Un sacco bello

Carlo Verdone, al suo debutto cinematografico nella duplice veste di attore e regista, interpreta ben sei personaggi: tra questi, Enzo, un coatto romano alla disperata ricerca di un compagno per l’agognato viaggio da Roma a Cracovia. Sergio accetta di accompagnarlo, ma poco dopo aver lasciato la capitale si ammala. Prodotto da Sergio Leone, il migliore dei film di Verdone, con una regia improntata alla semplicità, ma proprio per questo più efficace che nelle pretenziose prove successive. (andrea tagliacozzo)

Zora la vampira

Opera seconda dei Manetti Bros.,
Zora la vampira
si rivela uno dei film italiani più interessanti degli ultimi anni. Pur inscrivendosi in una traiettoria in cui dominano il riciclaggio e il grado secondo (caratteristiche di una pratica metalinguistica che ormai si configura come una sorta di transgenere autonomo e ben definito), il film dei fratelli Manetti, piuttosto che tentare di ibridare il taglio sincretico dei videoclip con la struttura narrativa propria del cinema, opera una sorta di transcodifica della memoria legata ai generi. L’ottica ironicamente deformante adottata dai Manetti (un Dracula così «alanfordiano» da fare invidia ad Al Lewis), genuinamente impura, si rivela invece straordinariamente lungimirante. Lontano dall’autoreferenzialità saccente dei coevi prodotti americani e non (nei quali i codici esibiti sono chiamati a sostituire tout court ogni articolazione narrativa), Zora tenta consapevolmente di ricreare intorno ai propri indici culturali un ambiente nel quali calarli, per permettere loro di vivere come un patrimonio testuale partecipato e non soltanto saccheggiato. Ed è questa la chiave, riteniamo, che permette ai Manetti di evitare le trappole di un gioco sempre altalenante tra gli indici di realtà di una Roma buia, notturna e volutamente «periferica» e il glamour di un universo culturale esagitato, che vive tra le coordinate della serie B, la blaxploitation (la citazione puntualissima di Superfly), l’hip hop e Monnezza.

Zora la vampira
non opta mai per uno solo dei due poli (ovvero: né con Salvatores né con Er Piotta), ma nell’osservarne l’interazione – cosa che ci sembra essere il progetto stesso di messinscena del film – permette l’emergere di una lingua mai ascoltata al cinema. Un linguaggio, un suono profondo di parole nuove che sono un elemento da non sottovalutare assolutamente. Non si tratta di sociologismo spicciolo, quanto di una capacità di ascoltare luoghi e corpi nel tentativo di immaginare un cinema non più derivativo (notevole, in questa direzione, il montaggio che mima gli skratch di DJ Gruff). Tutto ciò permette a
Zora la vampira
di esibire gioiosamente il proprio essere luogo-narrazione di un cinema che si offre come precipitato di segni e storie provenienti da altri universi. Il diritto al nomadismo rivendicato dal conte Dracula diventa così pratica linguistica che «sampla» (in perfetto stile hip hop) frammenti eterogenei per ipotizzare linguaggi e strategie comunicative diversificate. Non meraviglia quindi che Carlo Verdone offra in Zora una delle sue caratterizzazioni più riuscite degli ultimi anni e che il film non risulti «vampirizzato» dalla sua presenza. In un universo linguistico ontologicamente «democratico» come quello di Zora nessun elemento prevale rispetto agli altri. Così, come in una specie di splendida jam, i Manetti mettono in immagini un mondo di segni (e i segni di un mondo) che il cinema italiano non è mai riuscito a catturare prima con tanta forza ed evidenza (oltre che con rispetto e partecipazione). Paradossalmente,
Zora la vampira
risulta così essere uno dei film più genuinamente cinefili degli ultimi anni: privo cioè di quel parassitismo linguistico che paralizza la grande maggioranza dei nostri cineasti.
(giona a. nazzaro)

Io, loro e Lara

Padre Carlo Mascolo è un missionario che vive in un villaggio nel cuore dell’Africa dove – parole sue – fa ” il medico, il preside, l’agricoltore, il meccanico e lo sceriffo a tempo pieno”. Da qualche tempo avverte i sintomi di una crisi spirituale che lo angoscia sempre di più. Dunque decide di tornare a Roma per parlarne ai suoi superiori. Il suo padre spirituale lo tranquillizza, a volte è necessaria una pausa di riflessione. Lo esorta a trascorrere un po’ di tempo in famiglia per ritrovare se stesso attraverso il calore dei propri cari. Intanto da un’altra parte della città, in un minuscolo appartamentino di periferia, una misteriosa ragazza fa dei colloqui con un assistente sociale. Sembra che la ragazza, Lara, abbia avuto dei seri problemi in passato che adesso sta cercando di risolvere. Ma nonostante l’aria da educanda che ostenta con l’assistente sociale, Lara conduce una doppia vita. Di notte, di fronte ad una web cam si trasforma in una sensualissima modella in latex e tacchi a spillo…

Troppo forte

Oscar è un borgataro romano che vorrebbe diventare attore o, quanto meno, cascatore. Dopo essersi sottoposto a decine di inutile provini, il giovane si fa convincere da un sedicente avvocato a simulare un incidente, facendosi travolgere con la moto dall’auto di un produttore americano. Solita regia incolore di Verdone, che stavolta non brilla neanche come attore. Ma Sordi nella macchietta dell’avvocato riesce a fare addirittura peggio. (andrea tagliacozzo)

Bianco, rosso e Verdone

Elezioni politiche, inizio anni Ottanta. Tre italiani debbono spostarsi dal proprio domicilio, per votare nel comune di residenza. Un asfissiante borghese con moglie e bambini; un sempliciotto petulante e timoroso, in compagnia della nonna; un meridionale emigrato in Germania, volgare, sprovveduto e abbandonato a se stesso. Il viaggio dei tre esemplari di «homo italicus» si trasformerà in umane catastrofi… Carlo Verdone è reduce dal successo straordinario di Un sacco bello (1980) e tenta la carta del riciclaggio di struttura e ideologia del primo film (cosa che rifarà ancora quindici anni dopo con Viaggi di nozze ). Perciò Bianco, rosso e Verdone mette due accenti nella stessa parola, e concilia l’istrionismo pervasivo del comico romano, il suo fregolismo sorprendente con una struttura a episodi, che consente la frammentazione del racconto e l’affermazione della macchietta. In questo, Verdone è l’ultimo esemplare di una schiatta comica di illustri natali – basti pensare a I Mostri -, ormai ingozzonita da matrimoni consanguinei e sperpero del proprio lignaggio in accoppiamenti televisivi. Ma alcune delle macchiette restano impresse nella memoria con l’incisività di un marchio. Su tutte, il burino emigrato, rapinato e vilipeso che viaggia ormai privo persino del parabrezza, pur di arrivare a votare. Metafora di un’Italia disseminata e scollegata, capace di trovare una propria imprevedibile unità nella partecipazione politica. Come ogni metafora: grande potere poetico, inesistente aderenza alla realtà fisica. (francesco pitassio)

In viaggio con papà

Film cucito su misura per la coppia inedita Sordi-Verdone, passato e presente della commedia all’italiana. Armando e Cristiano, padre e figlio, hanno due caratteri opposti: il primo è un inguaribile donnaiolo, il secondo è un impacciato e timido giovanottone. Mentre viaggiano insieme attraverso l’Italia delle vacanze estive, proveranno a conoscersi per la prima volta. Scarso ritmo e poche risate. Colpa di una sceneggiatura mediocre e di una regia ancor peggiore.
(andrea tagliacozzo)

Manuale d’amore

Film in quattro episodi dedicati ad altrettante fasi dell’amore fra un uomo e una donna. Nel primo episodio lo stralunato Tommaso (Silvio Muccino) si innamora della bella Giulia (Jasmine Trinca). Inizialmente non ricambiato, riuscirà far cambiare idea alla ragazza. Il secondo episodio vede invece Barbara (Margherita Buy) e Marco (Sergio Rubini) affrontare la loro prima crisi coniugale, mentre nel terzo Ornella (Luciana Littizzetto) viene tradita dal marito Gabriele (Dino Abbrescia) ma si rifà con gli interessi portandosi a letto un affascinante anchor man televisivo. Nell’ultimo episodio, infine, Goffredo (Carlo Verdone) viene abbandonato dalla donna che ama, trovando un tenue motivo di speranza nell’incontro con Livia (Anita Caprioli).
Un’occasione perduta. Allenatore, parole sue, di un «dream team» formato da alcuni tra i migliori attori di ciò che resta della commedia italiana, Giovanni Veronesi firma un film incredibilmente debole, affossato da una sceneggiatura assai banale, firmata dallo stesso regista insieme a Ugo Chiti e nata da un’idea di Vincenzo Cerami. Se il primo episodio potrebbe essere salvato per il rotto della cuffia, non altrettanto si può dire del secondo e del terzo, mentre il quarto, forse il migliore, vede un ottimo Verdone reggere da solo la baracca. Troppo poco. Con un cast del genere si poteva e si doveva fare molto meglio. Aurelio De Laurentiis, produttore del film, dice che gli incassi crollano a causa della pirateria. Forse potrebbe decidere di investire le sue risorse in film più interessanti, cosa che ci permettiamo di consigliare anche ai nostri lettori. (maurizio zoja)

Grande, grosso e…Verdone

Film in tre episodi. Nel primo la famiglia Nuvolone dovrebbe partecipare a un raduno nazionale di boy-scout ma la nonna muore improvvisamente e un impresario di pompe funebri sbucato dal nulla fa precipitare tutti i parenti in una sorta di incubo surreale. Nel secondo, un temutissimo professore di Storia dell’Arte presenta una sua allieva al figlio, ventenne imbranato e incapace di stabilire relazioni con l’altro sesso. Tra i due nasce un forte sentimento ma i due ragazzi dovranno fare i conti con il carattere dittatoriale e accentratore del professore. Nel terzo, infine, una famiglia di coatti arricchiti decide di prendersi una vacanza in un sobrio ed elegante hotel di Taormina, che il loro arrivo riesce a trasformare in una bolgia invivibile per gli altri ospiti.

C’era un cinese in coma

Un impresario cialtronesco, Verdone, crede di scoprire nel suo autista Fiorello un talento inespresso per la comicità volgare dei tempi moderni. Se il successo arriderà a Fiorello, a farne le spese sarà invece Verdone, tradito nell’amicizia e nei suoi affetti familiari. Nonostante qualche buono spunto, i temi appaiono confusi e la sceneggiatura non sostiene la regia del film.

Stasera a casa di Alice

Saverio convince il cognato Filippo, che ha perso la testa per la provocante Alice, a ritornare dalla moglie. Ma in seguito, recatosi dalla ragazza per liquidare la faccenda, anche Saverio finisce per innamorarsi di lei. Guai a non finire con i due che si contendono le grazie della bella Alice. L’accoppiata Verdone-Muti, già sperimentata con successo (almeno al botteghino) in Io e mia sorella , torna in una asfittica commedia che dopo venti minuti mostra già tutti i suoi limiti. Perfino il solitamente ottimo Sergio Castellitto sembra la parodia di se stesso. Praticamente insopportabile. (andrea tagliacozzo)

Sono pazzo di Iris Blond

Ritorno alla commedia malinconico sentimentale da parte del regista, dopo il successo di Viaggi di nozze. Un cantante in crisi sentimentale, Verdone, crede di essere innamorato di una matura cantante belga (Férreol) ma finisce per perdere la testa per una cameriera di un fast food (Gerini) con ambizioni musicali: i due inizieranno una carriera assieme ma il successo lascerà presto spazio ai problemi. Il contrasto fra il personaggio malinconico interpretato da Verdone e la strabordante presenza della Gerini, qui in veste di primattrice, non sempre garantisce equilibrio al film.

Il mio miglior nemico

Achille De Bellis (Carlo Verdone), sposato e con una figlia, licenzia un’inserviente perché sospettata di aver rubato un computer nell’albergo da lui diretto. Orfeo (Silvio Muccino), il figlio della donna, decide di vendicarsi. Pedina Achille e lo fotografa in compagnia dell’amante, distruggendo così la sua famiglia e la sua posizione professionale. Le cose si complicano quando la figlia di Achille, Cecilia, inizia una relazione con Orfeo e poi sparisce. I due «nemici» si alleano per trovarla… 

Sette chili in sette giorni

Due amici, che anni prima avevano ottenuto una stiracchiatissima laurea in medicina, decidono di sfruttare la moda delle diete allestendo una casa di cura per individui obesi. Dapprima le cose sembrano andare per il giusto verso e i clienti non mancano, ma alla lunga i poco professionali metodi dei due compari finiscono per far fallire l’iniziativa. Imbarazzante esordio dietro la macchina da presa del fratello di Carlo Verdone con una commedia banale e priva di spunti realmente divertenti. I due protagonisti si adeguano alla mediocrità dell’insieme. (andrea tagliacozzo)

Borotalco

Sergio Benvenuti, imbranato rappresentante di enciclopedie musicali, contatta una sua più brava collega per imparare i rudimenti del mestiere. Quando la ragazza, che non l’ha mai visto, si presenta all’appuntamento, Sergio finge di essere un altro e si atteggia a playboy con l’intento di conquistarla. Terza regia di Carlo Verdone, ancora piuttosto inesperto, ma senza le pretese dei film successivi. L’attore confeziona una commedia gradevole, ma tutt’altro che originale. (andrea tagliacozzo)

Al lupo, al lupo

Tre fratelli — il compassato pianista Rubini, il dj giovanilista Verdone e la sorella in crisi matrimoniale Francesca Neri — cercano di mettere da parte le loro passate incomprensioni per ritrovare loro padre (Morse), misteriosamente scomparso. Attraverso la ricerca del genitore e il loro stare assieme, Verdone sviluppa una riflessione nostalgica sulla difficoltà di capirsi ma sembra non poter rinunciare a sketch e caricature, talvolta grevi.

Manuale d’amore 2

Film in quattro episodi. Nel primo, Riccardo Scamarcio è un giovane che, costretto su una sedia a rotelle in seguito a un grave incidente stradale, viene sedotto dalla sua fisioterapista, Monica Bellucci. Nel secondo, Fabio Volo e Barbora Bobulova sono due sposi alle prese con le difficoltà di concepire un figlio: ricorreranno alla fecondazione assistita in una clinica di Barcellona. Nel terzo, Antonio Albanese e Sergio Rubini sono una coppia gay la cui unione è osteggiata dal tradizionalismo del padre di quest’ultimo. Anche loro andranno a Barcellona, per sposarsi con il rito civile. Nel quarto, infine, Carlo Verdone è il maitre di un ristorante di lusso che, stanco della vita matrimoniale, si lascia coinvolgere in un vortice di passione da una bella e sensuale ragazza spagnola.

Italians

Fortunato (Castellitto) è un camionista, disincantato e un po’ cialtrone, che da molti anni trasporta Ferrari rubate negli Emirati Arabi per conto di una ditta romana. Ma quello che sta per compiere – giura – sarà il suo ultimo viaggio. E’ ora di passare il testimone al giovane Marcello (Scamarcio), da pochi mesi in prova nella stessa società. Per due giorni e due notti attraversano il deserto dell’Arabia Saudita alla guida di una bisarca stipata di lussuosissime automobili. E tra esilaranti avventure e surreali posti di blocco, tra loro nasce una vera e propria amicizia. Lungo il tragitto avviene anche il commovente incontro con Hamed, l’unico amico arabo di Fortunato, un uomo di mezz’età, dall’esistenza umile ma decorosa, e con sua figlia Haifa. Arrivati a Dubai, Marcello e Fortunato decidono di concedersi una serata all’insegna del divertimento in uno dei locali più modaioli della città. Ma a causa di un incontro inatteso e piuttosto turbolento finiscono per passare la notte in prigione e per ritrovarsi coinvolti, il giorno dopo, in una folle gara di velocità tra Ferrari…

Giulio (Verdone) è un dentista che ha da poco passato la cinquantina, con un bell’attico che affaccia sui tetti di Roma, un domestico indiano, un matrimonio fallito che lo ha fatto sprofondare nella depressione più nera e un imminente convegno a San Pietroburgo a cui non ha più nessuna voglia di partecipare. Ma il suo collega e amico Fausto è irremovibile: la Russia è la patria del sesso facile e una settimana lì è meglio di un anno di psicoanalisi. Lo mette in contatto con Vito Calzone (Dario Bandiera), improbabile e buffo organizzatore on-line di viaggi a sfondo sessuale. Giulio accetta di malavoglia, ma è chiaro da subito con Vito: lui sta partendo per lavoro, è un professionista stimato e la parola d’ordine deve essere una sola, discrezione. Ma come parlare di discrezione con Vito Calzone! Per colpa sua, Giulio andrà incontro ad una terribile figuraccia con Vera (Ksenia Rappoport), la sua interprete personale, finirà in festini a sfondo sadomaso in meravigliose ville, tra persone di dubbia moralità e in odore di criminalità, e si troverà addirittura coinvolto in una sparatoria da gangster-movie, da cui uscirà incolume soltanto grazie al provvidenziale aiuto di Vera…

Perdiamoci di vista

Verdone, presentatore televisivo, è disposto a tutto pur di fare audience ma quando viene smascherato in diretta dalla paraplegica Argento, il mondo gli crolla addosso: perde il posto e, soprattutto, le sue certezze. Forse il film più coraggioso di Verdone che prova a smarcarsi dalla commedia faticando però a sviluppare una critica sociale compiuta ed efficace.

Compagni di scuola

Dopo quindici anni, la trentacinquenne Federica riunisce nella sua villa i suoi ex compagni di scuola. Qualcuno ha fatto strada, qualcun altro no. La maggior parte, comunque, è terribilmente insoddisfatta di quello che la vita gli ha riservato. C’è anche chi, però, non ha perso il gusto per gli scherzi goliardici. Il più maturo dei film di Carlo Verdone, alle prese con una storia corale piuttosto difficile da gestire, ma risolta con una buona dose di sana cattiveria. L’attore-regista è comunque aiutato da un cast di tutto rispetto e una buona sceneggiatura scritta dallo stesso Verdone con Leo Benvenuti e Piero De Bernardi. Rimarrà, purtroppo, un tentativo isolato di uscire fuori dagli schemi, vanificato da un prosieguo di carriera a tratti imbarazzante. (andrea tagliacozzo)

Ma che colpa abbiamo noi

Otto pazienti sono in una seduta di analisi di gruppo. Mentre raccontano i loro problemi e i loro sogni, la dottoressa che li cura muore di vecchiaia. Gli otto, tre donne e cinque uomini, decidono così di fare una terapia autogestita, senza l’aiuto di uno specialista. Gegè è figlio di un industriale severo, ne è ancora vittima alla sua età. Di nascosto frequenta una ragazza più giovane di lui, appassionata di palestra. Ha un figlio in Argentina che non vede da una decina di anni, perché ha paura di viaggiare in aereo. Flavia è una professoressa, nevrotica per le scarpe e amante di un uomo che non lascerà mai la famiglia. Chiara è una studentessa di architettura, bulimica, innamorata di un compagno di chat, che non ha mai visto. Marco è figlio di un ambasciatore, silenzioso e introverso. Ernesto ha tradito la moglie, che lo ha cacciato, e adesso vuole riconquistarla. Per riuscire a dormire deve prendere il treno. Luca è un omosessuale innamorato di un bisessuale sposato. Alfredo è un orchestrale obeso, molto cattolico, che vive ancora con la madre. Gabriella è una donna eccessiva, che non vuole rassegnarsi al passare del tempo. Il gruppo di analisi riesce a sopravvivere grazie all’unità, all’amicizia e alla solidarietà reciproca, che ogni tanto però sembra soccombere all’egoismo di ognuno. Un film sulle fragilità umane, sul disperato bisogno di aggrapparsi al proprio analista come se solo lui potesse riuscire a trovare la via della salvezza. Un film corale, con un ottimo cast, per una commedia che non fa ridere, ma che fa sorridere sulle debolezze comuni. Dopo tre anni di silenzio, e 22 anni di carriera, Carlo Verdone ritorna sul grande schermo con una pellicola che ricorda Compagni di Scuola e Maledetto il giorno che ti ho incontrato, ma che comunque riscopre il piacere di raccontare la nostra Italia, dopo il flop di C’era un cinese in coma. Non uno dei suoi film migliori, ma ben lontano dal peggiore. (andrea amato)

Viaggi di nozze

Riedizione aggiornata della galleria di personaggi di Verdone che vede questa volta protagoniste tre coppie in viaggio di nozze: il pignolo professore (Verdone) che esaspera la remissiva seconda moglie (Pivetti), Giovannino e Valeriana (Verdone e Mascoli) che devono vedersela con parenti troppo invadenti e, in ultimo, la coppia di coatti (Verdone e Gerini) che decidono di dedicare la loro luna di miele a un tour delle migliori discoteche. A parte qualche battutaccia, diversi e numerosi i momenti esilaranti.

Maledetto il giorno che t’ho incontrato

Bernardo, giornalista musicale, e Camilla, attrice di pubblicità, s’incontrano casualmente. Sono entrambi ipernevrotici e si servono dello stesso psicanalista. Bernardo è stato appena lasciato dalla fidanzata, Adriana, e sta cercando di riprendersi dallo choc. Assistendosi a vicenda, senza implicazioni sentimentali, i due cercano di vincere le proprie paure. La simpatia dei due interpreti e qualche battuta divertente non riescono a riscattare una sceneggiatura zoppicante, un finale irritante e, soprattutto, la regia mediocre e incolore di Verdone. (andrea tagliacozzo)

L’amore è eterno finché dura

Sposati da vent’anni con una figlia di diciassette, Gilberto e Tiziana sono in crisi. Lei ha scoperto che lui ha partecipato a una serata per single organizzata in un locale. Lui ha scoperto che lei lo tradisce da due anni con un amico di famiglia. Trasferitosi a casa del comproprietario del negozio di ottica in cui lavora, avrà modo di riflettere sulle cause della fine del suo matrimonio e sulle dinamiche che conducono due persone a piacersi, innamorarsi, stare insieme e, molto spesso, lasciarsi.
Cos’è il vero amore? Come si fa a farlo durare? Perché a un certo punto il desiderio si spegne? È possibile non tradire mai? Domande eterne cui Carlo Verdone e i suoi sceneggiatori Francesca Marciano e Pasquale Plastino hanno cercato di dare una risposta con un film che, parole dello stesso regista, «mantenesse la leggerezza di una commedia brillante senza glissare sugli aspetti seri dell’argomento». Un obiettivo raggiunto, nonostante la pellicola non sia all’altezza del miglior Verdone, quello di Compagni di scuola e Maledetto il giorno che ti ho incontrato, per sua stessa ammissione i lavori più riusciti del regista romano. A una prima parte più scoppiettante, con il Verdone attore in gran forma, ne segue infatti una seconda sin troppo lunga, quella in cui «gli aspetti seri dell’argomento» vengono affrontati senza peccare di superficialità ma anche senza il mordente necessario a tenere alto il ritmo della commedia. Laura Morante ripete, in chiave leggermente più comica, il personaggio interpretato in Ricordati di me di Gabriele Muccino, mentre Stefania Rocca passa con disinvoltura dall’ultimo thriller di Dario Argento a un ruolo più adatto alle sue corde, quello della sensibile amica-confidente-amante che tutti gli uomini in crisi sperano prima o poi di incontrare. Un film che piacerà solo ai fedelissimi di Carlo Verdone, che vi ritroveranno numerosi elementi comuni a quasi tutta la filmografia del loro beniamino come i divertenti personaggi di contorno, l’ossessione per le malattie e la presenza di uno psicologo. Chi invece non ha mai apprezzato il suo cinema non troverà in questa pellicola sufficienti motivi per cambiare idea. (maurizio zoja)

Il bambino e il poliziotto

Il commissario Carlo Vinciguerra si prende in casa il piccolo Giulio, figlio di una giovane arrestata per spaccio di stupefacenti. La convivenza tra i due si prospetta subito difficile: il bambino sconvolge tutte le abitudini del poliziotto e rischia di mettere in crisi la relazione che questi ha con la collega Lucia. Uno dei punti più bassi della carriera di Carlo Verdone. Un film stucchevole, prevedibile e detestabile, almeno quanto l’odioso e petulante ragazzino. (andrea tagliacozzo)