Magnificat

Secolo X dopo Cristo: alto medioevo. È la Settimana Santa e i riti della Passione sono in pieno svolgimento. Avati ci guida a seguire cinque vicende puramente medioevali, all’insegna della superstizione, il timore di Dio, l’ignoranza, la legge della prevaricazione. Un boia con un aiutante inesperto, una concubina che cerca di avere un figlio maschio, un frate che censisce i monaci deceduti, un re libertino in punto di morte, due giovani sposi che devono sottostare allo jus primae noctis. Da molti è considerato il miglior film di Pupi Avati e senza dubbio non è un’opinione fuorviante.

Oro rosso

Un film che, non per ironia della sorte, bensì per volere della censura, non sarà visto da coloro ai quali è principalmente indirizzato per molti anni a venire. Il film di Jafar Panahi, regista iraniano dotato di una spiccata familiarità con i riconoscimenti (il suo
Palloncino bianco
fu premiato con la
Camera d’oro
a Cannes nel 1995; venne poi il
Leone d’oro
a Venezia nel 2000 con

Il cerchio
. Questo
Oro rosso
ha ricevuto il premio della giuria ancora a Cannes nel 2003 nella sezione
Un certain regard)
ha confezionato, sulla sceneggiatura scritta per lui dal maestro Abbas Kiarostami, un ritratto urbano di acuta denuncia sociale, dal potente impianto neorealista.

Hussein, un reduce afflitto da problemi nervosi, costretto a cure quotidiane di cortisone, sbarca il lunario come può consegnando pizze a domicilio con il suo amico Alì, che vuole fargli sposare la sorella e che per arrotondare il magro mensile non disdegna qualche borseggio. Il lavoro di Hussein lo pone in diretto contatto con le drammatiche differenze sociali e di censo che caratterizzano l’Iran odierno, rendendo la sua condizione sempre più insopportabile, fino alla drammatica conclusione, che Panahi pone all’inizio del film, trasformandolo così in un lungo tunnel al termine del quale lo spettatore sa trovarsi solo la morte.

Non nuova alla denuncia del regime khomeinista vigente in Iran, la coppia Kiarostami/Panahi punta la cinepresa sulla spietata realtà urbana di Teheran, che soffoca la voglia di libertà dei giovani (la maggioranza degli iraniani ha meno di 40 anni) sottoponendola alla pervasiva presenza della polizia, lasciando invece che si approfondiscano le differenze di censo, vere e proprie mura che tagliano invisibilmente i quartieri della città, separando i ghetti dei molti dalle regge dei pochi. Basato, come spesso accade nella cinematografia di Panahi, su un fatto realmente accaduto, il protagonista (un attore non professionista anch’egli afflitto da problemi psichici), subisce impotente questa dura realtà, fumando «57», una marca di sigarette che ricorda l’anno della rivoluzione e che tutti trovano «troppo pesanti». La reazione finale è disperata, indotta più da un bisogno di autodistruzione che dalla ricerca di una impossibile forma di riscatto. Da vedere (pensando a chi non può).

(enzo fragassi)

Un mondo a parte

Nel 1963, in Sudafrica, Gus e Diana Roth, giornalisti bianchi, si battono contro l’apartheid. Quando lui è costretto a fuggire e lei viene arrestata, i figli della coppia, tra i quali la tredicenne Molly, rimangono con la nonna. Esordio alla regia di un grande direttore della fotografia (due volte premio Oscar, nell’84 con
Urla del silenzio
e nell’86 con
Mission
), capace di realizzare un film non banale e tutt’altro che retorico, commovente e (almeno apparentemente) sincero. Le tre protagoniste – Barbara Hershey, Jodhi May e Linda Mvusi – vinsero il premio ex aequo per la migliore interpretazione al Festival di Cannes 1988.
(andrea tagliacozzo)

Kitchen Stories. Racconti di Cucina

Svezia. Anni Cinquanta. Diciotto esperti di arredamento domestico vengono mandati in un villaggio della campagna norvegese, noto per il numero di scapoli in eccesso. Hanno il compito di osservare 24 ore su 24 le abitudini di single maschi in cucina. Durante il giorno siedono su un trespolo posizionato accanto ai fornelli, mentre di notte alloggiano in una roulotte. Non possono né parlare né stabilire alcun contatto con i padroni di casa. Succede però che qualcuno degli osservati stabilisca un rapporto di amicizia con il proprio osservatore. È il caso di Isak, un vecchio agricoltore.

Superando i primi quindici minuti senza accusare crisi di sonno, si giunge a gustare un film davvero pregevole e delicato. L’inizio proietta lo spettatore in un mondo surreale, un paesaggio calviniano in ci lo spettatore fatica a mettere insieme i pezzi del puzzle. Poi la storia comincia pian piano a decollare. Il film focalizza l’attenzione sull’amicizia tra Isak e Folke. L’umorismo prende piede e strappa più di una risata. Siamo nel dopoguerra e il rapporto osservato-osservatore sembra quello tra prigioniero e aguzzino, tra conquistato e conquistatore. Ma le posizioni iniziali si smorzano e da fredde divengono più umane e la diffidenza reciproca lascia il posto alla complicità. I due protagonisti occupano quasi sempre la scena. Sono vecchi, grotteschi, onirici e fanno lavori assurdi: due disperati che si incontrano nella solitudine. Fanno pensare a Vladimiro ed Estragone e ad altri personaggi del teatro beckettiano.
Kitchen Stories
è stato a Cannes nella sezione Quinzaine des Réalisateurs di Cannes e ha divertito molto il pubblico. Un’altra sorpresa del cinema scandinavo dopo
L’uomo senza passato
del finlandese Aki Kaurismaki, che nel 2002, sempre a Cannes, si era aggiudicato il Gran Premio della Giuria.
(francesco marchetti)

Il bacio della donna ragno

Un omosessuale e un prigioniero politico dividono la stessa, cupa cella in un carcere sudamericano. Al primo viene promessa la libertà se riuscirà a far confessare all’altro il nome dei suoi complici. Una intensa interpretazione di William Hurt che nel 1985 gli valse un Oscar e il premio come miglior attore a Cannes. Il film è tratto dal romanzo di Manuel Puig. (andrea tagliacozzo)

Vincere

Benito Mussolini è alla direzione dell’Avanti quando incontra Ida Dalser a Milano. Egli è un ardente agitatore socialista impegnato a guidare le folle verso un futuro di emancipazione sociale. Ida crede fortemente nelle sue idee: Mussolini è il suo eroe. Per lui, per finanziare la fondazione del Popolo d’Italia, vende tutto: appartamento, salone di bellezza, mobilio, gioielli. Allo scoppio della guerra, Mussolini si arruola e scompare dalla vita della donna. Ida lo rivedrà in un ospedale militare, immobilizzato e accudito da Rachele, appena sposata con rito civile. Furente si scaglia contro la rivale, rivendicando di essere lei la vera moglie, di avergli dato un figlio, ma viene allontanata a forza. Disconosciuta, sorvegliata, pedinata, Ida non si arrende, protestando la sua verità. Rinchiusa in manicomio lei – in un istituto il bambino – per oltre undici anni, tra torture e costrizioni fisiche, non ne uscirà mai più e mai più rivedrà suo figlio, a cui toccherà la stessa disperata sorte di esistenza cancellata.

Pelle alla conquista del mondo

Meraviglioso dramma ambientato nel XIX secolo su un umile vecchio vedovo (von Sydow) e il suo giovane figlio Pelle (Hvenegaard), immigrati svedesi in Danimarca. Sono gente semplice con sogni semplici e modesti, eppure devono lottare con coraggio per sopravvivere in un mondo pieno di crudeltà e ingiustizie quotidiane. Il vitale legame di vicinanza tra padre e figlio è particolarmente significativo. Il romanzo in quattro volumi di Martin Andersen Nexo (del quale solo una frazione è rappresentata qui) è stato adattato dal regista. Oscar come miglior film straniero.

Drive

Uno stuntman cinematografico, nel tempo libero diventa autista freelance al servizio di rapinatori durante i loro colpi. Quando una rapina in banca, però, non va come previsto, e l’uomo scopre che è stata messa una taglia sulla sua testa, decide di scappare portandosi dietro la ragazza di un ex detenuto… Palma d’Oro per la regia a Refn (anche una nomination come miglior film) e una candidatura all’Oscar per il Sonoro.

Fahrenheit 9/11

Un po’
Blob,
un po’
Report,
un po’
Paperissima e Striscia la notizia,
con sentori della prima
Samarcanda, Fahrenheit 9/11
ti incolla alla poltrona per due ore belle tirate, rielaborando con abilità materiali presi per lo più dalla televisione (la assai conservatrice Fox su tutte), alternati a interviste e provocazioni da Gabibbo. Non appaia blasfemo l’accostamento tra l’opera che ha vinto la Palma d’oro a Cannes e che, a tutt’oggi, rappresenta il più serio e documentato attacco alla Presidenza Usa in vista del decisivo confronto elettorale di novembre. La materia con la quale è imbastito
Fahrenheit
è quella stessa che tante volte abbiamo avuto il privilegio (raro?) di (ri)gustare nelle lunghe nottate sul terzo canale, o anche in certe azzeccate inchieste della Banda Ricci.

La tesi che Moore sposa è ormai ampiamente nota: George W. Bush riesce a farsi eleggere Presidente dell’iperpotenza Usa, a danno del candidato democratico Al Gore, per un pugno di voti contestatissimi (ottenuti forse con gli «aiutini» della potente famiglia). George è il classico «figlio di papà», indolente e non troppo sveglio, che fa carriera grazie alle amicizie altolocate dell’augusto padre. Una in particolare: quella con la dinastia saudita dei Bin Laden. Sì, proprio il clan di Osama, il mandante della strage delle Torri Gemelle. Da ciò deriverebbero una serie di colpevoli lassismi e ritardi e inciuci che hanno consentito finora all’ascetico sceicco di farla franca. E si arriva così alle invasioni dell’Afghanistan e dell’Iraq. Quest’ultima vissuta attraverso il toccante racconto di una mamma americana, una «democratica conservatrice», che dopo aver perso il figlio
marine,
si rende conto fino in fondo dell’insensatezza del conflitto e sfoga con toccante compostezza il proprio dolore di fronte alla Casa Bianca.

Non renderemmo giustizia al documento se ci attardassimo – come tuttavia hanno fatto un po’ tutti i media italiani – nella disanima dell’autorevolezza delle fonti o, all’opposto, del tasso di faziosità mostrato da Moore. Non vengono del resto svelati fatti rimasti sinora segreti, né citate fonti alle quali mai microfono umano abbia potuto attingere. La peculiarità del lavoro del
filmaker
americano sta nella perizia con la quale i diversi linguaggi sono mescolati, mantenendo una mirabile coesione che imprime forza e credibilità all’insieme. La tesi del complotto ordito per scopi personali dal clan presidenziale ai danni dell’intera umanità è percorsa senza l’ansia di convincere a tutti i costi. Moore è ben consapevole che più dell’inchiesta – svolta con perfetto stile giornalistico – sarà lo sguardo ebete e vagamente luciferino del Presidente a imprimersi nella memoria del pubblico, insieme con le scene dei corpi straziati e mutilati dei civili iracheni e dei soldati americani.

A parte la totale assenza di citazioni della presenza militare italiana in Iraq (voluta per esprimere l’inappellabile sdegno dell’autore o semplicemente omessa per carità cristiana? Si elzevireggi pure
ad libitum…),
la visione di
Fahrenheit 9/11
da parte dello spettatore europeo risulta notevolmente depotenziata. Vuoi per l’ambito marcatamente statunitense di alcuni passi della vicenda, vuoi per una scelta – forse quella che più abbiamo apprezzato – di provare a leggere la guerra e tutto il suo corollario, attraverso lo sguardo smagato e dolente degli abitanti di Flint (i
flintesi?),
il piccolo centro del Michigan dove Moore è nato e dove costantemente ritorna per verificare «sul campo» la validità delle proprie tesi generali. Così si scopre quel pezzo d’America al quale il cineasta ci sembra appartenere. Un’America
blue collar,
operaista e ferita, battuta forte della crisi industriale e dalla conseguente disoccupazione, che trova nell’adesione quasi fideistica ai valori della patria e nella pratica militare le risposte che la società civile non può e non vuole darle. Si scopre così il lato fieramente patriottico del pingue cineasta, che non esita a farsi burla di Stati come il Marocco o la Costa Rica, e che non dedica una sola parola al contesto internazionale nel quale la guerra irachena si pone. Contesto certo non esaltante ma pur sempre degno di qualche pensiero. Invece nulla.

Documentario di lotta politica ma anche di governo dell’opinione pubblica,
Fahrenheit 9/11
non ci parso per nulla il ruggito anti-globalizzazione che tanti qui in Europa hanno voluto intendere. Certo un manifesto di nuova cinematografia radical-popolare di cui alle nostre latitudini ci sarebbe tanto bisogno. Non che manchino i materiali…

(enzo fragassi)

Blow-up

Una parabola sulla cultura pop, appassionante, ipnotica e provocatoria, incentrata sulla storia di un fotografo che fa della passività la cifra caratterizzante il suo stile di vita. Film ricco di simbolismi, con più livelli di lettura. Tratto dal racconto La bava del diavolo di Julio Cortazar il film, Palma d’oro a Cannes, è una riflessione sull’impossibilità del cinema di dire il vero e sui rapporti complessi tra arte e realtà, tra ciò che si vede e ciò che si comprende. Ottenne un grande successo soprattutto per i suoi contenuti più facili (il fascino del fotografo di moda circondato dalle modelle, il ritratto della Swinging London). Musica di Herbie Hancock.

Il profeta

Condannato a sei anni di carcere, il 19enne Malik El Djebena non sa né leggere né scrivere. In prigione, preso di mira dal leader della gang corsa del carcere, Malik è costretto a svolgere numerose ‘missioni’, che gli meriteranno la fiducia del boss. Il giovane è coraggioso e impara alla svelta, ma non esiterà a mettere a punto un suo piano segreto.

Partendo dalle convenzioni del cinema carcerario e ampliandole fino a trasformarlo in un vero “romanzo di formazione”, Audiard ci offre il ritratto senza speranza e senza concessioni dell’iniziazione alla malavita di un paria della società. Girato con uno stile nervoso e minimalista, il film illustra l’universo disperato della prigione, dove vige solo la legge del più forte. Al suo interno Malik cerca di barcamenarsi, ogni volta facendo un passo avanti nella comprensione  del potere e delle regole che lo guidano, e contemporaneamente cancellando i sensi di colpa che lo rincorrono in una serie di scene troppo programmaticamente “fantastiche” (in cui si trova a dialogare con l’uomo che ha ucciso e che ha dato il via alla sua carriera criminale in carcere). Da vedere assolutamente in originale, dove si mescolano corso, francese e arabo e non nella versione doppiata che appiattisce tutto. Gran Premio della giuria a Cannes, nove César su tredici nomination.