Il mostro

Aspirante donnaiolo e studente di cinese, Loris viene scambiato per un serial killer: la poliziotta Jessica si installa in casa sua col compito di provocarlo e smascherarlo. Benigni riesce ad alternare l’omaggio ai grandi del passato (l’inseguimento alla Buster Keaton, balletti alla Totò, intenerimenti alla Chaplin e uno spirito anarcoide debitore di tutti e tre) a una comicità più greve, basata sugli equivoci sessuali: ma lo fa sempre con la medesima leggerezza e e mancanza di presunzione. Peccato che la regia latiti nelle scene in cui non compare come attore e che il ritmo a volte cada. la sceneggiatura è scritta da Benigni con Vincenzo Cerami.

Coffee & Cigarettes

Undici cortometraggi girati a partire dal 1985. Seduti intorno a un tavolino, sorseggiando caffè o tè e fumando sigarette, gli stravaganti personaggi del film discutono, sono parole dello stesso Jarmusch, di «argomenti che spaziano dai ghiaccioli al caffè a Gianni e Pinotto, dai complotti sulla morte di Elvis all’esatta preparazione del tè inglese, dalle invenzioni di Nikola Tesla alla rock band immaginaria SQÜRL, dalla Parigi degli anni Venti all’uso della nicotina come insetticida…».
Roberto Benigni, Bill Murray, Steve Buscemi. E stelle del rock come Tom Waits, Iggy Pop e i White Stripes. Le premesse per fare del nuovo lavoro di Jim Jarmusch un film di culto c’erano tutte. Eppure il regista di Daunbailò ha allestito un’opera tanto caratterizzata dal punto di vista formale (la fotografia in bianco e nero di Frederick Elmes, Ellen Kuras, Tom Di Cillo e Robby Muller, quest’ultimo già all’opera proprio in Daunbailò) quanto carente da quello dei dialoghi. Un difetto non da poco per una pellicola interamente ambientata attorno a tavolini da caffè. L’elogio di nicotina e caffeina regge per un paio di episodi ma poi la noia si impadronisce dello spettatore fino alla penultima scena, la migliore del lotto, che vede un surreale Bill Murray chiacchierare amabilmente con GZA e RZA, due membri del gruppo hip hop dei Wu-Tang Clan. Poche, quasi nessuna, le battute da ricordare. Persino il divertente inglese maccheronico di Roberto Benigni viene «sprecato» a causa della decisione di doppiare l’audio originale. Cinque-dieci minuti di commedia ben riuscita non bastano a giustificare la visione integrale di un film che ne dura 96. (maurizio zoja)

Non ci resta che piangere

Gli amici Saverio e Mario, rispettivamente maestro e bidello in una scuola elementare, si ritrovano inspiegabilmente proiettati a ritroso nel tempo, fino al lontano 1492. Un gran numero trovate (non tutte divertenti o di prima scelta) e due protagonisti in buona forma, ma in definitiva un film che non sta in piedi, minato da una sceneggiatura improvvisata ed episodica. Troisi e Benigni hanno scritto il copione assieme a Giuseppe Bertolucci (fratello del più noto Bernardo e regista per Benigni in Berlinguer ti voglio bene e TuttoBenigni ). (andrea tagliacozzo)

La vita è bella

Guido Orefice, ebreo, vuole aprire una libreria ad Arezzo, e intanto fa il cameriere. È il 1938. Conosce Dora, che chiama «Principessa», maestra di buona famiglia. Se ne innamora. Corteggiamento fantasioso, folle, irresistibile. Ed ecco che la coppia si ritrova sposata con un bambino di cinque anni, Giosué. La guerra è cominciata, le leggi razziali sono già in vigore. Sulla saracinesca della libreria di Guido c’è scritto con lo spray «negozio ebreo». «Babbo perché qui non possono entrare i cani e gli ebrei?», domanda Giosué che ha appena letto un cartello sulla vetrina di un negozio… Guido, il bambino e un anziano zio vengono deportati in un campo di concentramento. Dora fa di tutto per seguirli. E proprio nel campo nazista Guido riesce a trasformare, per il suo bambino, il lager in un gioco. Bisogna raccogliere mille punti per vincere un carro armato, ma bisogna attenersi alle regole dei tedeschi che dettano le regole. Non chiedere di vedere la mamma, non piangere, non chiedere la merenda… E Giosué, che pure sente la mancanza di Dora, che ha fame, che ha freddo, che sente dire che finiranno tutti nel forno crematorio («Babbo, mi hanno detto che diventeremo bottoni e sapone…e poi finiremo nel forno…», e Guido: «Ma Giosué – toccandosi il bottone della giubba – ti pare che questo possa essere Bartolomeo?»), riesce a stare al gioco. E quando gli americani entreranno nel campo di concentramento con il carro armato, mentre Guido è stato fucilato appena poche ore prima, Giosué riabbracciando la madre grida felice: «Mamma, abbiamo vinto. Abbiamo vinto…».
Il nazismo vinto con la fantasia, le regole del lager trasformate in un gioco, la morte battuta dall’amore di un padre per il suo bambino. Questo è il film di Roberto Benigni (e di Vincenzo Cerami, co-sceneggiatore), regista e protagonista, con la moglie Nicoletta Braschi e il piccolo Giorgio Cantarini. Con l’ironia e la poesia, con le risate e le lacrime, con il coraggio e con fantasia, Benigni ha potuto affrontare (e per questo è stato anche criticato) un tema tabù come l’Olocausto (guarda caso proprio qualche mese prima di Train de vie – Un treno per vivere di Mihaileanu, altro film che affronta lo stesso tema con un altro espediente fantasioso), mostrando nella prima parte dell’opera quanto la vista sia bella e nella seconda quanto possa essere brutta. Un film non perfetto (la ricostruzione del lager ha molte pecche, per esempio), che ha avuto uno strepitoso successo. Inevitabili i confronti con Schindler’s List e con Il grande dittatore di Charlie Chaplin. Musiche – bellissime – di Nicola Piovani. Oltre 90 miliardi di incasso al botteghino (130 milioni di dollari solo negli Usa), tre Oscar (miglior film straniero, miglior attore protagonista e migliore musica), otto David di Donatello, Gran premio a Cannes, quattro Nastri d’Argento… Accolto con favore anche dalla comunità ebraica. Indimenticabile Sofia Loren quando ha consegnato la statuetta a Benigni gridando «Robbberto!». E indimenticabili la volata sulle sedie di Benigni e il discorso fluviale in un inglese maccheronico che ha fatto ridere e piangere il mondo. Record di 16 milioni di spettatori quando il film è stato trasmesso la prima volta in televisione dalla Rai, il 22 ottobre 2001.

Johnny stecchino

A Firenze, l’ingenuo Dante s’innamora della bella e misteriosa Maria, che lo invita a raggiungerla a Palermo. La donna è la moglie di Johnny Stecchino, un pentito della mafia costretto a nascondersi per evitare d’essere fatto fuori, a cui Dante somiglia come una goccia d’acqua e che, a sua insaputa, dovrà sostituire in pubblico per esporsi al tiro dei sicari. Leggermente migliore del precedente lavoro da regista di Benigni ( Il piccolo diavolo ), il film soffre ancora una volta di una struttura fragile e poco cinematografica, solo saltuariamente ravvivata dai guizzi del comico toscano. Sceneggiatura dello stesso Benigni scritta in collaborazione con Vincenzo Cerami (coautore di tutti i film dell’attore, compreso il sopravvalutato La vita è bella ). (andrea tagliacozzo)

La voce della luna

Salvini, matto di campagna, segue i messaggi nascosti nei pozzi e va in cerca della luna insieme a un prefetto in pensione, ossessionato dai complotti. Certo non il miglior Fellini: un film di impotenza e di morte, con due attori troppo lunari e «sottotono» (specie Benigni), che ogni tanto si perde per strada. Ma come si fa a non amarlo? Quale altro regista ha saputo essere così profetico ed estremo, così fedele a se stesso e così pronto a sporcarsi le mani col peggio del proprio tempo? Di fronte allo stereotipo che vuole l’artista anziano ormai rasserenato, stilizzato e illimpidito, l’ultimo Fellini somiglia piuttosto all’autoritratto ghignante del vecchio Rembrandt travestito da Democrito. L’umorismo felliniano non ha più nulla della commedia all’italiana: le sue ultime immagini, dedicate a una spaventosa «sagra dello gnocco», sono abissalmente lontane da tutto il cinema nazionale di quegli anni.
(emiliano morreale)

Tu mi turbi

Commedia in quattro episodi: Durante Cristo (Benigni è un pastore che ha smarrito il gregge, ma fa da baby-sitter a Gesù), Angelo (Benigni sogna che il suo angelo custode vuole lasciarlo, per occuparsi di un altro), In banca (Benigni cerca di farsi concedere un prestito), I militi (Benigni, di guardia al Milite Ignoto, prende in giro il suo compagno). Esordio del comico toscano alla regia: il risultato è apprezzabile, anche se ancora da raffinare.

La tigre e la neve

Attilio De Giovanni è un poeta. Padre di due figlie adolescenti, insegna letteratura all’università, dove viene inutilmente concupito da una collega. Il suo cuore batte infatti solo per Vittoria, che però sembra non volerne sapere di lui. La donna sta scrivendo la biografia di un poeta iracheno e, recatasi a Baghdad per ultimare il libro, resta coinvolta nello scoppio di una bomba ed entra in coma. Attilio riesce a raggiungerla ma si accorge ben presto che nell’ospedale mancano le medicine più comuni. Vittoria rischia di morire e il suo innamorato si prodiga in mille maniere per procurarle ciò di cui necessita. Finalmente la donna guarisce ma il suo salvatore nel frattempo è stato fatto prigioniero dall’esercito americano. Una volta liberato, torna a Roma e incontra l’amata, che non sa di dovergli la vita.
Fosse uscito al posto de La vita è bella, sarebbe impossibile non lodare Roberto Benigni e il suo nuovo film, soprattutto in virtù dei temi trattati. Ma dopo aver visto quel capolavoro il pubblico sa di cosa è capace il regista toscano e questo La tigre e la neve rischia di deludere non tanto lo zoccolo duro dei «benignani» quanto tutti gli altri, già messi a dura prova dal mezzo flop di Pinocchio.
Tra i punti forti della pellicola ci sono senz’altro il grande cuore del suo autore, raramente così sincero, e i suoi obiettivi («divertire e commuovere») entrambi raggiunti. Fra quelli deboli, una trama con qualche incoerenza di troppo (la provvidenziale bombola d’ossigeno trovata in un bazar agganciata a una muta da sub e altri colpi di fortuna a dir poco inverosimili) e attori non sfruttati a dovere (il personaggio di Jean Reno è assai poco sviluppato) oppure sottotono (la recitazione di Nicoletta Braschi a tratti fa pensare che il coma in cui versa per quasi tutto il film sia un espediente di Benigni per difenderla dalle critiche piovutele addosso dopo ogni film del marito). A lasciare perplessi è soprattutto la ripresa di temi già affrontati dal regista nel suo film migliore e qui affrontati con minore incisività.
Un film sull’amore («la forza più bella del mondo – dice il regista – la più eversiva e rivoluzionaria») che non porterà nuovo pubblico a innamorarsi di Benigni, limitandosi semmai a far sì che gli altri continuino a volergli bene. (maurizio zoja)

Il pap’occhio

Papa Giovanni Paolo II incarica Arbore e la sua sgangherata banda di amici comici di allestire una televisione vaticana. Non eccelso, ma latore di un umorismo “low-fi” dispensato da alcuni — allora — giovani comici (molti dei quali destinati a carriere scintillanti). Per amanti del genere.

F.F.S.S. cioè… che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?

Arbore e De Crescenzo raccolgono una sceneggiatura gettata dalla finestra da Fellini e la mettono in scena. È la storia di una guardiana di gabinetti con velleità da cantante e del suo squallido manager che — però — riuscirà a portarla a Sanremo, in un tripudio di trash. Un viaggio tra i luoghi comuni dell’Italia del tempo e gli stereotipi sul meridione, in una commedia “autarchica” piuttosto ruspante e volgare. Per amanti del genere.

Taxisti di notte – Los Angeles New York Parigi Roma Helsinki

Cinque episodi ambientati in altrettante città: Los Angeles, New York, Parigi, Roma e Helsinki. Tra gli interpreti si distinguono Winona Ryder, nei panni di una tassista volgare ma simpatica che suscita l’interesse di una talent scout cinematografica, e Roberto Benigni, che con i resoconti delle sue avventure sessuali provoca l’infarto di un prete. Il maggior pregio del film è il suo cast, davvero eccezionale (sia per prestigio che per bravura). Il maggior difetto è probabilmente l’eccessiva lunghezza. Non tutti gli episodi, comunque, sono alla stessa altezza. (andrea tagliacozzo)

Il piccolo diavolo

Esorcizzando una grassa parrucchiera posseduta dal demonio, un sacerdote americano si trova davanti a un piccolo e scatenato diavoletto, simpatico quanto irriverente e dispettoso. Ai colleghi del convento, il prete presenta lo strano essere, fonte inesauribile di guai, come suo nipote. Commedia ricca di momenti esilaranti, ma anche di grandi lacune e una struttura narrativa praticamente inesistente. La sceneggiatura del film, tutt’altro che esaltante, è firmata dall’attore toscano assieme a Vincenzo Cerami. (andrea tagliacozzo)

Pinocchio

Rotola un tronco di pino nel borgo ottecentesco. Come una furia abbatte persone, animali, gendarmi, uomini galanti, bancarelle con la frutta… E si ferma davanti a una casa. La casa di Geppetto, il falegname. Che prende il tronco, gli dà un bacio perché la legna è bella e comincia a lavorare di scalpello. Vuol farne un burattino: «Ti chiamerò Pinocchio, dal pino». Così entra in scena Pinocchio con il suo abituccio bianco e rosso e il cappello a punta di pasta di pane. Prima aveva fatto la sua apparizione la Fata Turchina, su una carrozza bianca trainata da centinaia di topolini. E aveva regalato la luce a quel paesello toscano. Ma adesso cominciano le avventure di Pinocchio. «Quante ne ho fatte, quante me ne son capitate…», è il suo intercalare quando passa di avventura in avventura. E la storia è nota: Geppetto vende la giacca per comprare l’abecedario al suo figliolo e il suo figliolo lo rivende per entrare nel teatrino dei burattini. Nel teatro le marionette lo riconoscono e Mangiafuoco lo fa prigioniero, ma poi si intenerisce e gli regala cinque zecchini. Pinocchio è libero di tornare da Geppetto per aiutarlo, ma incontra il Gatto e la Volpe che lo raggirano per prendergli i soldi. E poi Lucignolo, il paese dei Balocchi, il Grillo Parlante, ma soprattutto la buona e bella Fata Turchina, e ancora il Pescecane, i ragazzi trasformati in ciuchini… Finché Pinocchio diventa buono, non dice più le bugie, ha capito cos’è il bene e cos’è il male. E allora vestito finalmente come un bambino, la giacchetta blu elettrico tutta abbottonata e i pantaloni corti, va finalmente a scuola. Ma la sua ombra, a scuola, non ci vuole entrare e, rasente i muri, si allontana, segue la farfalla azzurra e spazia sui meravigliosi colli toscani.

È il
Pinocchio
di Roberto Benigni, classico, ottocentesco, toscano. Di più, la maschera di Pinocchio secondo Roberto Benigni. Che ha fatto un film perfetto. Perfetto nella scenografia, nei personaggi, uno più azzeccato dell’altro, nei costumi, nei trucchi, nelle ricostruzioni del borgo toscano dei tempi di Collodi. Il massimo che Benigni potesse raggiungere grazie a Danilo Donati, che ha firmato le scenografie e che è scomparso durante la produzione (il film è dedicato a lui), grazie agli effetti speciali (il tronco, il naso che si allunga, i topolini digitali che tirano la carrozza, il Grillo Parlante piccolo piccolo, la balena…) e grazie agli attori che hanno fatto minuscole e grandi parti. Da Carlo Giuffré nei panni di Geppetto, ai Fichi d’India, indovinatissimi Gatto e Volpe, a Kim Rossi Stuart, credibile e simpatico Lucignolo, a Corrado Pani in una apparizione fugacissima dallo scranno del giudice con il lecca-lecca in mano. E ancora Peppe Barra che fa quell’antipatico del Grillo parlante, Alessandro Bergonzoni, il cattivo padrone del circo… E poi certo Roberto Benigni e Nicoletta Braschi. La signora Benigni, nei costumi strepitosi della Fata Turchina, è una fata leggiadra, ma che suona un po’ falsa e un po’ fredda, con le sue lezioncine e i suoi sorrisi sempre uguali. E Roberto Benigni, che dopo gli Oscar per
La vita è bella
è riuscito a mettere in piedi questo kolossal da 40 milioni di euro (4000 comparse, 28 settimane di lavorazione, una troupe di 150 persone, 477 giocattoli costruiti per il Paese dei Balocchi…), è finalmente Pinocchio. Un vecchio progetto Benigni-Fellini e primo amore letterario (e poi nelle versioni di Guardone e di Comencini): lui è un burattino in carne e ossa, che si agita, salta, sgambetta, inciampa, corre… alla Benigni. Non è ingenuo, è furbetto, anche cattivello (un po’ meno del monellaccio di Collodi), simpatico nel suo dirsi che cosa è bene fare e ostinarsi a fare quel che non deve. Ma non convince fino in fondo, forse perché, come ha detto Nicola Piovani, l’autore delle musiche (non indimenticabili come quelle de
La vita è bella),
il Pinocchio di Benigni «è una maschera». Il regista-protagonista, anche per evidenti questioni d’età non può fare lo scolaretto, né il monello. Ma fa la maschera del giamburrasca. È un’astrazione, è la sua idea di Pinocchio, più che la sua raffigurazione. E questo è un limite, anche perché gli altri personaggi sono molto più convincenti. Proprio per questo, nel
Pinocchio
di Benigni, si fatica a trovare la magia, l’atmosfera di favola, magari la malinconia, l’infanzia (già, dove sono i bambini?), il sogno…
(d.c.)

Daunbailò

Il terzo film di Jarmusch (anche sceneggiatore) è intrigante, divertente e leggero in ogni momento: uno sguardo su tre perdenti che finiscono insieme in carcere, e poi riescono a evadere. La vicenda acquista veramente vita quando entra in scena Benigni. Film dall’andamento pacato, fotografato in uno spettacolare bianco e nero da Robby Müller in Louisiana. I co-protagonisti Lurie e Waits hanno contribuito anche alla colonna sonora.

Caterina va in città

Settembre 2002. La famiglia Iacovoni, Giancarlo, Agata e la figlia Caterina, si trasferisce a Roma da Montalto, paesino della provincia laziale. Tutti e tre vivranno una piccola rivoluzione. Giancarlo, insegnante di ragioneria, vuole uscire dall’anonimato e sfondare come scrittore. Per questo spinge la figlia a frequentare compagne di classe appartenenti a famiglie influenti. Caterina, tredicenne con la passione per il canto polifonico, si trova così catapultata nel mondo di Margherita, piccola leader di sinistra, figlia di una scrittrice e di un intellettuale. Poi partecipa alle feste esclusive di Daniela, figlia di un politico della maggioranza di governo. Anche Agata, nel suo piccolo, vivrà un grande cambiamento, trovando in un altro uomo l’attenzione e la gioia che il marito, troppo occupato ad inseguire sogni di gloria, le nega.
Paolo Virzì rispolvera il canovaccio usato per tutti i suoi precedenti film: quello dell’incontro-scontro tra mondi diversi. Da una parte la gente cosiddetta normale e dall’altra i privilegiati: politici, scrittori, vip. Gli eletti e gli esclusi. Da un lato l’ambiente ricco della nuova destra al governo e quello degli intellettuali di sinistra, girotondisti e un po’ snob. Dall’altro la famiglia Iacovoni: Caterina, che vuol vedere tutti felici; Agata, che desidera una vita semplice e Giancarlo che non ci sta e vorrebbe stare tra gli eletti. Imbarazzante, ingombrante e senza talento, finirà per ammalarsi di depressione. La moglie e i parenti burini di Montalto, ha detto lo stesso regista, sono invece parte di un’Italia ancora pura, che non mira a diventare famosa. In “Ovosodo,” il protagonista trovava la felicità facendo l’operaio in una fabbrica e mettendo su famiglia. Qui il messaggio è simile: meglio coltivare il proprio orticello che cercare di entrare in un mondo che non è il proprio, perché ci si scotta e si finisce per soffrire. Troppo buono questo Virzì. Predica la grazia e l’innocenza, racconta la genuinità delle borgate, ma dal suo film emerge lo snobismo di una sinistra che ha perso il contatto con la gente, oltre che le elezioni. Gli attori sono bravi, Castellitto su tutti, e la giovane protagonista Alice Teghil è una bella sorpresa. La storia però è troppo piena di cliché. Una commedia di buon livello, divertente in molti punti ma troppo simile ai precedenti capitoli della filmografia del regista. (francesco marchetti)