The Prestige

Influenzata da esotismi coloniali e stimolata dai nuovi ritrovati della tecnica, nella Londra che sta per salutare il XIX e gettarsi nel XX secolo, due prestigiatori e illusionisti si contendono i favori del pubblico. Robert Angier (Hugh Jackman) e Alfred Borden (Christian Bale) si conoscono fin dall’infanzia, quando entrambi scoprirono la passione per la magia. Col passare degli anni, tuttavia, quella che sembrava un innocente passatempo si è trasformato in un’aspra rivalità, diretta a primeggiare nei favori degli spettatori. Robert e Alfred fanno continuamente a gara per inventare il trucco più stupefacente, non esitando nel mettere a repentaglio la vita propria e altrui. Fanno parte del cast anche Michael Caine, Scarlett Johansson e il divo del pop Dav

L’uomo che non c’era

Estate 1949, Nord della California, immagini in bianco e nero e voce fuori campo. Ed (Thornton) da sempre lavora nella bottega di barbiere di suo cognato Frank, uno che parla moltissimo. Ed, invece, è molto silenzioso, fuma e basta. La sera torna a casa dalla moglie, Doris (Mcdormand), prepotente, traditrice e ambiziosa. Ed lo sa, ma lascia correre. Un giorno si imbatte in un uomo che ha la scoperta del secolo in mano, ma gli servono diecimila dollari per aprire la prima tintoria con lavaggio a secco. Ed vede uno spiraglio di miglioramento per la sua vita e così ricatta l’amante di sua moglie per farsi dare i soldi. Le cose precipitano e perde il controllo. Premiato all’ultimo Festival di Cannes per la migliore regia, L’uomo che non c’era è un gran bel film, la solita perla dei fratelli Coen. Amaro, poetico, a volte surreale, cinico, duro e ironico. Billy Bob Thornton ormai sembra inarrestabile, non sbaglia mai un ruolo e Frances Mcdormand, ritornata sotto la regia del marito Joel Coen, dopo l’Oscar conquistato per Fargo , è perfetta. Come ogni volta la fotografia di Roger Deakins è impeccabile ed emozionante e questa volta, dopo i colori caldi di Fratello dove sei? , ha interpretato bene un suggestivo bianco e nero. L’idea del film era venuta ai fratelli Coen ai tempi di Mister Hula Hoop nel 1994 e doveva essere realizzato prima di Fratello dove sei? , ma gli impegni di George Clooney hanno fatto invertire gli ordini di precedenza. I Coen, nella scrittura della sceneggiatura, si sono ispirati ai romanzi di Cain, in cui la gente normale è protagonista e dove, dietro tutta quella banalità e normalità, a volte si cela l’incredibile. (andrea amato)

Lost In Translation

Due americani a Tokyo. Lui è Bob Harris, una star del cinema giunta in Giappone per girare uno spot pubblicitario per una marca di whisky. Lei è Charlotte, a Tokyo per accompagnare il marito fotografo. Lui è sposato da venticinque anni e ha due bambini. Lei si è appena laureata e sposata. Inizialmente hanno in comune l’hotel e l’insonnia. Per questo si incontrano al bar dell’albergo: diventano amici, girano Tokio di notte, si divertono come matti, riscoprono la gioia di vivere.
Spesso i figli d’arte si portano sulle spalle il macigno del loro cognome importante. Devono combattere contro inevitabili paragoni e spesso finiscono per perdere il confronto. Invece Sofia Coppola, dopo il positivo esordio de Il giardino delle vergini suicide, conferma con Lost In Translation il suo talento e si costruisce un percorso artistico indipendente da quello del padre Francis Ford. Questa ragazza laureata in Storia dell’arte al California Institute of the Arts possiede un gusto del colore e della luce non comuni, di forte ispirazione pop. Il film racconta dell’incontro di due solitudini. Un uomo e una donna riescono ad essere amici senza bisogno di fare sesso. Tokyo diventa il loro piccolo paradiso perduto, un’isola di tempo dove dividere e aggiungere momenti alle loro esistenze. Non è un deserto, ma un caos di luci, locali, odori e sapori, grattacieli e taxi a ogni angolo di strada. La tristezza arriva nel vuoto delle loro stanze d’albergo. Lei lasciata troppo spesso sola dal marito senza progetti per il futuro. Lui pacco commerciale portato qua e là dall’ufficio stampa giapponese. Notevole anche la colonna sonora: si va da Scarborough Fair di Simon e Garfunkel a God Save The Queen dei Sex Pistols, da More Than This di Brian Ferry a Brass in Pocket dei Pretenders. Molte canzoni sono cantate in versione jazz da Catherine Lambert, che nel film interpreta la cantante del piano bar dell’hotel. Altre volte la Coppola si diverte a proporle in karaoke, facendo cantare gli attori a una festa. Preziosa è stata la collaborazione di Kevin Shields dei My Bloody Valentine, una delle band preferite dalla regista, che ha scritto i brani originali per il film. Oscar 2004 come migliore sceneggiatura originale. (francesco marchetti)

Ghost World

Enid e Rebecca si sono appena diplomate alla scuola superiore. Di college non vogliono neanche sentire parlare. Rebecca trova subito un lavoro come cameriera in un bar, perché vuole guadagnare i soldi per poter andare a vivere da sola con la sua amica del cuore. Enid ha le idee molto più confuse: sa cosa odia, cosa non le piace e cosa non vuole essere, ma non ha la più pallida idea di cosa vuole fare e di chi vuole diventare. Perfidamente rispondono all’annuncio di un uomo che cerca una donna, lo pedinano e decidono di spiarlo. Per Rebecca il gioco finisce lì, ma Enid invece vuole entrare più a fondo nella vita di questo strano uomo, Seymour, un collezionista di dischi e di roba vecchia. Inizia così un gioco di ruoli tra l’uomo e l’adolescente, che si isola sempre più dalla sua vita normale. Tratto dal libro comico di fumetti di Daniel Clowes, Ghost World è il film generazionale sui teen ager americani più riuscito degli ultimi anni. Le demenze dei vari American Pie e Road Trip sono lontane anni luce. I giovani americani assomigliano molto più alla Enid della bravissima Thora Birch: cattiva, spietata, paffutella, frustrata e con difficoltà di inserirsi in una società fatta di ville con vialetti o di periferie angoscianti. Poca progettualità, vita day-by-day, in più con i tipici problemi degli adolescenti che pensano di avere tutto il mondo contro. Amaro, ironico, grottesco, irriverente, Ghost World è davvero un film ben riuscito. (andrea amato)

Scoop

Durante un esperimento di smaterializzazione condotto da un mago da strapazzo (Woody Allen), una giovane studentessa di giornalismo ospite di un’altolocata famiglia londinese (Scarlett Johansson) entra in comunicazione con un noto giornalista da poco defunto. Quest’ultimo le fornisce alcuni fondamentali indizi per realizzare un memorabile scoop e smascherare la doppia vita del figlio di un lord (Hugh Jackman): di giorno belloccio enfant prodige della politica, di notte assassino di prostitute. Le cose iniziano a complicarsi quando la ragazza si innamora, ricambiata, dell’oggetto della sua indagine e il mago, da lei spacciato per suo padre, inizia a frequentare l’alta società londinese inanellando gaffe a ripetizione.  Dopo il dramma (Match Point), la commedia: ma il cinema di Allen non cambia, nonostante le svolte fantastiche (c’é persino la Morte con tanto di falce e martello).

In Good Company

Un manager sulla cinquantina (Quaid), dalla vita professionale soddisfacente e dal matrimonio felice, vede il proprio mondo ribaltarsi quando un giovane ventenne di successo e senza esperienza diventa il suo capo; e inizia pure a frequentare sua figlia, studentessa prossima al college. Una commedia elegante e dai risvolti sociali, che in modo davvero divertente affronta una varietà di aspetti “malati” della vita contemporanea. Ruolo esplosivo per Grace, perfetto come dirigente arrivista che scopre la vacuità della propria esistenza. Weitz è al suo debutto in assolo come regista e sceneggiatore. Malcolm McDowell compare non accreditato.

Arac Attack – Mostri a otto zampe

Chris McCormack torna nella cittadina natia dopo dieci anni di assenza. Ritrova Sam Parker, la donna che ha sempre amato, e la zia Gladys. Sam ha due figli: l’adolescente Ashley e il più piccolo Mike. È proprio quest’ultimo, appassionato di ragni, ad accorgersi che nella zona i suoi amati insetti stanno rapidamente aumentando di dimensioni fino a diventare dei mostri giganteschi, pronti a divorare ogni abitante della città. Arac Attack è una sorta di omaggio ai film di fantascienza degli anni Cinquanta, qualcosa di simile a quello che aveva già fatto nel ’90 Ron Underwood con i vermoni di Tremors. L’approccio alla materia è lo stesso: affettuoso, ironico, ma non per questo meno efficace sul piano della tensione. Ci mette circa quaranta minuti a carburare il film di Ellory Elkayem, ma una volta preso il via non si ferma più. I modelli sono i classici come Tarantola e Assalto alla Terra (dove a divorare gli uomini erano dei grossi formiconi), ma la seconda parte, quasi interamente ambientata in un centro commerciale, fa ovviamente pensare a Zombi (senza ovviamente gli spunti di critica sociale dello splendido film di Romero). Insomma, nonostante gli effetti raccapriccianti e la presenza di esseri tutt’altro che gradevoli come i ragni (già sfruttati a dovere nel 1990 da Frank Marshall in Aracnofobia), Arac Attack è un pop-corn movie veloce, ben fatto e assai divertente. (andrea tagliacozzo)

Vicky Cristina Barcelona

Vicky e Cristina sono due ragazze americane in vacanza a Barcellona. La prima ha le idee chiare, sta per completare gli studi ed è in procinto di sposarsi con un ragazzo ricco e con la testa sulle spalle. La seconda invece ha al suo attivo soltanto la regia di un cortometraggio di dodici minuti ed è in Spagna soprattutto per dimenticare l’ultima di una lunga serie di delusioni amorose. A una festa incontrano Juan Antonio, un affascinante pittore catalano che, senza tanti preamboli, propone loro di passare un weekend durante il quale, oltre a visitare Oviedo e gustare dell’ottimo vino, potranno fare sesso insieme. L’entusiasmo di Cristina per la proposta dello sconosciuto viene a stento tenuto a freno dall’amica, che decide di accompagnarla poiché non si fida di lui, ma soltanto a patto di poter dormire in una camera separata. Gli eventi prendono però una piega inattesa…

Allen vuole riflettere su quanto sia ardua la ricerca della felicità in una società dove la libertà sessuale non risolve le questioni legate alla realizzazione del sé. Un po’ moraleggia, un po’ si diverte a provocare con situazioni insolite per il suo cinema. Per quanto il risultato non sia spiacevole, non convince appieno: tutto é artificioso, e la voce narrante é ingombrante. Oscar alla Cruz come Migliore Attrice non Protagonista.

Il diario di una tata

Annie Braddock è una neo diplomata che vive nella provincia. Decide di abbandonare la casa della madre e trasferirsi a New York per trovare la propria strada. Qui però e colta da mille dubbi e incertezze sul suo futuro. Si ritrova così a fare la baby-sitter per una famiglia altolocata, un’esperienza che la aiuterà a capire chi è veramente e cosa vuole dalla vita.

The Island

In un futuro non troppo lontano, Lincoln Six-Echo (Ewan McGregor) vive in un ambiente controllato sotto ogni punto di vista. Sogna di essere prescelto per andare sull’Isola, un luogo mitico, propagandato come l’ultimo paradiso incontaminato rimasto sul pianeta Terra. Ignora tuttavia la verità: egli, come migliaia di altri, è un clone, creato in segreto e fatto vivere in un ambiente totalmente virtuale, in attesa di essere soppresso (mandato sull’Isola) per ricavare organi, tessuti o prole, che saranno poi ceduti a facoltosi clienti. Gli umani sono infatti disposti a pagare cifre astronomiche pur di non invecchiare o soffrire. L’opinione pubblica tuttavia ignora l’esistenza di questa «fabbrica dei cloni». Viene lasciato credere che i vari «pezzi di ricambio» siano ricavati da organi prodotti in laboratorio. Lincoln e la bella Jordan Two-Delta (Scarlett Johansson), smascherano l’imbroglio ed evadono dalla loro prigione virtuale per andare alla ricerca dei «creatori» umani, con l’intento di convincerli a denunciare pubblicamente il complotto.
Peccato, occasione sprecata. Un film che aveva tutte le premesse per diventare un nuovo cult fantascientifico, mutuando atmosfere cupe e temi avveniristici (ma non troppo) da Matrix come da Blade Runner. Invece The Island è un polpettone fumettistico dove si salva solo l’azione, elargita con fin troppa generosità. Michael Bay non è Ridley Scott e neppure il duo dei fratelli Wachowski. E si vede. Come si vede l’ancora acerba interpretazione della Johansson (bella ma a due dimensioni, come una Jessica Rabbit bionda) e quella invece più spessa di McGregor, impegnato nella parte del clone protagonista e del suo omologo umano. Il tema – quello della ricerca priva di scrupoli dell’immortalità – rimane di estrema attualità. Speriamo che qualcun altro lo raccolga con intenti meno commerciali. (enzo fragassi)

La verità è che non gli piaci abbastanza

La verità è che non gli piaci abbastanza

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Alex e Gigi

Nove personaggi alle prese con l’amore, tra speranze, sotterfugi, delusioni e inganni. Gigi (Ginnifer Goodwin) è convinta che, se un uomo trascura una donna, in realtà ne è innamorato. Alex (Justin Long), invece, le dice chiaramente che se un ragazzo non la richiama, “la verità è che non gli piaci abbastanza.” Tra i due, quindi, nasce un rapporto di amicizia/consulenza, e, forse, qualcosa di più.

E poi ci sono Neil e Beth (Ben Affleck e Jennifer Aniston), che stanno insieme da sette anni: lei vorrebbe sposarsi, lui odia l’idea del matrimonio. Cosa ne sarà della loro relazione, dunque? Si lasceranno definitivamente o troveranno un compromesso?

Il matrimonio di Ben e Janine (Bradley Cooper e Jennifer Connelly), invece, procede da anni in modo monotono. Le cose si complicano quando Ben incontra Anna (Scarlett Johansson) al supermercato. Lei è un’attraente insegnante di yoga che gli dà il suo numero. Tra i due cresce un’attrazione reciproca, che sfocia in una relazione extraconiugale. Ben, tuttavia, non regge il senso di colpa e confessa il tradimento a Janine, la quale tenta di salvare il loro matrimonio. I coniugi riusciranno a riprendere le redini della loro vita o dovranno lasciarsi?

Curiosità

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Neil e Beth
  • Il film risale al 2009 ed è stato diretto da Ken Kwapis. La sceneggiatura è basata sull’omonimo romanzo di Greg Behrendt e Liz Tuccillo, sceneggiatori di Sex and the City.
  • Con un budget di circa 40 milioni di dollari, la pellicola ha incassato ben 178,4 milioni di dollari in tutto il mondo. Insomma: un grande successo, soprattutto per il pubblico giovane.
  • Il titolo originale è He’s Just Not That Into You. La traduzione italiana, quindi, è abbastanza letterale.
  • La pellicola ha ottenuto una nomination ai People’s Choice Awards e una nomination ai Teen Choice Award.
  • Le riprese sono state effettuate in California, Oregon, Maryland e Regno Unito.
  • Le musiche sono del compositore californiano Cliff Eidelman (Rotta verso l’ignotoFree Willy 3) che torna a collaborare con il regista ken Kwapis dopo la commedia per famiglie L’amore è un trucco.
  • Nella colonna sonora sono inclusi brani di Maroon 5,R.E.M.Talking HeadsCuree il singolo Last Goodbye, cover del brano di Jeff Buckley cantata da Scarlett Johansson.

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Le seduttrici

Mal congegnata versione del Ventaglio di Lady Windermere di Oscar Wilde (portato sullo schermo più e più volte durante gli anni), ambientata in Italia invece che in Inghilterra e negli anni Trenta del Novecento invece che a fine Ottocento. Alcuni personaggi dell’opera di Wilde, originariamente inglesi, sono qui americani. Tra questi Mrs. Erlynne (una Hunt completamente fuori ruolo), un’avventuriera piena di debiti che arriva ad Amalfi determinata a sedurre il ricco sfondato e fresco di matrimonio Robert Windermere (Umbers).

Iron Man 2

Nonostante la sua ‘doppia identità’ sia ormai stata svelata pubblicamente, il miliardario Tony Stark rifiuta di collaborare con l’esercito, che vuole usufruire della sua tecnologia esclusivamente per fini bellici.
Ma Stark non dovrà aspettare troppo tempo per reindossare nuovamente la sua armatura. E’ in arrivo infatti il suo nuovo nemico: Whiplash.

Match Point

Ex giocatore professionista, Chris Wilton (Jonathan Rhys Meyers) si guadagna da vivere dando lezioni di tennis in un esclusivo club di Londra. Qui fa amicizia con il coetaneo Tom Hewett (Brian Cox), bello come lui, meno bravo con la racchetta ma in compenso molto più ricco, che gli presenta la sorella Chloe (Emily Mortimer). I due si fidanzano e già si parla di matrimonio quando, durante un weekend nella casa di campagna degli Hewett, Chris conosce la fidanzata di Tom, Nola Rice (Scarlett Johansson), un’attrice americana alle prime armi ma ben consapevole di come si seduce un uomo. L’amore che scoppierà fra i due sarà gravido di conseguenze per tutti i protagonisti della storia.
Come gli appassionati di tennis ben sanno, il match point è quel momento della partita in cui uno dei due giocatori si trova a un solo punto dalla vittoria finale. Un momento in cui la buona sorte può giocare un ruolo tutt’altro che secondario, in cui una palla che tocca la rete e rimane sospesa per aria, indecisa sulla direzione da prendere, può decidere il risultato dell’incontro. Il film inizia proprio così, con una palla sospesa e una voce fuori campo che dice che nella vita è più importante essere fortunati che essere bravi. È difficile abituarsi all’idea di un film di Woody Allen senza battute divertenti, senza nevrosi, senza Manhattan, senza la familiare presenza dell’attore-regista di New York. Eppure Match Point funziona, e molto bene. La sceneggiatura è quasi perfetta, sembra la versione moderna di una tragedia greca, un genere teatrale che Allen ben conosce e ama, come dimostrato dal coro che, nel teatro di Taormina, accompagnava le vicende de La dea dell’amore (1995). I protagonisti sono personaggi a tutto tondo, a partire da un’ottima Scarlett Johansson, per cui il regista ha speso lodi sperticate. L’attrice di Lost In Translation, appena diciannovenne al tempo delle riprese, sarà protagonista anche del suo prossimo film, una commedia nuovamente ambientata a Londra. (maurizio zoja)

The Black Dahlia

Due detective, Blanchard (Aaron Eckhart) e Bleichert (Josh Hartnett), devono indagare riguardo la truculenta morte (realmente accaduta) di un’aspirante attrice conosciuta come Dalia Nera. La donna è stata brutalmente massacrata sulle colline intorno a Hollywood alla fine degli anni Quaranta e il delitto sconvolse l’opinione pubblica di tutto il Paese. Indagando, i due scoprono che il fidanzato della vittima è coinvolto in qualche modo nel delitto ma si rifiuta di collaborare. Bleichert, intanto, incontra una misteriosa donna, Madeleine Linscott (Hilary Swank), anch’essa legata alla povera ragazza uccisa.