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Oro rosso

Un film che, non per ironia della sorte, bensì per volere della censura, non sarà visto da coloro ai quali è principalmente indirizzato per molti anni a venire. Il film di Jafar Panahi, regista iraniano dotato di una spiccata familiarità con i riconoscimenti (il suo
Palloncino bianco
fu premiato con la
Camera d’oro
a Cannes nel 1995; venne poi il
Leone d’oro
a Venezia nel 2000 con

Il cerchio
. Questo
Oro rosso
ha ricevuto il premio della giuria ancora a Cannes nel 2003 nella sezione
Un certain regard)
ha confezionato, sulla sceneggiatura scritta per lui dal maestro Abbas Kiarostami, un ritratto urbano di acuta denuncia sociale, dal potente impianto neorealista.

Hussein, un reduce afflitto da problemi nervosi, costretto a cure quotidiane di cortisone, sbarca il lunario come può consegnando pizze a domicilio con il suo amico Alì, che vuole fargli sposare la sorella e che per arrotondare il magro mensile non disdegna qualche borseggio. Il lavoro di Hussein lo pone in diretto contatto con le drammatiche differenze sociali e di censo che caratterizzano l’Iran odierno, rendendo la sua condizione sempre più insopportabile, fino alla drammatica conclusione, che Panahi pone all’inizio del film, trasformandolo così in un lungo tunnel al termine del quale lo spettatore sa trovarsi solo la morte.

Non nuova alla denuncia del regime khomeinista vigente in Iran, la coppia Kiarostami/Panahi punta la cinepresa sulla spietata realtà urbana di Teheran, che soffoca la voglia di libertà dei giovani (la maggioranza degli iraniani ha meno di 40 anni) sottoponendola alla pervasiva presenza della polizia, lasciando invece che si approfondiscano le differenze di censo, vere e proprie mura che tagliano invisibilmente i quartieri della città, separando i ghetti dei molti dalle regge dei pochi. Basato, come spesso accade nella cinematografia di Panahi, su un fatto realmente accaduto, il protagonista (un attore non professionista anch’egli afflitto da problemi psichici), subisce impotente questa dura realtà, fumando «57», una marca di sigarette che ricorda l’anno della rivoluzione e che tutti trovano «troppo pesanti». La reazione finale è disperata, indotta più da un bisogno di autodistruzione che dalla ricerca di una impossibile forma di riscatto. Da vedere (pensando a chi non può).

(enzo fragassi)

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