Bianco, rosso e Verdone

Elezioni politiche, inizio anni Ottanta. Tre italiani debbono spostarsi dal proprio domicilio, per votare nel comune di residenza. Un asfissiante borghese con moglie e bambini; un sempliciotto petulante e timoroso, in compagnia della nonna; un meridionale emigrato in Germania, volgare, sprovveduto e abbandonato a se stesso. Il viaggio dei tre esemplari di «homo italicus» si trasformerà in umane catastrofi… Carlo Verdone è reduce dal successo straordinario di Un sacco bello (1980) e tenta la carta del riciclaggio di struttura e ideologia del primo film (cosa che rifarà ancora quindici anni dopo con Viaggi di nozze ). Perciò Bianco, rosso e Verdone mette due accenti nella stessa parola, e concilia l’istrionismo pervasivo del comico romano, il suo fregolismo sorprendente con una struttura a episodi, che consente la frammentazione del racconto e l’affermazione della macchietta. In questo, Verdone è l’ultimo esemplare di una schiatta comica di illustri natali – basti pensare a I Mostri -, ormai ingozzonita da matrimoni consanguinei e sperpero del proprio lignaggio in accoppiamenti televisivi. Ma alcune delle macchiette restano impresse nella memoria con l’incisività di un marchio. Su tutte, il burino emigrato, rapinato e vilipeso che viaggia ormai privo persino del parabrezza, pur di arrivare a votare. Metafora di un’Italia disseminata e scollegata, capace di trovare una propria imprevedibile unità nella partecipazione politica. Come ogni metafora: grande potere poetico, inesistente aderenza alla realtà fisica. (francesco pitassio)