Vallanzasca – Gli angeli del male

Milano, anni settanta. Renato Vallanzasca e la sua banda sono al centro di una serie di crimini, arresti e fughe dal carcere. Quando la gang irrompe sulla scena il mondo della malavita è dominato dal potere incontrastato di Francis Turatello, detto “Faccia d’angelo”.

Renato, portato fin da giovane alla carriera criminale, è ora a capo di un gruppo di amici di infanzia, tossici e piccoli delinquenti, che passano dalle rapine ad una catena di omicidi. Il denaro scorre e la banda si dà alla bella vita. Intanto Vallanzasca incontra Consuelo, una bellissima e disinvolta ragazza meridionale che si trova con lui nel momento del primo arresto e gli resterà accanto fino all’evasione da San Vittore, 4 anni e mezzo dopo.

Ma il periodo di latitanza si conclude con l’uccisione di due poliziotti presso il casello di Dalmine, che porterà poco dopo all’arresto del boss. La detenzione a Rebibbia gli da l’occasione di chiarirsi con il nemico Turatello. Gli anni seguenti sono segnati da passaggi da un carcere all’altro, processi e fughe rocambolesche.
Dopo l’ennesima evasione Renato rivede Antonella, sua amica d’infanzia, che gli era stata accanto per tutta una vita. Ma ancora una volta la latitanza si conclude in una sera d’estate.

Romanzo popolare

Giulio, maturo operaio milanese, sposa Vincenzina, una giovane di Avellino che ha tenuto a battesimo diciotto anni prima. Attivamente impegnato nei sindacati, Giulio, durante uno sciopero, conosce un giovane poliziotto, Giovanni, del quale diventa un ottimo amico. Curiosa commistione tra commedia e melodramma che affronta con intelligenza l’incontro/scontro tra il Nord e il Sud. La sceneggiatura, oltre alla firma di Monicelli, porta quelle prestigiose di Age e Scarpelli. Colonna snora di Enzo Jannacci, che collaborò al film anche come consulente dei dialoghi (in dialetto milanese) assieme a Beppe Viola.
(andrea tagliacozzo)

Piano, solo

Subito dopo aver brillantemente superato gli esami di pianoforte al Conservatorio, Luca Flores si innamora del jazz grazie a un disco di Bud Powell che due musicisti gli fanno ascoltare per convincerlo a suonare con loro. Inizia così una brillante carriera, funestata da un quasi perenne stato di disagio che lo porterà a suicidarsi nel 1995, non ancora quarantenne. Tratto da Il disco del mondo, libro di Walter Veltroni uscito nel 2003.

L’odore del sangue

Al suo sesto film, Martone racconta una storia d’amore e di sesso, di gelosia e di perdizione, e la racconta alla sua maniera con quel raggelato iperrealismo che gli è congeniale, in cui continui primi piani si alternano a campi lunghi, volti segnati di dolore in contrasto a immagini di luoghi e natura matrignamente bellissimi. Il soggetto glielo offre il romanzo omonimo, postumo, di Goffredo Parise.

Uno scrittore di mezza età mantiene da quasi vent’anni una relazione con una coetanea, Silvia, una donna ancora bellissima e professionalmente affermata. Sono entrambi due intellettuali, molto benestanti e socialmente risolti. Si amano, ma da sempre hanno deciso di avere ciascuno le sue scappatelle sentimentali o sessuali che siano. In realtà, di questa libertà è soprattutto l’uomo ad approfittare compiutamente: in campagna, nei pressi di Roma, ha una casa in cui l’amica non lo raggiunge mai, perché vi convive praticamente con una ragazza che potrebbe essere sua figlia. Un giorno però, telefonando come d’abitudine, lei gli dice d’aver incontrato casualmente un interessante giovane poco più che ventenne. Qualcosa però, nella reticenza e nell’apparente disinvoltura dell’amica, gli fa intuire che quell’incontro pesa assai più di quello che la donna tende a dire. A poco a poco la verità viene fuori: il giovane è un violento, un asociale, un teppista che vive quasi in simbiosi con una banda di amici legati all’estremismo di destra. L’uomo incalza con le domande, alternando la gelosia a una morbosa partecipazione, mentre la donna da parte sua desidera parlare, gridare quanto quel rapporto la coinvolga sessualmente. Da una parte quindi c’è la coppia legata da un’intimità affettuosa e tenera, da una complicità più o meno sedata dalla comprensione, ma come impaurita dagli anni, dalla consapevolezza dell’affievolirsi non del desiderio ma dei sensi; dall’altra c’è l’avidità, la bestialità, l’istintualità della gioventù: il sesso sempre eretto, sempre pronto, lo sperma e l’odore dolciastro del sangue che sempre vi sono commisti. Ben presto il rapporto tra Silvia e il ragazzo, che non vediamo mai sullo schermo, rivela la sua natura perversa, sadica da parte del giovane e masochistica da parte della donna. L’uomo è costretta a lasciarla, anche per salvare se stesso.

Mi fermo prima della tragica fine, per lasciare un minimo di suspense. Si è già capito, comunque, che l’amore raccontato da Martone è quello che altri film hanno descritto, da
L’impero dei sensi
di Oshima a
La pianista
di Haneke, per citarne solo due celebri fra tanti altri. Ebbene, è proprio il ricordo e il raffronto con gli esempi suddetti a chiarire immediatamente quanto il regista napoletano sia lontano da quell’universo di perversione, quanto non riesca neppure a sfiorarlo. Fin quando i suoi personaggi, immersi in un’ambientazione di décor antonioniano, raccontano la loro incomunicabilità, l’alternarsi dei moti d’affetto tra egoismo, risentimento e rigurgiti di passione, noi spettatori ci crediamo (e un po’ anche ci annoiamo, come ci annoiava, un po’, Antonioni). Quando però il regista vorrebbe che si sentisse quell’odore di sangue, che è nel titolo (e nel romanzo di Parise), quando esplicita la natura masochistica della protagonista, l’odore non si sente e la credibilità si è già perduta in descrizioni di ambienti-bene romani e veneziani, in larghe campate su luoghi turistici e ristoranti con annessi tramonti. E se Fanny Ardant è bella e meravigliosa e potrebbe, con altro regista, eguagliare la Huppert, qui non ce la fa; e ancor meno convince Michele Placido, pur bravo, ma troppo «rozzo» troppo «nazional-popolare» per rendere vere le perverse introversioni di uno scrittore. Infine, ultimo appunto, se Martone asserisce e scrive che il film è tratto liberamente dal romanzo in questione, perché scegliere di non mostrare il giovane sadico? Se nel romanzo, tutto raccontato nella soggettiva della prima persona, la scelta è giusta, nel film diventa uno sbaglio, un errore, un altro motivo di non credibilità.
(piero gelli)

L’amore ritorna

Attore sulla quarantina da tempo sulla cresta dell’onda, Luca Florio sta girando un film da protagonista ed è prossimo a debuttare alla regia. Lasciati da giovanissimo la Puglia e il paese natale, è ormai un «cittadino» a tutti gli effetti e i colleghi sono la sua unica famiglia. Durante le riprese del film, viene però colto da malore e immediatamente ricoverato in ospedale. Durante la tormentata attesa della diagnosi, ripercorrerà i momenti più importanti della sua vita, fermandosi per la prima volta a riflettere su se stesso e sul suo rapporto con gli altri.

Settimo film da regista per Sergio Rubini. Dopo il deludentissimo
L’anima gemella,
l’autore de
La stazione
torna su buoni livelli con una commedia sulla memoria e sulla rielaborazione del proprio mondo interiore. Attraverso la malattia e la pausa che essa impone al suo lavoro, Luca Florio (un efficace Fabrizio Bentivoglio) scopre di essere un uomo a prescindere dal suo essere attore di successo: l’ex moglie, la nuova fidanzata, suo padre e il suo vecchio amico del paese gli si stringono intorno in maniera totalmente indipendente dal suo essere personaggio famoso, inducendolo a ripensare i valori su cui ha fondato la sua vita. Scritto assieme a Domenico Starnone, il film può contare sulle ottime prestazioni di Margherita Buy e Giovanna Mezzogiorno ma soprattutto su uno straordinario Rubini, lo stralunato Giacomo, medico ma soprattutto amico del protagonista, per il quale rappresenta l’ultimo possibile aggancio alla terra natia. «Siamo qualcuno anche quando non facciamo nulla, anche quando siamo obbligati a fermarci», ammonisce il regista, che ha voluto accanto a sé sul set il padre Alberto (nei panni del padre del protagonista) e diversi nomi di punta del teatro italiano (Umberto Orsini, Mariangela Melato, Giorgio Barberio Corsetti, Simona Marchini).
(maurizio zoja)

Casotto

Una spaziosa cabina della spiaggia libera di Ostia fa da sfondo a un campionario di umanità varia che, di volta in volta, si alterna all’interno del casotto. Sergio Citti, allievo prediletto di Pier Paolo Pasolini, si serve in maniera eccellente del notevole gruppo d’interpreti (tra i quali spicca Jodie Foster, reduce dal successo di Taxi Driver, che le valse una nomination agli Oscar) e dell’angusto spazio in cui i suoi attori sono costretti a muoversi. In grande evidenza soprattutto Gigi Proietti e Paolo Stoppa. (andrea tagliacozzo)

Il caimano

Bruno (Silvio Orlando) è un produttore di film di serie Z ormai in disarmo. Durante una rassegna dedicata al genere, una giovane regista (Jasmine Trinca) gli consegna la sceneggiatura de
Il caimano,
film dedicato all’ascesa di Silvio Berlusconi, dagli inizi come costruttore ai processi tuttora in corso. La sceneggiatura parte dalla domanda che molti italiani vorrebbero rivolgere al Presidente del Consiglio: «Cavaliere, dove ha preso i soldi?». La lavorazione del film incontra numerosi ostacoli di carattere economico, perché Bruno non naviga certo nell’oro. Teresa, la regista, vorrebbe che a interpretare Berlusconi fosse Nanni Moretti (se stesso), ma questi rifiuta perché impegnato a girare una commedia e scarsamente convinto dell’utilità di girare un film del genere. «Cosa vuoi raccontare – spiega a Bruno – che gli italiani non sappiano già?». Marco Pulici (Michele Placido) accetta allora di essere lui a impersonare il Presidente del Consiglio ma alla vigilia del primo ciak lascia Bruno e Teresa in braghe di tela. Alla fine a interpretare Berlusconi sarà proprio Nanni Moretti.

L’irresistibile ascesa di Silvio Berlusconi ha preso il via da un ingentissimo finanziamento dalla natura misteriosa ed è proseguita con una «discesa in campo» finalizzata a salvare le sue aziende dal tracollo economico e se stesso da condanne penali più o meno certe. Questo ci racconta
Il caimano,
il nuovo film di Nanni Moretti ma anche il film la cui lavorazione ne occupa buona parte, attraverso l’artificio del «film nel film».

Il regista romano torna ai toni della commedia, abbandonati in occasione de

La stanza del figlio,
per realizzare una pellicola antiberlusconiana ma non faziosa. Le tragicomiche vicende di Bruno, produttore di impedibili film ultratrash come
Mocassini assassini, Il balio asciutto
e
Maciste contro Freud
sono il pretesto per mostrare, anche attraverso immagini di repertorio (rivedere il discorso di insediamento alla presidenza del Parlamento Europeo, durante il quale disse a un parlamentare tedesco che l’avrebbe visto bene nel ruolo di kapò, mette quasi i brividi) chi è l’uomo che per cinque anni ha governato l’Italia e si candida a farlo nuovamente.

La visione di Moretti non è certo imparziale, ma uno dei pregi principali di questo film è il fatto che nessuno dei suoi personaggi esprime giudizi nei confronti di Silvio Berlusconi: il regista sembra voler lasciare quest’onere allo spettatore, mettendolo semplicemente di fronte a fatti la cui veridicità è stata ampiamente appurata e a frasi realmente pronunciate dal premier. La grande sorpresa è costituita dal fatto che è lo stesso Moretti, sia pur per una sola scena (ma è quella finale, la più importante) a vestire i panni di Berlusconi, mentre nelle scene in cui Bruno immagina il «suo» film il ruolo è stato affidato a un somigliantissimo Elio De Capitani.

Il caimano
è un film complesso, in cui si intersecano tre diversi piani narrativi: la storia di Bruno, il film che lui immagina e quello che invece gira. All’interno del primo si ride spesso e volentieri, per il sollievo di chi pensava che dopo
La stanza del figlio
l’era delle commedie morettiane fosse finita per sempre. Il secondo mostra invece il lato più umano ma anche più inquietante di Berlusconi (quello populista, furbetto, imbonitore) spingendo lo spettatore a chiedersi come sia possibile che un personaggio del genere venga democraticamente eletto alla guida dell’Italia. Il terzo piano narrativo, infine, consiste quasi esclusivamente in un finale molto forte, che preferiamo non svelare.

Un film da vedere, perché la vicenda di Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio per cinque anni e candidato a diventarlo di nuovo, riguarda tutti.

Numerosi i cameo e i piccoli ruoli affidati a navigatori di lungo corso del cinema italiano: Giuliano Montaldo, Antonio Catania, Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto, Stefano Rulli, Paolo Virzì, Paolo Sorrentino, Carlo Mazzacurati, Matteo Garrone, Renato De Maria e un’irresistibile Tatti Sanguineti nel ruolo del critico Peppe Savonese.
(maurizio zoja)