio – tratto dal solito, arzigogolato legal-thriller di John Grisham – acquista spessore e rischia di apparire un buon film. Anzi, sebbene pieno di passaggi narrativi improbabili e di personaggi un po’ troppo sopra le righe, «è» un buon film. E, soprattutto, a risultare sempre meno fantapolitica e sempre più attinente alla realtà, è l’idea centrale del giovane avvocato in carriera che si vede lautamente remunerato da uno studio legale che si occupa delle cause del crimine organizzato. Ovviamente, la sua sarà una carriera irreversibile. Pena: la morte. Sorvolando sugli aspetti sensazionalistici, vanno messi in conto – positivamente – lo spirito anarcoide che spinge il protagonista a guardarsi sia dai gangster che dall’Fbi, la convinzione che per fermare l’apparato criminale occorre innanzitutto arrestare gli avvocati e il postulato, sotteso, che un vistoso benessere implica sempre affari assai loschi. Niente male per una parabola sulla perdita delle certezze e dello spazio privato, confezionata da uno dei grandi intimisti hollywoodiani. Eppoi, come non ammirare l’accoppiata Tom Cruise-Sydney Pollack, che preannuncia l’exploit kubrickiano di Eyes Wide Shut ? Ottima la colonna sonora di Dave Grusin. (anton giulio mancino)

Lezioni di piano

Evocativa, imprevedibile storia d’amore e di sesso raccontata dal punto di vista di una donna. Nel tardo XIX secolo una donna scozzese, sua figlia illegittima (Paquin), e il suo amato pianoforte giungono nella remota Nuova Zelanda per un matrimonio combinato con l’agricoltore Neill. Poi la testarda donna (Hunter) — che è rimasta muta dall’infanzia — stringe un accordo con il malinconico vicino di casa (Keitel) — un uomo convertito ai Maori — in cui c’entra il pianoforte e che porta a conseguenze rivelatrici per l’intera comunità. La sceneggiatrice e regista Campion ha confezionato una favola altamente originale, mostrando la tragedia e il trionfo che la passione erotica può portare nella vita quotidiana di una persona. Hunter e Paquin hanno entrambe vinto l’Oscar per le loro interpretazioni, la Campion per la sua sceneggiatura. Nomination in ben altre cinque categorie, tra cui Miglior Regia.

Moonlight Mile – Voglia di ricominciare

Primi anni Settanta, gli Usa sono in piena guerra del Vietnam, intere generazioni di giovani mandati al fronte. Nel New England due genitori e un fidanzato (Jake Gyllenhaal) stanno per seppellire una ragazza uccisa per errore in un bar. Tutta la città è sconvolta, ma il fidanzato della vittima sembra sapere qualcosa che gli altri non sanno. A giorni si dovevano sposare e poi lavorare insieme nella ditta del padre (Dustin Hoffman), un’agenzia immobiliare e commerciale. La madre (Susan Sarandon), scrittrice, si chiude in se stessa, senza dare cenni di ripresa, mentre il padre si immerge immediatamente nel lavoro, coinvolto e coinvolgendo il nuovo socio, quello che doveva essere il genero e che ora appare come un figlio. Si rimane sospesi in una sorta di attesa, aspettando che il ragazzo vuoti il sacco e dica quello che ha dentro. Un dramma che ricorda molto
La stanza del figlio
di Nanni Moretti. L’elaborazione del lutto da parte dei genitori, che non si rassegnano alla perdita della figlia, con sensi di colpa per non essere stati un bravo padre e una brava madre. La figura del ragazzo come seconda chance, per cercare di recuperare gli errori fatti, ma proprio lui aprirà gli occhi ai due adulti. Un cast d’eccezione, ben assortito, con tre Oscar e quindici candidature a fare da richiamo, per un film scritto in maniera troppo retorica e prevedibile.
(andrea amato)

Swing Shift – Tempo di swing

Tentativo fallito di creare una storia di fantasia basata sulla reale esperienza delle casalinghe che diventarono operaie in fabbrica durante la seconda guerra mondiale. Tutte le donne sono interessanti (specialmente la Lahti, in una performance meravigliosa), ma gli uomini non sono profondi e definiti male, e di conseguenza lo è anche il film. La sceneggiatura è accreditata a “Rob Morton”, pseudonimo che cela diversi bravi autori; si dice che mezz’ora del film sia stata girata da un altro regista su insistenza della Hawn, anche produttrice. Una nominatio agli Oscar.

Dentro la notizia

A Washington, l’attraente e ambizioso Tom viene assunto da una importante rete televisiva. Mentre si fa rapidamente strada in qualità di anchorman, s’innamora di Jane, la volitiva e brillante manager del network. Ottima confezione per un prodotto che intrattiene, diverte, ma alla fine si lascia dimenticare con altrettanta facilità. Eccellenti tutti gli interpreti, in particolare Albert Brooks nel ruolo del giornalista televisivo bravo ma di scarsa presenza. Unica nota stonata: il finale con i protagonisti che si rincontrano dopo sette anni. Candidato a sette premi Oscar nel 1987, il film non riuscì ad aggiudicarsi nessuna statuetta. (andrea tagliacozzo)

Always-Per sempre

Mieloso senza ritegno, modulato sulle note di
Smoke Gets in Your Eyes
, è però uno dei lavori in cui la nostalgia di Spielberg per la vecchia Hollywood si fa più limpida, specie nei momenti in cui tralascia il racconto e le sue trappole e si mette a gironzolare sull’aereo, nell’hangar. Senza grandi effetti speciali, un remake di Joe il pilota e di mille altri fantasy avio-consolatori della seconda guerra mondiale (tra cui il capolavoro
Scala al paradiso
di Powell e Pressburger, di cui Spielberg comprò i diritti impedendone per anni la circolazione). Molto anni Novanta, con Dreyfuss che sembra emerso da certi film semitrasgressivi di due decenni prima e uno scialo di vecchi aerei wellmaniani che il regista adora da sempre (
L’impero del sole
,
La missione
). Di gran lunga preferibile allo Spielberg più serio tipo
Soldato Ryan
. Non incassò granché e fu in parte plagiato da Zucker in
Ghost
, che è una schifezza su tutti i fronti e ha la colpa supplementare di aver lanciato Demi Moore.
(emiliano morreale)

Crash

Uno sguardo agghiacciante su coloro che si eccitano davanti agli incidenti automobilistici; zeppo di scene sessualmente esplicite e feticiste. Potrebbe risultare interessante per uno spettatore curioso, ma in breve diventa veramente troppo difficile da reggere. Cronenberg ha adattato questo (inevitabilmente) orrendo film da un romanzo di J.G. Ballard. Scivola via con il passo lento di una Yugo… La versione censurata è tagliata di 10 minuti.

Nove vite di donna

Nove vite narrate con abile piano sequenza dal regista Rodrigo Garcia, figlio dello scrittore colombiano premio Nobel per
Cent’anni di solitudine.
Nove donne – tutte adulte, tra i 35 e i 45 anni – colte in un momento decisivo della loro esistenza. Sandra
(Elpida Carrillo),
detenuta nel carcere femminile di Los Angeles, vive il rimorso per la forzata separazione dalla figlia piccola; Diana
(Robin Wright Penn),
in attesa del primo figlio, ritrova un vecchio amore proprio quando le era parso di averlo finalmente dimenticato; Holly
(Lisa Gay Hamilton)
è

alle prese con un rapporto conflittuale irrisolto col patrigno. Lorna
(Amy Brenneman)
partecipa alle esequie della moglie del suo ex marito sordomuto, scoprendo di non essere mai stata dimenticata; Ruth
(Sissy Spacek)
ha una figlia teenager
(Amanda Seyfried)
che non sa decidersi a spiccare il volo perché non vuole abbandonare i genitori in rotta, mentre la madre, stanca di assistere il marito semiparalizzato ma ancora innamorata di lui, giunge a un passo dal tradirlo; Sonia
(Holly Hunter)
vive un contrastato rapporto di coppia e soffre quando il suo compagno rivela ad amici del suo aborto; Camille
(Kathy Baker)
scopre di non riuscire a dominare i propri istinti, morsa dalla paura mentre si trova in ospedale per l’asportazione di un seno a causa di un tumore. A nulla vale il tentativo di tranquillizzarla del marito
(Joe Mantegna);
infine Maggie
(Glenn Close)
vive sospesa tra la realtà e il ricordo lancinante della figlia morta ancora bambina.

Il film che si è aggiudicato il
Pardo d’oro
al Festival del film di Locarno 2005 è una mirabile galleria di interpretazioni femminili, colte con mano felice da Rodrigo Garcia, sensibile e abile nel fissare sullo schermo alcuni «momenti decisivi» – per mutuare un concetto caro ad Henri Cartier-Bresson – nella quotidianità al femminile. Tuttavia la quantità di vicende che il regista decide di tenere contemporaneamente in equilibrio, come uno spericolato giocoliere, è decisamente eccessivo. Troppo complicato intersecare in maniera credibile le differenti vicende le une nelle altre, come un puzzle a più livelli. Talvolta l’esercizio riesce, talaltra no. Un drastico ridimensionamento delle storie avrebbe giovato all’intreccio e alla coesione dell’opera, dandoci anche il tempo di appassionarci di più alle singole vicende, tutte comunque ben recitate. Ci si consenta però una licenza finale: che sfiga hanno le donne di Rodrigo! Non abbiamo dubbi circa la durezza della vita al femminile, ma vivaddio esistono anche le gioie. Ma in questo film non ve n’è traccia.
(enzo fragassi)

Copycat – Omicidi in serie

Una psichiatra (Weaver) esperta di serial killer vive una traumatizzata esistenza da agorafobica. Collabora con gli efficienti poliziotti Hunter e Mulroney per scovare le tracce dell’ultimo (e più furbo) assassino di San Francisco. Ben fatto, avvincente e piacevole, sebbene ci obblighi — come il concorrente Seven — a entrare nella mente di un criminale più di quanto ci piacerebbe realmente fare. E come molti thriller del genere, non regge a un esame scrupoloso.

Una vita esagerata

Commedia nera su un custode che rapisce la figlia del suo ex capo, un’ereditiera viziata che trova la vita una noia. Nel frattempo due emissari dal Paradiso (Hunter e Lindo) devono trovare il modo di fare innamorare queste due anime predestinate. I fan delle piacevoli star forse saranno più clementi degli altri nei confronti di questa bizzarra, a tratti divertente produzione dal team di Piccoli omicidi fra amici e Trainspotting. Super 35.

Levity

Manual Jordan esce di prigione. Ha scontato diciannove anni per avere ucciso in gioventù un ragazzo, Abner Easley era un giovane studente che lavorava come commesso nel negozio che Manual e altri due suoi compari volevano rapinare. Da allora il commesso è diventato una presenza costante nella sua vita. Ora che è uscito dal carcere, Manual si trova faccia a faccia con il passato. Entra in contatto con la sorella della sua vittima, cerca di instaurare un rapporto con lei senza svelare la sua identità. Intanto lavora come custode presso un centro sociale gestito dal pastore Miles…

Può un uomo che ha commesso il più atroce dei crimini riabilitarsi con la società e con se stesso? Questo l’interrogativo che il film sembra porre. Una storia sulla redenzione dei peccati che si mette dalla parte di Caino, analizzando il suo percorso. Una strada lunga per chi si trascina il peso del rimorso. Il protagonista non può tornare indietro nel tempo ma può aiutare gli altri a non commettere i suoi stessi errori. La pellicola porta a galla anche il problema della rieducazione del criminale: Caino può essere più utile se gli viene permesso di aiutare il suo prossimo. Dal macrocosmo della società, che deve essere protetta e rassicurata, l’obiettivo si sposta sul microcosmo della singola vita umana, che deve essere recuperata, sulla pecorella smarrita che deve essere ritrovata. Dal punto di vista tecnico,
Levity
è un film di istantanee con una bella fotografia. Diciannove anni di prigione sono angoli, muri, soffitti, uno spazio troppo piccolo per un ricordo in movimento. La lentezza è palpabile. Billy Bob Thornton offre il suo viso, le sue espressioni, i suoi capelli lunghi e grigi. E tutto questo basta. Il carcere limita i suoi movimenti e appesantisce i suoi muscoli. La leggerezza diventa un bene inestimabile, l’oro per l’anima e il corpo. In questo senso Thornton ci fornisce un’altra grande prova recitativa. Il regista non riesce però a evitare un finale scontato e il film perde quota in dirittura d’arrivo anche perché vengono un po’ sprecate le potenzialità di personaggi come il pastore Miles (Morgan Freman), lasciando un po’ d’amaro in bocca allo spettatore.
(francesco marchetti)

The Big White

Paul Barnell (Robin Williams) è un tour operator che lavora presso un’agenzia di una cittadina della sperduta e gelida Alaska. Sua moglie Margaret (Holly Hunter) soffre di una rara malattia, la sindrome di Tourette che si manifesta con tic nervosi e incontrollabili espressioni verbali. Paul ama molto sua moglie e la vuole portare a vivere in un luogo più caldo, sperando che il clima mite l’aiuti nello sconfiggere la malattia. Per poter lasciare l’Alaska e i creditori che lo rincorrono, Paul cerca di incassare l’assicurazione sulla vita del fratello Raymond (Woody Harrelson), sparito da cinque anni senza lasciare alcuna traccia, ma la compagnia assicurativa si rifiuta di erogare il pagamento in assenza di un corpo che ne dimostri l’effettivo decesso. Paul non sa più come fare, ma una sera, nel cassonetto di fronte all’agenzia di viaggio, trova il cadavere di uno sconosciuto abbandonato da due killer e, dopo una breve riflessione, decide di allestire una messa in scena ai danni dell’assicurazione: simulare il ritorno improvviso del fratello e poi utilizzare il cadavere per farlo credere morto e incassare il premio più alto dell’assicurazione, un milione di dollari. Ma sul cammino di Paul si intrometteranno il sospettoso agente assicurativo Ted (Giovanni Ribisi), i due killer che rivogliono il cadavere e anche il fratello Raymond, che, tornato dalla sua lunga «vacanza», non accetterà di buon grado la scelta del fratello di arricchirsi con la sua presunta morte.

Fratello, dove sei?

Un galeotto convince due compagni di prigionia a evadere per recuperare un fantomatico tesoro. In realtà vuole tornare dalla moglie, che sta per risposarsi… Una cosa è certa: per concepire la storia di tre forzati in fuga dal bagno penale nell’America rurale e stracciona degli anni Trenta, modellandola nientemeno che sulla Madre di tutti i racconti di viaggio (debito esplicitamente dichiarato nei titoli di testa), bisogna davvero possedere tutta la disinvoltura e lo sprezzo del pericolo dei Coen Bros.: i quali, sarà bene dirlo subito, ne escono ancora una volta vincitori, aggiungendo un tassello solo in apparenza atipico a una filmografia che di capitolo in capitolo va facendosi sempre più corposa e rilevante nel suo incessante processo di attraversamento, rielaborazione e attualizzazione dell’immaginario – non solo cinematografico – americano.
Con Fratello, dove sei?
, le intrusioni del Mito nel cinema dei Coen si espandono fino a occupare l’intero spazio della narrazione. Finora, infatti, se ne erano registrate tracce sparse in film come
Arizona Junior
(il personaggio del motociclista satanico) o
Mr. Hula Hoop
(la cui voce off apparteneva addirittura al Tempo in persona), senza contare la sospensione metafisica che circolava per lo spettrale hotel di
Barton Fink
. Episodi che, accostati al feroce e stralunato iperrealismo di
Blood Simple
e
Fargo
, alla matematica precisione di
Crocevia della morte
e alla beffarda malinconia di
Lebowski
, coprono una gamma di registri narrativi di invidiabile ampiezza. Ma non ci si aspetti, in quest’ultima e ambiziosa alzata di tiro, un pedissequo calco delle stazioni e dei caratteri dell’on the road (o meglio, dell’on the sea) omerico, appena riverniciati in salsa contemporanea: le peregrinazioni dell’impomatato Ulysses Everett McGill e dei suoi compagni di sventura, significativamente in cerca di un tesoro fantomatico e inesistente, li conducono nuovamente a contatto con le mille facce del morbo dell’idiozia, della corruzione, del razzismo e della violenza che squassano il Grande Paese. E a presiedere al loro destino non vi sono nessun Poseidone e nessuna Atena, bensì tuttalpiù una coppia di «divinità» antagoniste laide e volgari, contrapposte ma sconsolatamente identiche, in lotta per un potere tutto terreno (qualche allusione, con un anno di anticipo, a qualche tornata elettorale recente?).

Immerso «deep in the heart of darkest America», come diceva Laurie Anderson, nello scenario di un Sud arcaico e ignorante che non serve solamente a motivare la scelta country & bluegrass della funzionalissima colonna sonora,
Fratello, dove sei?
non inciampa mai su derive banalmente parodistiche, ma gioca la carta della deformazione grottesca alla stregua di un Daumier dei giorni nostri, con una varietà di trovate e di soluzioni di cui sarebbe impossibile fornire qui adeguata e sintetica descrizione. Clooney, Turturro e Nelson (ma anche tutti gli altri) pressoché perfetti, figurine in movimento su uno sfondo assolato reso sinistramente livido e giallastro dalla fotografia di Roger Deakins. Forse non il capolavoro di Joel & Ethan, ma sicuramente un’esperienza che riconcilia con il cinema.
(marco borroni)