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Yellow 33

Hector è un giocatore di basket sul punto di passare dai campionati universitari al circuito professionistico. Il ragazzo però, causa una vita privata decisamente complicata, non si sforza granché per meritarsi la promozione e preferisce lasciarsi andare a comportamenti poco ortodossi. Sembrerebbe un titolo originale
Yellow 33
, esordio di Jack Nicholson dietro la macchina da presa. E invece si intitolava
Drive, He Said
e in fondo non era neppure la prima volta che l’attore mostrava ambizioni registiche: infatti Nicholson diresse nel 1963, senza essere accreditato, alcune sequenze de
La vergine di cera
di Roger Corman, in cui recitava da protagonista.
Yellow 33
è un film come se ne facevano negli anni Settanta: anarcoide, sboccato e scollacciato. Oltre a essere l’unico in cui Nicholson non riveste il ruolo principale, è il migliore dei tre che ha diretto finora (gli altri sono
Verso il sud
e il
Il grande inganno
, sfortunato sequel di
Chinatown
), dimostrando – se non un talento eccezionale – almeno una vocazione genuina per la regia. Il meglio del film sta nella rievocazione di un contesto giovanile sfasato, colto in diretta e senza mediazioni di tipo sociologico. Magistrali, come al solito, Bruce Dern e Karen Black, che al cinema americano hanno dato più di quanto sia stato loro riconosciuto.
(anton giulio mancino)

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