Un amore a 5 stelle

Marisa Ventura (Jennifer Lopez) è una ragazza madre, fa la cameriera in un grande albergo di Manhattan, il Beresford Hotel, vive nel Bronx e sogna una vita migliore. Sua madre, invece, le tarpa le ali continuamente, smontando ogni suo entusiasmo. Un giorno, per gioco, si imbatte in un astro nascente della politica, Christopher Marshall (Ralph Fiennes), che la crede una ricca cliente dell’albergo. Marisa inizia a sognare il suo principe azzurro, ma l’equivoco a poco a poco viene risolto e la sua vera identità salta fuori. La favola sembra infrangersi contro la dura realtà, ma un giorno…
Un amore a 5 stelle
è esattamente come uno se lo immagina. Una commedia romantica a New York, una
Cenerentola
del terzo millennio, un film visto e stravisto. Nessuna trovata originale, niente per differenziare questo film dai centinaia che l’anno preceduto nella storia del cinema. Un altro esempio della stanchezza creativa dell’industria cinematografica statunitense. Purtroppo non basta la sola presenza di Jennifer Lopez per risollevare le sorti di una pellicola scritta in maniera sciatta e di una prevedibilità disarmante. Anche la regia, il montaggio, le musiche e i costumi non riescono a dare un tocco in più, girando a un ritmo assolutamente normale e non proprio irresistibile. Dedicato a chi si commuove tutte le volte guardando
Pretty Woman.
Da evitare.
(andrea amato)

Era mio padre

Siamo nell’Illinois nel 1931, la zona è controllata dal gangster irlandese John Rooney (Paul Newman) e dai suoi luogotenenti: il figlio Connor (Daniel Craig) e da Michael Sullivan (Tom Hanks), killer spietato e padre irreprensibile. Condor è geloso di Sullivan e così cerca di incastrarlo. Nell’agguato muoiono la moglie e uno dei figli di Sullivan, il quale, braccato, cerca di vendicarsi. Inizia così il viaggio tra Chicago e Perdition di Michael Sullivan e del figlio sopravvissuto di dodici anni. Padre e figlio, nella tragedia, si uniscono molto e imparano a conoscersi. Michael non vuole che il figlio segua le orme del padre, ma nello stato di emergenza in cui è non può fare a meno di coinvolgerlo in rapine e omicidi. L’onore tra uomini, l’amore famigliare e la paura sono i temi principali di
Era mio padre,
pellicola lanciata in pompa magna (probabile candidata all’Oscar), ma che risulta un po’ freddina nella sua perfezione. In alcuni momenti la sceneggiatura si spreca in banalità e luoghi comuni disarmanti. Ottima invece la realizzazione, dalle scenografie alla fotografia, dal montaggio alla recitazione. D’altra parte con due mostri sacri come Paul Newman e Tom Hanks non ci si poteva certo aspettare qualcosa di diverso. Certamente non da bocciare, ma neanche da promuovere a pieni voti.
(andrea amato)

The core

Alcuni strani eventi apparentemente isolati, preannunciano un disastro causato dal deterioramento del campo magnetico del pianeta. L’unica possibilità di salvezza risiede nelle mani di una spedizione al centro della Terra, composta da un gruppo assortito di scienziati. Film avvincente anche se un po’ antiquato, da matinée, con molte scene dagli incredibili effetti speciali; riesce a superare i limiti del genere con umorismo, personaggi ben tratteggiati e un cast di prim’ordine.

Julie & Julia

Julie & Julia

mame cinema JULIE & JULIA - STASERA IN TV DUE DONNE E LA CUCINA meryl
Meryl Streep in una scena del film

Scritto e diretto da Nora Ephron, Julie & Julia (2009) ha due protagoniste: la ventinovenne Julie Powell (Amy Adams) e la cuoca e scrittrice Julia Child (Meryl Streep). Nel 2002 a New York, Julie, esasperata dalla propria vita monotona, decide di cimentarsi in un eccentrico progetto che unisca le sue passioni per la scrittura e per la cucina. Sperimenta, quindi, nel giro di 365 giorni tutte le 524 ricette contenute nel celebre libro di cucina Mastering the Art of French Cooking di Julia Child. Inoltre, apre un blog in cui racconta questo progetto.

Il film segue quindi in parallelo le vicende di Julie e quelle di Julia, quest’ultime ambientate negli anni Cinquanta. Mentre Julie affronta diverse difficoltà per far emergere il proprio progetto, Julia capisce che la cucina è la sua vera strada e decide di dedicarvisi.

Curiosità

mame cinema JULIE & JULIA - STASERA IN TV DUE DONNE E LA CUCINA amy
Amy Adams in una scena del film
  • Il film presenta alcune differenze rispetto alla realtà. Per esempio, non viene detto che Julia Child è morta poco prima che Julie Powell finisse il progetto.
  • Julia Child aveva anche un fratello minore, John McWilliams III, ma nel film non appare e non viene neanche nominato.
  • Nella realtà, Julie Powell voleva fare l’attrice teatrale. E sua madre e suo fratello hanno dato il loro contributo al progetto, mentre nel film Julie si fa aiutare una sola volta da Eric e da una sua amica.
  • A differenza della sua interprete nel film, Amy Adams, Julie Powell è alta ed è sempre stata un po’ in carne anche prima di iniziare il progetto.
  • Come nella realtà, Judith Jones non è potuta venire a cena da Julie Powell, ma il suo giornalista ha accettato lo stesso l’invito della Powell, mentre nel film non si presenta neanche lui.
  • Per la sua interpretazione, Meryl Streep ha vinto il Golden Globe come Migliore attrice in un film commedia o musicale. Ha ricevuto anche una nomination agli Oscar e ai BAFTA come Migliore attrice protagonista.

Monkey Shines – Esperimento nel terrore

Un giovane rimane paralizzato a causa di un incidente. Un suo amico ha l’idea di affiancargli una servizievole scimmietta, precedentemente sottoposta ad alcuni speciali esperimenti. L’animale si affeziona morbosamente al padrone, sviluppando con questi una strana simbiosi mentale. Il regista George A. Romero (quello de
La notte dei morti viventi
) evita abilmente le trappole del soggetto (tratto da un romanzo di Michael Stewart), puntando più su la suspense che sui particolari raccapriccianti e concedendo largo spazio alla toccante storia d’amore tra Jason Beghe e Kate McNeil. Un piccolo capolavoro del genere.
(andrea tagliacozzo)

Amabili resti

Susie Salmon viene brutalmente assassinata a soli 14 anni mentre torna a casa da scuola in un pomeriggio di dicembre del 1973. Dopo la morte, Susie continua a vegliare sulla sua famiglia mentre il suo assassino è ancora libero. Intrappolata in una dimensione onirica fra cielo e terra, Susie si ritrova a dover scegliere fra la sete di vendetta e il desiderio di vedere guarire i suoi cari. Uno sconvolgente omicidio diventa un viaggio ricco di suspense e immaginazione nei meandri della memoria, dell’amore e della speranza, fino allo struggente finale.

Il diavolo veste Prada

La vita quotidiana di Andy Sachs (Anne Hathaway), assistente di Miranda Priestly (Meryl Streep), direttrice della patinatissima rivista
Runaway,
è un vero inferno. Andy non è una
fashion victim
e sogna un posto al
New Yorker
ma accetta di lavorare in una rivista di moda perché un anno al fianco di Miranda le aprirà tutte le porte. Ammesso che sopravviva, naturalmente. Tratto dall’omonimo romanzo di Lauren Weisberger.

La recensione

La temutissima Miranda (liberamente ispirata ad

Anna Wintour,
direttrice di
Vogue Usa)
non è certo un boss qualsiasi. Autoritaria, de

Billy Bathgate

Siamo negli anni Trenta. Il giovane Billy Bathgate riesce ad entrare nella banda di Dutch Schultz, leggendario gangster newyorkese. Le cose si mettono bene e il ragazzo fa rapidamente strada. Commette un solo tragico errore: s’innamora di Drew Preston, la bellissima amante del boss. Poco amato dalla critica, il film ha il suo punto di forza nell’interpretazione di Hoffman, che giganteggia nella parte di Dutch Schultz. Bravo anche Bruce Willis, che appare in un memorabile cammeo all’inizio del film. Notevoli anche la fotografia di Nestor Almendros e l’apparato scenografico messo in piedi da Patrizia von Brandenstein, Dennis Bradford e Tim Galvin. Sceneggiatura di Tom Stoppard. (andrea tagliacozzo)

L’imbroglio – The Hoax

Clifford Irving, uno scrittore sempre sulla soglia del successo (Richard Gere), viene nuovamente respinto dalla sua casa editrice proprio quando il suo ultimo manoscritto sembrava promettergli fama e denaro. L’orgoglio, i debiti, una moglie da riconquistare, l’amicizia di lunga data con il suo aiutante (Alfred Molina) e la voglia di dimostrare anche a se stesso il proprio talento lo spingono ad architettare una truffa ai danni della McGraw-Hill, facendo credere ai boss della casa editrice che egli conosce personalmente il magnate Howard Hughes, e che ne scriverà la biografia. Per farlo non esiterà a falsificare vari documenti e addirittura la calligrafia del misterioso personaggio che nessuno ha mai l’onore di incontrare perché vive praticamente recluso, e per questo non interviene per smentire quanto si dice su di lui. Tratto da un episodio realmente accaduto che causò un notevole scandalo in un’America pre-Watergate, ancora immune dal disincanto cui giungerà presidente dopo presidente.

I perfetti innamorati

Gwen Harrison (Zeta Jones) e Eddie Thomas (John Cusack) hanno fatto fortuna interpretando sul grande schermo quello che sono nella vita di tutti i giorni: una coppia felice, perfetta. Ma si sa, la perfezione, se esiste, nella realtà ha vita breve. Si separano e lasciano nei casini il produttore del loro ultimo film (Billy Crystal) ben conscio che lo iato tra la realtà e la fiction indurrà il pubblico a snobbare la pellicola. Non c’è che una soluzione: con l’aiuto della sorella-factotum di Gwen (Julia Roberts) inscenare una riconciliazione della coppia nel corso del week-end con la stampa, in programma per la presentazione del film. Quello che segue è una commedia degli equivoci in puro stile Hollywood che ha dalla sua un Billy Crystal in straordinaria forma che, da solo, regge quasi tutto il peso comico del film. Quattro star di questo calibro e una storia che non fa troppo pensare (e soprattutto finisce bene) è sicuramente quello di cui il botteghino USA ha bisogno in questo momento in cui gli action-movie se la passano maluccio. Ma, una volta usciti dal cinema, non bisogna aspettarsi di ricordarsi qualcosa del film per più di qualche ora. Gli attori fanno il loro dovere e perfino la Zeta Jones se la cava, forse perché interpretare il ruolo della star viziata che non sa recitare non le è costato un impegno da Actor’s Studio. Certo, che Cusack e la Roberts finiranno a letto insieme si capisce nei primi sette minuti, ma di questi tempi è meglio non fare troppo gli snob e apprezzare le risate sincere che questo prodotto hollywoodiano di alto livello, ben confezionato e discretamente diretto, può offrire. Sorprendenti le immagini di una Roberts resa obesa da trucchi ed effetti speciali. Geniale (?!) la trovata del distributore italiano che fa uscire il film proprio nel giorno di San Valentino.
(ezio genghini)

Terminal

Viktor Navorski
(Tom Hanks)
giunto all’aeroporto
JFK
di New York, scopre che durante il volo la sua patria, la
Krakozhia,
è stata oggetto di un colpo di stato. Il direttore dell’aeroporto, Frank Dixon
(Stanley Tucci),
constata una «falla» nel Regolamento aeroportuale: Viktor è cittadino di uno Stato che non c’è più. Non può essere detenuto perché non ha compiuto alcun reato, ma non può neppure varcare le porte del terminal, perché il suo passaporto non è più valido. Comincia così la divertente odissea dell’uomo (che non parla che poche parole di inglese) costretto a vivere all’interno della sala arrivi internazionali per oltre nove mesi, fino al prevedibile lieto fine. Durante questo periodo Viktor saprà farsi apprezzare per la sua onestà e bontà d’animo dai dipendenti dello scalo – che provengono dai quattro angoli del mondo – e si innamorerà di una bella hostess, Amelia Warren
(Catherine Zeta-Jones),
vogliosa ma incapace di sciogliere il suo legame con un uomo sposato.

Basato sulla vera storia di un rifugiato iraniano che soggiornò anni nell’aeroporto
Charles De Gaulle
di Parigi in attesa di un visto,
Terminal
segna il passaggio di Steven Spielberg dalle parti della commedia sentimentale. Un genere che non ha mai saputo maneggiare con l’irraggiungibile maestria dimostrata in altri campi, come quello dell’avventura
(Indiana Jones),
della fantasia
(Incontri ravvicinati, E.T., A.I.),
della storia
(Schindler’s List, Amistad, Salvate il soldato Ryan).

Occorre dire che, se non fosse stato diretto dal genio di Cincinnati,
Teminal
avrebbe spuntato un giudizio più benevolo. Tom Hanks – improbabile nella parte dello slavo – rimane un bravo attore e lo dimostra, riuscendo a sostenere l’intera durata della pellicola con la sua mimica e una gestualità appesantita da qualche chiletto di troppo. Zeta-Jones piange piange piange (avrà versato più lacrime lei o Demi Moore in
Ghost?)
Il resto del cast è formato da buoni caratteristi che però non donano alla vicenda quella coralità che avrebbe dovuto alleggerire un po’ il
one man show
di Hanks. Il messaggio sociale, che non manca mai nei film di Spielberg, è scontato, anche se è lodevole l’intento di ambientare la commedia nell’aeroporto probabilmente più sottoposto a vessatorie quanto indispensabili misure di sicurezza del mondo. Un po’ come girare un film di barzellette in un carcere di massima sicurezza. Neppure ci è parso originale il misterioso motivo che spinge il prode Viktor a imbarcarsi nell’assurda vicenda. Non sveliamo nulla per non togliere il gusto a nessuno ma ci si creda sulla parola.

Terminal
è un film divertente che strappa sorrisi ma non ammirazione, Un buon diversivo per trascorrere in serenità qualche quarto d’ora, nulla più. Distante un bel pezzo da
Frank Capra
e il suo cinema dei buoni sentimenti a cui forse è ispirato. Non si può essere maestri in tutto.

(enzo fragassi)

Una vita esagerata

Commedia nera su un custode che rapisce la figlia del suo ex capo, un’ereditiera viziata che trova la vita una noia. Nel frattempo due emissari dal Paradiso (Hunter e Lindo) devono trovare il modo di fare innamorare queste due anime predestinate. I fan delle piacevoli star forse saranno più clementi degli altri nei confronti di questa bizzarra, a tratti divertente produzione dal team di Piccoli omicidi fra amici e Trainspotting. Super 35.

Shall We Dance?

Che cosa spinge un avvocato di mezza età, un professionista di successo, con una moglie che ama, due figli adolescenti che non gli danno preoccupazioni, un bell’appartamento nel centro di Chicago e una villa in campagna, a cercare altrove una ragione di vita? La noia? Il tedio di una serenità troppo raggiunta e quindi dai processi iterativi? Tutto nasce per caso quando, rientrando con la sopraelevata a casa, la sera, nota un palazzone tra il liberty e il tudor, fatisciente e vagamente sinistro. Chicago ne è piena. Ma al secondo piano del palazzo, al di là di un’insegna che indica una scuola di danza, l’avvocato (Richard Gere) vede dietro il vetro della finestra una bellissima ragazza latina dallo sguardo triste.
Ecco, incomincia così il film, con l’ennesima riproposta della donna del mistero, che dalla narrativa romantica arriva al grande cinema degli anni Quaranta e Cinquanta. Attratto da quella misteriosa figura l’avvocato si iscrive a un corso di ballo per principianti, imparerà il walzer, la rumba, la beguine, il cha-cha-cha con crescente passione, si affezionerà ai nuovi coloriti amici, tra cui anche un collega di ufficio allontanandosi sempre più dalla famiglia.
La moglie (Susan Sarandon) si accorge ben presto dei sospetti mutamenti del coniuge: torna a casa sempre più tardi e accampa scuse, le sue camicie hanno strani profumi. Ricorre a un investigatore che le dice la verità: l’uomo non la tradisce, neppure con la bellissima ballerina latina (una stupenda Jennifer Lopez), frequenta solo una scuola di ballo. La sorpresa non è meno amara: perché il marito ha sentito il bisogno di quel diversivo, di tenerne all’oscuro lei e i figli? Che cosa non funziona nel loro menage? Mi fermo, non racconto oltre, ché la fine è scontata, trattandosi di una commedia. Ma rileggendo quanto sopra, mi accorgo di aver parlato di un altro film, pur raccontando esattamente questo. Ed è un merito in più della regia, dietro parametri di genere così collaudati e citati: quello di partire con atmosfere torbide, vagamente alla Tennessee Williams, con tutta la sua galleria di perdenti. La scuola di ballo è al limite del fallimento, è un ricettacolo di casi patologici, la direttrice e proprietaria è un’anziana ballerina, al limite dell’alcolismo, la clientela è scarsa. L’avvocato ha come compagni di corso un giovane macho, che poi si rivelerà gay, e un ragazzone nero, grasso e sudoroso. Altrettanto pittoresche sono le insegnanti di corso, a parte la bella ispanica che se ne sta misteriosamente da parte e non dà confidenze. Su questa base commista di esotico e patetico, ma cambiando immediatamente registro, il film si muove con estrema grazia e levità, quella levità che viene da lontano, dalle commedie di Lubitsch, Hawks, Minelli, con il loro perfetto artigianato, grazie anche all’aiuto di una divertente e allegrissima colonna musicale in cui risuonano ritmi e canzoni ben note.
Così, il poco significativo regista Peter Chelsom – ricordo tuttavia Il commediante (1994) con Jerry Lewis e una curiosa commedia, Serendipity (2001) – fornito di una sceneggiatura calibratissima, riesce a disegnare felicemente tutta una serie di caratteri, di personaggi azzeccatissimi per rilievo psicologico ed esplosiva comicità, che costituiscono la forza del film, e nello stesso tempo a contenere entro limiti accettabili il melenso sentimentalismo della storia portante. Insomma, ci si diverte, grazie anche a tutti gli interpreti, davvero straordinari. Perfino – ed è una sorpresa – il maturato Richard Gere, qui in un ruolo che in altri tempi Gary Grant ha magnificamente variato. (piero gelli)