L’ispettore Martin ha teso la trappola

L’ispettore Jack Martin della squadra omicidi di San Francisco vuole vendicare un collega morto in una strage compiuta a colpi di mitra su un autobus. Convinto che l’amico era sulle tracce e ormai prossimo alla cattura di un pericoloso assassino, ne ripercorre le tappe, correndo gli stessi rischi. Un insolito Walter Matthau per un poliziesco teso e coinvolgente, anche se non troppo originale.
(andrea tagliacozzo)

Yellow 33

Hector è un giocatore di basket sul punto di passare dai campionati universitari al circuito professionistico. Il ragazzo però, causa una vita privata decisamente complicata, non si sforza granché per meritarsi la promozione e preferisce lasciarsi andare a comportamenti poco ortodossi. Sembrerebbe un titolo originale
Yellow 33
, esordio di Jack Nicholson dietro la macchina da presa. E invece si intitolava
Drive, He Said
e in fondo non era neppure la prima volta che l’attore mostrava ambizioni registiche: infatti Nicholson diresse nel 1963, senza essere accreditato, alcune sequenze de
La vergine di cera
di Roger Corman, in cui recitava da protagonista.
Yellow 33
è un film come se ne facevano negli anni Settanta: anarcoide, sboccato e scollacciato. Oltre a essere l’unico in cui Nicholson non riveste il ruolo principale, è il migliore dei tre che ha diretto finora (gli altri sono
Verso il sud
e il
Il grande inganno
, sfortunato sequel di
Chinatown
), dimostrando – se non un talento eccezionale – almeno una vocazione genuina per la regia. Il meglio del film sta nella rievocazione di un contesto giovanile sfasato, colto in diretta e senza mediazioni di tipo sociologico. Magistrali, come al solito, Bruce Dern e Karen Black, che al cinema americano hanno dato più di quanto sia stato loro riconosciuto.
(anton giulio mancino)

Haunting – Presenze

Un parapsicologo (Neeson) attira con l’inganno tre persone in una magione maledetta. Un thriller noiosissimo, che dispone di tutti gli effetti speciali possibili ma difetta totalmente di coerenza, logica e brivido. La performance della Taylor, nei panni di una solitaria che sente un’affinità con la casa, è l’unico elemento accettabile di questo bidone, che ha pochissimo in comune con il vecchio Gli invasati del 1963 o con il romanzo di Shirley Jackson cui dovrebbe ispirarsi. Panavision.

Marnie

Marnie è una cleptomane, segnata da un trauma infantile che la riduce a creatura algida, terrorizzata dal colore rosso e dai temporali, ma con una passione per i cavalli. Il ricco uomo d’affari Mark, uno dei datori di lavoro truffati dalla donna, la ricatta e ottiene il matrimonio. Mark aiuterà Marnie a scoprire le ragioni delle proprie fobie, sepolte nel suo passato di bambina e in quello di sua madre.
Gli ultimi film della carriera di Hitchcock sono caratterizzati dalla perversione dei rapporti coniugali: necrofilia in
Vertigo
, schizofrenia in
Il ladro
, complesso di Edipo in
Intrigo internazionale
,
Psycho
e
Gli uccelli
… Ma poche pellicole sono risultate così appesantite dal gravame dei rapporti sul set e dalla smania libidinosa del grande regista quanto
Marnie
.
Hitchcock, vistosamente attratto da Tippi Hedren, si era creato un alter ego virile e violento come Sean Connery. Lei però, a due terzi delle riprese e dopo essere stata simbolicamente perseguitata dagli uccelli nell’opera precedente, decise di mandare il «Ciccione» a quel paese. Ne uscì un film malato e perturbante: la Hedren non fece più nulla di significativo, e forse neppure Hitchcock. Diversamente andò al protagonista maschile: ma, appunto, d’altro si tratta.
(francesco pitassio)

Monster

Alla fine della sua straordinaria performance come serial killer, si dice che Charlize Theron abbia dichiarato: «quando tutti ti fanno sentire un mostro, finisci per diventarlo», quasi a sottolineare la sua identificazione col personaggio rappresentato, un’immedesimazione che ha del prodigioso ma ne costituisce anche il limite. Il film racconta la storia vera di Aileen Wuornos, una prostituta statunitense che tra il 1989 e il 1990 ha ucciso sette clienti sempre con la sua pistola, una calibro 22. E se il primo, l’omicidio di un elettricista sadico, fu un atto di difesa, gli altri rappresentano invece una schizofrenica coazione a ripetere di chi è ormai in preda di un raptus, liberatorio e vendicatorio insieme. La Wuornos fu giustiziata in Florida nel 2002 con un’iniezione letale perché la perizia psichiatrica l’aveva ritenuta perfettamente sana di mente.
Nel film la voce fuori campo della protagonista sintetizza le tappe di un’esistenza votata al fallimento senza riscatto, sia per le avverse contingenze (ancora più atroci nella realtà di quello che il personaggio racconta), sia per i congeniti limiti della donna afflitta da una paranoica ingenuità. Contrariamente a David Grieco, che nel suo Evilenko sceglie improvvidamente la via della soluzione creativa alla Hannibal, la regista Patty Jenkins si attiene in modo più rigoroso ai documenti e costruisce attorno al suo personaggio un film on the road che dapprima fa pensare a Thelma&Louise di Ridley Scott, per il rapporto e la fuga con l’amica Tyria, e lo chiude dentro l’ultimo anno di libertà della donna, tra i suoi delitti e la dedizione cieca alla ragazzina lesbica, unico amore-riscatto della sua vita, la quale finirà per contribuire fattivamente alla sua condanna.
Jenkins è bravissima nel non concedere tregua allo spettatore nel susseguirsi di squallidi interni ed esterni, tra periferie degradate, tristi motel, luride caffetterie, così come è attenta a giustificare psicologicamente azioni e comportamenti della sua protagonista, dal primo omicidio, compiuto per legittima difesa, agli altri, la cui motivazione è di natura psicopatica. La regista alterna abilmente alla violenza dei delitti il rapporto quotidiano tra le due donne in fuga. E se la Theron è straordinaria nel costruire il crescere paranoico del suo personaggio e insieme la sua ingenuità esistenziale e sentimentale – interpretazione del resto avvalorata da numerosi premi internazionali – Christina Ricci non è da meno e forse supera addirittura la collega nel disegnare la sua Tyria, candida e perversa, giocandola tutta per sottolineature, con occhi tondi e sgranati che raccontano lo stupore e l’inganno.
Parlavo, all’inizio, di un limite del film. La Jenkins, preoccupata della credibilità psicologica di un personaggio così fuori norma, gli costruisce intorno un eccesso di parole, fuori campo e per monologhi, un verbillage ossessivo che mimando la latente e presente paranoia finisce per danneggiare la forza e la violenza visiva del film. Come se la regista non avesse fiducia nella persuasività silente delle immagini e le soffocasse in una rete di spiegazioni verbali. Oscar alla Theron -anche Orso d’Argento a Berlino e vincitrice di un Golden Globe. (piero gelli)

Small Soldiers

Un produttore di giocattoli troppo entusiasta mette dei microchip militari nei nuovi pupazzi da combattimento; si scatenerà l’inferno quando questi dichiareranno guerra ai giocattoli “nemici”. Una buona premessa indebolita da una sceneggiatura prevedibile. L’animazione al computer è straordinaria e il regista Dante ci mette un po’ di chicche per cinefili, usando membri del cast di Quella sporca dozzina e di This Is Spinal Tap per le voci, e la musica di La moglie di Frankenstein nei momenti chiave. Ultimo film di Hartman. Super 35.

I selvaggi

Un banda di giovani motociclisti decide di recuperare la moto di un loro compagno, Loser, caduta nelle mani di un gruppo rivale. Durante la rissa che ne segue, Loser, gravemente ferito, viene catturato dallo polizia e ricoverato in ospedale. Al film, che può dirsi un predecessore meno fortunato e riuscito di
Easy Rider
, collaborò, in numerose vesti (non ultima in quella di aiuto regista), Peter Bogdanovich, futuro autore di
Paper Moon
.
(andrea tagliacozzo)

Complotto di famiglia

L’ultimo film di Alfred Hitchcock (scomparso il 24 aprile del 1980 all’età di ottantuno anni). Una vecchia signora incarica una giovane medium e il fidanzato di questa, un attore fallito, di ritrovarle il nipote. I due scoprono che l’uomo, abbandonato al momento della nascita, è diventato un incallito criminale. Lo smalto, ovviamente, non è più quello di un tempo e il maestro del brivido chiude in tono minore la sua carriera, anche se con un film ironico e divertente che, a suo modo, funziona. Di Hitchcock appare la silhouette dietro una porta a vetri.
(andrea tagliacozzo)

Tornando a casa

Sguardo intenso sugli effetti della guerra del Vietnam sulla popolazione locale. La Fonda si innamora del paraplegico Voight mentre suo marito (Dern) è lontano. Maturo, avvincente e purtroppo rovinato solo da cadute nel melodramma. Fonda, Voight e gli sceneggiatori Waldo Salt, Robert C. Jones e Nancy Dowd hanno vinto l’Oscar.

L’erba del vicino

Una vecchia e malridotta villa vittoriana, situata in un tranquillo sobborgo di periferia, viene acquistata da alcuni misteriosi individui. I vicini, insospettiti dallo strano comportamento dei nuovi arrivati, decidono di vederci chiaro. Il giovane Peterson s’introduce nella villa durante una momentanea assenza dei proprietari. Rimasto fino ad ora inedito in Italia, il film, pur non essendo tra i lavori migliori di Joe Dante, è sufficientemente permeato di humour nero e del gusto citazionista del regista di Salto nel buio da risultare divertente. Troppo sopra le righe, comunque, per piacere al grande pubblico. (andrea tagliacozzo)