LEGO Batman – Il film

LEGO Batman – Il film

mame cinema LEGO BATMAN - IL FILM. STASERA IN TV IL FILM D'ANIMAZIONE scena
Una scena del film

Diretto da Chris McKay, LEGO Batman – Il film (2017) è un film d’animazione sequel e spin-off di The LEGO Movie (2014). Sotto forma di LEGO, il protagonista è ovviamente Bruce Wayne/Batman (doppiato da Will Arnett nell’edizione originale e da Claudio Santamaria in quella Italiana). Il leggendario supereroe lotta contro i piani malefici di Joker (Zach Galifianakis in originale, Marco Guadagno in Italiano). Tuttavia, durante uno dei loro scontri, Batman ferisce i sentimenti di Joker, dicendogli che non lo considera il suo più grande nemico.

Entra in scena anche l’affascinante Barbara Gordon/Batgirl (Rosario Dawson in originale, Geppi Cucciari in Italiano). Tra vari eventi, con l’aiuto del leale compagno Robin (Michael Cera in originale, Alessandro Sperduti in Italiano) Batman tenterà di contrastare le forze del male. Ci riuscirà? Chi vincerà, quindi, tra Batman e Joker?

Curiosità

  • Il 3 febbraio 2017, dunque, la Warner Bros. ha rivelato l’intero cast del film che vede, tra gli altri, Conan O’Brien (Enigmista, doppiato in italiano da Sacha Pilara), Channing Tatum (Superman, doppiato in italiano da Gianfranco Miranda), Jonah Hill (Lanterna Verde, doppiato in italiano da Giuseppe Ippoliti), Adam DeVine (Flash, doppiato in italiano da Edoardo Stoppacciaro) e in più Héctor Elizondo (James Gordon, doppiato in italiano da Gerolamo Alchieri).
  • Con l’annuncio dell’intero cast, vengono anche rivelati alcuni personaggi presenti nel film, ma esterni all’Universo DC: Voldemort (doppiato da Eddie Izzard e in italiano da Marco Mete), King Kong (doppiato da Seth Green e in Italiano da Gabriele Tacchi)Sauron (doppiato da Jemaine Clement e in italiano da Roberto Draghetti). Inizialmente Guillermo del Toro e Steve Buscemi sono stati considerati, rispettivamente, per le voci di Bane e il Joker.
  • Sul sito di aggregazioni critiche Rotten Tomatoes, inoltreil film ha un indice di apprezzamento del 91%, calcolato su 174 recensioni professionali con un voto medio di 7.6/10. Sul sito Metacritic il film ha un punteggio di 75/100, calcolato su 48 recensioni professionali.

Lo chiamavano Jeeg Robot

Lo chiamavano Jeeg Robot

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Jeeg Robot (a destra) e il suo nemico, lo Zingaro (Luca Marinelli)

Roma. Il ladruncolo Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria) tenta di sfuggire alla polizia, avendo rubato un orologio. Senz’altra via di uscita, si getta nel Tevere, dove viene contaminato da sostanze radioattive. Da questo momento, Enzo diventa Jeeg Robot, un fuorilegge dai poteri straordinari. Ma quando arriverà il momento di scegliere tra il bene e il male, Jeeg Robot diventerà un eroe, salvando le vite di milioni di persone. Questa, dunque, è la trama di Lo chiamavano Jeeg Robot.

Accoglienza

Il film è stato girato prevalentemente a Roma, prodotto da Goon Films in collaborazione con Rai Cinema. Inoltre, la pellicola è stata riconosciuta come di interesse culturale nazionale dal MiBACT. La Lucky Red ne ha curato la distribuzione. In più, l’opera è stata presentata alla decima edizione del Festival del Cinema di Roma (17 ottobre 2015) e, successivamente, al Lucca Comics & Games.

Lo chiamavano Jeeg Robot ha esordito incassando 83000 euro il primo giorno di programmazione al cinema. In totale, il film incassa 5 milioni di euro, risultando il 31° miglior incasso della stagione cinematografica 2015/2016. Un successo, dunque, clamoroso, che dimostra che l’Italia è ancora in grado di produrre film capaci di affermarsi nella cultura cinematografica nazionale e internazionale. In generale, infatti, le recensioni sono state positive: sono state lodate la sceneggiatura, il compatto tecnico, l’interpretazione degli attori e l’ambientazione. Massimo Bertarelli lo definisce persino un “piccolo capolavoro”, mentre la rivista Variety lo ha giudicato “sorprendentemente grintoso ed estremamente godibile”.

Il film diretto da Gabriele Mainetti, di conseguenza, è stato un grande successo. La cinematografia italiana non può che andarne orgogliosa.

Fine pena mai

Dal piccolo spaccio alle reti internazionali dei traffici di droga, ai crimini più efferati, fino all’arresto e all’isolamento in carcere: la storia vera di Antonio Perrone che promise alla moglie e al figlio di non abbandonarli mai e che ora può vederli solo da dietro un vetro. Senza imprecare contro il destino ma con riflessioni ad alta voce sulla sua condizione di marito, padre e detenuto, osserviamo da vicino la figura di un ragazzo nella sua trasformazione in boss criminale, sullo sfondo di un’Italia e di una Puglia che nei primi anni Ottanta conoscono l’emergere di una nuova mafia, la Sacra Corona Unita. (gerardo nobile)

Amarsi può darsi

Davide si ubriaca durante una festa. Il giorno dopo deve presentarsi all’udienza in tribunale per divorziare da Giulia. Il giudice chiama a testimoniare le persone che hanno incrociato e condiviso la vita sentimentale dei due, nella speranza di riuscire a ricostruire i meccanismi della crisi che ha deteriorato il loro matrimonio. Ma l’udienza, ovviamente, si risolve in una catastrofe.
L’ultimo bacio 2
: la vendetta. Ancora annichiliti da Muccino, ecco che Taraglio ci propina l’ennesima lezioncina sui trentenni e le loro pene d’amor perdute. A prescindere dall’assoluta nullità stilistica del regista, nonostante un incipit volutamente straniante
Amarsi può darsi
è l’ennesima dimostrazione che la commedia all’italiana, più che un’eredità, è una nemesi. Incapace di mettere in scena sentimenti, pulsioni, desideri, amori, Taraglio – un po’ cialtronescamente – la butta sul ridere senza avere i numeri per far ridere. Per assurdo Muccino, nella sua sconfinata malafede, ha almeno il pregio di racchiudere in un unico film il fallimento di un’estetica (il cosiddetto cinema medio industriale) e di un progetto ideologico (la famiglia come unica difesa dal mondo esterno). Invece Taraglio, anche se partecipa esattamente dello stesso universo di Muccino, non riesce ad accettare l’idea di essere un Muccino-bis, sfotte persino Bergman e si inventa, nel finale, una pseudofamiglia alternativa benedetta dal Giubileo 2000.

Nelle note del pressbook si legge poi che il prode Taraglio si ispira niente di meno che a Lubitsch e a
Il cielo può attendere
, e che ravvede similitudini tra il suo Davide e Henry van Cleve. Accidenti! Peccato solo che nel suo film non ci sia una battuta di dialogo accettabile che sia una, uno straccio di inquadratura, un attore degno di questo nome…
(giona a. nazzaro)

Il cartaio

Un misterioso assassino lancia una sfida alla Polizia di Roma. Risparmierà le sue potenziali vittime solo se troverà qualcuno in grado di batterlo in una partita di videopoker da giocare in Rete. Vinte le prime due partite, il killer uccide due giovani donne. Scovato un giovane campione di videopoker in una sala giochi della periferia, la Polizia crede di avere trovato l’arma per fermare l’assassino ma anche il ragazzo viene ucciso. Come faceva il giocatore di poker a sapere della sua esistenza? E soprattutto: chi fermerà la catena di omicidi?
Ancora un giallo, dopo il mediocre Nonhosonno, per l’autore di Profondo rosso. Il cartaio, spiega il regista, è un film sul male, qualcosa che non conosce mai crisi. E sulla tecnologia e il suo potere di farsi strumento del male. Purtroppo le intenzioni di Argento naufragano a causa della fragilità della sceneggiatura, scritta assieme a Franco Ferrini, a dialoghi assai poco curati e a tanti, troppi particolari che lasciano lo spettatore quantomeno perplesso. Perché il poliziotto irlandese non ha nemmeno una lieve inflessione anglosassone nel suo accento? Come è possibile che la Polizia permetta che a giocare a poker con l’assassino sia un’ispettrice che potrebbe non essersi mai seduta in vita sua al tavolo verde? Neanche Claudio Simonetti, autore di memorabili musiche per i film del regista romano, sembra particolarmente ispirato. Si salvano soltanto i suggestivi scorci di una Roma periferica e quasi mai mostrata al cinema e un Silvio Muccino a suo agio in un ruolo drammatico per lui inedito. Stefania Rocca e Liam Cunningham interpretano con mestiere il ruolo dei protagonisti ma Il cartaio rappresenta un altro passo falso nella filmografia dell’autore. (maurizio zoja)

Aspettando il sole

Italia, anni Ottanta. Tre balordi si imbattono in un hotel fuori mano. Ma questa non è solo la loro storia. Perché al Bellevue Hotel esistono altri ospiti, respiri o pianti dietro una porta dai numeri consumati, gesti d’amore o di disperazione, voci sussurrate o urla. Nell’intreccio di ciascuna di queste storie le pareti si annullano e le porte si aprono, svelando il filo che lega i destini di tutti gli ospiti.

Casino Royale

Ormai in pensione, James Bond è alle prese con intrighi internazionali complicatissimi, stangone belle e pericolose e un nipote degenere. Negli anni Sessanta, oltre a quelli di Blake Edwards e Richard Lester, si producevano un sacco di film dissacratori anche se non riusciti: operazioni autoreferenziali, piccole e grandi scoperte del camp (era di poco precedente il fondamentale saggio di Susan Sontag). Questa ad esempio è una pellicola assurda, scritta scavalcando un problema di diritti e diretta da cinque registi diversissimi uno dall’altro: tra i quali Val Guest, quello di Quatermass; il grande Huston, che aveva già fatto una cosa simile – ma più divertente – con I cinque volti dell’assassino ; il montatore e regista di western Robert Parrish… Senza dire dello script, cui mise mano anche Woody Allen (che, possiamo dirlo, fa il cattivo), o degli attori, da Orson Welles a Barbara Bouchet. Però che simpatia quel delirio, e che libertà dissennata e pop in questo film pur noioso e scombinato! (emiliano morreale) 

Romanzo criminale

Romanzo criminale

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Il Libanese, il Freddo e il Dandi

Diretto da Michele Placido, Romanzo criminale (2005) è ambientato a Roma negli anni ’70. Quattro ragazzini rubano un’auto e a un posto di blocco investono un agente. Riescono comunque a scappare e a nascondersi nel loro rifugio, una roulotte vicino alla spiaggia. Quella notte decidono i loro soprannomi: si chiameranno il Libaneseil Dandiil Freddo e il Grana. Poco dopo arriva la polizia: Libano rimane ferito ad una gamba, Freddo viene fermato, Dandi scappa e Andrea, vero nome del Grana, muore per le ferite riportate durante la corsa con l’auto rubata.

Anni dopo, il Libanese (Pierfrancesco Favino), il Dandi (Claudio Santamaria) e il Freddo (Kim Rossi Stuart), insieme ad altri delinquenti, danno vita alla banda della Magliana, conquistando la capitale. Diventano infatti i padroni assoluti del traffico di droga, della prostituzione e del gioco d’azzardo. Ma il commissario Nicola Scialoja (Stefano Accorsi) dà loro la caccia.

Curiosità

  • La pellicola è tratta dall’omonimo romanzo del 2002 scritto da Giancarlo De Cataldo ed edito dalla casa editrice Einaudi.
  • Il film si è aggiudicato ben otto David di Donatello 2006 e cinque Nastri d’argento.
  • Il regista Michele Placido appare brevemente nel ruolo del padre di Freddo mentre l’autore del romanzo, Giancarlo De Cataldo, interpreta il giudice che legge la sentenza di condanna per i componenti della banda.
  • In sede di montaggio è stata tagliata circa mezz’ora di girato, che verrà successivamente pubblicata nella seconda edizione del DVD del film, uscito il 7 novembre 2007. La parte tagliata comprende i discorsi di Silvio Berlusconi e i “cavalli” di Vittorio Mangano e il ritrovamento e segnalazione al SISMI di Aldo Moro.
  • Non tutti i membri della banda si conoscevano da bambini: il Libanese (nella realtà Franco Giuseppucci) era amico di Dandi (nella realtà Enrico De Pedis) e fece conoscenza con il Freddo (nella realtà Maurizio Abbatino) in seguito al furto della sua automobile.
  • Franco Giuseppucci non aveva un problema alla gamba come mostrato nella pellicola, bensì un occhio di vetro a causa di un incidente.

RECENSIONE

Tentativo coraggioso e appassionato di portare sul grande schermo Romanzo criminale di Giancarlo De Cataldo. Vi si racconta la storia della Banda della Magliana e, intrecciata a essa, la storia di quindici anni (fra il ’77 e il ’92) di misteri d’Italia, con i quali la potente organizzazione romana è venuta più o meno direttamente a contatto. Dal caso Moro, alla Strage di Bologna: la Banda della Magliana, un potere criminale dei più ramificati (e sottovalutati) a partire dagli anni Settanta, ha sempre saputo e visto qualcosa in più. Ma il film non si esaurisce qui. Si tratta infatti di un gangster movie teso e potente. Che racconta l’ascesa di alcuni ragazzetti di periferia divenuti in breve tempo la spina dorsale di una nuova, onnipresente organizzazione criminale.

Un kolossal all’italiana: cast ricco di nomi famosi, risorse imponenti, durata ampia. Alla Cattleya si sono associate l’inglese Crime Novel Films, la francese Babe e soprattutto la Warner Bros. Il risultato si vede nella cesellatura di scene come quella dell’esplosione della bomba a Bologna ma anche nell’aggregazione di un cast imponente, dalle figure principali a quelle dei comprimari.

Ed è proprio sugli attori che un decano del set come Placido compie il lavoro migliore. Tutti i protagonisti sono decisamente in parte e mettono in mostra una complicità che dal set deve essersi trasferita alla pellicola. Belli e dannati che rievocano il gangster movie di qualche decennio fa, con grinta e le battute giuste in bocca agli attori giusti. Rossi Stuart sa cambiare espressioni per dare ragione della sua inquietudine, Favino e Santamaria sono perfettamente credibili nei loro ruoli, la Mouglalis e Accorsi sono intensi. E altrettanto si può dire di molti comprimari: dallo Zio Carlo, al Terribile, a Carenza. Il risultato è un film corale, senza primattori. Così come la Banda della Magliana non ha mai avuto capi indiscussi e durevoli.
Le atmosfere risultano in genere tese e credibili, la violenza bene misurata, le psicologie dei personaggi principali emergono al di là degli stereotipi. Ma se la sceneggiatura è di buona qualità un merito importante se lo prende De Cataldo che ha scritto un romanzo molto cinematografico, semplificando il lavoro di Placido con Rulli e Petraglia. Siamo comunque di fronte a un lavoro coinvolgente e credibile, superiore alle prove recenti del regista. In particolare per quanto riguarda le storie dei personaggi della Magliana e di coloro che gli sono ruotati intorno. Offrono invece il fianco a qualche appunto le parti in cui la storia della banda si intreccia con gli eventi storici: per quanto le ricostruzioni siano coinvolgenti, proporre delle tesi in merito è sempre un azzardo. Placido non batte strade troppo impervie e accetta comunque un rischio non da poco affrontando questi snodi narrativi: un coraggio che va premiato al di là di un risultato ideativo e tecnico comunque valido.

Romanzo Criminale è un film forte e denso. Non brilla per l’originalità dello stile, ma funziona per la sua coerenza ed efficacia. In verità il gusto spesso patinato della regia – e della produzione tutta – risulta qua e là naif o fastidioso. Ma il film mantiene un buono spessore civile e un’intensità drammatica costante. Ce n’è per tutti: per chi subisce la fascinazione dei belli e cattivi, per chi cerca storie umane al limite, per chi vuole cinema d’azione e per chi si interessa alla cronaca e alla storia del nostro paese. Di questi tempi in Italia non è poco. (stefano plateo)

La terra degli uomini rossi – Birdwatchers

Mato Grosso do Sul (Brasile), 2008. I fazendeiro conducono la loro esistenza ricca e annoiata. Possiedono campi di coltivazioni transgeniche che si perdono a vista d’occhio e trascorrono le serate in compagnia dei turisti venuti a guardare gli uccelli. Ai limiti delle loro proprietà, cresce il disagio degli indio che di quelle terre erano i legittimi abitanti. Costretti in riserve, senza altra prospettiva se non quella di andare a lavorare in condizioni di semi schiavitù nelle piantagioni di canna da zucchero, moltissimi giovani si suicidano. A scatenare la ribellione è proprio un suicidio. Guidati da un leader, Nadio, e da uno sciamano, un gruppo di Guarani-Kaiowà si accampa ai confini di una proprietà per reclamare la restituzione delle terre. Due mondi contrapposti si fronteggiano. Si fanno una guerra prima metaforica e poi reale. Ma non cessano mai di studiarsi. A provare la “curiosità dell’altro” sono soprattutto i giovani. Una curiosità che avvicinerà il giovane apprendista sciamano Osvaldo alla figlia di un fazendeiro…

Il caso dell’infedele Klara

Un quarantenne scrittore che vive a Praga, a causa della sua gelosia decide di far pedinare la sua fidanzata da un investigatore privato, Denis Pravda. L’uomo, in effetti, riesce a trovare le prove dell’infedeltà della ragazza, ma per una simpatia che si é instaurata con lo scrittore, decide di non parlargliene. Quando però, sarà lo stesso Pravda, ad intrecciare una relazione con la ragazza, lo scrittore che nel frattempo ha fatto pedinare anche l’investigatore, decide di ucciderlo…

Almost Blue – Quasi Blu

Tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Lucarelli. Una giovane detective della Uacv si reca a Bologna per indagare su un serial killer. L’unico ad avere indizi rivelatori è un non vedente che ne ha ascoltata la voce. Promettente prova per Infascelli, sebbene la sceneggiatura non regga il confronto con l’opera letteraria originale. Recitazione opinabile, ma colonna sonora ottima (un Elvis Costello in gran spolvero rifà Chet Baker, nel tema del film).

Ma quando arrivano le ragazze?

Gianca e Nick, ventenni bolognesi, si conoscono a Perugia durante lo stage per giovani musicisti di Umbria Jazz. Gianca suona il sax e cerca di non deludere le aspettative di un padre che ha rinunciato alle sue velleità artistiche per diventare un affermato consulente finanziario, Nick ha scoperto da poco il suo amore per la tromba ma è dotato di una tecnica ancora approssimativa. La comune passione fa nascere prima una forte amicizia e poi un gruppo jazz che servirà da rampa di lancio per il talento naturale di Nick. Messo di fronte a una mediocrità artistica che la grande passione non riesce a mascherare, Gianca segue lo stesso percorso del padre e sposa Francesca, la ragazza dei suoi sogni.
Pupi Avati al suo meglio. Prendere o lasciare. Chi non ha mai apprezzato il lavoro del regista bolognese non cambierà certamente idea guardando questo film dal forte taglio autobiografico. I fan dell’autore di Regalo di Natale troveranno invece nella pellicola, svolte con leggerezza ma in maniera tutt’altro che superficiale, tutte le tematiche care al suo cinema: l’amore, l’amicizia, il tradimento. Paolo Briguglia (Gianca, alter ego cinematografico di Avati) e Claudio Santamaria (Nick) sono una coppia assai ben assortita e Vittoria Elisa di Rivombrosa Puccini non è soltanto bella. Johnny Dorelli convince nel ruolo del patetico padre del protagonista e anche i personaggi di contorno (gli altri membri della band) sono qualcosa in più di semplici macchiette, ognuno con la sua storia, solo accennata ma intrigante. Il miglior film italiano di queste prime settimane del 2005. (maurizio zoja)

Melissa P.

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di Melissa P.

Sicilia. Estate. Melissa (Maria Valvedere) non sa nuotare. Ha 15 anni, è un’adolescente come tante: la scuola, i litigi con i genitori, l’amichetta del cuore, il diario segreto, le cotte per i più grandi. Daniele (Primo Reggiani) è il bello della scuola, ricco, arrogante e un po’ bastardo. Melissa vivrà con lui la sua prima esperienza amorosa, destinata però a costituire una profonda delusione e a farla cadere in una spirale di depravazione. Infatti, memore dell’umiliazione subita, la ragazza si trasformerà da preda in predatrice, passerà da un letto all’altro, sfruttando i diversi partner come oggetti erotici ma senza mai farsi coinvolgere. Melissa vive il sesso in modo sempre più crudo, senza alcun ombra di sentimento, con esperienze varie e molteplici. Intorno a lei, la situazione è precaria: il padre non vive in casa, la madre è troppo indaffarata, l’unica persona con cui riesce a mantenere un rapporto autentico e sincero è la nonna Elvira (Geraldine Chaplin): un po’ pazza, fuma una sigaretta dopo l’altra ascoltando vecchi pezzi rock, e tutte le sere, prima di andare a letto, passa cento volte la spazzola tra i capelli della nipotina. Un momento magico, quasi un rito purificatorio, una dolce pausa nell’amara frenesia della neo-adolescente. Ma Melissa resterà una vittima alla mercé dei sadici e malsani giochi degli uomini che incontrerà, dovrà soffrire e cambiare, per scoprire che cosa vuol dire essere una donna. E, finalmente, imparare a nuotare.

Tratto dal primo romanzo della baby-scrittrice Melissa Panariello,
Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire.
Un bestseller contenente elementi di erotismo al limite della pornografia, scritto sotto forma di diario, con uno stile furbo e accattivante che ne ha fatto subito un fenomeno mediatico. Il film, come il libro, rappresenta il sesso vissuto in modo perverso e ossessivo, e se ne differenzia invece per il fatto che la protagonista è inserita in una rete di rapporti personali (vissuti a scuola e in famiglia) inesistenti nel romanzo.

Quella di Guadagnino non è una pellicola molto riuscita, a tratti sembra la versione all’italiana di

Thirteen.
Qua e la tenta di citare Pasolini e il Kubrick di

Eyes Wide Shut,
perdendo ovviamente il confronto con gli originali. Banale anche il finale, in cui Melissa si accorge finalmente del compagno di classe, strano ed eccentrico, che l’ama segretamente da tanto tempo. Il film affronta il tema dell’adolescenza attraverso facili stereotipi e da una posizione maschilista secondo cui gli uomini possono avere un rapporto libero con il sesso, mentre le donne, se ci provano, devono poi cambiare e rimettersi al loro posto: il finto anticonformismo di Melissa diventa quindi presto rassicurante conformismo.

Fra le poche note positive, la fotografia e la scenografia oltre alla prova piuttosto convincente della protagonista, la spagnola Maria Valvedere. Consigliato, comunque, solo ai fan di Melissa.
(aurelie callegari)

Diaz – Non pulire questo sangue

Luca (Elio Germano) è un giornalista della Gazzetta di Bologna. È il 20 luglio 2001, l’attenzione della stampa è catalizzata dagli scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante il vertice G8 di Genova. In redazione arriva la notizia della morte di Carlo Giuliani. Luca decide di partire per Genova, vuole vedere di persona cosa sta succedendo.
Alma (Jennifer Ulrich) è un’anarchica tedesca che ha partecipato agli scontri. Sconvolta dalle violenze cui ha assistito, decide di occuparsi delle persone disperse insieme a Marco (Davide Iacopini), un organizzatore del Genoa Social Forum, e Franci, una giovane avvocato del Genoa Legal forum.  Nick (Fabrizio Rongione) è un manager che si interessa di economia solidale, arrivato a Genova per seguire il seminario dell’economista Susan George. Anselmo (Renato Scarpa) è un vecchio militante della CGIL e con i suoi compagni pensionati ha preso parte ai cortei contro il G8.
Etienne (Ralph Amoussou) e Cecile sono due anarchici francesi protagonisti delle devastazioni di quei giorni. Bea e Ralf sono di passaggio e hanno deciso di riposarsi alla Diaz prima di partire. Max (Claudio Santamaria), vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma, comanda il VII nucleo e non vede l’ora di tornare a casa da sua moglie e sua figlia.
Luca, Alma, Nick, Anselmo, Etienne, Marco e centinaia di altre persone incrociano i loro destini la notte del 21 luglio 2001.

Il posto dell’anima

La sede di Campolaro, Abruzzo, della Carair, multinazionale americana produttrice di pneumatici, comunica l’imminente chiusura e il conseguente licenziamento di tutti gli operai. Cinquecento persone in mezzo alla strada, più un altro migliaio dell’indotto. Quasi tutti gli operai vengono dai paesini montani nelle vicinanze e non si vogliono arrendere. Danno così vita a manifestazioni, occupazioni, presidi, siti internet, tutto per attirare l’attenzione dei media nazionali sul loro problema. Tra tutti tre sono più attivi: Salvatore (Michele Placido), Antonio (Silvio Orlando) e Mario (Claudio Santamaria). Tre generazioni diverse a confronto, ma con gli stessi problemi. Salvatore e Mario hanno moglie e figli, mentre Antonio vive una relazione a distanza con una compaesana, Nina (Paola Cortellesi), che è andata a vivere a Milano. Intrecciate alle vicende sindacali, che a poco a poco acquistano importanza fino ad arrivare al parlamento europeo e poi negli Usa, ci sono le loro storie personali. Mario è preoccupato per il mutuo della casa e così cerca di mettere in piedi una piccola impresa di pasta fresca, deludendo però i compagni di vita e di lotta. Salvatore ha un rapporto conflittuale con il figlio diciottenne, che sembra parlare un’altra lingua. E Antonio sogna di tornare a vivere al suo paese con l’amata Nina. «Meglio morti che disoccupati», questa battuta del film potrebbe essere tranquillamente il sottotitolo della pellicola di Milani. Un film sui perdenti, che lega insieme, con molta bravura, commedia e drammaticità. Un cinema d’altri tempi, ma al passo con la tendenza sociale europea. Molti i punti di contatto con Ken Loach, Laurent Cantet, ma soprattutto con lo spagnolo
I lunedì al sole
di Fernando Leòn de Aranoa. Milani, in alcuni passaggi, spinge l’acceleratore sulle emozioni, scadendo in un paio d’occasioni nella retorica. Ma è un prezzo che si può pagare in un film così completo.
(andrea amato)

Paz!

Siamo nella Bologna di fine anni Settanta, quella del disegnatore di Pescara, studente fuorisede e fuoricorso al Dams, in un appartamento al quinto o sesto piano di un palazzone in via Emilia Ponente 43. Qui vivono tre ragazzi, Massimo Zanardi (detto Zanna), Enrico Fiabeschi e Pentothal. Convivono, ma senza mai incontrarsi, solo sfiorandosi. Zanardi, interpretato da Flavio Pistilli (
Auguri professore, La guerra degli Antò
), è uno studente liceale pluriripetente ed è inseparabile da Roberto Colasanti, bello e ricco, e Sergio Petrilli, brutto e povero. I tre sono accusati di aver crocefisso il gatto della preside della scuola e la prova di colpevolezza è l’agenda di Zanna, trovata in giardino. Mentre Zanardi è impegnato a recuperare la sua agenda, Enrico Fiabeschi, interpretato da Max Mazzotta (
L’ultimo capodanno dell’umanità
), deve sostenere un esame di cinema al Dams. L’argomento è il film
Apocalypse Now
, ma il nostro ne sa poco: «Apocalipsi näu: regia di Francis Ford Coppola, musiche dei Doors». L’unico che non si muove dalla sua stanza è Pentothal, che ha il volto di Claudio Santamaria (
La stanza del figlio, L’ultimo bacio
), ventenne meridionale, fumettista, in botta per la sua ex ragazza Lucilla che lo ha lasciato. Pentothal vive perennemente in pigiama con un paio di Clark ai piedi, sempre slacciate e logore. Operazione difficile quella di Renato De Maria, un amico dei tempi bolognesi di Andrea Pazienza, ma che è riuscito a raccontare i personaggi del disegnatore di Pescara, Bologna e una generazione. Realizzato con costi ridottissimi, girato in digitale, De Maria è riuscito con una sapiente fotografia, una scenografia azzeccata e un montaggio curato a supplire i limiti di budget. E poi gli attori, soprattutto quelli famosi, che hanno partecipato «in amicizia». Un film vietato ai minori di 14 anni, che per poco ha rischiato di essere vietato ai 18. Sarebbe stato un insulto, un volere imbavagliare un grande disegnatore e come ha detto il regista: «Censurare una generazione, la nostra». Per fortuna non è stato così.
(andrea amato)

L’assedio

In una magnifica casa del centro di Roma, un compositore pedina la bellissima colf di colore del piano di sotto. È una storia d’amore impossibile, platonica ma quasi morbosa, che sembra non aver mai sbocco. Dopo Io ballo da sola , Bertolucci rimane piccolo e italiano, con una voglia ancora più forte di tornare alle origini del cinema. C’è un che di primitivo, mélièsiano in questo film, oltre al piacere di girare che Bertolucci da sempre comunica. Non il suo lavoro più bello, ma certo uno dei più seduttivi: quasi tutto ambientato in un appartamento, è un vero tour de force, di bravura addirittura narcisistica. E se la voglia di allegoria non sempre paga (il prologo in Africa è incongruo e fastidioso), le parti migliori sono quelle più follemente estetizzanti: le schiume che si spargono sul pavimento, le lenzuola che ondeggiano sul terrazzo (e che terrazzo: piazza di Spagna o giù di lì…). Straordinaria la bellezza di Thandie Newton, poi candeggiata per Mission: Impossible 2 , e irresistibilmente morbose le scene erotiche; brutta invece la musica di Alessio Vlad che fa da leitmotiv. (emiliano morreale)

La bella società

Due fratelli, Giuseppe e Giorgio. Due adolescenti cresciuti senza il padre. Maria la loro giovane e bellissima madre, della quale sono gelosi come fosse la loro donna, con la quale vivono e lavorano in una casa immersa nei campi di grano di una Sicilia arcaica e dura dei primi anni sessanta. Uno splendido e assolato paese dell’entroterra siciliano. Nello, il loro migliore amico, figlio del farmacista e medico del paese, che non combina nulla di buono, sperperando i soldi del padre giocando a carte. Il giovane amante di Maria, giunto da Roma al seguito di una troupe cinematografica, che sparirà nel nulla dopo uno scontro con la gelosia di Giuseppe e Giorgio. L’anziano padre, che disperato e ossessionato, non smetterà mai di cercare il figlio scomparso, fino a diventarne matto. L’incidente che renderà cieco Giorgio da piccolo, che crescerà con a fianco sempre il fratello, diventando dipendente da lui per ogni cosa, anche per l’amore. Caterina, la segretaria del dirigente della Fiat ucciso dalle brigate rosse. La ragazza che i due fratelli da grandi conosceranno a Torino, dove sono andati, dove andranno per tentare un’operazione agli occhi di Giorgio e che porteranno a vivere con loro in Sicilia.