L’ombra del testimone

Che bello vedere un film in cui il tenero Bruce, eroe senza macchia e amico dei bambini, è un marito violento, zozzo e ubriacone. E dove Demi Moore, sciatta e ancora senza tette rifatte, lo ammazza. Ammesso che non sia stata la sua amica del cuore (Glenne Headly). Perché è uno di quei film dove passiamo un’ora e quaranta a chiederci chi ha fatto cosa. Il probo poliziotto (Harvey Keitel) interroga. I flashback si accavallano e si contraddicono. E alla fine la verità viene a galla, anche se chi ha visto
Paura in palcoscenico
di Hitchcock ha già sgamato tutto. La Moore co-produce e assolda un regista-autore, cresciuto alla scuola di Altman, che si limita a una corretta direzione d’attori. Ci si chiede perché l’America di provincia debba essere sempre così interessante e drammaturgica.
(alberto pezzotta)

Fbi: protezione testimoni

Bastano due star in gran forma e un soggetto divertente per fare un buon film? Probabilmente no. Specialmente se a dirigere il tutto è un regista mediocre e con scarso senso del ritmo come Jonathan Lynn. Ma nonostante i difetti, i punti morti e qualche particolare di dubbio gusto (come la recitazione caricata all’eccesso di Rosanna Arquette) si ride comunque di brutto in
Fbi: protezione testimoni
. Merito soprattutto dell’autoironico Bruce Willis, che si prende allegramente gioco della sua immagine di «duro», e della verve di Matthew Perry, un autentico ciclone che attraversa lo schermo con l’energia di un personaggio dei cartoni animati. Willis conferma di avere un gran talento per la commedia (come aveva recentemente dimostrato nel delizioso
Storia di noi due
), ma anche ai confini della parodia il suo carisma ne esce intatto e più solido che mai. Va a suo merito anche il fatto di lasciare grande spazio al suo più giovane collega, un Matthew Perry davvero scatenato, a suo agio con la comicità quasi esclusivamente fisica impostagli dal ruolo (da ammirare come riesce a cavarsela in situazioni comiche abusate, come quando urta in pieno viso una porta a vetri). Discreto anche il cast di contorno, dove spiccano il gigantesco Michael Clarke Duncan e la statuaria Natasha Henstridge. Certo, se dietro la macchina da presa avesse agito un regista del calibro di Harold Ramis il film sarebbe stato ben altra cosa. Una sorta di
Terapia e pallottole
al cubo.
(andrea tagliacozzo)

Die Hard: Vivere o morire

È l’inizio di un giorno di festa, il 4 luglio, ma il detective John McClane non ha molto da festeggiare. È reduce dall’ennesima discussione con la figlia adolescente Lucy e gli è appena stato assegnato l’incarico di rintracciare un giovane hacker, Matt Farrell, che deve essere interrogato dal FBI. Quando lo trova è ormai in corso un attacco alla vulnerabile infrastruttura informatica degli Stati Uniti, che sta progressivamente bloccando l’intero paese. Il misterioso artefice del piano è Thomas Gabriel, un nome conosciuto tra le forze di sicurezza dell’antiterrorismo che ha deciso di passare dalla parte dei cattivi.

Il falò delle vanità

La vita di un potente manager di Wall Street va in pezzi quando la moglie scopre la sua relazione extraconiugale, e lui e l’amante — coinvolti in un incidente stradale — scappano senza prestare soccorso. Le sfumature e lo spessore del romanzo di Tom Wolfe da cui il film è tratto scompaiono completamente, e i personaggi vengono trasformati in caricature stereotipate. Un penoso spreco di soldi e talento. F. Murray Abraham interpreta il procuratore distrettuale del Bronx. Super 35.

Pulp Fiction

Pulp Fiction

mame cinema PULP FICTION - STASERA IN TV IL CULT DI TARANTINO scena
Una scena del film

Terzo e ultimo capitolo della trilogia pulp di Quentin Tarantino, Pulp Fiction (1994) consiste in un intreccio di storie collegate tra loro, ma presentate non in ordine cronologico. I protagonisti sono Vincent Vega (John Travolta), Jules Winnfield (Samuel L. Jackson), Mia Wallace (Uma Thurman),  Winston Wolf (Harvey Keitel), Butch Coolidge (Bruce Willis) e Marsellus Wallace (Ving Rhames). Lo stesso Tarantino appare nel film nel ruolo di Jimmie Dimmick.

Tra malavita e situazioni assurde, il film presenta un manierismo che è ben oltre il citazionismo e lo stile-videoclip degli anni Ottanta: Tarantino non cita, piuttosto se gli serve copia. Non ci sono innovazioni narrative, eppure la pellicola è ormai un cult della storia del cinema. Le inquadrature sono lunghe e tortuose, il montaggio è frenetico ma non spezzettato, le sceneggiature sono di ferro, in tutto il film non si vede mai un televisore né una cinepresa. Il cuore del suo cinema sta nella particolare stimmung che circonda la cinefilia e il senso di morte, nell’uso ormai completamente disinvolto dei materiali.

Curiosità

  • Scritto da Tarantino e Roger Avary, il film è stato diretto solo dal primo: Avary si stava dedicando in quel periodo alla sceneggiatura e alla regia di Killing Zoe, il suo esordio alla regia.
  •  Samuel L. Jackson ha definito il lavoro con Quentin Tarantino come «qualcosa di assolutamente straordinario», considerando il regista come «un’enciclopedia del cinema vivente».
  • Per quel che riguarda lo stile, Tarantino ha ammesso di essersi ispirato a grandi personaggi come Alfred Hitchcockma anche a registi di spicco del cinema noir come Don Siegel o Jean-Luc Godard.
  • In un’intervista, Tarantino ha dichiarato che secondo lui il motivo del successo di Pulp Fiction è rappresentato dalla scoperta che coglie di sorpresa lo spettatore. Più tardi dirà infatti che: «Una delle cose che preferisco nel raccontare storie come faccio io, è dare forti emozioni: lasciare che il pubblico si rilassi, si diverta e poi all’improvviso… boom!, voglio trasportarli improvvisamente in un altro film.»
  • La pellicola si è aggiudicata il premio Oscar e il Golden Globe per la Migliore sceneggiatura originale a Quentin Tarantino e Roger Avary.

Alpha Dog

Johnny Truelove è un giovane spacciatore di Los Angeles. Uno dei suoi sottoposti, Jake Marzusky, accumula con lui un debito di milleduecento dollari. Tra i due cresce il rancore mentre altri episodi alzano la tensione fino al punto in cui Johnny decide di sequestrare il fratello quindicenne di Jake, Zach. Deciso a non finire in galera, Johnny ne ordina l’esecuzione. Basato sulla vera storia di Jesse James Hollywood, che a vent’anni entrò nella lista dei dieci criminali più ricercati dall’FBI. 

Sin City

Sin City

mame cinema SIN CITY - STASERA IN TV IL PRIMO CAPITOLO DELLA SAGA scena
Una scena del film

Diretto da Robert Rodriguez, Frank Miller e Quentin Tarantino, Sin City (2005) è diviso in tre episodi, che raccontano tre storie dell’opera originale di Miller: Un duro addioQuel bastardo giallo e Un’abbuffata di morte. All’inizio e alla fine del film viene accennata la parte che nel fumetto corrisponde al racconto Il cliente ha sempre ragione.

I personaggi principali sono il poliziotto John Hartigan (Bruce Willis), Nancy Callahan (Jessica Alba), Marv (Mickey Rourke), Dwight McCarthy (Clive Owen), Roark Jr. (Nick Stahl), Kevin (Elijah Wood), Gail (Rosario Dawson) e Jackie Boy (Benicio Del Toro).

Tre storie di vita violenta. Sullo sfondo, la città di Basin City, un luogo corrotto fino al midollo, tanto marcio da meritarsi il soprannome di Sin City, la città del peccato.
John Hartigan (Bruce Willis) è uno sbirro prossimo alla pensione, che durante la sua ultima notte di servizio salva Nancy (Jessica Alba), undici anni, dalle grinfie di un pedofilo assassino. Ma il maniaco è il figlio del più potente uomo politico di Sin City, che metterà in atto una crudele vendetta contro il poliziotto.
Dieci anni dopo: Marv (Mickey Rourke), un bestione pazzo dall’aspetto mostruoso, si innamora di una prostituta incontrata in uno squallido bar dei bassifondi. Goldie, così si chiama la donna, offre a Marv l’unica notte d’amore della sua disperata vita, prima di essere barbaramente uccisa.

Alcuni mesi prima: Dwight McCarthy (Clive Owen) e la sua amata Gale (Rosario Dawson), boss della gang di prostitute guerriere che controllano la città vecchia, combattono per scongiurare una guerra fra poliziotti, prostitute e malavitosi. Casus belli , l’uccisione da parte delle «ragazze» di un poliziotto violento, Jackie Boy (Benicio Del Toro).
Robert Rodriguez gira la sua pellicola più riuscita grazie alla collaborazione di Frank Miller, forse il più grande cartoonist americano degli ultimi vent’anni, sicuramente uno dei più influenti.

Curiosità

  • Frank Miller appare nel film nel ruolo di un prete.
  • Il film è completamente girato in digitale e ha un’ambientazione quasi totalmente virtuale: e sole tre scenografie realizzate realmente sono quelle del bar di Sin City, della casa di Shellie (Brittany Murphy) e dell’ospedale.
  • Come il fumetto, la pellicola è interamente in bianco e nero, con alcuni sprazzi di colore improvvisi per accentuare dei particolari importanti, una tecnica simile a quella usata prima da Francis Ford Coppola in Rusty il selvaggio.
  • La parte di John Hartigan era stata inizialmente offerta a Michael Douglas, il quale tuttavia la rifiutò. Così venne scelto al suo posto Bruce Willis.
  • Altri attori a cui era stato proposto un ruolo nel film sono Christopher Walken e Willem Dafoe per la parte del senatore Roark, Nick Stahl per la parte di Junior, ma furono anche considerati Steve Buscemi e Leonardo DiCaprio. Robert Rodriguez aveva pensato a Johnny Depp per il ruolo di Jackie Boy, poi andato a Benicio del Toro.

RECENSIONE

Miller ha iniziato con i supereroi nei primi ’80, scrivendo le saghe che hanno rivitalizzato personaggi come Batman ( The Dark Knight Returns ) e Daredevil ( Born Again, Elektra Lives Again ). Poi, nel 1993 ha deciso di mettersi in proprio e ha iniziato a lavorare sul progetto Sin City : le storie a fumetti, disegnate in un durissimo e rigoroso bianco e nero e permeate di violenza e cinismo, hanno da subito fatto gridare al capolavoro e attirato l’attenzione dei fan del pulp e del noir . Fra questi, sicuramente anche Rodriguez, il cui amore per il fumetto di Miller traspare in maniera cristallina in ogni singola inquadratura che compone le oltre due ore del film.
I due co-registi trasportano infatti su grande schermo il linguaggio delle tavole a fumetti, riprendendo fedelmente dall’originale disegnato ogni dialogo e perfino moltissime inquadrature. Gli albi a fumetti sono diventati la base per la composizione dello storyboard e si sono praticamente sostituiti a quest’ultimo. I sociologi dei media americani Bolter e Grusin hanno parlato di «rimediazione» per definire il processo di spostamento di linguaggio da un mezzo di comunicazione all’altro: Miller e Rodriguez forniscono uno dei più lampanti esempi concreti di questo processo, con un film cui l’aggettivo «post-moderno» non può che calzare a pennello.
Questa convergenza estetica tra cinema e fumetto è stata resa possibile grazie al pesante uso della tecnica digitale: gli attori hanno recitato su un set totalmente spoglio, sugli sfondi monocromatici del bluescreen , e gli ambienti sono stati aggiunti successivamente, con un enorme lavoro di post-produzione. Avevamo visto qualcosa di molto simile in Sky Captain And The World Of Tomorrow , uscito circa sei mesi fa, ma in Sin City l’effetto è ancora migliore; per rendersene conto, basta guardare l’incredibile perfezione della pioggia che cade incessante sulla «città del peccato».

Dal punto di vista estetico ci troviamo quindi davanti a un prodotto interessante e affascinante. Lo stile c’è ma è necessario evidenziare alcune piccole lacune che riguardano il contenuto narrativo. La più evidente è l’uso a volte eccessivo della voce fuori campo, che fa entrare direttamente nei pensieri dei character principali: è sicuramente la soluzione più immediata per rappresentare sullo schermo le ipertrofiche didascalie che Miller usa per dare la parola al flusso di coscienza dei suoi personaggi disegnati, ma dopo due ore rischia di mettere alla prova i nervi dello spettatore medio, tanto più che le voci di Hartigan, Marv e Dwight sono drammaticamente simili.
Sin City rimane comunque un grande film che, scontrandosi frontalmente con quanto il cinema d’autore oggi produce, darà adito a molte critiche. Un piccolo prezzo da pagare, inevitabile quando si sottopone al giudizio del pubblico un prodotto di forte personalità e con un non indifferente contenuto di innovazione.
Il cast, infine, è veramente stellare, altro che Ocean’s Eleven . E un paio di scene sono imperdibili, soprattutto quella del surreale dialogo tra Hartigan e il cadavere di Jackie Boy, girate dallo special guest director Quentin Tarantino. (michele serra)

Perfect Stranger

Un’affascinante reporter, Rowena Price (Halle Berry), indagando sull’assassinio di una cara amica, si imbatte nella figura di un facoltoso pubblicitario, Harrison Hill (Bruce Willis), che potrebbe essere coinvolto. Con l’aiuto di un mago dell’informatica, la giornalista riesce prima a penetrare negli archivi della società di Hill e poi, sempre assumendo identità elettroniche fittizie, entra a far parte della cerchia di assidui frequentatori di un sito a sfondo erotico, fra i quali anche l’imprenditore. Ma Rowena non è l’unica a spacciarsi per qualcun altro, approfittando dell’anonimato garantito dell

Attacco al potere

Alcuni terroristi fanno esplodere bombe per tutta New York, mettendo in ginocchio la città e spingendo così all’imposizione della legge marziale, che prevede campi di concentramento per tutti gli arabi, stranieri e cittadini. Ben presto, il generale in carica (un Willis di cartone) inizia a comportarsi come un tiranno, scontrandosi con un ispettore dell’Fbi (Washington) e con un’agente della Cia (Bening: entrambi eccellenti). Ben fatto e ricco di suspense. Super 35.

La morte ti fa bella

Commedia nera su un’affascinante ed egocentrica star del cinema (Streep), ossessionata dal timore di invecchiare, e su una donna delusa (Hawn) che vuole vendicarsi di lei a ogni costo. Una parabola sull’assurdità degli eccessi, zeppa di effetti e condotta con scarso senso della misura, nonostante la Streep sia uno spasso nel ruolo dell’attrice piena di manie. Divertente anche il cammeo del regista Sydney Pollack nei panni di un medico di Beverly Hills. Oscar per gli effetti speciali.

Solo due ore

Il detective di mezz’età Jack Mosley non se la passa bene. Una gamba malandata e una dipendenza dall’alcool lo hanno fiaccato nello spirito e nell’aspetto. Con addosso ancora i postumi di una sbornia, sta per tornare finalmente a casa a fine turno ma, suo malgrado, viene incaricato di scortare un testimone in tribunale, entro e non oltre le 10, a sedici isolati dal Distretto in cui si trova. Sono le 8.02 e in una ventina di minuti dovrebbe cavarsela. Ma Jack ignora che Eddie Bunker, il teste affidato alla sua custodia, deve deporre contro un altro poliziotto, il quale non ha nessuna intenzione di far arrivare l’uomo vivo davanti al Gran Giurì. 

Unbreakable-Il predestinato

David Dunn (Bruce Willis), il solo scampato a un terribile disastro ferroviario senza un graffio arriva a trovare il senso della propria vita dopo lunghi interrogativi e tanti dubbi, accompagnato nella comprensione e nell’accettazione di sé da uno strano individuo, Elijah Price (Samuel L. Jackson), nato con una disfunzione che rende le sue ossa fragili come il vetro. Dunn riesce così a dare finalmente un equilibrio e un significato a tutta la sua esistenza…
La deontologia critica non lo permetterebbe, ma non è semplice parlare di
Unbreakable
senza partire dallo svelamento finale, che attribuisce senso a una delle tracce poste dallo script. Ed è, per dirla tutta, l’unico senso – e l’unica traccia – che abbiamo apprezzato: la creazione di una mitologia moderna per mezzo di atti di terrorismo. Ma meno si dice meglio è, per non svuotare del tutto lo shock conclusivo… E con
Il sesto senso
– precedente fortunatissima pellicola di Shyamalan – alla mano, non ci vogliono grandi capacità divinatorie per capire come la sua messinscena ovattata e monocorde sia tutta tesa a una rivelazione che sigilla il racconto e dovrebbe scioccare il pubblico. Voleva così
Il sesto senso
, ma si trattava, a conti fatti, di una bufala. In
Unbreakable
, invece, il meccanismo funziona e il risvolto che chiude la storia ombreggia il film di nero rivoluzionario, e perfino pericoloso. Forse più sulla carta, a dir la verità: perché Shyamalan, prima dei titoli di coda, fa rientrare tutto in un contesto di «falsa realtà» che infastidisce non poco. Così come infastidisce l’asse di senso portante dell’intero film: capire, prima o poi, qual è il proprio posto e ruolo in questo mondo e in questa vita.Suona molto New Age, è in effetti lo è. Shyamalan non è uno stupido, ed è persino consapevole di molto cinema che conta degli ultimi tempi (quello, per intenderci, che annebbia la comprensione delle cose con ostacoli alla visione: tra i tanti,
In the Mood for Love
di Wong Kar-wai e
Yi Yi
di Edward Yang), intento com’è a riprendere i personaggi attraverso «impedimenti», ma non riesce a far a meno di una sceneggiatura a tratti imbarazzante. Jackson sfoggia una pettinatura inquietante, e Willis è – come sempre – bollito. Musica vergognosa di James Newton Howard.
(pier maria bocchi)

Codice Mercury

Un bambino autistico di nove anni decifra un codice governativo “top secret”: un burocrate dagli occhi di ghiaccio (Baldwin) ordina che venga ucciso, mentre un agente dell’Fbi sul viale del tramonto (Willis) cerca di proteggerlo. A parte l’autismo del ragazzo, un thriller di suspense convenzionale, ma ben fatto e capace di tener vivo l’interesse. L’abituale personaggio d’azione di Willis qui mostra un lato più tenero, mentre Baldwin è un duro con i fiocchi. Panavision.

I mercenari – The Expendables

Barney Ross è un uomo che non ha niente da perdere. E’ coraggioso, privo di emozioni, è lui il capo, il saggio e lo stratega di questa banda che vive ai margini della società, una banda di uomini uniti da un forte legame. Le uniche cose cui è legato sono un camioncino, un idrovolante e la squadra di mercenari moderni composta da Lee Christmas, ex SAS ed esperto di qualsiasi arma dotata di una lama, Yin Yang, maestro di Close Quarter Combat, Hale Caesar, che conosce Barney da 10 anni ed è uno specialista di armi a canna lunga, Toll Road, grande esperto di demolizioni considerato come l’intellettuale del gruppo e Gunnar Jensen, veterano del combattimento ed esperto cecchino, in lotta con i suoi ‘demoni’ personali.

Il misterioso Church offre a Barney un lavoro che nessun altro accetterebbe e Barney e il suo team di ‘sacrificabili’ si avviano perciò ad intraprendere quella che apparentemente sembrerebbe una normale missione: deporre il Generale Gaza – il dittatore assassino dell’isola di Vilena – e porre così fine agli anni di morte e distruzione inflitti sul suo popolo. Nel corso di una missione di ricognizione nell’isola di Vilena, Barney e Christmas incontrano il loro contatto Sandra ma quando le cose si mettono male, sono costretti a scappare e ad abbandonare Sandra al suo destino e quindi ad una sicura condanna a morte. Ossessionato dall’idea di aver fallito la missione, Barney convince il team a far ritorno a Vilena per salvare l’ostaggio e portare a termine il lavoro. E, forse, anche per salvare un’anima: la sua.

L’ultima alba

Nigeria. Infuria la guerra civile e il tenente di vascello A.K. Waters e la sua squadra vengono incaricati di trarre in salvo Lena Kendricks, un medico americano impegnato in una missione cattolica. La dottoressa si rifiuta di lasciare il villaggio, a meno che i soldati statunitensi non portino con sé anche i suoi abitanti, permettendo loro di raggiungere il confine con il Camerun e scampare alla feroce pulizia etnica messa in atto dai ribelli dopo aver sterminato la famiglia reale. Waters accetta la richiesta della sua connazionale; inizia così una lunga e faticosissima marcia, durante la quale non mancheranno gli scontri con i paramilitari nigeriani. Perché tanto accanimento da parte di questi ultimi nei confronti di un piccolo gruppo di profughi? Presto Waters e i suoi uomini scopriranno che al suo interno si nasconde l’unico sopravvissuto fra i figli del re.

Già regista di
Training Day,
Antoine Fuqua ambienta la sua nuova pellicola in una terra dilaniata dalla guerra civile, dalla pulizia etnica e dai contrasti religiosi. «Volevo fare un film – racconta – che mostrasse che ci sono uomini e donne nel mondo militare che ci danno la possibilità di prendere tranquillamente il nostro caffè la mattina, mentre loro sono da qualche parte a lottare e a morire mentre noi non ne conosciamo neanche i nomi». Questi uomini e queste donne naturalmente sono americani, impegnati a mantenere la pace e pronti a morire a migliaia di chilometri da casa. Chissà se George W. Bush ha visto questo film. Sicuramente gli sarebbe piaciuto, visto che gli ideali espressi dai suoi protagonisti sono gli stessi proclamati dal Presidente americano. Il pubblico italiano invece rimarrà probabilmente deluso da una storia scontata nel suo svolgimento, con un Bruce Willis ormai incapace di scrollarsi di dosso i panni del «duro a morire» e una Monica Bellucci che si ostina a volersi doppiare nonostante risultati tutt’altro che eccelsi.
Salvate il soldato Ryan,
dichiarato modello di riferimento per Fuqua, è lontano anni luce.
(maurizio zoja)

Billy Bathgate

Siamo negli anni Trenta. Il giovane Billy Bathgate riesce ad entrare nella banda di Dutch Schultz, leggendario gangster newyorkese. Le cose si mettono bene e il ragazzo fa rapidamente strada. Commette un solo tragico errore: s’innamora di Drew Preston, la bellissima amante del boss. Poco amato dalla critica, il film ha il suo punto di forza nell’interpretazione di Hoffman, che giganteggia nella parte di Dutch Schultz. Bravo anche Bruce Willis, che appare in un memorabile cammeo all’inizio del film. Notevoli anche la fotografia di Nestor Almendros e l’apparato scenografico messo in piedi da Patrizia von Brandenstein, Dennis Bradford e Tim Galvin. Sceneggiatura di Tom Stoppard. (andrea tagliacozzo)

58 minuti per morire (Die Harder)

Un commando di terroristi, incaricati di liberare un dittatore del Sud America atteso a Wahington a bordo di un aereo dell’esercito americano, riesce a impadronirsi dell’intero sistema di controllo dell’areoporto. Il poliziotto John McClaine, che si trova sul posto in attesa dell’arrivo della moglie, entra subito in azione nel tentativo di fermarli. Seguito di
Trappola di cristallo
, divertente e spettacolare quanto il primo, anche se ancora più violento (non a caso, il regista Renny Harlin aveva diretto il quarto episodio della serie
Nightmare
). Simpaticissimo Bruce Willis: un antieroe coi fiocchi.
(andrea tagliacozzo)

Fast Food Nation

Il film, tratto dall’omonimo libro-inchiesta di Eric Schlosser, mostra il lato oscuro dell’industria americana dei fast food, fondata sullo sfruttamento lavorativo degli immigrati e caratterizzata da precarie condizioni igieniche. Invece di riprendere la struttura da reportage del libro, il regista Richard Linklater ne trae un racconto di finzione, incentrato sulle vicende di un manager della catena Mickey’s, costretto a lasciare il suo comodo ufficio per recarsi nell’impianto di macellazione, dove si sospetta che il cibo non sia prodotto a norma di legge. Qui scopre che numerosi lavoratori clandestini provenienti dal Messico sono stati assunti illegalmente.

Il quinto elemento

Racconto esagerato e immaginifico ambientato nel XXIII secolo, in cui uno stanco tassista di Brooklyn si ritrova coinvolto da una strana donna che potrebbe salvare il mondo dalla distruzione. Una giostra visiva di immagini futuristiche, ma la caratteristica migliore del film è il suo senso dell’umorismo. Sfortunatamente, verso la fine diventa un po’ noioso e convenzionale, con il personaggio sopra le righe del presentatore radiofonico (Tucker) che si prende la ribalta. Concepito da Besson durante la sua adolescenza. Super 35.

Bandits

Due evasi, uno duro come una roccia (Bruce Willis) e l’altro ipocondriaco e nevrotico (Billy Bob Thornton). Decidono di mantenersi rapinando banche, ma non con le solite pistole: «Fermi tutti questa è una rapina», bensì andando a casa del direttore della banca la notte prima del colpo. Da questo vengono chiamati la Banda della buonanotte. Il loro grande progetto è andare a vivere in Messico rilevando un hotel. Tutto fila liscio, diventano star televisive, la gente impazzisce per loro, quasi fossero dei novelli Robin Hood. Ma a un certo punto si mette di mezzo una donna (Cate Blanchett), insoddisfatta dalla sua vita piatta, annoiata e arrabbiata. Lei si innamora di tutti e due e loro iniziano a litigare, fino a quando… Commedia leggera con un po’ di azione e molto umorismo. Non ha picchi di genialità, ma si mantiene sempre su un livello medio accettabile. Bravissimo Billy Bob Thornton nei panni del nevrotico, un po’ sottotono Bruce Willis. Funzionale il gioco di montaggio voluto dal regista Barry Levinson (
Good Morning Vietnam, A cena con gli amici
), che basa la narrazione sui flashback.
(andrea amato)

Sunset – Intrigo a Hollywood

Nel 1929, un importante produttore di Hollywood propone a Tom Mix d’interpretare il ruolo del mitico sceriffo Wyatt Earp e ingaggia quest’ultimo, ormai in pensione, come consulente. Per aiutare una vecchia amica dell’ex sceriffo, Tom e Wyatt si ritrovano a indagare su uno strano caso omicidio. Il soggetto è interessante, la coppia Willis-Garner è sufficientemente affiatata, ma il film è privo dell’usuale energia di Blake Edwards, spenta nella cornice nostagica del film, anche se qua e là affiorano alcuni guizzi degni del maestro della commedia. Bruce Willis aveva già lavorato con il regista in
Appuntamento al buio,
girato l’anno prima.
(andrea tagliacozzo)

La vita a modo mio

Picaresco sguardo su un buono a nulla di provincia e sulla sua grande (e insana) famiglia di amiconi; dopo aver voltato le spalle alla sua vera famiglia anni addietro, ora si ritrova a passare del tempo con il figlio ormai cresciuto e il nipotino. In questo studio di caratteri dal fascino imprevedibile, un Newman irresistibilmente commovente è circondato da meravigliosi attori, incluso Willis nella parte della sua amichevole nemesi. Sceneggiatura di Benton, da un romanzo di Richard Russo. Elizabeth Wilson compare non accreditata nel ruolo dell’ex moglie di Newman.

The Jackal

Quando l’Fbi e il Kgb si trovano in difficoltà su come catturare un assassino internazionale detto “Jackal”, si rivolgono all’unico individuo che lo conosce bene: un terrorista irlandese (Gere) che sta scontando una pena in una prigione degli Stati Uniti. Un passabile thriller che ci porta in giro per il mondo, indebolito da vuoti di credibilità ma rinforzato dalla carismatica interpretazione di Gere. Anche la Venora è in grande evidenza nella non irrilevante parte dell’agente russa. Assomiglia solo lontanamente al ben più valido Il giorno dello sciacallo, malgrado si rifaccia “ufficialmente” a quella sceneggiatura. Panavision.

Senti chi parla

Una consulente fiscale rimane incinta di un cliente sposato, con il quale ha da tempo una relazione clandestina. Ma l’uomo, che ha sempre dichiarato di voler divorziare per regolarizzare la loro relazione, si tira improvvisamente indietro.
Una simpatica commediola che sfrutta a dovere l’unica idea veramente originale del film, ovvero quella di far ascoltare i pensieri del bambino (nell’edizione originale affidati alla voce di Bruce Willis, in quella italiana a Paolo Villaggio). Prima rinascita di John Travolta, reduce da una serie ininterrotta di insuccessi (la seconda, nel 1994, avverrà con
Pulp Fiction
).
(andrea tagliacozzo)

Slevin – Patto criminale

Fine anni Settanta. Tutto comincia con un cavallo. O meglio, con una scommessa su di un cavallo. Il giovane Max (Scott Gibson), stanco di lavorare per quattro soldi con una moglie e un figlio da mantenere, riceve da uno zio una soffiata vincente su una corsa ippica: decide così di puntare ventimila dollari, tutti i suoi risparmi, sul settimo cavallo della decima corsa. Purtroppo le sue speranze di soldi facili si schiantano come il cuore del malcapitato cavallo (drogato) che stramazza a terra a pochi metri dall’arrivo. Max torna dal figlio Harry (Oliver Davis) che lo attende in macchina all’esterno dell’ippodromo ma, arrivato al parcheggio, non trova né lui né la macchina: spuntano due uomini che lo avvicinano e gli ricordano il debito che ha appena contratto con loro, visto che Doc (Nicholas Rice), l’allibratore a cui si era rivolto, gli ha girato la sua giocata. I due portano Max in un luogo abbandonato e lo massacrano, assoldando nel frattempo un killer che elimini anche sua moglie: una punizione esemplare per chi non paga tutto e subito. Questa, però, è una storia vecchia di vent’anni. Oggi un giovane (Josh Hartnett) si trova in un appartamento di New York che non è casa sua. Si chiama Slevin e nessuno, tranne il misterioso sicario Goodkat (Bruce Willis), sa che il ragazzo ha un piano ben preciso.
La recensione
Prendi due gangster, una scommessa su un cavallo, un killer spietato, un ragazzo «nel posto sbagliato al momento sbagliatissimo» a New York, farcisci il tutto con una sceneggiatura stile I soli