Un sacco bello

Carlo Verdone, al suo debutto cinematografico nella duplice veste di attore e regista, interpreta ben sei personaggi: tra questi, Enzo, un coatto romano alla disperata ricerca di un compagno per l’agognato viaggio da Roma a Cracovia. Sergio accetta di accompagnarlo, ma poco dopo aver lasciato la capitale si ammala. Prodotto da Sergio Leone, il migliore dei film di Verdone, con una regia improntata alla semplicità, ma proprio per questo più efficace che nelle pretenziose prove successive. (andrea tagliacozzo)

Troppo forte

Oscar è un borgataro romano che vorrebbe diventare attore o, quanto meno, cascatore. Dopo essersi sottoposto a decine di inutile provini, il giovane si fa convincere da un sedicente avvocato a simulare un incidente, facendosi travolgere con la moto dall’auto di un produttore americano. Solita regia incolore di Verdone, che stavolta non brilla neanche come attore. Ma Sordi nella macchietta dell’avvocato riesce a fare addirittura peggio. (andrea tagliacozzo)

Bianco, rosso e Verdone

Elezioni politiche, inizio anni Ottanta. Tre italiani debbono spostarsi dal proprio domicilio, per votare nel comune di residenza. Un asfissiante borghese con moglie e bambini; un sempliciotto petulante e timoroso, in compagnia della nonna; un meridionale emigrato in Germania, volgare, sprovveduto e abbandonato a se stesso. Il viaggio dei tre esemplari di «homo italicus» si trasformerà in umane catastrofi… Carlo Verdone è reduce dal successo straordinario di Un sacco bello (1980) e tenta la carta del riciclaggio di struttura e ideologia del primo film (cosa che rifarà ancora quindici anni dopo con Viaggi di nozze ). Perciò Bianco, rosso e Verdone mette due accenti nella stessa parola, e concilia l’istrionismo pervasivo del comico romano, il suo fregolismo sorprendente con una struttura a episodi, che consente la frammentazione del racconto e l’affermazione della macchietta. In questo, Verdone è l’ultimo esemplare di una schiatta comica di illustri natali – basti pensare a I Mostri -, ormai ingozzonita da matrimoni consanguinei e sperpero del proprio lignaggio in accoppiamenti televisivi. Ma alcune delle macchiette restano impresse nella memoria con l’incisività di un marchio. Su tutte, il burino emigrato, rapinato e vilipeso che viaggia ormai privo persino del parabrezza, pur di arrivare a votare. Metafora di un’Italia disseminata e scollegata, capace di trovare una propria imprevedibile unità nella partecipazione politica. Come ogni metafora: grande potere poetico, inesistente aderenza alla realtà fisica. (francesco pitassio)

Per qualche dollaro in più

Dopo l’imprevisto colossale successo di
Per un pugno di dollari
, Bob Robertson/Sergio Leone mette in cantiere una specie di clone, ma più consapevole ed esagitato. Supera qualche incertezza e qualche inibizione che limitavano il primo film, mostra uno stile già compiuto e si lancia in un barocco grottesco, folle ma come immobile. Battute proverbiali, tempi e spazi dilatati e contratti, musica geniale di Morricone. I personaggi sono mascheroni senza spessore, l’azione è un semplice rituale di morte, la dissacrazione del mito sconfina nel dileggio. A Clint Eastwood/Enrico Maria Salerno (rispettivamente corpo e voce del pistolero) vengono affiancati un nerissimo Lee Van Cleef e un Volonté al massimo del delirio. Un cult necrofilo, senza nostalgia. La rivincita del cinema italiano miserabile delle seconde visioni, che stringe in un abbraccio mortale la Hollywood classica.
(emiliano morreale)