Il crimine di padre Amaro

Ansioso di cambiare il mondo, il giovane Amaro prende i voti, in parte per seguire la propria vocazione, in parte per il rapporto di amicizia che lo lega al vescovo. Sollecitato da quest’ultimo, Amaro si reca presso la chiesa della città di Los Reyes, Aldama, per acquisire, sotto la supervisione di Padre Benito, la preparazione necessaria ad affrontare gli studi a Roma. A Los Reyes il giovane conosce la devota, innocente e sensuale Amelia, figlia di Sanjuanera, della quale a poco a poco si innamora sfidando il destino che gli imporrebbe il celibato. Intorno a questa vicenda si intrecciano le vite parallele degli altri sacerdoti e dei loro parrocchiani. Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Josè Maria Eca de Queiroz, scritto nel 1875 in Portogallo, Il crimine di padre Amaro si presenta come una versione sudamericana e cinematografica del celebre serial televisivo Uccelli di rovo. Lussuria, orgoglio, fanatismo, abuso di potere, arroganza, prepotenza, ingiustizia, questo l’ambiente in cui si svolge il film, ricco di spunti di riflessione. I dubbi personali davanti alle scelte che sembrano preordinate e a cui è difficile ribellarsi. Il conformismo cattolico estremizzato all’ennesima potenza, con la facile morale del: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Poco digeribile in alcuni passaggi per un ritmo troppo blando e dialoghi troppo retorici. Candidato agli Oscar come Migliore film straniero, anche se si ha l’impressione di essere davanti a una buona occasione sfruttata male. Candidato all’Oscar come Miglior Film Straniero (andrea amato)

I diari della motocicletta

Nell’estate del 1952, due giovani di Buenos Aires, decidono di partire in motocicletta, in una malmessa Norton 500 che ben presto li lascerà appiedati, per un grande giro in tutta l’America Latina: attraverseranno l’Argentina, il Cile, il Perù fino a Cuba. Sono animati dalla passione tutta giovanile per il viaggio, un viaggio che li porterà tra genti e luoghi diversi, dalla pampa alle altezze del Machu Picchu, tra le meraviglie della misteriosa civiltà Inca: «Gli Inca conoscevano l’astronomia, la medicina, ma non avevano le armi come i conquistadores. Come si sarebbe evoluta questa terra se non fossero stati annientati?» – si chiedono i due giovani commossi. Il viaggio diventerà una vera e propria presa di coscienza politica, nell’acquisizione delle ingiustizie sociali, della miseria, della malattia per povertà, dell’unità nella diversità etnica di tutto il popolo latino-americano. Del resto i due giovani sono Alberto Granado (Rodrigo de la Serna) ed Ernesto Guevara (Gael Garcia Bernal), trentenne il primo, di sette anni più giovane e prossimo alla laurea in medicina il secondo. Un
Che
preiconico, ancora confuso per il suo avvenire, se non in una vaga aspirazione a fare qualcosa di utile per gli altri.

Intelligentemente il regista Walter Salles, che nell’ultimo istante del film inquadra come è oggi a Cuba il sopravvivente Granado, un simpatico cartapecorico ottantenne, non ci mostra nessuna delle sfruttate immagini del Guevara sessantottino e post: il
Che
ancora non c’è. Un merito per lo meno commerciale (e il produttore Robert Redford deve aver contribuito in tal senso) è quello di aver costruito questo road movie sudamericano ricco di istanze politiche «estreme», senza calcare troppo le tinte della denuncia rivoluzionaria, lasciandola emergere come afflato romantico nella sensibilità dei due giovani. Così il film è, soprattutto nella prima parte, un divertente excursus di avventure di viaggio, tra incidenti di motocicletta, incontri di ragazze, fughe precipiti e penuria di soldi. E lentamente, tra il susseguirsi di episodi divertenti, affiora come una nebulosa la volontà dell’impegno sociale. Per cui il film diventa, con un garbo che ne costituisce anche il limite, quello che in narrativa si chiama Bildungsroman, ovverosia romanzo di formazione, e riesce a conservare il fascino ingenuo dei «taccuini di viaggio di Che Guevara», da cui è tratto.

Questa leggerezza di tocco, che si traduce nella scelta delle immagini e degli episodi tutti linearmente colti, si chiude con l’evento conclusivo più determinante, la visita e il soggiorno dei due giovani tra i pazienti di un lebbrosario. Qui, a contatto con la dolcezza dei malati e il loro isolamento – il fiume separa i sani dai malati – il giovane Ernesto non sa più cosa fare, se laurearsi in medicina o prendere un’altra strada, quella che conosciamo e che il pistolotto politico ai malati ci indica. Purtroppo questa parte finale è anche la più debole del film perché il regista, che sapevamo altrove molto caramelloso
(Central do Brasil),
esagera nell’agiografia e finisce per costruire un’immagine del giovane Guevara come un santino o una figura della propaganda di regime: lui che si prodiga per tutti, guarisce i malati, li raggiunge a nuoto nonostante il suo asmone e incanta tutti con la sua bontà e schiettezza, perfino le suore reazionarie. Disumano, troppo disumano.
(piero gelli)

Il passato

Rimini è un giovane traduttore sposato con Sofía (Analía Couceyro): il loro amore, durato dodici anni, sta per raggiungere la fine. Lui inizia a frequentare Vera (Moro Anghileri), una giovane modella di 22 anni che, nell’attimo in cui sorprende Rimini baciato appassionatamente da Sofia, muore investita da un autobus. Un anno dopo il tragico incidente, lui sposa Carmen (Ana Celentano), una collega traduttrice, ma una misteriosa amnesia traumatica cancella dalla sua memoria la conoscenza delle lingue che traduce.

Il regista firma con Marta Goes l’adattamento dell’omonimo romanzo di Alan Pauls e il risultato è stato giudicato ovunque un disastro. Il ritratto di un uomo in mezzo a donne quasi tutte folli o ossessive scivola nel compiacimento, nel ridicolo e nella misoginia. Bernal si atteggia a sex symbol ma non ha aiutato gli incassi.

La mala educación

Siamo a Madrid, inizi anni Ottanta, Enrique (Fele Martínez) giovane regista di successo cerca sulle pagine dei giornali, in assurdi fatti di cronaca, un soggetto per il suo prossimo film. Suonano alla porta, un giovane coetaneo si presenta e dice di essere Ignacio Rodriguez (Francisco Boira), suo compagno di collegio, ora attore in cerca di lavoro. Enrique se ne libera: ricorda bene l’amico, ma stenta a riconoscerlo, e il ricordo comunque gli fa male. Andandosene il giovane lascia un racconto, La visita, che è la storia della loro infanzia e del loro amore, in collegio, e in particolare di Ignacio in preda alla passione di Padre Manolo (Daniel Giménez Cacho), direttore spirituale, che manda via dalla scuola Enrique come intralcio tra lui e il suo amato pupillo.
Enrique è sommerso dai ricordi, capisce che quel racconto sarà il prossimo suo film, anche se successivamente scopre che il sedicente Ignacio, in arte Angel Andrade (Gael García Bernal), mente, perché in realtà è il fratello minore di costui. La storia si complica in una serie di colpi di scena, rivelati in vari momenti, per flash-back e deformazioni narrative, dentro lo schema cinefilissimo di un truce noir.
La narrazione si deforma e si specchia tramite una triplicazione di fonti: c’è la storia vera; c’è quella raccontata da Ignacio in preda alla droga, vero autore de La visita, prima di finire (come non vi dico); e c’è quella filmata dal regista secondo i suoi desideri; per cui come in un gioco di specchi, fantasia delirante e cruda realtà si confondono, i personaggi si duplicano (Ignacio/Juan; Padre Manolo/Senor Brenguer) e il triangolo (Enrique, Ignacio, padre Manolo) si triplica, mentre la transessualità come rifugio estremo svela sua carta barocco-parodica in duplice direzione: la libertà del desiderio e delle sue realizzazioni ma anche l’irrisione del gioco delle parti («Tutto nel modo è burla»).
Come ho già accennato, tutto avviene dentro un traliccio di thriller americano, presente fin dai titoli di scena, e quel che interessa ad Almodóvar non è certo la satira di un’educazione religiosa, quanto la rappresentazione del suo immaginario, nutrito di ricordi ma anche di tanto cinema, che lui mette dappertutto: fino al punto che il ruolo-base, quello di Juan/Angel (e anche come trans Zahara) mima la femme-fatale di tanti film americani e francesi.
C’è una scena ne La legge del desiderio (1987) che tutti i fan almodovariani non dimenticano: quella in cui la transessuale Tina Quintero (interpretata da Carmen Maura), sorella del protagonista-regista-gay, entra nella chiesa del collegio frequentato da bambino e trova un prete che suona l’organo e gli rivela che lei è quel bambino di cui allora era innamorato.
Questa scena è come l’incunabolo de La mala educación, perché la si ritrova quasi duplicata qui, ed è una delle tante citazioni che lo costellano, la più esplicita a indicarne la matrice autobiografica – più che in altri suoi film – che sorregge la trama.
I dati tornano: l’epoca, tra gli anni Sessanta e i Settanta con la loro liberazione sessuale, il collegio e la topografia spagnola, la figura del giovane (non ancora trentenne) e già affermato regista. Ma come sempre in Almodóvar non sono i dati reali, cronachistici che gli importano, quanto nascondersi o svelarsi dietro le sue passioni e ossessioni: la cinefilia e «la trasgressione».
In tal senso si può cogliere un massimo di oggettività in film come Donne sull’orlo di una crisi di nervi (1988) e Parla con lei (2002) e un massimo di soggettività in La legge del desiderio e in quest’ultimo. Che, va detto subito, non è all’altezza degli ultimi due suoi film, come se l’urgenza autobiografica troppo diretta e la necessità di trasmodarla fantasticamente gli avessero procurato come un inciampo nell’ispirazione: detto in altre parole, la memoria (il collegio, il suo rituale religioso e le sue amitiès particulères) non riescono a fondersi con il melo e il noir, tra citazione e parodia, della storia.
Va però anche subito ridetto che una certa delusione è compensata da alcuni momenti tra i più belli di tutta la sua opera e da un modo di raccontare e filmare che ti incanta, diverte e commuove, e per l’argomento che senti suo e per la padronanza stilistica cui è arrivato.
Nella parte di Juan si riconosce, bravissimo, Gael Juan Bernal, già interprete del Che Guevara ne I diari della motocicletta, mentre, in una divertente comparsa, ritorna Javier Càmara (Paca nel film), il Benigno di Parla con lei. A una prima parte, dove predomina la descrizione del collegio e dei suoi riti (i canti in chiesa, le punizioni, le preghiere, il gioco del calcio, i bagni) e dei luoghi della liberazione sessuale avvenuta (lo spettacolo delle trans, i gay bar) e della prima agnizione (al paese, a casa della madre) che è la più riuscita, con sequenze di abbagliante bellezza, segue una seconda parte in cui Almodóvar fatica a tenere il congegno, si sperde nella «storiaccia» senza che riesca, qui, a farla in qualche modo levitare, a salvarla con qualcuno dei suoi ingegnosi e poetici «trucchi». Ecco, quel che manca, mentre svolge il suo compito, una trovata, un po’ di poesia, un po’ di trucco. Peccato. Comunque è sempre un grande Almodóvar!
(piero gelli)

Babel

Quattro storie concatenate, con al centro il rapporto tra genitori e figli, ma anche temi ancor più universali come la comunicazione nel terzo millennio, le ansie e le paure indotte dalla società frenetica e globalizzata, questo è Babel, premiato a Cannes 2006 per la regia di Alejandro González Iñárritu (Amores Perros21 grammi). Una coppia americana in crisi, in viaggio in Marocco (interpretata da Brad Pitt e Cate Blanchett) deve fronteggiare un grave imprevisto; i loro due figli piccoli, rimasti a casa con la tata messicana, vivono con lei un’avventura che parte bene ma presto di complica; una ragazza giapponese sordomuta, rimasta da poco orfana per il suicidio della madre, cerca di colmare il vuoto che l’opprime adescando giovani sconosciuti.

Amores perros

Nella caotica capitale messicana tre diverse vicende si «scontrano» a un incrocio stradale: un giovane in fuga con il suo pit-bull da combattimento ormai esangue; una modella promettente e il suo cagnolino scomparso; un vecchio misterioso, curatore di cani e castigatore degli uomini. I film d’esordio nascondono sempre un rischio: l’autore, per troppa generosità, cerca di dire tutto in una volta rasentando così l’afasia. Iñárritu, per fortuna, evita l’errore e
Amores perros
conserva una linea di fondo unitaria. Tra alti (il secondo episodio organizza molto efficacemente lo spazio in funzione drammatica) e bassi (il primo frammento, con il suo stile da videoclip, è ai limiti della sopportazione), il regista mette in scena un mondo estremamente composito. Non facciamoci ingannare, però: la struttura a racconti intrecciati non riduce per niente la sensazione di una realtà sfaccettata, nella quale estetiche differenti – così come personaggi diversi – passeggiano sullo stesso marciapiede. Iñárritu non appare come un manipolatore di realtà: piuttosto dà l’impressione di essere un sapiente costruttore di architetture urbane. Senza dubbio
Amores perros
contiene troppe idee differenti; tuttavia, più che il suo gusto per la satira o la sua passione per la velocità del digitale, colpisce soprattutto la capacità di cogliere fugaci brandelli di verità. In un film che racconta molte storie, ciò che convince maggiormente sono i momenti morti: le passeggiate del vecchio killer lungo le vie di una città che sembra tutta periferia o i silenzi in cui sprofonda la giovane modella orribilmente mutilata. Se sul talento di Iñárritu non c’è alcun dubbio, forse possiamo sperare di aver scoperto anche un animo attento alle piccole illuminazioni della vita.
(carlo chatrian)

L’arte del sogno

Stephane (Gael Garcia-Bernal) è franco-messicano, giovane, carino, fra i venti e i trenta, cerca di fare l’artista o l’inventore, o entrambe le cose. Mica male. Però gli muore il padre, di cancro. Torna a Parigi dalla madre (Miou-Miou), che gli promette un lavoro «creativo» presso un’azienda che produce calendari. Naturalmente, finisce invischiato nel peggior ufficio del mondo, poco più di uno scantinato, abitato da personaggi meschini, grigi impiegati la cui unica caratteristica distintiva è il cinismo. Il lato positivo del trasferimento a Parigi comunque, c’è: Stephane conosce Zoe (Emma DeCaunes) e Stephanie (Charlotte Gainsbourg), vicine di casa. Inizialmente pensa di essere infatuato della prima, meno timida e introversa della seconda, una giovane artista che alla fine si rivelerà essere il vero oggetto del suo amore. Piccolo particolare: Stephane è un sognatore, a occhi chiusi. E aperti…

The King

Elvis Valderez (Gael Garcia Bernal) ha da poco abbandonato la Marina Militare statunitense lasciando l’equipaggio dell’Athena. La sua scelta non è un ripiego, vuole semplicemente cambiare vita, deciso a incontrare il padre naturale che non ha mai conosciuto. Con i pochi soldi pervenutigli dal prematuro congedo, il ragazzo compra un’automobile usata e si dirige verso il Texas, dove la madre defunta gli ha rivelato trovarsi il padre. Arrivato in un paesino di provincia si reca in una delle parrocchie della comunità in cui il genitore è oggi un pastore di fede battista. L’incontro tra i due non è dei più felici: l’uomo, David Sandow (William Hurt), si è rifatto una vita e una famiglia insieme alla devota moglie (Laura Harring), e non ne vuole sapere di questo figlio spuntato dal nulla che gli ricorda il suo tormentato passato. Il rifiuto da parte del padre è un duro colpo per Elvis, che decide in ogni caso di restare nella speranza di guadagnarsi un’altra occasione. Affitta una squallida camera di un motel e si trova un impiego in una pizzeria a domicilio. Nel frattempo si interessa all’adolescente sorellastra, Malerie (Pell James), con la quale da inizio a una storia d’amore ma, proprio per questo, attira le antipatie del fratellastro Paul (Paul Dano). In un’escalation di attriti con i membri della nuova famiglia del padre, Elvis porterà l’idilliaco quadretto verso la distruzione.

Y tu mamà también – Anche tua madre

Due ragazzi con la fissa del sesso si fanno una scorribanda in automobile con una donna più grande, sposata con un loro cugino, e alla fine portano a casa molto più di ciò che avevano previsto. Un “road movie” con qualche peculiarità, alternativamente chiassoso e malinconico, con pensieri subliminali (e non) al desiderio, al destino, alla politica, al sesso e ad altro. Una nomination agli Oscar per la Migliore Sceneggiatura Originale.