Il coltello nell’acqua

André e sua moglie Christine partono in auto per i Laghi Masuri, dove passeranno il fine settimana a bordo del loro yatch. Durante il viaggio, danno un passaggio a uno studente che, preso in simpatia da Christine, viene invitato a restare con loro. Sull’imbarcazione, tra il giovane e André nasce un alterco, quindi una rissa, in seguito alla quale il ragazzo cade in acqua e viene creduto morto. Straordinario esordio di Roman Polanski con un film inquietante e difficilmente classificabile. Cosceneggiato da Jerzy Skolimowski, autore anche del montaggio.
(andrea tagliacozzo)

L’uomo nell’ombra

Un bravissimo ghostwriter britannico accetta di completare le memorie dell’ex Primo Ministro britannico Adam Lang. Il suo agente gli assicura che è l’occasione della sua vita, ma il progetto sembra maledetto fin dall’inizio: lo storico assistente di Lang morì
in uno sventurato incidente, e il ghostwriter, mentre lavora, scopre che il suo predecessore si è imbattuto in un segreto oscuro che collegava Lang alla CIA.

Pirati

Capitan Red, famigerato corsaro, e il suo mozzo Ranocchio sono gli unici superstiti di un naufragio. Tratti in salvo da un galeone spagnolo, i due vengono immediatamente messi ai ferri. Ma il pirata riesce in breve tempo a ribaltare la situazione: convince la ciurma ad ammutinarsi e prende il controllo della nave. Tentativo, non del tutto riuscito, di ricreare con un pizzico di ironia l’atmosfera dei vecchi film d’avventura. Walter Matthau gigioneggia, ma non basta: il copione (scritto da Polanski con il fido Gérard Brach) non riesce a servirgli momenti e battute sufficientemente spassosi.
(andrea tagliacozzo)

Il pianista

Wladyslaw Szpilman è uno dei pianisti polacchi più promettenti. Suona sempre alla radio di Varsavia e in città è piuttosto conosciuto. Nel 1939, però, le leggi degli invasori nazisti contro gli ebrei stravolgono la sua vita. Prima è costretto a vendere il pianoforte, poi a trasferirsi nel ghetto e poi alla deportazione. Sta per salire sul treno che lo porterà nel campo di concentramento, quando un caso fortuito gli salva la vita. Szpilman è costretto a vagare per la città, prima lavora come muratore per i tedeschi nel ghetto, poi viene fatto scappare da amici polacchi. Nascosto in appartamenti di esponenti della resistenza, combatte contro la fame, la solitudine e la paura. Non ha più il pianoforte a dargli conforto, ma se chiude gli occhi la musica riecheggia nei suoi pensieri e tra le sue dita. I russi sono alle porte di Varsavia, i polacchi insorgono e i tedeschi stringono la morsa. Scappa tra le vie di una città diroccata, si rifugia in una villa abbandonata, ma dopo pochi giorni quella casa diventerà l’ultimo quartier generale tedesco. Il capitano nazista lo scopre, lo fa suonare e lo salva. Una storia vera, quella di Wladyslaw Szpilman, morto all’età di 88 anni nel 2000 dopo aver scritto un libro,

Il pianista
appunto, da cui Polanski ha realizzato questo bel film che si è aggiudicato la Plama d’Oro all’ultimo Festival del Cinema di Cannes. Una pellicola per non dimenticare, di una poesia e di un realismo struggenti, realizzato con un ritmo incalzante. La sceneggiatura e i dialoghi, per fortuna, non si perdono in facile retorica. Le scene e l’ambientazione, in tutta la loro crudezza, lasciano a bocca aperta. Incredibile la fotografia e da applauso Adrien Brody nel ruolo di Szpilman. Insomma, un bel film da andare a vedere.
(andrea amato)

Macbeth

I complotti e l’ascesa al trono di Scozia di Macbeth, la crudeltà del suo regno, la disfatta: William Shakespeare rivisitato da Roman Polanski. Ritorno al cinema del regista apolide quattro anni dopo la strage di Bel Air,
Macbeth
porta sulla sua superficie e nelle sue viscere un greve fardello di sangue. Film ossessivo e irrespirabile come i sensi di colpa di Lady Macbeth, e accompagnato dalle litanie perverse della Third Ear Band, uno dei gruppi psichedelici più segreti e rigorosi della scena inglese. Questo adattamento shakespeariano colpisce per i propri accenti dimessi: ambienti spogli, personaggi stolidamente barbarici, movimenti di scena goffi e appesantiti dalle armature. Gli stessi incubi e visioni del protagonista della tragedia appaiono uniformati a questa quotidianità del Male. Né il titanismo wellesiano dell’omonimo film del 1948, e neppure la ridondanza grandiosa del Kurosawa de
Il trono di sangue
(1957): l’opera di Polanski è una tragedia terragna e ineluttabile, stupida e inarrestabile come un condottiero medievale.
(francesco pitassio)

The Magic Christian

Un ricchissimo industriale inglese, non sapendo a chi lasciare la sua cospicua eredità, adotta un giovane vagabondo che sottopone a un corso accelerato sul potere corruttivo del denaro. Commedia dissacrante, inventiva, a tratti sconclusionata ma divertente, interpretata da un caustico e irresistibile Peter Sellers, qui anche in veste di cosceneggiatore. Al copione, tratto da un libro di Terry Southern, collaborarono anche Graham Chapman e John Cleese (membri del gruppo comico inglese Monty Python). Ottima la prova di Ringo Starr, all’epoca ancora batterista dei Beatles. La canzone dei titoli
Come and Get It,
interpretata dai Badfinger, porta la firma di da Paul McCartney.
(andrea tagliacozzo)

Chinatown

A Chinatown, il quartiere cinese di San Francisco, l’investigatore privato Jack Gittes si occupa di un caso di infedeltà coniugale. Ma durante le indagini, che si fanno sempre più intricate, viene fuori ben altro. Roman Polanski rilegge alla sua maniera – decisamente inquietante – i temi classici del poliziesco e del noir, riservandosi un piccolo ma gustoso ruolo nei panni di un gangster. Nicholson tornerà a interpretare il personaggio di Gittes sedici anni più tardi ne
Il grande inganno
. Sceneggiatura, premiata con l’Oscar, di Robert Towne.
(andrea tagliacozzo)

Che?

Una ragazza ingenua e spaurita sfugge a due bruti e si rifugia in un castello che è una sorta di simpatica sentina di perversioni. Dopo il cupissimo
Macbeth
, un Polanski giocoso e piuttosto solare nell’indagine delle follie umane (forse l’unico film gioioso del polacco oltre a
Pirati
). La claustrofilia polanskiana diventa qui onirica e carrolliana, ispirandosi apertamente ad
Alice nel paese delle meraviglie
. Improvvisato nella villa di Carlo Ponti a Capri,
Che?
è squinternato e liberissimo, percorso da cameo folli. C’è di tutto, da un ululante Mastroianni ad Alvaro Vitali fino al
Chiaro di luna
di Beethoven… E poi un eros poco cattolico – anzi paganissimo e mediterraneo – e molto perverso, sadomaso senza sensi di colpa, da folletto.
(emiliano morreale)

Oliver Twist

Charles Dickens e Roman Polanski: sulla carta l’accoppiata sembrava vincente: il sadismo necrofilo dello scrittore inglese con la necrofilia sadica del regista polacco: roba da far venire l’acquolina in bocca, da leccarsi i baffi.

Invece, per le oltre due ore che dura il film, si passa da un’attesa speranzosa a una strisciante progressiva sbadigliosa noia. Certo, il fanciullo prescelto dal regista come protagonista ha l’espressività di un polpo e meriterebbe di essere picchiato e maltrattato più di quanto già non gli capita. Ma il guaio non sta lì. E intanto ci si chiede:
Mais ou sont les neiges d’antan?
Dove è finito il regista magistrale de
Il coltello nell’acqua
(1962), di
Repulsion
(1965), di
Rosemary’s Baby
(1968), per citarne solo alcuni?

Forse troppi anni sono passati e Polanski è uscito dal giro, forse i quattrini scarseggiano insieme al coraggio; così lui punta su uno spettacolone per famiglie televisive e, magari, il pubblico gli darà ragione. Ma ne dubito: a chi interessano oggi i patemi d’un orfanello legnoso, impostato e antipatico? La soluzione avrebbe potuto correre solo sul filo del «grottesco», su cui entrambi, scrittore e regista, la sanno lunga. E il
grotesque,
si sa, dopo gli sberleffi di Wilde e la sufficienza di Huxley, è la chiave che ha permesso di rileggere e recuperare tutta la grandezza di Dickens; e rimando per questo alle pagine magistrali di Giorgio Manganelli. In ogni caso, di tutti i romanzi dickensiani in cui si narrano le peripezie di orfanelli seviziatissimi,
Oliver Twist
è il più tetro e il più filantropicamente didattico – nell’intenzione di insegnare ai lettori quale sia la scuola di delinquenza dei ragazzi di strada, oppure di quali nequizie e ipocrisie si travesta la classe borghese per sfruttarli – proprio per questo, Polanski, per lo meno il Polanski degli anni Sessanta e Settanta, avrebbe saputo rileggerlo e ritrovare in filigrana attuali consonanze, e non limitarsi a un’illustrazione pedissequa, senz’altro ben decorata, con tanti richiami all’oleografia ottocentesca e alle incisioni delle prime edizioni, figurativamente efficace ma adagiata sulla sicurezza di un prodotto per tutti. Perfino fastidiosamente ipocritamente
politically correct.

Uno dei personaggi più celebri e memorabili del romanzo è l’ebreo Fagin, il sinistro ricettatore con la sua banda di ragazzi. Una figura della potenza e della forza dell’
Ebreo di Malta
di Marlowe, o di Shylock dello shakespeariano
Mercante di Venezia,
o dell’Isacco dell’
Ivanhoe
di Walter Scott. Nel film, superbamente interpretato da Ben Kingsley, non si allude mai alla sua ebraicità, nel timore di accuse di antisemitismo. Inoltre, quello che nuoce a Polanski sono gli inevitabili confronti, perché Oliver Twist, dal dopoguerra a oggi ha avuto almeno tre versioni cinematografiche. http://www.delcinema.it/hdoc/presfilmografie.asp?xml=leavventurediolivertwist La prima, del 1948, in bianco e nero, è di David Lean (con un grande Guinness nel ruolo di Fagin), ed è la migliore. Poi nel 1968 Carol Reed girò la versione del musical (Fagin era Hugh Griffith); infine, per la regia di Clive Doner, un’altra edizione modestissima nel 1982, comunque più svelta e sapida del film di Polanski.

Che segue la vicenda con aderenza al testo, sacrificando però l’agnizione finale per semplificare, col risultato che tante allusioni al
deja-vu
di molti personaggi rimangono come sospese. Insomma, a parte alcuni momenti iniziali, come le scene dell’ospizio e la caratterizzazione apolide di ben Kingsley, la pellicola (come si diceva ai tempi del fascio), è una muffa da dimenticare volentieri.
(piero gelli)

Una pura formalità

In una notte di pioggia, un fuggiasco viene arrestato e condotto in uno sperduto commissariato. Lui afferma di essere lo scrittore Onoff, ma il commissario lo irretisce con una serie di domande e trappole. Onoff si contraddice e non riesce a ricordare, mentre ancora si ignora l’identità della vittima…Il miglior film di Tornatore, il più sotterraneo e anche il più autobiografico. Se l’idea dell’arte è ancora mistificata e la ricerca del sublime un partito preso, mai il cinema di Tornatore è stato così dolorante, così spudorato e morboso (forse solo in
Malèna
, ma con esiti opposti). Straziante, con una sceneggiatura insolitamente compatta senza che venga tirato in ballo il solito folklore siculo, e proprio per questo assai vicina alla grande letteratura isolana di Pirandello, Pizzuto, Bufalino. Un film di morte, un giallo metafisico inconsueto nel cinema italiano.
(emiliano morreale)